SOMMARIO: 1. L’Islam radicale in Libia. – 2. La bai’a all’ISIS. Nel 2014 il Majlis Shura Shabab al-Islam (Consiglio della Shura dei giovani islamici) presta giuramento di fedeltà all’Isis, seguendo lo stesso schema dei diversi gruppi sparsi in Libia, come Ansal al-Sharia, che hanno giurato fedeltà all’ISIS costituendo tre provincie dello Stato Islamico nel paese: Wilaya Barqa (Cirenaica), Wilaya Tarabulus (Tripoli) e Wilaya Fezzan (Fezzan). Per cercare di comprendere l’affiliazione delle forze jihadiste autoctone del paese al brand ISIS è necessaria un’analisi del jihad in Libia e dei suoi principali esponenti. 1. L’Islam radicale in Libia Il disgregarsi delle istituzioni libiche ed il quadro di frammentazione dell’uso della forza ha alimentato la presenza dell’Islam radicale nel Paese. Per poter comprendere la presenza dell’islam radicale in Libia bisogna scavare nella tradizione jihadista della Cirenaica, un fattore rilevante per capire il quadro socio-culturale di matrice jihadista che ha accompagnato il paese fin dalle prime fasi della rivolta. Risulta tuttavia necessaria una premessa ideologica: l’unico modo per dissentire dal regime di Gheddafi era quello di aderire ai movimenti jihadisti internazionali. Negli anni novanta il gruppo di opposizione Libico era il Libya Islamic Fighting Group (LIFG), un’organizzazione clandestina di matrice islamica radicale formatosi in Afghanistan che puntava alla caduta del regime della Jamahiriya. Essa era inizialmente in contrasto con gli ideali di al Qaida nel Maghreb ma fu costretta ad aderirvi per sfruttare la logistica presente nel territorio. L’intelligence americana scoprì, dopo un blitz in Iraq, che i libici rappresentavano il contingente più numeroso di combattenti presenti in Iraq e più della metà dei volontari del jihad irakeno arrivavano da Derna città della Cirenaica. L’ex numero due di al Qaida, Abu Yahya al-Libi, era cittadino libico, considerato dagli Stati Uniti uno degli uomini più importanti alla guida dell’organizzazione terroristica dopo la morte di Osama Bin Laden. La presenza jihadista emerge fin dalle prime fasi della rivoluzione soprattutto in Cirenaica, con due attentati significativi: 11 Febbraio 2011, attacco alla stazione di polizia ed edifici governativi, ed il 20 febbraio 2011, attacco al quartier generale di Gheddafi, rivendicati da alcuni esponenti di al Qaida. La conferma del jihad nella rivoluzione si riscontra anche nella presenza di esponenti guida di diverse milizie islamiche come Abdel Hakim Belhaj responsabile del Tripoly Military Council, organizzazione militare che prese Tripoli nell’Agosto del 2011. Belhaj era veterano della guerra russo-afghana ed affiliato al LIFG. Il coinvolgimento delle numerose forze islamiste radicali contro il regime ha fatto sì che la Libia diventasse covo di innumerevoli gruppi salafiti jihadisti. Uno degli attori principali delle dinamiche politiche libiche è Ansal al-Sharia, gruppo che si sviluppa grazie agli eventi rivoluzionari nel paese e formato da compagini di estrazione islamico radicale quali: brigate Abu Obayda bin al-Jarah, le brigate Malik e il gruppo dei martiri del 17 Febbraio. Il leader di tale gruppo, Mohammad al-Zahawi, ha dichiarato la volontà di deporre le armi se la futura costituzione del paese contenesse la sharia, inoltre ha sottolineato il negato coinvolgimento con al Qaida e gruppi di...
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L’adesione dell’Italia alla Banca di Sviluppo per l’Asia promossa dalla Cina è soltanto l’ultimo esempio dell’interesse che dalla nostra penisola si è proiettato verso le vicende asiatiche, cui possiamo dire che ha fatto da corrispettivo l’intervento di capitali cinesi nella Pirelli. Altresì non vi è la sola Cina tra i partner italiani in Estremo Oriente ed uno dei più importanti risponde al nome del Vietnam. E proprio al tema “L’Italia, il Vietnam e la cooperazione regionale nell’Asia-Pacifico” è stato dedicato un workshop svoltosi a Roma la mattina di giovedì 26 marzo presso la Sala del Cenacolo, nelle pertinenze della Camera dei Deputati, ed al quale è stato invitato il Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha fornito il suo patrocinio all’iniziativa promossa dall’Ambasciata della Repubblica Socialista del Vietnam in Italia e da “Limes. Rivista italiana di geopolitica”, il cui direttore Lucio Caracciolo ha introdotto e moderato i lavori. Gli onori di casa sono stati fatti dal giovane ed attivissimo ambasciatore vietnamita, S.E. Nguyen Hoang Long, laureatosi alla Bocconi e addottoratosi a Tor Vergata, nonché riconosciuto “Young Global Leader 2014” dal World Economic Forum. I saluti istituzionali sono giunti innanzitutto dal Senatore Benedetto Della Vedova, Sottosegretario di Stato agli Esteri, il quale ha rilevato come l’imprenditoria italiana sia attiva in Vietnam non più per delocalizzare, bensì per essere presente direttamente in uno dei mercati che, nonostante la crisi mondiale, è ancora in forte crescita ed ormai fra Roma e Hanoi si può ben parlare di comprehensive partnership. L’Onorevole Fabrizio Cicchitto, Presidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati ha altresì rilevato come la globalizzazione, contrariamente alle previsioni di alcuni anni or sono, è stata tutt’altro che un trionfo del mondo occidentale, avendo invece portato alla ribalta molti Stati asiatici di cui il Vietnam rappresenta un fulgido esempio. Ha portato un saluto pure Paul Berg, consigliere dell’Ambasciata statunitense in Italia, rallegrandosi per la proiezione italiana nel sud-est asiatico, con particolare riferimento al coinvolgimento negli ambiti della sicurezza, dei diritti umani e del commercio. Ricordiamo come gli Stati Uniti nel corso degli ultimi anni abbiano ricalibrato il proprio impegno strategico nell’area del Pacifico e stiano cercando di intessere una rete di contatti che sia in grado di arginare l’impetuosa avanzata cinese sul piano economico, diplomatico e militare. In questa prima sessione dei lavori l’intervento principale è stato tenuto dal dott. Hoang Anh Tuan, Direttore Generale dell’Istituto per la Politica Estera e gli Studi Strategici presso l’Accademia Diplomatica del Vietnam, il quale ha iniziato la sua ampia relazione evidenziando le tappe con cui il sud-est asiatico è uscito dal cono d’ombra del colonialismo e delle guerre sino a giungere alla costituzione dell’ASEAN, l’organizzazione regionale che raccoglie le nazioni dell’area con lo scopo di coordinarne le politiche economiche in un una prospettiva di libertà dei traffici e di sicurezza. A buon diritto si può presentare il XXI come il secolo dell’Asia e del Pacifico: entro il 2050 sei delle principali 10 economie del pianeta saranno site in quest’area,...
ASRIE FOCUS – LA SICUREZZA IN LIBIA ARTICOLO ORIGINALE Italia e Libia vantano relazioni internazionali di lungo corso che fondano le proprie radici agli inizi del ‘900 quando il paese del Nord Africa entrò a far parte dell’allora Regno d’Italia divenendone una colonia fino al 1947. Il seguente report delineato da Antonio Lamanna, Junior Analyst Desk Mondo Arabo & Nord Africa della OSINT Unit di ASRIE, mira a presentare il processo storico delle relazioni italo-libiche cercando di individuare i momenti fondamentali che hanno caratterizzato i rapporti tra i due paesi e sottolineando il ruolo importante e fondamentale che lo Stato italiano può ancora giocare all’interno della Libia. La Libia fu una colonia del Regno d’Italia dal 1912 al 1947. Nel 1911, quando il processo di colonizzazione volgeva ormai al termine, il Regno d’Italia decise di invadere la Cirenaica e la Tripolitania (unite sotto il nome di Libia solo nel 1934) che appartenevano ad un Impero ottomano ormai morente. Durante gli anni in cui la Libia fu una colonia italiana, molti italiani si trasferirono nel paese nord africano aprendo imprese e fabbriche e contribuendo ai primi passi di modernizzazione; un grave errore delle allora autorità italiane fu quello di non comprendere la grande ricchezza energetica presente in Libia (gas naturale e petrolio). Nel 1943 l’Italia perse il controllo del territorio e vi rinunciò ufficialmente nel 1947. Dal quel momento la Libia fu posta sotto l’amministrazione provvisoria di Francia e Gran Bretagna che la portano all’indipendenza nel 1951, con l’istituzione della monarchia sotto la guida di re Idris. Nel 1969, un golpe militare condotto da Muammar Gheddafi istituì un regime autoritario il quale aprì il contenzioso con l’Italia sul passato coloniale con l’obiettivo di nazionalizzare i beni italiani e degli italo-libici ed istituendo il ‘giorno della vendetta’ il 7 ottobre, in ricordo della ritorsione anti-italiana. Per anni i rapporti tra Libia e Italia si sono centrati sulla richiesta, da parte della Libia, di risarcimenti per i danni causati dagli italiani nel corso della colonizzazione e delle guerra per conquistare le allora Cirenaica e Tripolitania. L’importanza degli interessi petroliferi, gli interessi dell’ENI presente nel Paese fin dagli anni ’50, la minaccia di Gheddafi di influenzare i flussi migratori diretti verso l’Italia e il suo sostegno al terrorismo internazionale, hanno impedito all’Italia di rifiutare ogni richiesta da parte della Libia. Un primo punto di svolta nella questione delle pretese libiche si ebbe nel 1998, il 4 luglio, con il cosiddetto Comunicato Congiunto, durante il primo governo Prodi tra Dini e Mountasser. L’accordo prevedeva una serie di impegni relativi alla realizzazione, da parte del Governo italiano, di alcuni progetti in Libia da parte di una società a capitale misto che avrebbe raccolto contributi da vari soggetti pubblici e privati, italiani e libici. Il progetto del Comunicato Congiunto procedette abbastanza lentamente e, nel 2001, si fece strada l’idea di un gesto simbolico, poi ribattezzato ‘Grande gesto’ con il quale accontentare le pretese libiche. Il Gesto si risolse con l’istituzione di un ospedale oncologico sotto la supervisione dei maggiori specialisti italiani, accordo raggiunto...
ASRIE FOCUS – LA SICUREZZA IN LIBIA Articolo Originale La situazione in corso in Libia solleva nuovi interrogativi e ipotesi sul futuro sviluppo delle relazioni politiche ed economiche e sul processo di integrazione del paese con il resto del mondo. Non bisogna dimenticare che il paese riveste e continuerà a rivestire un ruolo fondamentale di interfaccia con gli stati dell’area sub-sahariana, gestendo ingenti flussi di esportazioni europee verso l’interno del continente. La stretta interdipendenza della Libia con gli altri stati dell’area nordafricana è stata confermata dai flussi di ritorno delle comunità migranti dopo lo scoppio del conflitto civile del 2011, come ad esempio le migliaia di lavoratori tunisini ed egiziani che hanno fatto ritorno nel proprio paese. Il conflitto libico ha aperto nuove interessanti prospettive politiche determinate dalla collaborazione tra Stati europei ed arabi, ma soprattutto dall’appoggio fornito da alcuni paesi della regione nordafricana e mediorientale alle forze governative stabilitesi in Libia alla la fine del conflitto. Già dai primi mesi del 2012 si era avviata un’intensa attività diplomatica: il Ministro degli Esteri libico, Ashour Bin Khayal, aveva svolto missioni in Niger, Mali e Ciad, incontri vi erano stati tra le autorità libiche e i rappresentanti di Egitto, Sudan e Tunisia, l’allora Primo Ministro libico aveva preso parte al 18esimo summit dell’Unione Africana e la Lega Araba aveva nominato un nuovo rappresentante in Libia. La Libia riveste un interesse strategico nell’area anche per la sua particolare posizione geografica, che la proietta nel Mediterraneo rendendola allo stesso tempo un interlocutore privilegiato per i paesi situati a sud del Sahara. Sono numerose le forze politiche ed economiche che auspicano una maggiore integrazione tra i paesi del Nord Africa, nella speranza che possano divenire una forza trainante per lo sviluppo dell’intero continente. Tuttavia non va dimenticato che queste economie si sono dimostrate negli anni vulnerabili a shock interni ed esterni. L’integrazione regionale e l’avvicinamento all’Unione Europea potrebbero rappresentare un contributo fondamentale per la futura stabilità del paese, grazie ad un aumento degli scambi commerciali, la crescita del PIL e la promozione della sussidiarietà. Le future relazioni tra UE e Libia saranno probabilmente influenzate da due questioni principali: l’approvvigionamento energetico dei paesi membri dell’UE e la gestione dei flussi migratori. Vista la costante crescita del fabbisogno energetico dell’UE, quest’ultima sarà chiamata a muoversi sullo scacchiere internazionale per garantire gli approvvigionamenti necessari. In questo scenario, la Libia è certamente una controparte interessante: l’UE infatti importa grandi quantità di greggio dalla Libia e porta avanti progetti per la costruzione di gasdotti e interconnessioni strutturali. Nonostante le potenzialità offerte dalla Libia, l’UE dovrà affrontare gli effetti negativi dovuti ad una reticenza dei suoi membri ad accettare una gestione condivisa di alcuni aspetti della politica estera, come ad esempio la politica energetica, e alla preferenza del paese per la stipulazione di accordi bilaterali. Anche per quanto riguarda la questione dei flussi migratori, l’UE deve fare i conti con una gestione non unitaria delle problematiche inerenti il Mediterraneo. Lo scoppio delle primavere arabe ha prodotto un aumento dei...
ASRIE FOCUS – SICUREZZA LIBIA Articolo originale In questi giorni gli occhi del mondo sono puntati sulla città di Skhirat, a nordovest del Marocco, luogo dove si stanno svolgendo, sotto la direzione delle Nazioni Unite, i colloqui dell’ennesimo round di negoziati tra i governi di Tobruk e quello di Tripoli, le principali parti in causa del conflitto che sta sconvolgendo la Libia e l’intera regione del Mediterraneo. La speranza comune e condivisa è quella di vedere che gli sforzi diplomatici dell’inviato speciale dell’ONU Bernardino Leon mostrino i primi risultati concreti. C’è chi pensa che questo round di negoziati sia quello decisivo per fondare le basi di una unità nazionale ed un cessate il fuoco duraturo anche se, visti i precedenti e la situazione sul campo, molti addetti ai lavori non sono concordi su questo ottimismo basti pensare che i negoziati stanno svolgendo separatamente, senza un faccia a faccia tra le due parti[1]. Sembra ancora che nessuna forza, coalizione, esercito o milizia, dalla più potente alla più piccola, sia seriamente decisa a prendere la via del dialogo. Nessuno è disposto a cedere quel fazzoletto di sovranità guadagnato dopo ormai più di un anno di conflitto feroce. Qualunque progresso fatto grazie al lavoro dell’UNSMIL (la missione diplomatica dell’Onu guidata da Leon) è stato fatto naufragare il giorno dopo a causa di palesi inadempienze agli accordi operate una volta dal governo di Tripoli una volta da quello di Tobruk. E il trend non cambia neanche in questi ultimi colloqui: : il 5 marzo, primo giorno di negoziati, aerei del governo di Tobruk hanno bombardato postazioni del governo di Tripoli tra cui le vicinanze dell’aeroporto Mitiga [2]. Nonostante gli sforzi e l’appoggio che tutte le potenze occidentali stanno garantendo alla via diplomatica, i diretti interessati sembrano quindi preferire il potere persuasivo delle armi. Lo dimostrano i continui richiami del Generale Khalifa Haftar, il controverso generale a capo delle forze di Tobruk, e di tutto il governo affinché venga annullato l’embargo europeo delle armi deciso fin dai tempi dei bombardamenti Nato del 2011[3]. I motivi dell’espansione internazionale del conflitto libico A parere di chi scrive, uno dei motivi per il quale il fuoco del conflitto libico non solo non è destinato a spegnersi, ma rischia di essere ulteriormente alimentato, è il coinvolgimento sempre più attivo di attori statali esterni alla Libia. L’ex colonia italiana è da sempre una terra che suscita gli appetiti di moltissimi paesi sia per le sue ingenti risorse energetiche sia per la sua posizione strategica nel Mediterraneo. Pare superfluo citare l’Italia come attore maggiormente coinvolto nella questione: la Libia è il terzo paese esportatore di gas in Italia dopo Russia e Norvegia e il sesto per quanto concerne il petrolio[4]. Inoltre rappresenta il più importante paese di transito per i flussi di migranti provenienti da Africa sub-sahariana, Corno d’Africa e, più recentemente, Siria e Iraq. Ma dal crollo del regime di Gheddafi nel 2011, l’importanza politica del paese ha acquisito una valenza molto più ampia. Tutti i principali attori...
ASRIE FOCUS – SICUREZZA LIBIA articolo originale La Libia ha da sempre rivestito un interesse strategico nella politica estera italiana e l’Italia, con l’obiettivo di rafforzare la propria presenza all’interno del paese nord africano la cui importanza è data in primis dalla presenza di idrocarburi che hanno sempre fatto gola allo Stato italiano, ha avviato durante gli anni un processo di normalizzazione dei rapporti all’interno del quale un ruolo importante è stato svolto dai trattati e accordi che vennero siglati negli anni per disciplinare le diverse forme di partenariato. Tra questi accordi, il più rilevante è il Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, meglio noto come Trattato di Bengasi, siglato nell’agosto 2008, vero punto di svolta nelle relazioni italo-libiche. Le disposizioni di maggiore rilevanza inerenti tale trattato riguardano la lotta all’immigrazione illegale, in cui venivano previste una serie di misure che miravano a bloccare i flussi migratori in partenza dal Nord Africa. A causa di un brusco incremento delle migrazioni illegali dalla Libia verso le coste meridionali italiane, l’Italia aveva espresso l’esigenza di controllare tali flussi attraverso un opportuno accordi di collaborazione e cooperazione con lo Stato libico. Inoltre l’accordo mirava rafforzare le capacità operative libiche prevedendo l’istituzione di pattugliamenti congiunti e si predisponeva la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, grazie a uno stanziamento di 300 milioni di euro sostenuto in parti uguali dall’Italia e dall’Unione Europea, utilizzando i finanziamenti che la Commissione Europea aveva stanziato per la Libia. Tali accordi, volti alla normalizzazione dei rapporti italo-libici e visti come un’apertura dell’allora Governo di Tripoli verso l’Europa trovavano però come grande ostacolo, fonte di maggiori perplessità, la mancata partecipazione della Libia alla Convenzione delle Nazioni Unite sullo “status dei rifugiati” del 1951 che poneva dei seri problemi riguardo alla mancanza di tutele e garanzie cui sarebbero stati sottoposti i rifugiati. L’assenza nel testo di un esplicito rinvio al rispetto dei diritti umani da parte libica destava notevole preoccupazione circa la sorte degli immigrati che avrebbero potuto essere respinti senza alcuna assistenza. In merito agli aspetti economici, il Trattato mirava a consolidare le partnership tra le singole imprese nazionali, attraverso il trasferimento di tecnologie in partenariato tra le imprese italiane e quelle libiche, ma anche a consolidare la posizione dell’Italia quale partner economico privilegiato. L’Italia è ancor oggi uno dei più importanti partner ed interlocutori europei della Libia nel Mediterraneo. La collaborazione tra i due paesi è oggi sottolineata dalla presenza di numerose imprese italiane sul suolo libico. Tra queste, spicca la presenza di ENI, che porta avanti estrazioni di petrolio e gas in diverse aree di concessione. La presenza dell’ENI in Libia risale al 1956, anno in cui lo stato nord-africano diede all’AGIP una concessione situata nel deserto del Sahara orientale. La collaborazione tra ENI e Libia portò alla realizzazione di due importanti progetti: il Green Stream (gasdotto sottomarino che collega l’Italia alla Libia), inaugurato nel 2004, e gli impianti per la liquefazione di gas. Inoltre, il 16 ottobre 2007 l’ENI e la Libyan...
Focus di SACE sulle sanzioni europee alla Russia dal titolo Europa-Russia: una guerra commerciale alle porte? SOMMARIO – L’escalation delle sanzioni reciproche adottate da Stati Uniti e UE e la Russia rischia di determinare un calo delle esportazioni italiane nel paese compreso tra € 1,8 miliardi e € 3 miliardi nel biennio 2014-2015, secondo le stime SACE, in peggioramento rispetto alle previsioni elaborate ad agosto. La meccanica strumentale, principale settore di esportazione Made in Italy verso il paese, sarebbe la più colpita: nel biennio potrebbe registrare un calo di vendite in Russia compreso tra € 650 milioni e € 1,1 miliardi. – Gli impatti delle sanzioni sull’economia italiana potrebbero non essere limitati all’export. Un’eventuale “guerra commerciale” tra Europa e Russia avrebbe un impatto rilevante sull’Italia anche in termini di investimenti di aziende russe nel paese ed entrate da turismo (quest’ultimo si stima che abbia generato introiti nel 2013 per circa € 1,3 miliardi). – La questione energetica resta un ulteriore fattore di incertezza, alla luce dell’imminente stagione invernale. L’Unione Europea infatti importa circa il 35% del proprio fabbisogno di gas dalla Russia, sebbene con dinamiche differenziate tra i vari paesi. Una riduzione delle forniture di gas russo verso l’Europa si tradurrebbe in un aumento della bolletta energetica per famiglie e imprese, con conseguenze negative su consumi e produzione industriale, ancora deboli in Europa. – Nonostante l’attuale fase di incertezza, la Russia resta un mercato ad alto potenziale per le aziende italiane, che hanno registrato una quota di mercato nel paese costantemente al di sopra del 4% negli ultimi anni. Interessanti opportunità sono offerte sia dai grandi settori dell’industria dove la presenza italiana è consolidata (come oil&gas e minerario) sia in settori “minori” con quote di esportazioni relativamente contenute, ma con tassi di crescita dinamici e una penetrazione sempre maggiore nel mercato russo (come cosmetica e farmaceutica). focus-on—europa-russia—una-guerra-commerciale-alle-porte
“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem Parlando di colori in Xizang/Tibet, il pensiero non può non rimandare agli innumerevoli scatti che immortalano le bandiere colorate lasciate dai fedeli sui passi che aprono la via ai viaggiatori tra le cime più alte del mondo: la tradizione vuole che il vento soffiandovi attraverso porti la preghiera di colui che ha appeso il colorato drappo per tutto l’universo. Usando i colori, però, ci si può riferire alle grandi bellezze paesaggistiche di questa regione. Tre i colori con le relative sfumature: bianco, celeste e verde. DOVE VAI? VADO A LHASA! Il 9 ottobre 2014 AgiChina batte il seguente dispaccio di agenzia: “record di turisti in Tibet per la Festa Nazionale cinese, con un totale di 740mila presenze, registrando un aumento del 12.8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A riferirlo è l’ufficio del turismo regionale che parla di 296mila turisti che si sono fermati per più’ di una notte e 449mila viaggiatori di passaggio. Un record che quest’anno ha portato un fatturato per 337 milioni di yuan (circa 43 milioni di euro) solo nelle ultime settimane. Record anche per la giornata del 3 ottobre che ha registrato un totale di 124mila presenze” (1). Nel mese di ottobre, infatti, in tutta la Cina si festeggia la Proclamazione della Repubblica Popolare (1949) e molti hanno scelto la regione autonoma dello Xizang/Tibet per trascorrere i giorni delle celebrazioni, a testimonianza di come la politica che vede nel turismo una strategica risorsa per la crescita dell’altopiano tibetano prosegua con passi celeri e decisi in avanti, e a conferma del fatto che il Governo centrale di Pechino si sta muovendo nella direzione del sostenere la regione autonoma: gli scenari naturali, la cultura e i fattori religiosi che permeano la società tibetana hanno reso lo Xizang una delle destinazioni tra le più ambite da raggiungere. Il Turismo, quindi, se pianificato, è settore utile nel generare risorse e ricchezza. Vado a Lhasa, è una costruzione linguistica che comincia a diventare familiare e Dove vai? A Lhasa! uno scambio di battute cui si assiste con sempre maggior frequenza. Se prima degli anni ’50 lo Xizang era una regione isolata i cui unici visitatori stranieri non erano che un numero esiguo di missionari, esploratori, militari e stravaganti girovaghi, adesso è meta turistica (internazionale) a tutti gli effetti: le condizioni ambientali non sono dalla parte dei turisti ma l’altopiano tibetano si sta dotando di tutti i comfort per allietare chi visita il cosiddetto tetto del mondo. Fuoristrada attraversano i passi per arrivare sino al Nepal oppure ai piedi della catena dell’Himalaya, mentre chi è disposto a vivere il soggiorno a contatto con la cultura locale può viaggiare su carri trainati da animali o su mezzi che niente hanno di moderno per raggiungere luoghi di grande bellezza come il Monte Kailash, l’ombelico del Mondo, vetta sacra e per questo non violata da nessuno scalatore, da cui nascono l’Indo, il Sutlej (un importante affluente del fiume Indo),...
Per la stesura del seguente Country Profile sono stati tenuti in considerazione variabili giuridiche, politiche, geopolitiche, economiche, sociali, ed ambientali che hanno permesso di tracciare un profilo oggettivo dell’attività del Paese. Inoltre i dati emersi nel presente studio sono stati ricavati da: -fonti Osint; -Camere di Commercio estere; -Fonti del ministero degli affari Esteri nonché ambasciate italiane presenti nei Paesi considerati; -Reting di infomercati esteri. Allo scopo di poter dare un quadro quanto più semplice delle relazioni estere del Paese nell’area, e di semplificazione per i meno esperti nel campo delle relazioni internazionali, è stato creato un sistema di indicizzazione che configurasse i rapporti del Benin con i rispettivi Stati confinanti e competitor globali, tenendo in considerazione le principali variabili della politica estera nazionale. Riteniamo che l’analisi qualitativa delle relazioni internazionali, che sarà descritta nell’apposito paragrafo, sia la più idonea per comprendere la posizione del Paese rispetto al resto della comunità internazionale, e che non possa essere sostituita da un analisi di tipo quantitativo. country profile benin
(ASI) Lo scorso sabato 28 febbraio, presso la principale sala conferenze del Sangallo Palace Hotel, nel cuore del centro storico di Perugia, la casa editrice Anteo Edizioni e il Centro Studi Eurasia-Mediterraneo (CeSE-M) hanno presentato ufficialmente al pubblico Tibet. Crocevia tra passato e futuro, recentemente pubblicato dal saggista e studioso Marco Costa. Il giornalista Matteo Bressan, autore di Hezbollah. Tra integrazione politica e lotta armata ed esperto di politica internazionale, ha introdotto e moderato il dibattito, al quale hanno preso parte, oltre a Costa, anche Li Xiaoyong, capo dell’Ufficio Politico dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia, e Andrea Fais, direttore della rivista “Scenari Internazionali”. I presenti, giunti in discreto numero per saperne di più sul testo, hanno potuto ascoltare la sintesi fornita dall’autore, che ha riassunto in alcune considerazioni il vasto contenuto cronachistico e statistico del libro, cercando di sintetizzarne per sommi capi la tesi centrale, volta a delineare una quadro storico, sociale e politico piuttosto diverso da quello che il pubblico occidentale è stato a lungo abituato ad assorbire. Contrariamente alle solite accuse che pretestuosamente molte organizzazioni e fondazioni occidentali muovono contro il governo cinese, la Regione Autonoma del Tibet si presenta come una realtà dinamica, viva e in costante crescita economica. Secondo quanto ribadito da Marco Costa, i progressi sociali conseguiti dalla popolazione tibetana costituiscono un dato oggettivo indiscutibile rispetto ad un passato feudale e oscurantista. Per quanto riguarda il complesso rapporto tra il ruolo dei media e la percezione occidentale della Cina, è stato Andrea Fais a ricostruire brevemente la storia della sinofobia in Occidente, individuando un continuum storico-culturale tra la retorica del “pericolo giallo” di fine Ottocento e le ideologie new-age della cosiddetta società civile contemporanea (animalismo, ecologismo e umanitarismo). La questione tibetana – secondo la lettura del direttore di “Scenari Internazionali” – esiste in realtà solo sul piano mediatico, poiché, almeno a partire dall’era delle grandi riforme di Deng Xiaoping, l’evidenza storica e i dati dello sviluppo sociale, economico, culturale e demografico ci consegnano l’immagine di un Tibet molto diversa dalle fosche descrizioni di chi ancora sostiene che nella regione autonoma cinese sia in atto un “genocidio etnico e culturale”. Li Xiaoyong ha voluto portare un contributo storico al dibattito, approfondendo le vicende che dal passato più lontano hanno portato alla riannessione del Tibet alla Cina nel 1951. In particolare, il diplomatico cinese ha sottolineato il ruolo invasivo degli inglesi nel corso del XIX secolo e i ripetuti tentativi di interferenza negli affari interni dell’Impero Qing. E’ poi passato ad affrontare la storia personale del Dalai Lama, evidenziando quelle che appaiono effettivamente come pesanti contraddizioni pratiche e teologiche, salienti anzitutto nella sua idea di reincarnazione, più volte modificata nel tempo, e nel clima persecutorio che egli ha scatenato nei confronti dei seguaci buddhisti della divinità Dorje Shugden. Tuttavia, “le porte del dialogo sono ancora aperte” – ha tenuto a precisare Li – anche se le attuali richieste del Dalai Lama e dei suoi più stretti collaboratori (non solo appartenenti alla diaspora tibetana...