Riceviamo e pubblichiamo il capitolo quinto del volume “La cyberfilosofia rossa: Donna Haraway e Bruce Sterling” del nuovo libro “Filosofi di frontiera” di R. Sidoli, M. Leoni, D. Burgio, edizioni Aurora, pp 122, (10.00 euro). Il libro si può ordinare al Centro culturale Concetto Marchesi via Spallanzani 2, Milano. tel 02 29405405 CAPITOLO QUINTO La cyberfilosofia rossa: Donna Haraway e Bruce Sterling. Nata nel 1944 in Colorado, Donna Haraway pubblicò nel 1985 il suo ormai famoso “Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo”, nel quale la teorica statunitense riuscì a coniugare una durissima critica al capitalismo con una prospettiva filosofica nella quale si iniziava a impostare il superamento del rigido dualismo su cui fondare il pensiero e la filosofia occidentale, fin quasi dalle sue lontane origini. La matrice “rossa” e socialista dell’elaborazione filosofica della Haraway emerge subito con chiarezza fin dalla prima pagina del saggio, e non lascia spazio ad ambiguità di sorta: la sua critica delle dinamiche di appropriazione capitalistica non solo della forza lavoro, dei mezzi di produzione e del surplus, ma anche della stessa natura e dei risultati del progresso scientifico risultati del progresso scientifico risulta dura e senza appello, come anche nel caso della sua notevole analisi dell’OncoTopo. (1) ”L’OncoTopo è un nuovo essere vivente transgenico brevettato nel 1987. Nel DNA dell’OncoTopo e in quello di tutta quanta la sua progenie, c’è un gene che se stimolato dall’esterno con un ormone, sviluppa un tumore. L’OncoTopo è quindi un topo transgenico modificato apposta per gli studi oncologici. L’OncoTopo è stato il primo vivente brevettato ed è simbolo della proprietà intellettuale nello sviluppo capitalistico. Di più: rappresenta la biopirateria delle grandi multinazionali nei confronti del sapere. Attualmente, infatti, industrie biotecnologiche proprietarie dei geni della fibrosi cistica e del diabete, impediscono la possibilità della libera ricerca. Il brevetto dell’OncoTopo è in mano della DuPont e praticamente nessun ente pubblico può effettuare esperimenti con l’OncoTopo perché i tributi economici, i diritti che dovrebbe pagare alla DuPont sono esorbitanti. OncoTopo, maschio o femmina che sia, è mia sorella. Nella politica dell’accumulazione flessibile di fine millennio, questo animale brevettato significa l’appropriazione della natura, la recinzione degli spazi comuni, il commercio semiotico e corporeo che passa attraverso la privatizzazione del germoplasma e la mercificazione transgenica. OncoTopo, per Donna Haraway diventa un segno, la prova della logica capitalistica delle grandi corporation sul mondo della tecnoscienza; dimostra il potere dei marchi e dei brevetti che forme di alleanze sociotecniche portano come “piccoli orpelli” a spese di molti e a beneficio loro. Haraway si sofferma sui marchi che funzionano come direttrici sulle mappe di potere e di sapere e “del modo in cui i membri delle culture tecnoscientifiche sono letteralmente investiti nella loro rete di relazioni proprietarie, sia dal punto di vista psichico sia commerciale”. (2) Sul piano filosofico il contributo principale di Donna Haraway al processo creativo di sviluppo del pensiero contemporaneo consiste nella categoria teorico-storica del cyborg, inteso come commistione dialettica di umano e macchina, di uomo e animale. (3) Mutevole e...
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FOCUS RUSSIA La politica di sicurezza varata dalla Russia è imperniata sulla negazione alle Forze NATO delle acque profonde, “deep water”, dal Mediterraneo alla regione artica. La proiezione di forza è uno dei deterrenti compresi in questo viatico intrapreso per la conquista ed il controllo di un’area vastissima che può garantire l’approvvigionamento di risorse naturali vitali per la Russia e le nazioni alleate. Un progetto che dovrebbe essere portato a termine entro il 2020. L’Artic build up russo, è sostanzialmente sovrapponibile a quanto predisposto dagli Stati Uniti per limitare l’espansione dell’antico nemico nella regione artica. La differenza che si evidenzia è nella strategia del dislocamento delle unità da guerra: mentre la Russia sta implementando le basi sui ghiacci artici ed ammodernando la sua flotta di superficie, gli statunitensi affermano la supremazia, in particolare, con le unità sommerse, ma mantengono nell’area anche le portaerei allo scopo di detenere la superiorità aerea. Questo è il risultato di una diversa politica militare e delle priorità che i due governi si sono prefissati: la Russia investirà principalmente nelle navi rompighiaccio e tenterà di controllare le distese artiche con basi permanenti; gli Stati Uniti puntano su forze di dissuasione high tech, come i velivoli stealth, che possono essere ridispiegati velocemente in altre zone del globo terrestre a copertura di nuovi stati di crisi. E’ da valutare quale strategia sarà la migliore. La scelta russa delle rompighiaccio è orientata a creare dei passaggi nella banchisa per spostare più velocemente le proprie unità in caso di conflitto: in tal modo disporrebbero di una maggiore capacità di movimento per intercettare il naviglio avversario. Ma strategicamente il sommergibile rimane la migliore piattaforma per operare nell’Artico, quanto per negare ampi spazi marini alle unità nemiche. I due attori principali stanno tentando di raggiungere un equilibrio di forze in un rincorrersi che sembra tornare ai tempi del bipolarismo della Guerra Fredda. Infatti, gli Stati Uniti probabilmente stanzieranno un miliardo di dollari per la progettazione di una nave rompighiaccio, mentre la Russia ha già varato una nuova classe di unità sommerse e nel triennio 2017-2020 farà entrare in servizio l’Artika, la Sibir e la Ural tre navi rompighiaccio a propulsione nucleare. La dinamicità del processo di ammodernamento della Flotta del Nord, è nel varo di un pattugliatore artico, il Poljarnaja Zvezda e da tre mini sommergibili nucleari classe Kalitka, che si aggiungono ad altri due già presenti nell’area, per le operazioni di ricerca delle risorse naturali e per le istallazioni di oleodotti. Attualmente la Russia dispone di 30 sommergibili nucleari multiruolo, che saranno presto dotati del siluro a cavitazione VA-111 Skhkval da 300 km/h, e 12 SSBN, ma la cantieristica navale della Federazione è in continua evoluzione con due nuovi battelli subacquei di quinta generazione specializzati nell’interdizione alle portaerei e come unità di scorta ai sommergibili balistici. Il progetto è gestito dalla Malakhit Marine Engeneering Design Bureau e dovrebbe concludersi entro il 2020. In questo sono compresi anche piattaforme con moduli unificati ed armi robotizzate integrate. Ma l’unità di punta è...
articolo originale: http://www.asrie.org/asrie/?p=852 Daesh alla conquista dell’Asia Centrale: la nascita del Vilayat Khorasan Lo Stato Islamico potrebbe guardare maggiormente all’Asia Centrale come territorio di prossima espansione, strategia adottata in risposta alle recenti perdite territoriali e di uomini subite in Siria,grazie all’azione russa ed in Iraq grazie all’offensiva militare delle truppe irachene e alla resistenza ostinata dei peshmerga curdi. L’Asia Centrale rappresenta un’area di primaria importanza strategica ed economica e già in passato ha visto scontrarsi grandi potenze come l’Impero degli Zar e quello Britannico e poi l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti in quello che è stato definito come “Il Grande Gioco” in inglese (The Great Game) e “Torneo di Ombre” in russo (Турниры теней – Turniry Teney). Attualmente la regione vede gli interessi della Federazione Russa, nazione che considera l’Asia Centrale come area di diretta influenza e che vorrebbe continuare ad esercitare il proprio controllo su di essa, gli Stati Uniti, interessati direttamente per quel che riguarda l’Afghanistan dal 2001 ed “indirettamente” nei rapporti politico-economici che la Casa Bianca ha cercato di instaurare dopo la caduta dell’Unione Sovietica, e la Cina, potenza sempre più volenterosa di affermare la sua autorità a livello regionale e continentale giocando la carta della “neutralità” ed investendo ingenti somme di denaro nei progetti di sviluppo dei paesi centro asiatici. A questi tre litiganti possiamo aggiungere anche Daesh, organizzazione terroristica che, dalle ceneri dell’ISI affiliato ad al-Qaeda, è stata capace di realizzare una entità statale indipendente in vaste aree della Siria e dell’Iraq e che sta espandendo la sua influenza in molteplici direzioni: Nord Africa, Europa, Caucaso ed attualmente anche l’Asia Centrale. Un primo passo significativo è stato quello di trasformare il Movimento Islamico dell’Uzbekistan (IMU), organizzazione terroristica attiva principalmente in Afghanistan e Pakistan che vede tra le sue fila uomini e donne uzbeki e delle ex repubbliche sovietiche centro asiatiche, da semplice alleato a gruppo facente parte dello Stato Islamico. In un video di due minuti e mezzo apparso sul web la scorsa estate il leader di IMU, Usmon Ghazi, ha dichiarato in lingua araba al mondo intero la sua fedeltà (Ba’ya) ad Abu Bakr al-Baghdadi ed ha trasformato il suo movimento ed i suo combattenti in soldati dello Stato Islamico della regione del Khorasan (Vilayat Khorasan). Le parole di Ghazi possono essere lette come il preambolo per l’espansione di Daesh verso l’Asia Centrale e devono essere viste come il compimento di un progetto di assimilazione all’interno dello Stato Islamico iniziato nel settembre del 2014 quando lo stesso leader di IMU sul sito web ufficiale del movimento aveva proclamato il proprio supporto e la propria vicinanza al gruppo guidato da al-Baghdadi, tenendosi ben distante dal pronunciare la parola Ba’ya (o Bahyat), ossia “fedeltà”. Nel marzo 2015 era stato Sadulla Urgenji, militante che sosteneva di far parte del gruppo degli Uzbeki che combattevano tra le file di IMU in Afghanistan, il primo a dichiarare la sua fedeltà e quella del suo gruppo ad al-Baghdadi non ricevendo però il supporto di Ghazi. Si è dovuta aspettare...
CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo, in partnership con ASRIE Associazione ha dato il via al progetto Focus Russia con l’obiettivo di migliorare la conoscenza della realtà politica, economica, sociale e culturale della Federazione Russa attraverso le analisi ed i contributi di analisti e specialisti. Sull’esempio del focus Balcani, la storia in movimento e progetto Focus Sicurezza Libia condotto lo scorso anno il cui esito è stata la realizzazione di un report veicolato attraverso il nostro network ed i canali mediatici, CeSEM e ASRIE continuano la collaborazione ponendo l’attenzione su uno degli attori principali nel panorama mondiale, la Federazione Russa. Gli argomenti che saranno sviluppati ed analizzati saranno i seguenti: – Russia e Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) – Intervento russo in Medio Oriente – Russia ed Artico – Russia e famiglia tradizionale – Russia e OCS – Russia e conflitti congelati: Nagorno-Karabakh, Transinistria, Ossezia del Sud ed Abkhazia – Russia e Donbass – I rapporti tra la Russia e le repubbliche ex Unione Sovietica – La Russia e il mondo islamico – Le forze politiche russe Obiettivo del progetto è quello di produrre analisi e report inerenti la Federazione Russa veicolandoli attraverso i canali CeSEM e ASRIE per poi poter realizzare un elaborato scritto finale ed una serie di attività (conferenze, forum, presentazioni) nelle quali coinvolgere il mondo istituzionale, economico e culturale italiano e russo. Sono eventualmente ammessi analisi ed articoli inerenti altri temi e coloro i quali fossero interessati a prendere parte al progetto possono contattare il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo o l’associazione ASRIE.
Articolo originale, pubblicato su gentile concessione http://movisol.org/yemen-fondato-un-nuovo-club-per-coordinarsi-coi-brics-e-la-nuova-via-della-seta/ Il 31 dicembre 2015 è stato fondato ufficialmente lo “Yemeni Club for Coordinating with the BRICS” (il Club dello Yemen per coordinarsi coi BRICS) nella sede del Ministero delll’Industria e del Commercio a Sanaa, capitale dello Yemen. La registrazione ufficiale seguirà all’inizio del 2016. L’iniziativa è guidata da Fouad Al-Ghaffari, ex funzionario del ministero per i Diritti Umani e giovane attivista e capo dell’ONG Gedar Human Rights, che ha deciso di agire nonostante i bombardamenti anglo-sauditi e la guerra terroristica contro il suo paese. Al-Ghaffari è stato ispirato alla creazione del club dopo aver partecipato alla conferenza stampa tenuta a Washington nel novembre 2014 dalla presidentessa dello Schiller Institute Helga-Zepp LaRouche per presentare il nuovo studio dell’EIR The New Silk Road Becomes the World Land-Bridge (La Nuova Via della Seta diventa il Ponte Terrestre Mondiale). Quando l’Arabia Saudita, sostenuta dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, ha lanciato la campagna terroristica di bombardamenti contro lo Yemen, Al-Ghaffari ha compreso che l’ONU e altre organizzazioni per i diritti umani erano completamente schiave degli stessi interessi imperiali, in quanto non hanno fatto nulla per fermare e nemmeno per condannare l’aggressione contro uno dei paesi arabi più poveri, che non poneva una minaccia per nessuno. Questo ha rafforzato la sua convinzione che fosse necessario creare un nuovo ordine economico e politico mondiale, ed ha cominciato a mobilitare forze all’interno dello Yemen per unirsi al nuovo ordine mondiale dei BRICS e di nazioni sovrane interessate allo sviluppo dell’economia fisica. La sua campagna ha ricevuto maggiore impulso dopo la decisione del Presidente Putin di intervenire in Siria alla fine del settembre 2015. Dopo aver annunciato la nuova iniziativa ai social media, Al-Ghaffari ha ricevuto numerose richieste di iscrizione al club da giovani economisti, attivisti, ex funzionari di governo e imprenditori. Fondato come un movimento patriottico e indipendente, il club non è a favore di alcun partito, ma si oppone all’aggressione anglo-saudita, ed è a favore dell’indipendenza e sovranità dello Yemen. L’idea si sta diffondendo rapidamente grazie al suo programma innovativo: Unirsi al gruppo dei BRICS o coordinarsi coi membri fondatori per stabilire un nuovo ordine economico basato sull’”economia fisica” invece del monetarismo del sistema transatlantico morente. Dar vita ad una Banca Nazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo per lo Yemen sulla base dei principii creditizi hamiltoniani. Aderire alla Nuova Via della Seta e ricostruire le infrastrutture dello Yemen, a partire dalla sua prima ferrovia.
Su gentile concessione dell’autore, pubblichiamo questo articolo apparso sulle pagine online di Oriental Review.org The civil war in Syria, the attempts of ousting Bashar Al-Assad from Syrian Government and the consequent formation of new terrorist groups have deep roots and untold causes that have to be investigated, yet. What about their consequences in the near future? US is gambling credibility away in the Syrian conflict. As a matter of fact, Barack Obama’s administration in foreign policy has become closer to George W. Bush’s in terms of results and involvement in different war scenarios. Stars and stripes-mojo is now fading away and Fukuyama’s “End of History” is going together with Samuel P. Huntington “Clash of Civilization” in the ash heap of History. The promotion of global American leadership seems to be a long-gone concept if compared to the geopolitical strategy and the moves that US is making now on the worldwide geopolitical chessboard. Russia is now emerging from the ashes of post-soviet destruction (remember “Black October 1993”?) and seems to be in advantage in every field previously occupied by the US. Russian preponderance is clear in the Syrian scenario: on one side, Russia and Syria are really fighting Islamic extremism, on the other US are showing worldwide, despite the coverup made by Western media, their “throwing pillows” attitude at terrorists. US and their allies are playing a dangerous game on the edge of the razor in order to regain lost ground. It seems that they are paving the path for another war centered on geopolitical and strategic advantages. For those who really analyze international politics, human rights and humanitarian reasons have little to do with the real interests in the Near-Middle East Region. Despite the undeniable Russian interests in Syria, especially for the Tartus area where the URSS built a naval supply and maintenance base in 1971, it’s also obvious that Syria is a meeting point of US and their allies’ interests. The interests of US have a reflection on the ‘bureaucracy empire’ of EU and its subjugated states. Europe has been long looking for energetic independence, but it seems there’s no way alternative to Russia to achieve it, despite some leading-to-nowhere proposals. It becomes clear that a further implementation of a US-friend state role in the field of energy, would be a strategic advantage in order to divide again the Eurasian continent. Starting from this background context we can assume that there’ll be a great competition to gain access to european energetic market. In order to achieve this objective, two states, Qatar and Iran began fighting a strategic war. Qatar and Iran have control on the South Pars natural gas consolidate field, located in the Persian Gulf. Each of these two states has a different project in order to expand its turnover. On one side, Iran has been planning for years a cooperation project with Iraq and Syria with the construction of a 5.600 km natural gas pipeline named “Islamic Pipeline”. On the other side, Qatar has its own...
Alcune foto dell’incontro di Dozza “Emilia Romagna e Cina. Opportunità, economia e turismo” e dei relatori ospiti dell’Enoteca regionale Emilia Romagna. Di seguito l’intervento di Bao Mangyan, Consigliere dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia Ladies and Gentlemen: Good afternoon everyone! Thanks for inventing me to attend this event. China and Italy share a great friendship. For the past few years, China-Italy relations have been developing with a sound momentum, and set a splendid model of interaction and cooperation between eastern and western civilizations. The combination of capital, market of China and design, technology of Italy shows great vigor and vitality and brings us huge advantages. A large number of mutually beneficial and win-win projects are constantly emerging. Trade between China and Italy stands at roughly 50 billion US dollars each year. China invested more than 10 billion US dollars in Italy in 2014, Italy has become one of China’s major investment destination in Europe. The number of Chinese companies in Italy has reached 100, involving in finance, telecommunications, machinery manufacturing, research and development, design and many other fields. They have created thousands of job positions for Italian people. As our Prime Minister Li Keqiang says, the cooperation between China and Italy has surpassed the stage of simple commodity trade, and entered into a new high-level stage. Emilia-Romagna is one of the most important developed region of Italy. Its machinery manufacturing, creative design and food processing industries are all in the leading position of the world. There are also many world famous teaching & research institutions, such as University of Bologna, providing great support to enterprises here. Emilia-Romagna walked in the front rank in terms of cooperation with China. I accompanied our ambassador to visit ‘Lovol Arbos’ twice this year, it`s a subsidiary with Chinese investment. At the beginning, there are 3 options for location in Europe, Lyon of France, München of Germany and Bologna of Italy, after careful assessment, they chose Bologna. This fully endorses the competitiveness of Emilia-Romagna. Some friends here may also know that China is currently promoting the’ one belt one road’ strategy. I hope you could look to the future and innovate the cooperation mode to seize this opportunity, making development and growth for your own business and for our two countries. Today is also the book conference for “to discover Tibet”. Me and the Embassy of China both appreciate the excellent job which has be done by Mr. Marco, Mr. Stefano and Mr. Andrea. This book takes us to comprehend the development of history ,religion and culture of Tibet, and to feel the changes of social economy of Tibet, through a unique Italian human perspective. It gives you a convenient access into Tibet. I hope that, through this book, there will be more and more people, fall in love with Tibet and fall in love with China.
Martedì 1 dicembre 2015, dalle ore 11.00 alle ore 12, presso la Sala Nassirya del Senato della Repubblica, Piazza Madama 11, Roma, il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo è intervenuto con Stefano Vernole e Marco Costa all’iniziativa promossa e organizzata dall’Associazione Parlamentare di amicizia Italia – Cina. Di seguito le foto dell’evento
La ribollente situazione in Medio Oriente offrirebbe sbocchi interessanti a un Europa che volesse mostrarsi forte e unita non soltanto contro il terrorismo, ma soprattutto come entità politica di peso nello scacchiere intercontinentale. Per la prima volta dopo la guerra in Iraq, potrebbe esserci lo smarcamento di uno o più dei maggiori paesi membri della UE da Washington e dagli alleati della NATO, in primis la Turchia. Si tratterebbe di una presa di posizione inedita, poiché guarderebbe favorevolmente a un’alleanza con la Russia e al superamento del pregiudizio anti-Assad. Nel 2003 furono Germania e Francia a opporsi fermamente alla spedizione contro l’Iraq ordita dall’asse anglosassone Bush-Blair, facendo pressione per una soluzione diplomatica o supportata da un pieno mandato ONU, e lasciando intravedere la possibilità poi svanita d’implementare una vera politica estera europea, indipendente ed influente. Per politica estera indipendente s’intende l’attuazione di scelte che contribuiscano davvero a preservare la sicurezza dei propri cittadini, tenendo conto in primo luogo delle tensioni geopolitiche a cui il continente, per motivi geografici, è particolarmente esposto. Scelte concrete, utili, non necessariamente ideali. Per questo non dovrebbe essere scartata a priori, dagli europei, la possibilità di allearsi con potenze che per storia e cultura non appartengono al mondo occidentale, come l’Iran, o vi appartengono solo parzialmente, come la Russia, ma che hanno interesse ad affrontare la minaccia derivata dai gruppi estremisti con impegno e convinzione e, soprattutto, coerenza. Si è andati invece, negli ultimi anni, nella direzione opposta. L’Unione Europea ha teoricamente una propria politica di sicurezza e di difesa comune, ma con obiettivi e precetti troppo generali e inadeguati a una vera emergenza, e un coordinamento fra singoli paesi dimostratosi debole e insufficiente. L’unico organismo sovranazionale realmente riconosciuto per la difesa europea rimane la NATO, e all’interno di essa il peso militare e decisionale degli Stati Uniti è incontrastabile. Delegare la propria sicurezza a questi ultimi, tuttavia, non è più una sicurezza. Gli interessi americani nella regione mediorientale infatti non sono gli stessi di quelli dei paesi europei, e l’impegno di Washington nella lotta contro le organizzazioni terroristiche dell’area è troppo labile e ambiguo. Mirando ad abbattere Assad in Siria, nell’illusione mai abbandonata di contribuire alla formazione di un governo democratico, Obama coltiva relazioni pericolose. La sfacciata doppia alleanza coi paesi sunniti del Golfo Persico, che si mostrano addirittura accondiscendenti coi terroristi, e con la Turchia, paese a maggioranza musulmana che gli statunitensi vorrebbero inglobare nella UE nonostante le evidenti controindicazioni e storture, dimostra che la strategia Usa cozza col buonsenso e con il prestigio del nostro continente. Gli Usa poi sembrano puntare a un’Europa multiculturale, a una società simile alla propria, dove si mescolano liberamente etnie, modi di vita e credenze religiose ma dove l’immigrato, quasi immediatamente, si riconosce nella nuova Nazione, assimilandone in breve tempo lo spirito, le istituzioni, la lingua, le usanze. Una società dove alla lunga è difficile essere etichettati come “stranieri”. In Europa questo modello, per vari motivi, è esausto, non sta più funzionando. È un modello che comporta...
“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”, progetto di ricerca del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo l’introduzione di Lorenzo Salimbeni, Presidente del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo, al volume, fresco di stampa, curato del CeSE-M Alla scoperta del Tibet. Storia, paesaggi e prospettive (Anteo Edizioni, Cavriago 2015), contenente contributi di Marco Costa, Andrea Turi e Stefano Vernole. Un’impervia regione di montagna che a distanza di mezzo secolo continua a godere dei benefici di una riforma agraria capace di sradicare i privilegi di una teocrazia che aveva fra l’altro perso gran parte della propria spiritualità e si era impastoiata nei meandri secolari. Un tessuto produttivo che in cinquant’anni ha incrementato il proprio PIL di 300 volte e beneficia di consistenti sovvenzioni e investimenti da parte del governo centrale, il quale ha investito in una robusta infrastrutturazione innervata su autostrade e tratte ferroviarie ad alta velocità. Una regione autonoma che, in virtù delle proprie specificità culturali ed etniche, gode del bilinguismo, ma anche dell’istruzione gratuita e di un servizio sanitario capillare. Il suo capoluogo primeggia da tempo nelle graduatorie nazionali riguardanti la qualità della vita, con particolare riferimento agli indici di sicurezza e di funzionalità dei servizi pubblici urbani. Tutto questo caratterizza la Regione autonoma cinese dello Xizang (nome che significa “dimora del tesoro occidentale”), la quale potrebbe pertanto ben esemplificare l’ennesimo miracolo economico che la Repubblica Popolare Cinese ha compiuto in questi ultimi decenni. Il nome di per sé tuttavia dice poco, né aiuta il lettore occidentale medio sapere che tale area racchiude alcune di quelle prefetture dell’ovest della Cina che finora sono rimaste al di fuori dell’ancor più vorticoso sviluppo che ha interessato la fascia costiera e le metropoli immediatamente adiacenti. Se, invece, si usa il nome tradizionale “Tibet”, la percezione cambia completamente ed entra in gioco quella costruzione retorica e propagandistica che i media mainstream congiuntamente ai think-tank statunitensi hanno intessuto attorno alla figura di Tenzin Gyatso, meglio noto come “il Dalai Lama”, Premio Nobel per la Pace 1989. Riconoscimento invero singolare per colui il quale trent’anni prima aveva scatenato una cruenta rivolta armata e negli anni seguenti, sostenuto dalla CIA e dall’India, contrapposta a Pechino da vertenze confinarie attinenti in parte proprio il Tibet, aveva fomentato richieste d’indipendenza inducendo alcuni suoi seguaci a gesti eclatanti come ad esempio immolarsi dandosi fuoco, compiendo così un gesto contrario all’etica buddhista tibetana. Ricordato come tale leader politico appaia discutibile anche nei panni di guru spirituale, in quanto avversato dai tibetani afferenti alla scuola buddhista Shugdenpa, per meglio delineare questo controverso personaggio rimandiamo tuttavia all’opera di Maxime Vivas “Dietro il sorriso. Il lato nascosto del Dalai Lama”, recentemente tradotto da Anteo Edizioni. La presente opera collettanea si pone, invece, in continuità con un’altra pubblicazione della dinamica casa editrice di Cavriago, vale a dire “Tibet, crocevia tra passato e futuro. Storia, sviluppo e potenzialità della regione autonoma cinese” di Marco Costa. Quest’ultimo fa parte, assieme a Stefano Vernole e Andrea Turi, del gruppo di lavoro del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo...