13 Giugno 2026

#Lukashenko

di Luca Rossi Le elezioni dello scorso 9 Agosto che hanno confermato per la sesta volta Aleksandr Lukashenko come Presidente della Repubblica Bielorussa, dal punto di vista politico non hanno offerto alcuna novità di rilievo, se non il rafforzamento ulteriore del consenso popolare nei confronti del “Padre della Nazione” (Bat’ka in russo). Differentemente dall’Ucraina, la quale storicamente ha vissuto e vive tutt’ora una divisione etno-religiosa  imponente, che si è concretizzata in un conflitto politico-militare dagli esiti incerti (Donbass), la “Russia Bianca”, dopo il disfacimento dell’URSS, ha dato garanzia di continuità in termini politici ed economici col passato sovietico, mantenendo saldi i rapporti con tutte le Repubbliche della CSI (Federazione Russa in primis) e sfruttando appieno la propria posizione strategica (tra il blocco ex sovietico e l’Unione Europea). Soprattutto nel confronto-scontro tra la Russia ed i Paesi dell’Alleanza Atlantica ha offerto la possibilità per diversi operatori economici di effettuare scambi commerciali aggirando sanzioni e contro-sanzioni, anche in virtù del mercato comune tra Russia, Bielorussia, Kazakhstan, Armenia e Kirghizistan nel quadro dell’Unione Economia Eurasiatica (UEE). Tale status, tuttavia, non perdurerà all’infinito, poiché il processo di integrazione dei sistemi politici, economici e sociali tra la Repubblica di Bielorussia e la Federazione Russa probabilmente culminerà e cesserà con l’unificazione definitiva dei due Paesi. Un percorso che gli analisti e decisori politici dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica intendono ostacolare, se non bloccare, per sottrarre (dopo l’Ucraina) Minsk al controllo russo, ed integrarla  nel cordone sanitario che va dal Mar Baltico al Mar Nero, ricalcando il progetto di Józef Piłsudski: “Intermarium” (1). Il danno per Mosca sarebbe notevole, oltre a costituire un freno al processo di integrazione eurasiatica, quindi anche per Pechino. Basti pensare al transito di oleodotti e gasdotti destinati all’Europa, all’importanza dello snodo ferroviario della capitale bielorussa sul collegamento con la Repubblica Popolare Cinese nel quadro dell’iniziativa Belt and Road ed  ai progetti connessi, come Great Stone (2), il Parco Industriale Cina-Bielorussia  destinato allo sviluppo di settori quali elettronica, biomedicina, chimica, ingegneria e nuovi materiali. La stabilità politica è da sempre garanzia fondamentale nei rapporti politici e commerciali tra le nazioni ed in tal senso Aleksandr Grigorevich ha compiuto un lavoro eccellente. Ha affrontato brillantemente diversi tentativi di destabilizzazione del Paese (2010 e 2015), un grave attentato alla metropolitana di Minsk (2011) ed infine la riproposizione dello scenario ucraino in questi ultimi giorni, l’ennesima “Rivoluzione Colorata” quale forma di aggressione mascherata del campo occidentale. La più insidiosa, perché coinvolge le masse popolari facendo leva principalmente sugli istinti di ribellione giovanile con il supporto dei social network e dei servizi di messaggistica istantanea od operando direttamente sul campo attraverso agenti sotto copertura di  organizzazioni straniere e con l’ausilio degli immancabili Contractors. Tuttavia, anche la meno dispendiosa, perché coinvolge anche aziende private e non impiega eserciti ed armamenti (3). Il piano, ben congeniato, è ufficialmente iniziato con una operazione d’intelligence di alto livello, messa in atto dalla SBU ucraina (4), come rivelato dal giornalista investigativo russo della Komsomol’skaja Pravda Aleksandr Kots (5). Tale operazione ha previsto...