15 Giugno 2026

sicurezza libia

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L’Associazione di Studio, Ricerca ed Internazionalizzazione in Eurasia ed in Africa (ASRIE) in collaborazione con il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM) è lieta di mettere annunciare la pubblicazione del report Focus SICUREZZA LIBIA. Il report vede l’introduzione di Fabrizio Di Ernesto, giornalista esperto dell’area libica autore del libro “Petrolio, cammelli e finanza” in cui ha preso in esame l’ultimo secolo di relazioni italo – libiche e gli sviluppi politici ed economici interni del paese nord africano. A seguire una Cronologia degli eventi inerenti la Libia a partire dal XX secolo e poi le analisi a cura di Daniel Pescini, giornalista e blogger specializzato in Scienze delle Relazioni Internazionali e curatore del blog Geopolitica Italiana, Silvio Majorino, analista specializzato in Libia e geopolitica del Mediterraneo, Gaetano Mauro Potenza, Country Analyst e Security Manager collaboratore del CeSEM e di ASRIE, Pilar Buzzetti, Junior Analyst – Desk Mondo Arabo & Nord Africa della OSINT Unit di ASRIE, ed Antonio Lamanna, anch’egli Junior Analyst – Desk Mondo Arabo & Nord Africa dell’Associazione. E’ possibile leggere e consultare il report oppure scaricarlo in formato pdf direttamente dal link qui sotto riportato Scarica il Focus Sicurezza Libia
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SOMMARIO: 1. L’Islam radicale in Libia. – 2. La bai’a all’ISIS. Nel 2014 il Majlis Shura Shabab al-Islam (Consiglio della Shura dei giovani islamici) presta giuramento di fedeltà all’Isis, seguendo lo stesso schema dei diversi gruppi sparsi in Libia, come Ansal al-Sharia, che hanno giurato fedeltà all’ISIS costituendo tre provincie dello Stato Islamico nel paese: Wilaya Barqa (Cirenaica), Wilaya Tarabulus (Tripoli) e Wilaya Fezzan (Fezzan). Per cercare di comprendere l’affiliazione delle forze jihadiste autoctone del paese al brand ISIS è necessaria un’analisi del jihad in Libia e dei suoi principali esponenti.   1. L’Islam radicale in Libia Il disgregarsi delle istituzioni libiche ed il quadro di frammentazione dell’uso della forza ha alimentato la presenza dell’Islam radicale nel Paese. Per poter comprendere la presenza dell’islam radicale in Libia bisogna scavare nella tradizione jihadista della Cirenaica, un fattore rilevante per capire il quadro socio-culturale di matrice jihadista che ha accompagnato il paese fin dalle prime fasi della rivolta. Risulta tuttavia necessaria una premessa ideologica: l’unico modo per dissentire dal regime di Gheddafi era quello di aderire ai movimenti jihadisti internazionali. Negli anni novanta il gruppo di opposizione Libico era il Libya Islamic Fighting Group (LIFG), un’organizzazione clandestina di matrice islamica radicale formatosi in Afghanistan che puntava alla caduta del regime della Jamahiriya. Essa era inizialmente in contrasto con gli ideali di al Qaida nel Maghreb ma fu costretta ad aderirvi per sfruttare la logistica presente nel territorio. L’intelligence americana scoprì, dopo un blitz in Iraq, che i libici rappresentavano il contingente più numeroso di combattenti presenti in Iraq e più della metà dei volontari del jihad irakeno arrivavano da Derna città della Cirenaica. L’ex numero due di al Qaida, Abu Yahya al-Libi, era cittadino libico, considerato dagli Stati Uniti uno degli uomini più importanti alla guida dell’organizzazione terroristica dopo la morte di Osama Bin Laden. La presenza jihadista emerge fin dalle prime fasi della rivoluzione soprattutto in Cirenaica, con due attentati significativi: 11 Febbraio 2011, attacco alla stazione di polizia ed edifici governativi, ed il 20 febbraio 2011, attacco al quartier generale di Gheddafi, rivendicati da alcuni esponenti di al Qaida. La conferma del jihad nella rivoluzione si riscontra anche nella presenza di esponenti guida di diverse milizie islamiche come Abdel Hakim Belhaj responsabile del Tripoly Military Council, organizzazione militare che prese Tripoli nell’Agosto del 2011. Belhaj era veterano della guerra russo-afghana ed affiliato al LIFG. Il coinvolgimento delle numerose forze islamiste radicali contro il regime ha fatto sì che la Libia diventasse covo di innumerevoli gruppi salafiti jihadisti. Uno degli attori principali delle dinamiche politiche libiche è Ansal al-Sharia, gruppo che si sviluppa grazie agli eventi rivoluzionari nel paese e formato da compagini di estrazione islamico radicale quali: brigate Abu Obayda bin al-Jarah, le brigate Malik e il gruppo dei martiri del 17 Febbraio. Il leader di tale gruppo, Mohammad al-Zahawi, ha dichiarato la volontà di deporre le armi se la futura costituzione del paese contenesse la sharia, inoltre ha sottolineato il negato coinvolgimento con al Qaida e gruppi di...
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ASRIE FOCUS – LA SICUREZZA IN LIBIA Articolo Originale La situazione in corso in Libia solleva nuovi interrogativi e ipotesi sul futuro sviluppo delle relazioni politiche ed economiche e sul processo di integrazione del paese con il resto del mondo. Non bisogna dimenticare che il paese riveste e continuerà a rivestire un ruolo fondamentale di interfaccia con gli stati dell’area sub-sahariana, gestendo ingenti flussi di esportazioni europee verso l’interno del continente. La stretta interdipendenza della Libia con gli altri stati dell’area nordafricana è stata confermata dai flussi di ritorno delle comunità migranti dopo lo scoppio del conflitto civile del 2011, come ad esempio le migliaia di lavoratori tunisini ed egiziani che hanno fatto ritorno nel proprio paese. Il conflitto libico ha aperto nuove interessanti prospettive politiche determinate dalla collaborazione tra Stati europei ed arabi, ma soprattutto dall’appoggio fornito da alcuni paesi della regione nordafricana e mediorientale alle forze governative stabilitesi in Libia alla la fine del conflitto. Già dai primi mesi del 2012 si era avviata un’intensa attività diplomatica: il Ministro degli Esteri libico, Ashour Bin Khayal, aveva svolto missioni in Niger, Mali e Ciad, incontri vi erano stati tra le autorità libiche e i rappresentanti di Egitto, Sudan e Tunisia, l’allora Primo Ministro libico aveva preso parte al 18esimo summit dell’Unione Africana e la Lega Araba aveva nominato un nuovo rappresentante in Libia. La Libia riveste un interesse strategico nell’area anche per la sua particolare posizione geografica, che la proietta nel Mediterraneo rendendola allo stesso tempo un interlocutore privilegiato per i paesi situati a sud del Sahara. Sono numerose le forze politiche ed economiche che auspicano una maggiore integrazione tra i paesi del Nord Africa, nella speranza che possano divenire una forza trainante per lo sviluppo dell’intero continente. Tuttavia non va dimenticato che queste economie si sono dimostrate negli anni vulnerabili a shock interni ed esterni. L’integrazione regionale e l’avvicinamento all’Unione Europea potrebbero rappresentare un contributo fondamentale per la futura stabilità del paese, grazie ad un aumento degli scambi commerciali, la crescita del PIL e la promozione della sussidiarietà. Le future relazioni tra UE e Libia saranno probabilmente influenzate da due questioni principali: l’approvvigionamento energetico dei paesi membri dell’UE e la gestione dei flussi migratori. Vista la costante crescita del fabbisogno energetico dell’UE, quest’ultima sarà chiamata a muoversi sullo scacchiere internazionale per garantire gli approvvigionamenti necessari. In questo scenario, la Libia è certamente una controparte interessante: l’UE infatti importa grandi quantità di greggio dalla Libia e porta avanti progetti per la costruzione di gasdotti e interconnessioni strutturali. Nonostante le potenzialità offerte dalla Libia, l’UE dovrà affrontare gli effetti negativi dovuti ad una reticenza dei suoi membri ad accettare una gestione condivisa di alcuni aspetti della politica estera, come ad esempio la politica energetica, e alla preferenza del paese per la stipulazione di accordi bilaterali. Anche per quanto riguarda la questione dei flussi migratori, l’UE deve fare i conti con una gestione non unitaria delle problematiche inerenti il Mediterraneo. Lo scoppio delle primavere arabe ha prodotto un aumento dei...
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ASRIE FOCUS – SICUREZZA LIBIA Articolo originale In questi giorni gli occhi del mondo sono puntati sulla città di Skhirat, a nordovest del Marocco, luogo dove si stanno svolgendo, sotto la direzione delle Nazioni Unite, i colloqui dell’ennesimo round di negoziati tra i governi di Tobruk e quello di Tripoli, le principali parti in causa del conflitto che sta sconvolgendo la Libia e l’intera regione del Mediterraneo. La speranza comune e condivisa è quella di vedere che gli sforzi diplomatici dell’inviato speciale dell’ONU Bernardino Leon mostrino i primi risultati concreti. C’è chi pensa che questo round di negoziati sia quello decisivo per fondare le basi di una unità nazionale ed un cessate il fuoco duraturo anche se, visti i precedenti e la situazione sul campo, molti addetti ai lavori non sono concordi su questo ottimismo basti pensare che i negoziati stanno svolgendo separatamente, senza un faccia a faccia tra le due parti[1]. Sembra ancora che nessuna forza, coalizione, esercito o milizia, dalla più potente alla più piccola, sia seriamente decisa a prendere la via del dialogo. Nessuno è disposto a cedere quel fazzoletto di sovranità guadagnato dopo ormai più di un anno di conflitto feroce. Qualunque progresso fatto grazie al lavoro dell’UNSMIL (la missione diplomatica dell’Onu guidata da Leon) è stato fatto naufragare il giorno dopo a causa di palesi inadempienze agli accordi operate una volta dal governo di Tripoli una volta da quello di Tobruk. E il trend non cambia neanche in questi ultimi colloqui: : il 5 marzo, primo giorno di negoziati, aerei del governo di Tobruk hanno bombardato postazioni del governo di Tripoli tra cui le vicinanze dell’aeroporto Mitiga [2]. Nonostante gli sforzi e l’appoggio che tutte le potenze occidentali stanno garantendo alla via diplomatica, i diretti interessati sembrano quindi preferire il potere persuasivo delle armi. Lo dimostrano i continui richiami del Generale Khalifa Haftar, il controverso generale a capo delle forze di Tobruk, e di tutto il governo affinché venga annullato l’embargo europeo delle armi deciso fin dai tempi dei bombardamenti Nato del 2011[3].   I motivi dell’espansione internazionale del conflitto libico A parere di chi scrive, uno dei motivi per il quale il fuoco del conflitto libico non solo non è destinato a spegnersi, ma rischia di essere ulteriormente alimentato, è il coinvolgimento sempre più attivo di attori statali esterni alla Libia. L’ex colonia italiana è da sempre una terra che suscita gli appetiti di moltissimi paesi sia per le sue ingenti risorse energetiche sia per la sua posizione strategica nel Mediterraneo. Pare superfluo citare l’Italia come attore maggiormente coinvolto nella questione: la Libia è il terzo paese esportatore di gas in Italia dopo Russia e Norvegia e il sesto per quanto concerne il petrolio[4]. Inoltre rappresenta il più importante paese di transito per i flussi di migranti provenienti da Africa sub-sahariana, Corno d’Africa e, più recentemente, Siria e Iraq. Ma dal crollo del regime di Gheddafi nel 2011, l’importanza politica del paese ha acquisito una valenza molto più ampia. Tutti i principali attori...
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articolo originale: http://www.asrie.org/associazione/libia-gli-attori-interni-del-conflitto-nazionalisti-islamisti-salafiti-jihadisti/ ASRIE FOCUS – SICUREZZA LIBIA A quattro anni dall’inizio della rivoluzione contro Gheddaffi la Libia rimane un paese profondamente diviso. Il Congresso nazionale generale (GNC), costituito con le elezioni del luglio 2012, e i governi che ne sono stati espressione fino al giugno 2014, hanno fallito nella transizione del paese verso un regime democratico. La ragione principale è stata l’incapacità di disarmare le milizie che, alla caduta di Gheddafi, contavano in totale circa 200-250mila uomini[1]. Senza un esercito regolare per contrastarle, i governi post rivoluzione hanno affidato alle milizie armate compiti di polizia e sicurezza nel tentativo di integrarle a servizio del nuovo regime, stipendiandole attraverso i vari ministeri, in particolare quello degli interni. La strategia è naufragata di fronte alla forza dei conflitti tra città e città, tra tribù e tribù, di fronte agli attriti tra regioni indipendentiste e potere centrale. La rivoluzione ha liberato tutte le tensioni che il regime di Gheddafi reprimeva con la forza ma non è stata capace di governarle. Così, a condizionare gli equilibri politici nazionali sono stati, e sono ancora oggi, attori locali (città, tribù, milizie), coesi, determinati e, soprattutto, armati. Già dalla prima metà del 2013, tuttavia, era chiara una frattura di fondo tra attori locali radicalmente rivoluzionari, decisi a rinnovare le elitè politiche ed economiche del paese e a cambiarne gli equilibri di potere, e attori locali più moderati e conservatori, decisi a chiudere la fase rivoluzionaria per timore di perdere la loro influenza nel paese. Il quadro si è complicato a metà del 2014. A maggio, il generale Khalifa Haftar ha lanciato l’operazione Dignità contro le milizie salafite di Ansar al-Sharia a Bengasi, giustificandola con la lotta al terrorismo. L’offensiva militare si è poi allargata contro i salafiti a Derna e contro gli islamisti a Tripoli. Haftar, ex generale di Gheddafi poi esiliato e ritornato in Libia per combattere il colonello nel 2011, nel febbraio 2014 si era già pubblicamente scagliato contro il GNC e, tre mesi dopo, ha lanciato un attacco di terra, appoggiato da caccia-bombardieri, alla città di Bengasi. Contemporaneamente, le milizie della città di Zintan, alleate di Haftar, hanno attaccato l’edificio del parlamento islamista di Tripoli. Tutti i movimenti islamisti e salafiti-jihadisti si sono sentiti nel mirino del generale, considerato vicino agli Stati uniti e ai militari nasseriani al potere in Egitto, che nel 2013 hanno deposto con un colpo di stato il presidente egiziano Morsi, espressione della Fratellanza musulmana. Nel luglio 2014, contro l’operazione Dignità, le forze islamiste si sono unite nell’operazione Alba. Il conflitto politico tra rivoluzionari radicali e rivoluzionari moderati è diventato così anche conflitto militare. Nel giugno 2014, inoltre, si sono svolte le elezioni per rinnovare il GNC. In mezzo ad atti di feroce violenza, sono andati a votare solo 630mila elettori sui circa 1,5 milioni registratisi, pari al 42%[2]. A prevalere sono stati i candidati vicini alle forze moderate, ottenendo 50 seggi sui 200 in palio. Solo una trentina di seggi sono andati ai candidati dei movimenti più radicali,...
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articolo originale: http://www.asrie.org/associazione/la-frammentazione-delle-istituzioni-libiche/ ASRIE FOCUS – SICUREZZA LIBIA All’inizio del 2015 la situazione politica e di sicurezza nazionale in Libia è peggiorata ulteriormente a causa dell’ingresso a Sirte da parte dell’ISIS. La vicenda va ad aggravare la drammatica guerra civile che dal 2011, caduta del regime di Muammar Gheddafi, caratterizza il paese. Uno degli elementi che ha causato lo scoppio della guerra civile è stata l’estrema frammentazione della società libica, inasprita dalla lunghissima stagione di conflitti. Sul campo infatti si contano più di un centinaio di milizie che ormai si contendono l’uso della forza in tutto il territorio. Ad esse vanno aggiunte la divisione istituzionale con due parlamenti e rispettivi governi a Tobruk e Tripoli e la galassia jihadista di Bengasi con il nuovo ingresso dello Stato Islamico come attore regionale.   La cause della frammentazione interna Fino ai tempi delle rivoluzione nel 2011 e nei mesi immediatamente successivi ad essa le reti tribali e claniche rappresentavano quelle unità minime fondamentali attorno alle quali si strutturava la vita politica e sociale del Paese. La dittatura di Gheddafi aveva favorito un aggregazione socio-politica basata sulla conservazione e il rafforzamento del tessuto di lealtà tradizionali basate sulla parentela, le tribù, il patronato e le comunità locali. Il regime ha inoltre promosso una società divisa e conflittuale privilegiando tribù e territori a lui favorevoli contro altri. Perciò, la società che si è sollevata contro il regime si è mossa partendo da una forte divisione interna e da risentimenti intestini. Fin dall’inizio della rivoluzione libica del 17 febbraio 2011 l’iniziativa della ribellione si era polarizzata fra quella degli alti funzionari, dei diplomatici e degli ufficiali in fuga dal regime, che stabilirono a Bengasi il Consiglio Nazionale di Transizione, e la miriade di iniziative locali, tribali e comunitarie, con motivazioni e prospettive molto diverse tra loro. Il Consiglio non è riuscito a prendere la guida delle altre iniziative e al tempo stesso, il movimento di base non è riuscito a trovare una sua unitarietà e ad imporre la sua guida su base nazionale. Al contrario, si è mantenuta e rafforzata una forte frammentazione che si è poi tramutata in un variegato conflitto fra fazioni politiche e militari. Con la frammentazione della istituzioni rivoluzionarie libiche si è assistito alla parziale disgregazione e perdita di influenza da parte delle rete clanica del paese. Le cause che hanno portato alla frammentazione del Paese sono molto complesse e non possono essere ricondotte in una soluzione univoca poiché sono il frutto di variabili interconnesse e giochi di forze che si sono contese il paese fin dall’inizio della rivolta. La prima variabile entrata in causa è stata la particolarità del regime di Gheddafi, costruito attorno alla sua persona, che non ha permesso la sopravvivenza di un apparato burocratico che garantisse la stabilità del paese nel periodo di transizione. L’assenza di un apparato burocratico fu causata anche dalla legge di epurazione e dalla mancanza di alte sfere manageriali che non hanno consentito alla Libia di poter contare su un gruppo di...