ROMA – Una superficie di 340.000 km2, 6,5 milioni di abitanti, 3 importanti bacini idrografici, 246 municipi, 32 distretti industriali, 800 imprese hi-tech con 10.000 professionisti attivi, 140 partner internazionali e un PIL che dal 2003 al 2013 è addirittura triplicato. Sono questi alcuni tra i più significativi numeri dello Stato del Goiás, uno dei 27 soggetti federali che compongono il Brasile e sicuramente tra i più dinamici sul piano dello sviluppo economico e sociale. Lo scorso 12 febbraio, il governatore Marconi Perillo, giunto ormai al suo terzo mandato amministrativo, dopo una parentesi al Senato nazionale tra il 2007 e il 2010, ha raggiunto Roma accompagnato da una folta delegazione di leader politici e industriali per presentare alle imprese e alla stampa della Penisola le eccellenze del territorio che ha amministrato a più riprese dal 1999. Alla presenza dell’Ambasciatore del Brasile in Italia, Ricardo Neiva Tavares, il governatore ha sciorinato in poco più di mezz’ora tutte le potenzialità del Goiás. “Sono espressione del PSDB, il partito di opposizione alla maggioranza di governo nazionale – premette Perillo – ma come amministratore voglio sottolineare la mia positiva esperienza di piena e ferma collaborazione col governo centrale nel più alto interesse del Goiás e del Brasile, al di là delle differenze politiche o ideologiche”. È forse questa la considerazione che più colpisce la numerosa platea accorsa presso la suggestiva sede della Sala Oswaldo Aranha, all’interno dell’Amabasciata Brasiliana di Roma, e che meglio rende l’idea di come, spesso, la stampa generalista europea descriva probabilmente in modo epidermico ed inefficace i contesti politici dei Paesi emergenti. Il Brasile è oggi la settima economia mondiale ed è l’indubbia punta di diamante di un continente, l’America Latina, capace di compiere passi da gigante nel giro di pochi anni. Noto per decenni come uno dei Paesi più diseguali sul piano della redistribuzione della ricchezza nazionale, l’innovativo piano di riforma sociale approntato negli ultimi dodici anni prima da Lula e poi da Dilma Rousseff ha cominciato a restringere il profondo divario esistente non solo tra le classi sociali, ma anche tra il Nord, arretrato e poco sviluppato, ed il Sud delle grandi concentrazioni industriali e finanziarie. Il Goiás, collocato amministrativamente nella regione centro-occidentale, si posiziona nel cuore del Paese, nel centro geografico del Brasile. Malgrado includa al proprio interno la capitale Brasilia, questa costituisce un distretto federale a sé stante, un fattore – questo – che in passato ha inciso negativamente in termini di sviluppo, lasciando questo Stato in una condizione di secondaria importanza. Negli ultimi anni, invece, il Goiás si è progressivamente trasformato in uno snodo fondamentale nei principali corridoi ferroviari nazionali già attivi o in fase di realizzazione, come la tratta Brasilia-Anapolis-Goiania che andrà ad integrare il più vasto progetto della Ferrovia Norte-Sul, e in un motore economico di primo piano, capace di segnare ritmi di crescita persino più alti della media nazionale. In una congiuntura economica difficile per il Paese, come quella del 2013, dove il tasso di crescita brasiliano rimase fermo all’1%, quello del...
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L’ascesa alla guida del Governo italiano di Matteo Renzi e dei suoi ministri è stata presentata da gran parte della stampa come una ventata di novità e di freschezza in un panorama politico antiquato sia per idee che per età anagrafica. Renzi, invece, ha dimostrato di aver digerito molto in fretta, quasi con irruenza, il manuale del perfetto politico tradizionale: abilissimo nella comunicazione, scaltro, ricettivo e generoso nelle promesse, in grado di giocare su più tavoli, senza perdere la concentrazione. Sarà l’influenza dell’illustre concittadino: la componente machiavellica dell’atteggiamento politico del presidente del Consiglio è evidente. Si aggiunga un pizzico di arroganza e una recente propensione (moderata, per carità) all’autoritarismo, e avremo un quadro abbastanza chiaro di come venga gestito il potere dal fiorentino. La retorica del cambiamento, tuttavia, tende spesso ad offuscare la vera natura delle azioni di governo: il perseguimento forzato, spesso col mezzo del voto di fiducia, di una serie di riforme che sono in parte dettate, di fatto, da Bruxelles e che sono una sorta di “contentino” per i tanti italiani che hanno creduto, sinceramente, nella bontà del Governo attuale. Riforme riguardanti ad esempio il sistema elettorale, la composizione del Senato, l’abolizione delle Province, sono segni di attivismo che non hanno certo un grande impatto sulla vita quotidiana, mentre il “bonus 80 euro” in busta paga è una pura manovra propagandistica, che puzza di fregatura. I tanto pubblicizzati tagli ai costi della macchina burocratica pubblica sono del tutto insufficienti o malriusciti; in più, ci si mette il paraocchi davanti a sprechi enormi, che non si vuole davvero denunciare. Ad esempio la Presidenza della Repubblica, di recente occupata dal nuovo Capo dello Stato Mattarella, costa quasi 230 milioni di euro all’anno: la metà serve per pagare gli stipendi di un personale molto abbondante e caro, più numeroso di quello della Casa Bianca. Eppure tutti sanno che le competenze e i poteri del Presidente italiano sono estremamente limitati rispetto a quelli dell’omologo nordamericano. Descrivere gli sprechi del settore pubblico, tuttavia, è un gioco in cui si cade molto facilmente ma senza ottenere risultati, perché il vero guaio è un altro: la mancanza, nei governanti, di una vera cultura politica, di idee proprie sulla Nazione: di conseguenza, di una visione prospettica futura. L’avvento del renziano cambiamento sembra più una trovata pubblicitaria, uno spot ben congegnato che una vera cesura di stile politico: la si potrebbe definire la “rivoluzione delle facce pulite”, di quarantenni rampanti, in jeans e camicia, di ragazze di bell’aspetto e di lingua sciolta, pronte a snocciolare banalità e autocompiacimento. I vecchi partiti, che pur hanno costruito il castello di carte del debito pubblico e sono stati spesso un circuito di sprechi e di malaffare, avevano almeno il merito di rappresentare delle grandi culture politiche europee, portatrici di idee e visioni nazionali e internazionali, oltre che di amministrare il Paese e le comunità locali. Erano sì infarciti di mediocri politici di professione esperti nell’arte di far quadrare i conti (nelle votazioni parlamentari) e della menzogna atta a...
A quattro anni dallo scoppio della guerra civile, innescata dalla primavera araba che stava infiammando il Nord Africa, la Libia continua a vivere giorni difficili. Solo la scorsa settimana alcune decine di miliziani hanno assaltato e occupato un impianto di estrazione petrolifera a Mabruk, circa 150 chilometri a sud di Sirte. Nell’attacco ai pozzi gestiti dalla Libya’s National Oil e dalla francese Total, sarebbero morte circa 10 persone, anche se le autorità locali non hanno confermato questo dato. Se la grande capacità di Gheddafi era stata quella di fare della Tripolitania e della Cirenaica una nazione, ora gli jihadisti stanno facendo di tutto per tornare a spaccare a metà la nostra ex colonia, puntando a realizzare due diversi Stati. Oggi gli scontri sono concentrati nella fascia costiera del golfo di Sirte dove non passa giorno senza che i gruppi jihadisti e i reparti delle milizie legate al governo di Tobruk, guidate dal generale Khalifa Haftar, si sparino addosso. Haftar, da tempo vicino agli Usa e alla Cia, appare oggi come il nuovo uomo forte della regione, prossimo a costituire un Consiglio militare supremo. Per meglio rafforzare il suo ruolo ed il suo prestigioso ha anche convinto il Parlamento di Tobruk a revocare la Legge per l’Isolamento Politico, il provvedimento voluto nel maggio 2013 dal Parlamento di Tripoli per impedire ai funzionari che avevano servito durante l’era di Gheddafi di prestare servizio nelle nuove istituzioni. La mossa è molto più importante di quanto si possa pensare, visto che in un paese fortemente clientelare come la Libia riportare in alcune posizioni chiave uomini del passato potrebbe contribuire a ripacificarne alcune zone. Una provvedimento di cui anche il suo promotore si è giovato, visto che la legge escludeva da un effettivo ritorno al potere anche il generale Haftar, ufficiale delle Forze Armate libiche fino alla sconfitta contro il Ciad lungo la striscia di Aozou nel 1987, poi costretto all’esilio negli Stati Uniti. Forte del potere militare e legittimato a livello istituzionale, il generale Haftar ora punta apertamente a rimanere al vertice della nuova Libia, giovandosi magari di vecchi potentati pronti a riprendere il loro posto al sole. Centrale in questa prospettiva appare la strategia anti-islamica. Assumendo legalmente il potere, Haftar può mirare a proporsi come legittimo interlocutore per il Paese intero, convincendo le potenze estere ad appoggiarlo esplicitamente, anche sulla base del suo impegno sul campo contro le milizie jihadiste. Fabrizio Di Ernesto
The impact of the coordination of monetary policy and fiscal policy to Vietnamese businesses in the period 2011-2014 Lessons from the past Since 2007, as the economy has been deeply integrated into the global economy, Vietnam also has been affected by the world economic-financial crisis in 2008, 2009. The complex evolution of the domestic economy and the world economy made Vietnam face with many uncertainties in the macro economy. To deal with this reality, the macroeconomic policy, especially fiscal policy and monetary policy are required adjustments and tighter coordination to stabilize the economy and maintain growth. To prevent economic recession, monetary policy has been loosened with tightened fiscal policy in 2009, 2010. The loosening and expansion of these two policies helped to maintain 5.3% growth in 2009 and inflation at 6.8%, lower than two years previous1. Entering 2010, while monetary policy was tightened gradually, fiscal policy was overextended, especially in public investment to achieve higher growth in 2009. As a result, although the economic growth in 2010 reached 6.78% in 2010, the inflation rose to 11.75%1, almost 2 times higher than that of 2009 and is one of the few countries worldwide have inflation rate with 2 digits. The same thing occurred in 2010, affecting to inflation in 2011. In 2009 – 2010, the loosening of fiscal and monetary policies had been proved to maintain growth rate efficiently but it also cause inflationary pressures on the economy. The manufacturing input price was increased, the ability to access to capital was not improved and the implementation of reducing tax in 2009 was not really effective. All these factors made many businesses got difficulties and had no income subsequently they couldn’t enjoy preferential policies of tax on enterprise income. The policy of rate in 2009 in fact had lent all business with excess capital, using capital for wrong purposes, overlapping objects and who loan supporting interest capital and then transferred to the deposit. This situation limited the small and medium-sized businesses ‘ability to access to capital, while enabled ineffective enterprises continue functioning and caused further reduce the competitiveness of domestic enterprises in general. The coordination of fiscal policy and monetary policy in order to make the economy operating under law properly, exploit the tremendous momentum of the market economy for development are Vietnam’s objectives in the current period. However, in reality, this combination has always got more complex issues of the level, timing, manner and mechanism of operation. How to coordinate the two policies rationally and optimally to serve two goals: stability and development is posing problem to be solved, especially in the context of economic difficulties as the period 2011-2014 I. Practices coordination of monetary policy and fiscal policy. 1. Impacts of practice coordination of monetary policy and fiscal policy on businesses early 2011 to early 2012. From late 2010 and early 2011, the global economy began to recover, but still had some difficulties. It had negative impact on domestic economic situation, as a result, economic growth slowed,...
La vittoria della Rivoluzione islamica iraniana nel 1979 è considerata una delle più importanti rivoluzioni politiche internazionali degli ultimi tempi. Gli effetti sulla comunità islamica mondiale, la posizione strategica a livello internazionale dell’Iran e l’importanza del Golfo Persico e del Medio Oriente nello scacchiere mondiale hanno fatto sì che la Rivoluzione islamica fosse un fenomeno, un evento che non ha riguardato solo il popolo iraniano, ma ha avuto, e ha tutt’oggi, una influenza e una portata internazionali. Per questo motivo lo studio e l’analisi delle cause e delle motivazioni che stavano alla base della Rivoluzione islamica, del suo andamento e dei suoi risultati a livello di teoria e pratica politica nel campo delle relazioni internazionali, non sono solo importanti ma anche necessari, in particolare nel quadro degli effetti della Rivoluzione sulle teorie internazionali. A distanza di 36 anni dalla vittoria della Rivoluzione questo aspetto non sembra, infatti, essere stato ancora adeguatamente esplorato. Probabilmente la ragione di una tale carenza di studi e ricerche su questo specifico aspetto risiede nell’incompatibilità dei principi della Rivoluzione e dei fattori che l’hanno portata al successo con le categorie interpretative del pensiero politico moderno, che non riescono a spiegare in maniera esaustiva e convincente tale evento, oppure nel rifiuto di impegnarsi in tal senso basato su una aperta ed esplicita opposizione, nel campo delle relazioni internazionali, nei confronti della Rivoluzione islamica stessa. Una corrente di studiosi e intellettuali ritiene che la Rivoluzione islamica sia priva di ogni genere d’influenza effettiva nel campo delle relazioni internazionali, mentre un’altra non solo afferma che questa influenza ci sia stata, ma che è stata anche notevole. Una terza corrente è quella che ha, da una parte, approcciato la Rivoluzione islamica attraverso la presentazione dei principi, delle dottrine spirituali, delle norme etiche che ne stanno alla base, e solo in ultimo del suo ordinamento politico e sociale, e dall’altra ha illustrato in che modo la visione politica dell’Islam, il “risveglio” islamico e il rafforzamento dei movimenti islamici hanno avuto un ruolo fondamentale nell’indebolire le stesse radici culturali e filosofiche e le basi teoriche del pensiero politico moderno nel campo delle relazioni internazionali e far rifiorire e rafforzare, di contro, una visione spirituale e religiosa dell’esistenza e quindi anche della politica stessa. Bisogna considerare che i legami tra le teorie delle relazioni internazionali e la Rivoluzione islamica iraniana non sono solo diretti, bensì le idee, i pensieri e gli obiettivi della Rivoluzione hanno prodotto dei mutamenti che hanno influenzato le relazioni internazionali anche in modo indiretto. Lo sviluppo degli ideali della Rivoluzione nelle relazioni internazionali e l’Islam politico La Rivoluzione islamica non ha solo avuto un’influenza sulle analisi tradizionali incentrate sull’andamento e lo sviluppo delle rivoluzioni, bensì ha anche rafforzato gli studi sull’influenza delle rivoluzioni sulle politiche estere e le relazioni internazionali. Questo nuovo approccio si è focalizzato su due aspetti della Rivoluzione islamica. Il primo è incentrato sulla modalità dell’influenza della Rivoluzione islamica sulla politica estera avente come attore un “governo rivoluzionario”. Ad esempio, Fred Halliday, attraverso l’analisi...
Usu tantas omittantur ut, per te modo appetere senserit. Ei ius aperiam tincidunt, ea sit natum iisque repudiandae. Ea nec wisi facete. Ex hinc rebum omittam his. Enim dolore meliore ea mea. Ius ei minim possit intellegat, an sea ornatus appetere.
Il popolo ha in mano il proprio destino La riforma democratica e di autonomia regionale etnica attuati in Tibet dopo la fuoriuscita dal vecchio stato di servitù feudale ha consentito l’implementazione dei sistemi di Congresso del popolo e di autonomia etnica regionale, grazie ai quali le persone di tutti i gruppi etnici in Tibet hanno preso in mano le redini del paese, della società e del proprio destino. Con lo sviluppo e il miglioramento della democrazia socialista in tutto il paese, il Tibet ha visto crescere il processo di partecipazione al proprio interno, ha instaurato forme di democrazia sempre più diversificate e canali di autogestione politica sempre più raffinati. Il sistema del Congresso del popolo è un sistema politico fondamentale della Repubblica Popolare Cinese, perché garantisce il diritto della popolazione ad essere sovrana in patria. Con questo sistema i cinesi esercitano il potere statale attraverso il Congresso nazionale del popolo (Anp) e le assemblee popolari locali a vari livelli. Nel settembre del 1965 la Prima Sessione del Congresso del Popolo della Regione Autonoma del Tibet, che si tenne a Lhasa, segnò l’istituzione formale di questo sistema anche in Tibet. Organi giudiziari e amministrativi, come ad esempio il Procuratore del Tibet, sono stati creati dal Congresso del popolo regionale, nei confronti del quale vengono ad essere allo stesso tempo responsabili e controllori. I grandi affari regionali sono decisi dal Congresso del popolo regionale, gli organi amministrativi del Tibet promulgano poi le leggi, i regolamenti, le regole, le risoluzioni e le decisioni adottate da questo organismo. Attraverso i deputati al Congresso del popolo a diversi livelli, le persone in Tibet esercitano il loro diritto a gestire gli affari statali e regionali. Tutti i cittadini cinesi che vivono in Tibet, dai 18 anni in avanti, indipendentemente da sesso, professione, background familiare, etnia, credo religioso, formazione, condizioni finanziarie o durata della residenza in questa regione, godono del diritto di voto e del diritto ad essere eletti. Persone di tutti i gruppi etnici in Tibet eleggono direttamente i deputati nelle assemblee popolari presso la contea (distretto) e la borgata (città), e questi deputati successivamente eleggono i propri deputati al Congresso regionale e alla NPC (National People’s Congress). Entrambi i gruppi etnici Moinba e Lhoba, nonostante si tratti di piccole popolazioni, eleggono i loro rappresentanti presso l’NPC e nei congressi locali a tutti i livelli. Durante le elezioni a livello regionale, di prefettura (città), contea (distretto) e villaggio, il tasso di affluenza alle urne è cresciuto costantemente nel corso degli anni; alle elezioni del 2012, in questi quattro livelli, il tasso di affluenza alle urne ha superato il 94%. Deputati tibetani e di altre minoranze etniche costituiscono la stragrande maggioranza nei congressi e rappresentano la popolazione locale a tutti i livelli. Nel 2012, tra i 34.244 deputati eletti direttamente e indirettamente a questi quattro livelli, 31.901 provenivano dall’etnia tibetana, dai Moinba, Lhoba, Naxi, Hui, Zhuang e altre minoranze etniche, che rappresentano oltre il 93% della popolazione totale. Tra gli attuali deputati alla NPC, 20...
Una figura di assoluto rilievo, in un viaggio storico culturale nel Tibet della prima metà del XVIII secolo, è senza ombra di dubbio quella di Ippolito Desideri, figura tanto trascurata quanto preziosa. Ai fini del nostro lavoro, ripercorrere l’esperienza biografica e le considerazioni filosofiche e teologiche di questo missionario pistoiese del Settecento risulta di fondamentale interesse, in quanto Desideri fu probabilmente il primo esploratore culturale della regione tibetana di lingua italiana, almeno per quanto concerne i suoi successivi studi e la straordinaria opera divulgativa che compì di ritorno dai suoi viaggi in oriente. Alcune note biografiche fondamentali. Ippolito Desideri nacque a Pistoia il 20 dicembre 1684 da Iacopo Desideri e Maria Maddalena Cappellini e fu battezzato il 21 dicembre. Il giovane Ippolito studiò nel Collegio dei Gesuiti di Pistoia e il 27 aprile 1700 entrò nella Compagnia di Gesù nella casa di Sant’Andrea al Quirinale a Roma, iniziando il noviziato il 9 maggio 1700. Emise la professione religiosa il 28 aprile 1702, dopodiché fu trasferito al Collegio Romano. Dal 1706 al 1710 insegnò nei Collegi della Compagnia di Orvieto e di Arezzo. Ritornato nel 1710 al Collegio Romano, cominciò gli studi di teologia, in cui dimostrò un indubbio talento. Il desiderio di partire per le missioni maturato dalla frequentazione degli Esercizi di Ignazio e per la testimonianza dei gesuiti missionari dei quali si conosceva la storia (Francesco Saverio, Roberto De Nobili, Alessandro Valignano e Matteo Ricci, tra gli altri) si incontrò con la necessità da parte della Compagnia di riaprire una missione in Tibet dopo che i Cappuccini avevano lasciato quel territorio nel 1711. I Gesuiti avevano già fatto vari tentativi nel passato, a partire da quello di Antonio de Andrade (1580-1634), di stabilire una sede in Tibet, ma la Congregazione di Propaganda Fide aveva affidato nel 1703 quel territorio ai Cappuccini. Cosicché il 14 agosto 1712 Ippolito fece domanda al Generale della Compagnia Michelangelo Tamburini di partire per le missioni. La sua domanda fu accolta il giorno dopo e, senza che completasse l’ultimo anno di studi, fu ordinato suddiacono il 21 agosto, diacono il 25 agosto ed infine sacerdote il 28 agosto. Dopo essere stato ricevuto da Papa Clemente XI, il 27 settembre partì insieme a padre Ildebrando Grassi da Roma. Dopo essersi fermati a Firenze e a Pistoia, i due proseguirono fino a Livorno dove si imbarcarono per Genova, arrivandovi il 31 ottobre. Da Genova salparono il 23 novembre arrivando a Lisbona a metà marzo 1713. Qui incontrarono i sovrani del Portogallo. Il lungo ed estenuante viaggio marittimo da Lisbona a Goa durò dall’8 aprile 1713 al 20 settembre 1713. Giunto in India dai suoi confratelli gesuiti, il 13 novembre il Provinciale Antonio de Azevedo gli comunicò la nuova partenza per il Tibet. Desideri partì da Goa tre giorni dopo e attraverso diverse tappe giunse l’11 maggio 1714 a Delhi, capitale dell’Impero Moghul. Durante questo viaggio e grazie alla padronanza della lingua portoghese che aveva acquisito nel viaggio dall’Europa a Goa, Desideri si dedicò alla cura spirituale...
articolo originale: http://www.asrie.org/associazione/osservatorio-economico-caucaso-agricoltura-un-settore-prominente-dello-sviluppo-economico-dellazerbaigian/ Salito alla ribalta nel panorama internazionale grazie al ruolo assunto nel mercato energetico, l’Azerbaigian è impegnato nel processo di diversificazione economica nazionale con l’obiettivo di sviluppare il settore non petrolifero e rendere il paese meno dipendente dagli idrocarburi. Il seguente report scritto da Magsud Dadashov, corrispondente per l’Azerbaijan State Telegraph Agency (AzerTAG), evidenzia lo sviluppo dell’agricoltura azerbaigiana e le possibilità di cooperazione tra Baku e Roma nel settore primario. L’economia mondiale attuale necessita molto di più dei soli petrolio e gas naturale, infatti per uno sviluppo a lungo termine la diversificazione deve essere vista come uno step importante. I paesi produttori di petrolio attualmente sono assorti nella fase di riduzione dalla dipendenza dei profitti del settore petrolifero ed anche l’Azerbaigian, uno degli attori chiave del mercato energetico globale, è impegnato nell’intraprendere misure urgenti in tale direzione. L’Azerbaigian è un paese con diverse zone climatihce, ricco di risorse nel sottosuolo, caratterizzato dalla presenza di risorse energetiche non tradizionali, fattori che hanno portato il paese a sviluppare la propria strategia di diversificazione economica. In questo caso l’agricoltura rappresenta una delle migliore soluzioni. Analizzando il settore è possibile evidenziare i risultati delle riforme agrarie implementate fin dal 1995 le quali hanno permesso la creazione di relazioni di mercato nell’economia nazionale, lo sfruttamento effettivo della terra e delle proprietà, il miglioramento delle strutture del settore, la creazione di una classe imprenditoriale. Recentemente il Presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha firmato un ordine esecutivo dichiarando il 2015 l’Anno dell’Agricoltura nel paese; tale decisione vede come fine quello di dare nuovi stimoli allo sviluppo ed alla modernizzazione del settore primario, assicurando un approccio sistematico e complesso per la risoluzione dei problemi, interessando le risorse finanziare ed amministrative del Governo e promuovendo il potenziale agricolo nazionale. Lo sviluppo dell’agricoltura è uno degli obiettivi principali della politica economica dell’Azerbaigian ed il paese ha effettuato grandi progressi nelle riforme, nello sviluppo del settore e nel miglioramento della sicurezza alimentare nazionale; infatti, settore primario e sicurezza alimentare sono stati inseriti come elementi chiave del programma di sviluppo nazionale “Azerbaijan Vision 2020: outlook for the future” il quale prevede, oltre al raggiungimento della produzione agricola in modo da garantire l’autosufficienza, lo sviluppo del potenziale economico agricolo per poter dare il via alle esportazioni in futuro. Con il fine ultimo di raggiungere questi obiettivi chiave prefissati dal Governo di Baku l’Azerbaigian è interessato ad espandere la cooperazione con quei paesi i quali godono di una esperienza e know how riconosciuti a livello internazionale nel settore agricolo, tra cui figura ovviamente l’Italia. Esistono circoli di attività economiche importanti nel paese caucasico i quali potranno attirare gli investitori italiani e, grazie alla cooperazione nel campo agricolo, sarò possibile rafforzare le relazioni tra l’Italia e l’Azerbaigian stesso. L’EXPO 2015 di Milano, evento internazionale, può essere visto come una grande opportunità per rafforzare tale relazioni esistenti: lo Stato azerbaigiano parteciperò alla esibizione mondiale grazie al suo pavilion nazionale orientato a promuovere e mostrare al pubblico italiano le caratteristiche storiche, geografiche e culturali unite...
Il lato più patetico e materialistico della politica internazionale si è manifestato negli ultimi giorni in seguito alla morte del re saudita Abdullah, e all’ascesa del fratello Salman alla guida del retrogrado, iper-conservatore paese mediorientale. In un turbinio di messaggi di condoglianze da parte dei maggiori rappresentanti governativi dell’Occidente, fraterni alleati di Riyad, un folto numero di presidenti, regnanti e primi ministri, da Cameron a Hollande fino a Poroshenko, si è recato personalmente a rendere omaggio alla bara del sovrano, mostrando per l’ennesima volta l’ipocrisia sistematica delle relazioni fra Occidente e Oriente. Il pessimo rapporto del governo monarchico assolutista dell’Arabia Saudita con i più elementari precetti democratici e di rispetto dell’individuo, l’atteggiamento repressivo nei confronti delle opinioni dissidenti, l’estrema segregazione di genere, l’islamizzazione forzata delle giovani generazioni, un sistema legale basato interamente sulla Sharia (cioè, sul Corano e sulla Sunnah) e molte altre nefandezze che appaiono intollerabili a chi vive, oggi, nel mondo occidentale, dovrebbero, a rigor di logica, rendere impossibile qualunque rapporto alla pari fra chi rappresenta l’oscurantismo e l’arretratezza e chi la “modernità”. E invece no. Nei rapporti internazionali prevale su tutto il calcolo mercantile, persino sui valori (perfettibili, ma ragionevoli) fondanti una civiltà, e le ricchezze petrolifere dei sauditi, inarrivabili per chiunque, esclusa la Russia, fanno prostrare anche il miglior “democratico”. Si aggiungano al tornaconto energetico le spese militari pazze degli arabi di Riyad (quarti, nella categoria, a livello mondiale, davanti a Regno Unito e Francia) che ingrassano significativamente i portafogli delle industrie belliche americane, russe, cinesi e via discorrendo: un collante più forte, pare, di qualunque divaricazione ideologica. É il denaro, non certo un’idea di società e di politica, a determinare in modo chiaro e netto i buoni e i cattivi del Medio Oriente agli occhi delle cancellerie occidentali, a rendere puramente retorica qualunque marcia repubblicana, e farsesco l’ossequioso cerimoniale con il quale il nuovo sovrano, Salman, ben deciso a seguire le orme del fratello, e il presidente Obama, di ritorno da un viaggio istituzionale in India, hanno rinnovato la ormai pluridecennale intesa venale fra Stati Uniti e famiglia reale saudita nella capitale araba, martedì scorso. Incrociando le bandiere e gli inni nazionali in un’atmosfera di riverenza reciproca, l’intesa fra lo Stato guida dell’Occidente e i “fratelli” del mondo islamico, nel nome della lotta al terrorismo e della stabilità istituzionale dell’area mediorientale, è una dissonanza rumorosa. Qualcuno dirà necessaria, in nome della ragion di Stato. Senza le concessioni attuate a partire dagli anni Trenta nei confronti delle grandi imprese petrolifere americane, di ricerca e poi sfruttamento delle immense risorse petrolifere dell’Arabia Saudita, forse anche questo paese si troverebbe nella lista nera dei nemici dell’Occidente, fra le “canaglie” di fianco a Iran, Venezuela, Siria, bersaglio di guerre e destabilizzazioni: invece è forse l’unico paese al mondo con una forza diplomatica paragonabile a quella del gigante americano. Il boccone amaro da ingoiare, per i rappresentanti della democrazia, è la sprezzante indifferenza di Riyad verso ogni forma di rispetto dell’uomo e di libertà di espressione, tollerata (all’estero) senza...