di Andrea Turi In questo articolo, l’ultimo del focus, si chiude il cerchio andando a trattare il tema relativo a come le vicende dello Xinjiang vengono trattate dai media occidentali e cercando di capire quali sono le fonti di questo racconto distorto, con particolare attenzione al lavoro di documentazione – propaganda svolto dalle organizzazioni non governative occidentali. “Alla fine, la verità semplicemente non importerà. La narrazione popolare, controfattuale oppure no, un giorno vincerà”. Queste le parole introduttive di un articolo a firma Milton Bearden, pubblicato da National Interest1, in cui viene declinata un’analisi dell’information warfare facendo un confronto tra la guerra fredda ed i giorni nostri e che fornisce il framing ideale per la comprensione delle dinamiche che governano il flusso info-comunicativo nelle relazioni internazionali. Il Cornerstones of Information Warfare dell’United States Air Force (USAF) fa confluire in questa tipologia di attività di guerra “qualsiasi azione volta a negare, sfruttare, corrompere o distruggere le informazioni del nemico e le sue funzioni, proteggendo noi stessi contro quelle azioni e sfruttando le nostre stesse forze armate con funzioni informative2”. La guerra dell’informazione non è certo qualcosa di nuovo, tanto che gli studiosi militari fanno risalire l’uso delle informazioni come strumento nelle operazioni di guerra e di guerriglia al libro “Arte delle Guerra” dello stratega militare cinese del V secolo a.C. Sun Tzu e alla sua enfasi sull’importanza di dotarsi di una intelligence accurata, funzionale alla superiorità decisionale su un nemico più potente. Questi antichi strateghi hanno contribuito a gettare le basi per quella guerra dell’informazione che si è sviluppata nei tempi attuali. Avendo luogo al di sotto del livello di un conflitto armato, la guerra dell’informazione comprende tutta la vasta gamma di operazioni militari e governative atte a proteggere e sfruttare le informazioni a proprio favore, spettro di possibilità in cui ricadono anche le campagne di disinformazione, uno dei tasselli di cui si compone l’ampio campo dell’information warfare. Franco Iacch dalle pagine online de “Il Giornale”scrive che sarebbe opportuno rilevare come “l’Information Warfare non è un’attività limitata al tempo di guerra. La guerra informativa-psicologica (che si discosta da quella prettamente informatica utilizzata in tempo di guerra) è costantemente in corso a prescindere dallo stato di relazioni con l’avversario. È quindi una forma di guerra globale con l’obiettivo di trafugare, interdire, manipolare, distorcere o distruggere le informazioni tramite tutti i canali e i metodi disponibili. L’Information Warfare è il punto di partenza di ogni guerra ibrida in cui si fa ampio utilizzo dei mass media e delle reti informatiche globali, la maggior parte dei civili non è preparata psicologicamente ad operare in un clima di Information Warfare e fake news […]. L’essere umano crea modelli mentali e formula idee in base alla sua percezione della realtà, disinformazione e fake news possono influenzare il modo in cui gli individui interpretano gli sviluppi quotidiani. Quando da sporadiche e disordinate queste attività si trasformano in organizzate e sistematiche, diventano vere campagne di disinformazione potenzialmente in grado di sconvolgere governance di interi Paesi3”. È quello che...