3 Novembre 2026

centro studi eurasia e mediterraneo

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articolo originale: http://www.asrie.org/asrie/2016/02/19/la-nuova-via-della-seta-potrebbe-aiutare-leconomia-dellazerbaigian/ onsiderata una delle economie emergenti nel panorama delle Repubbliche ex Sovietiche e nella regione euroasiatica, l’Azerbaigian sta attraversando un periodo di crisi economica dovuto principalmente al crollo dei prezzi del petrolio che è andato ad incidere su uno Stato che ha basato il suo recente sviluppo economico sulle esportazioni energetiche. Il periodo di crisi però, secondo quanto affermato recentemente dal Presidente Ilham Aliyev, sarà arginato nei prossimi 2-3 anni grazie ad un nuovo modello di sviluppo economico previsto dal Governo che incentrerà maggiormente i propri sforzi sul settore non petrolifero, in special modo agricoltura ed ITC. In aggiunta, il paese potrà giocare un ruolo di primo piano a livello logistico grazie alla sua posizione sul Caspio per quello che riguarda il progetto Silk Road Economic Belt il quale permetterà il collegamento con l’intera regione asiatica e con un buyer di primo livello come la Repubblica Popolare Cinese.   La crisi economica e la svalutazione del manat Lo scorso anno per ben due volte il Governo di Baku si è visto costretto a svalutare la moneta nazionale, il manat: nel mese di febbraio le autorità azerbaigiane avevano dichiarato che la caduta del prezzo del petrolio era da considerarsi un primo allarme per l’economia nazionale la quale, però, conscia del proprio potenziale, aveva innescato da tempo un processo di diversificazione economico volto ad interessare i settori dell’agricoltura, dell’ITC, del turismo e dei servizi. Secondo quando dichiarato dal Governo, la diversificazione aveva dato ottimi esiti nel 2014 con il PIL nazionale generato per la maggior parte proprio dal settore non petrolifero riuscendo a mantenere il rating positivo della tripla B espresso dai più noti istituti internazionali. Le autorità azerbaigiane sottolineavano, inoltre, che la svalutazione del manat non si doveva considerare un segnale di allarme perché in realtà era stata una scelta sistematica del Governo con l’obiettivo di mantenere stabile l’economia ed i finanziamenti ai progetti sociali; in sintesi la reale riduzione delle spese aveva interessato alcuni settori considerati meno importanti e strategici per lo sviluppo del paese. Dichiarazioni in merito alla crisi petrolifera ed alla prima svalutazione della moneta nazionale erano pervenute direttamente dal Ministro delle Finanze Samir Sharifov il quale, durante il 48° incontro annuale del Consiglio dei Dirigenti della Banca di Sviluppo Asiatico avvenuto lo scorso 6 maggio 2015, aveva affermato che il paese necessitava di dotarsi di un nuovo modello ed approccio economico in modo da renderlo sicuro in caso di ulteriori shock nel mercato energetico. Sharifov aveva parlato di un “modello inclusivo” che avrebbe protetto maggiormente il paese e perseguito il progetto di diversificazione, promosso già da anni dal Presidente Ilham Aliyev, dando la priorità ad agricoltura, turismo ed IT. Nel giugno dello scorso anno l’Azerbaigian aveva ospitato i primi European Games nella capitale Baku e l’obiettivo del Governo era stato quello di mostrare al mondo ed ai media i progressi che il paese aveva ottenuto dal punto di vista economico e sociale e l’importanza per la sua posizione geografica che lo rendeva un hub logistico...
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The pledge of allegiance of Boko Haram to the Islamic State increases the possibility of international joint attacks that could destabilize North Africa and the Sahel, putting the EU in front of a worsened immigration problem that reflects its own crisis. There is a solution but only if catch up in timeor the consequences would be catastrophic. Boko Haram has changed its tactic into strategic withdrawals: the militants leave the Sambisa forest to move towards rural areas attacking villages, and when they find themselves facing regular military forces they fall back and put into effect suicide attacks in or nearby Maiduguri. This is possible due to the presence of secondary bases and strategic supply points in Cameroon (at the border with Nigeria),and also thanks to the help of “distracted and half-interested” armed forces. The tactical change performed by the jihadist organization represents a real act of resilience that has induced the Nigerian military apparatus to divert its own resources to carry out operations of counter-guerrilla and post-attacks intelligence, allowing BH militants to reorganize and plan further operations. This factual tactic can be inferred by the (combined) strategic analysis of the attacks perpetrated on December 28 in Maiduguri and Madagali (at 150 southeast km from Maiduguri), on 13 and 26 January in Kolofata and Bodo and on January 30 in Dalori (at 5 km from Maiduguri). Such strategy, in conjunction with the transformation of the organization in a wilaya of the Islamic State, could conduct Boko Haram to carry out international operationsby means of attacks and abductions towardswestern citizens or targets related to them. Furthermore Shekau’s group would have the pragmatic opportunity to aggregate itself with ISIS in Northern Africa logistically supported by AQIM for its greater logistic connections in North Africa (particularly in Tunisia due to the presence of Ansar al-Sharia). This possible joining link could between Boko Haram and ISIS could be Tunisia, where the government is facing “the great exodus” of foreign fighters. As a matter of fact this bond would worsen the immigration and securityissues for the EU, augmenting racism and xenophobia all over the continent. That’s why the organization should create a coalition acting first of all in Libya to secure a fundamental country in North Africa, weighing down the arm trafficking in the Sahel and the sailing of Nigerian refugees to Europe. The coalition ought to beled by Italy for its economic interests in Libya corroborated by bilateral treaties between the two countries. In addition, the EU force should also count on the support of: Great Britain and France due to their historical presence in North Africa and Sahel, as well as their good relations and connections with Egypt, Mali and Algeria; Germany, as economical and political leader of the organization at the moment; Spain and Greece, for their geographical closeness to North Africa and for being directly affected by its relentless migration; lastly United States, not because Nigeria could generate direct consequences for them but as a matter of contiguity with its anti-ISIS...
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Riceviamo e pubblichiamo. Associazione Culturale Russia Emilia Romagna è lieta di invitarvi all’incontro che si terrà a Bologna giovedì 25 febbraio alle ore 10 presso l’Aula Magna della Regione Emilia Romagna – Viale Aldo Moro 30 dal titolo “Sanzioni alla Russia: quali conseguenze per l’economia regionale”? Intervengono: Francesco Rutelli – Associazione culturale Russia Emilia Romagna Igor Pellicciari – Console onorario della Federazione Russa in Emilia Romagna Stefano Bargi – Consigliere regionale Lega Nord Emilia e Romagna Giovanni Gorzanelli – Presidente Confimi Emilia Eugenia Bergamaschi – Presidente Confagricoltura Modena Parteciperà Palma Costi – Assessore alle Attività Produttive Regione Emilia Romagna L’incontro è aperto al pubblico e alla stampa: vi preghiamo di inviare una mail di conferma al nostro indirizzo. acrussiaemiliaromagna@gmail.com
Iran
Sabato 27 febbraio alle ore 15.30 in Via Pasquali 5, Brescia, si terrà l’evento dal titolo Febbraio 1979 – Febbraio 2016. A 37 anni dalla rivoluzione islamica dell’Iran. Organizzata dal Centro Studi Internazionale “Dimore della Sapienza”, interverranno alla giornata Alì Reza Jajali, Paolo Jafar Rada Mahdi Sasso. Ingresso Gratuito.
Asian-pivot
Articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/37948/gli-usa-il-pivot-anticinese-e-i-pericoli-di-guerra La Cina rappresenta davvero una minaccia a livello geopolitico per gli Stati Uniti e i Paesi ad essa confinanti nella regione del Pacifico? Vi presentiamo un estratto del Prof. Domenico Losurdo che analizza alcune questioni relative alla cosiddetta “minaccia cinese” IL PIVOT ASIATICO – Il “pivot” viene spesso presentato in Occidente come una risposta alla “minaccia“proveniente da Pechino. Non c’è dubbio che con l’ascesa o, più esattamente, col ritorno della Cina, dopo la fine del “secolo delle umiliazioni“, e con l’avanzare del processo di maturazione della Repubblica popolare, il quadro internazionale sta cambiando in modo radicale. Nel marzo 1949 il generale statunitense MacArthur poteva constatare compiaciuto: «Ora il Pacifico è diventato un lago Anglo-Sassone» (in Kissinger 2011, p. 125). Dati i rapporti di forza esistenti, gli USA potevano sperare di bloccare con il loro intervento l’ascesa al potere del partito comunista e di Mao Zedong; la speranza andava rapidamente delusa e a Washington, tra polemiche furibonde, si scatenava la caccia al responsabile della “perdita” del grande Paese asiatico. Il Pacifico non era più in senso stretto “un lago Anglo-Sassone” ma, come sappiamo, ancora alla fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti violavano indisturbati lo spazio aereo e marittimo cinese. Erano gli anni in cui la superpotenza ormai solitaria cercava di consolidare e rendere permanente e incolmabile la sua già netta superiorità militare mediante la Revolution in Military Affairs. Questa conosceva il suo trionfale battesimo del fuoco nel corso della prima guerra del Golfo: pur armato in misura non trascurabile, l’Irak di Saddam Hussein subiva una disfatta rapida e irreparabile. Suonava un campanello d’allarme soprattutto per i paesi che da poco si erano scossi di dosso il giogo coloniale. A Pechino, nel giugno 1991 Jiang Zemin (2010, pp. 134, 136 e 591) esprimeva la sua preoccupazione: «Se anche una guerra mondiale non è imminente, il mondo è ben lungi dall’essere pacifico»; «particolarmente preoccupante è la Guerra del golfo». «Il ruolo della tecnologia militare è diventato una questione importante»: per quanto riguarda la Cina, in certi settori dell’apparato militare «il gap si sta aggravando». È un concetto precisato e ribadito cinque anni dopo: «L’applicazione su larga scala di tecnologie nuove e sofisticate sta cambiando il mondo in profondità sul piano non solo sociale ed economico ma anche militare e sta introducendo mutamenti rivoluzionari nella sfera militare». Il mancato appuntamento con la prima rivoluzione industriale e tecnologica aveva segnato l’inizio del «secolo delle umiliazioni»; il mancato appuntamento con la rivoluzione industriale tecnologica e militare in corso avrebbe comportato il ripetersi della tragedia forse su scala più larga. In questo quadro vanno inseriti gli sforzi in questi ultimi anni dispiegati dalla Cina per ridurre il suo ritardo sul piano militare. MINACCIA CINESE? – Argomento di fantapolitica anche nel passato più recente, la «minaccia cinese» ha assunto improvvisa realtà e concretezza ai giorni nostri? Diamo la parola a uno studioso statunitense di origine cinese, autore di un libro pubblicato da un’istituzione in qualche modo ufficiale del Paese-guida dell’Occidente (Strategic Studies Institute, U....
T14
FOCUS RUSSIA articolo originale: http://www.asrie.org/asrie/2016/02/08/t-14-armata-proiettare-la-potenza-russa-nel-mondo/ La politica estera della Russia di Vladimir Putin non sembra volersi sottomettere a nessuna regola. Il Cremlino ha chiarito al mondo intero le sue posizioni in fatto di sicurezza interna e proiezione della potenza militare all’estero attraverso la firma e la conseguente emanazione della dottrina militare per la sicurezza nazionale. Le principali minacce che il presidente russo vuole arginare sono sicuramente l’allargamento della sfera di influenza Nato e il dispiegamento in Europa del sistema difensivo antibalistico degli Stati Uniti. Da qui la necessità di mantenere lo stato di massima allerta delle Forze Armate, temendo anche tentativi d’ingerenza negli affari interni del Paese. Con queste premesse tale proiezione della politica estera russa dovrà essere sostenuta da un apparato militare capace di reggere le richieste dei vertici e del Presidente stesso. Per questo è nato il Carro Armata, tecnicamente definito MBT o Main Battle Tank (carro da combattimento) appositamente studiato dai vertici militari del Cremlino con il colosso russo Uralvagonzavod. Il primo pre-esemplare è stato presentato ufficialmente alla stampa internazionale il 9 maggio 2015 in occasione della parata dedicata alle Forze Armate nella Piazza Rossa. Una scelta non casuale. Questo ritrovato dell’industria militare russa sarà il fiore all’occhiello del Cremlino e gli permetterà di proiettarsi in totale sicurezza verso gli scenari considerati maggiormente ad alto rischio. Nel clima di grave crisi economica in cui verte il paese, la presentazione di questo orgoglio nazionale è stato un momento di importante propaganda per l’Amministrazione di Putin. Da tempo immemore lo strumento militare – sovietico prima e russo oggi – è insignito di una rilevanza fondamentale nel paese. Spesso sottovalutato o ritenuto troppo obsoleto per rivaleggiare con i moderni sistemi d’arma americani, oggi il T-14 è il peggior incubo tattico che si potesse presentare. Il carro armata sarà il primo carro da combattimento russo ad adattarsi alle mutevoli richieste d’intervento e a diversi scenari operativi.   In generale, ogni armamento, nonostante sia in possesso di una eccellenza formula tattica è comunque destinato a una inevitabile obsolescenza dovuta alla continua evoluzione tecnologica ed alla superiorità che può acquisire la controparte nemica. Nel caso di un mezzo complesso come un carro da combattimento, l’evoluzione non si limita infatti soltanto al miglioramento della capacità offensiva o protettiva ma riguarda anche le capacità di muoversi, le capacità hardware/software di bordo, l’armamento antiaereo, antimissile e controcarro. Il T-14 è un concentrato di innovazione tecnologica, ha superato in progettazione ed armamento il carro americano M1 Abrams e il tedesco Leopard. Questi sono stati aggiornati e modificati ma risultano progettati con delle evidenti limitazioni legati al periodo storico di costruzione, il carro armata è concettualmente all’avanguardia e tecnologicamente inattaccabile. A colpire innanzitutto è la modernità del design, che presenta una linearità essenziale e nell’insieme, almeno in apparenza un certo contenimento della sagoma. Su questa nuova forma prenderanno corpo tutti i mezzi corazzati dei prossimi decenni che muteranno dal T-14 anche e soprattutto l’armento (primario e secondario) e le protezioni reattive e passive. A differenza di altri suoi...
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FOCUS RUSSIA Mondo russo e mondo iranico: una panoramica generale Lo spazio eurasiatico può essere visto da due prospettive principali: uno strettamente geografico-fisico, con evidenti risvolti storici e culturali, ovvero la massa continentale eurasiatica, che si estende dalle coste atlantiche europee fino all’Asia orientale. In un’altra accezione, l’Eurasia è la zona di influenza naturale, lo spazio vitale o il grande spazio di schmittiana memoria russo (1). Quindi l’Eurasia, da questo punto di vista, sarebbe lo spazio geografico comprendente attualmente la Federazione Russa e gli Stati che una volta facevano parte dell’URSS. Gli analisti russi definiscono questa zona a ovest e a sud della Russia, come estero vicino, per sottolineare il legame esistente tra il proprio paese e le nuove realtà statali a cavallo di Europa e Asia, nate dalla caduta Unione Sovietica all’indomani del crollo del comunismo. A seconda della prospettiva e del senso che per noi può avere il concetto di Eurasia o di spazio eurasiatico, cambia il rapporto che può avere il mondo islamico in generale e il mondo iranico in particolare con il mondo russo, la Russia e l’Eurasia (2). La questione che dobbiamo analizzare è quindi il rapporto geopolitico tra l’Iran, uno dei principali esponenti del mondo musulmano, e il principale paese dell’Islam sciita e del mondo iranico, con la Russia, il mondo russo e lo spazio eurasiatico, in base al punto vista riguardo al concetto di Eurasia. Infatti, se partiamo dal presupposto che l’Eurasia è un continente, in pratica la somma dell’Europa e dell’Asia, in una prospettiva classicamente definita eurasiatista, il ruolo dell’Iran, del mondo iranico e del mondo islamico è quello di parte integrante del processo finalizzato all’unità dei popoli del vecchio continente, dalla penisola iberica alle coste orientali della Cina. Il mondo iranico rappresenta in questo scacchiere, una parte strategica e fondamentale del bordo meridionale della massa eurasiatica, importantissima per un paese come la Russia, vista la volontà del governo nordamericano di attuare la cosiddetta strategia dell’anaconda, volta a chiudere ogni spazio vitale all’URSS ieri, e alla Russia oggi, grazie a una rete di vigilanza russofoba installata nell’Europa orientale, nel Vicino Oriente e nell’Asia sud-orientale. Inoltre, alleandosi con l’Iran, la Russia risolverebbe il suo vecchio problema legato allo sbocco sui mari caldi. Volendo poi analizzare la questione da una visuale tipicamente geopolitica, si potrebbe aggiungere che l’obiettivo dichiarato degli americani è il controllo di quella fascia costiera meridionale dell’Eurasia (intesa come continente) che parte dal Mediterraneo occidentale, ovvero dalla penisola iberica, prosegue per tutto il Mare Nostrum, comprende nella sua parte centrale il Vicino Oriente e l’area strategica e fondamentale per gli equilibri economici del mondo, ovvero il Golfo Persico, per poi proseguire verso l’India, l’Indonesia e l’Estremo oriente (Penisola coreana, coste cinesi e Giappone). Questa teoria è stata alla base della Guerra fredda, ma sembra avere seguito, in forma diversa, ancora oggi. Il primo a proporre una lettura del genere fu il geopolitico Nicholas J. Spykman, nel suo famoso libro The Geography of Peace, pubblicato nel 1944. Egli apertamente sosteneva la...
georgia
articolo originale: http://www.asrie.org/asrie/2016/02/05/la-minaccia-del-terrorismo-in-georgia-verita-o-pressioni-politiche/ Ritorna di “moda” il problema del terrorismo in Georgia dopo le parole espresse dal Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov il quale, nella conferenza stampa di fine anno 2015, ha dichiarato che il Cremlino avrebbe ricevuto notizie circa l’utilizzo dei membri di Daesh (acronimo dall’arabo ad-Dawlah al-Islāmiyah fī ‘l-ʿIrāq wa-sh-Shām الدولة الإسلامية في العراق والشام‎), meglio conosciuto in Occidente come Stato Islamico, della Gola del Pankisi come hub di addestramento dei propri combattenti e di coordinamento dei rifornimenti. L’ombra del terrorismo da tempo aleggia sulla Georgia considerando il fatto che tra le file di Daesh in Siria sono diversi i combattenti caucasici la cui provenienza sarebbe proprio la Gola del Pankisi; Tbilisi ovviamente smentisce tali affermazioni dichiarando che il Governo georgiano ha il perfetto controllo del proprio territorio e che quanto affermato da Lavrov sia errato e nasconda velatamente le mire “espansionistiche” russe. La Gola del Pankisi situata nella regione nord-orientale della Georgia è adiacente ai confini russi, nello specifico alla Repubblica di Cecenia ed alla Repubblica del Dagestan, paesi nord caucasici che hanno affrontato e continuano a combattere il problema del terrorismo locale etichettato come “insorgenza” o “militanza armata”. Con lo scoppio del conflitto russo – ceceno iniziato nel 1999, diversi ribelli ceceni erano giunti nella Gola del Pankisi, insieme alla popolazione locale in fuga, con l’obiettivo di giungere in Turchia, in Medio Oriente oppure in Europa ed avevano utilizzato il territorio georgiano come base per effettuare incursioni in Cecenia e combattere le truppe russe. La preoccupazione del Cremlino circa la presenza di combattenti ceceni nella regione aveva infatti indotto le forze di sicurezza russe a condurre un attacco aereo nell’agosto del 2002. Come esito del conflitto russo – ceceno, la Gola del Pankisi è divenuta la casa per una nutrita comunità cecena tra cui è possibile annoverare quella dei Kist, popolazione musulmana che parla un dialetto del Vainakh (Ceceno-Inguscio). Le fonti locali ed i media internazionali hanno sottolineato come centinaia di giovani ceceni del Pankisi attualmente combattono in Siria: i due casi esemplari sono quelli di Tarkhan Batirashvili, conosciuto con il nome di battaglia Abu Omar al-Shishani, ossia il Ceceno, divenuto un comandante prima di Jaish al-Muhajireen wa al-Ansar, gruppo affiliato prima ad al-Qaeda, e poi di Daesh, e Murad Margoshvili, aka Muslim Abu Walid al-Shishani, entrambi inseriti dagli Stati Uniti nella lista dei terroristi internazionali. Ad alimentare maggiormente l’ipotesi di una presenza di terroristi in Georgia è il video apparso in rete il 23 novembre 2015 nel quale quattro combattenti caucasici fedeli a Daesh invitavano tutti i fedeli musulmani georgiani ad unirsi alla lotta guidata da Abu Bakr al-Baghdadi e minacciavano gli “infedeli” di morte. L’analisi del video aveva permesso di riconoscere i fautori come cittadini georgiani originari della Repubblica di Adjara, entità autonoma situata nella parte meridionale dello Stato georgiano a maggioranza musulmana e confinante con la vicina Turchia, quindi ponte naturale di passaggio per i cosiddetti foreign fighters. Il video spiegava la volontà di Daesh di prendere possesso della Georgia accusata di...