A cura di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE Il 5 settembre, la testata cinese Global Times ha pubblicato un articolo nel quale svela i retroscena del rapporto sullo Xinjiang pubblicato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR, secondo la sua sigla inglese). Di seguito la traduzione integrale dell’articolo. Il cosiddetto rapporto di valutazione sulla regione cinese dello Xinjiang, che è stato rilasciato dall’Ufficio dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani (OHCHR), è stato rimuginato dal 2019 senza seguire il consiglio del governo cinese o ottenere l’autorizzazione dal Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite o avere basi credibili, il Global Times ha appreso da fonti correlate. In risposta alla “valutazione delle preoccupazioni sui diritti umani” nella regione cinese dello Xinjiang rilasciata mercoledì dall’OHCHR, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin ha detto giovedì in una conferenza stampa che la “valutazione” è stata orchestrata e prodotta dagli Stati Uniti e da alcune forze occidentali, ed era un mosaico di disinformazione che funge da strumento politico per gli Stati Uniti e alcune forze occidentali al fine di utilizzare strategicamente le questioni relative allo Xinjiang per contenere la Cina. Il Global Times ha appreso in esclusiva dalle fonti che gli Stati Uniti e alcune forze occidentali hanno saldamente conquistato molte posizioni importanti nell’OHCHR e vi hanno piazzato molti individui pieni di pregiudizi ideologici per assumere queste posizioni. Inoltre, insieme a organizzazioni non governative anti-cinesi, avevano esaltato la visita dell’Alto Commissario Michelle Bachelet in Cina, passando dall’esortarla a venire in Cina al criticarla per essere andata in Cina e persino chiedendole e facendole pressioni affinché si dimettesse dopo aver terminato la visita in Cina. Hanno anche fatto pressioni sull’OHCHR affinché rilasciasse immediatamente un “rapporto” sulla regione cinese dello Xinjiang. “Un prodotto con tre NO” Da dove viene il “rapporto”? Perché il ministero degli Esteri cinese lo definisce “un mosaico di disinformazione?” Il Global Times ha appreso che l’OHCHR ha redatto il “rapporto” sulla base delle esigenze politiche delle forze anti-cinesi all’estero, non ha chiesto il parere del governo cinese e non è stato autorizzato dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Esperti in questioni internazionali sui diritti umani hanno sottolineato che l’OHCHR è un dipartimento del Segretariato delle Nazioni Unite che dovrebbe lavorare per offrire assistenza e aiuto al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, compreso l’adempimento delle sue responsabilità in conformità con le relative risoluzioni delle Nazioni Unite e sotto l’autorità del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU. In quanto dipartimento dell’organismo delle Nazioni Unite per i diritti umani, l’OHCHR dovrebbe attenersi alla Carta delle Nazioni Unite e ai principi universali, oggettivi e non politici per promuovere gli scambi internazionali sullo sviluppo dei diritti umani e dialoghi costruttivi tra gli Stati membri. Non dovrebbe interferire negli affari interni degli Stati membri. Tuttavia, secondo gli analisti, il “rapporto” fatto dall’OHCHR sulla regione cinese dello Xinjiang è un “prodotto senza basi fattuali, senza autorità e senza credibilità“. Il Global Times ha anche appreso dalle fonti che gli Stati Uniti e alcune forze occidentali hanno offerto fondi...
Diritti Umani Xinjiang
di Andrea Turi Alla memoria di André Vltchek La chiusa del precedente I Diritti Umani e lo Xinjiang: il cavallo di Troia occidentale per destabilizzare la Repubblica Popolare Cinese richiamava lo stralcio di un articolo redatto dal giornalista Shane Quinn in cui si affermava che “la scala dell’influenza americana negli affari interni della Cina è stata limitata nella migliore delle ipotesi, ma continua comunque a ritmo sostenuto. Washington ha attuato una serie di politiche nella speranza di destabilizzare e frammentare la Cina. Le strategie del Pentagono nei confronti della Cina hanno in qualche modo rispecchiato quelle che hanno diretto contro l’URSS: utilizzo di gruppi per procura, estremisti e minoranze etniche, insieme a Stati clienti1”. La conferma di quanto riportato nell’incipit di questo lungo articolo è nelle parole del ex diplomatico statunitense Charles “Chas” W. Freeman, Jr. (uno dei pochi che non condannò l’azione del Governo di Pechino nei fatti di Tienanmen) che nel corso di una trasmissione radio ha ricordato “che la Central Intelligence Agency, con l’assistenza di alcuni vicini della Cina, ha investito 30 milioni di dollari nella destabilizzazione del Tibet e sostanzialmente ha finanziato e addestrato i partecipanti alla ribellione di Khampa e alla fine ha cercato di rimuovere il Dalai Lama dal Tibet, cosa che fecero. Lo scortarono fuori dal Tibet a Dharamsala. Ci sono stati sforzi simili fatti con gli Uiguri durante la Guerra Fredda che non sono mai veramente decollati. In entrambi i casi ha fatto sventolare la religione come vessillo a sostegno di un desiderio di indipendenza o autonomia che, ovviamente, è un anatema per qualsiasi Stato2”. Come sosteneva già nel 1987 Edward S. Herman, ordinario di scienze finanziarie alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, all’iniziodell’articolo U.S. Sponsorship of International Terrorism: An Overview, “per il cittadino dell’Occidente, l’idea che gli Stati Uniti possano essere uno sponsor del terrorismo internazionale – figuriamoci lo sponsor dominante – apparirebbe completamente incomprensibile. […] I media occidentali, comunque, non si riferiranno mai agli Stati Uniti o al Sudafrica come “Stati terroristi” anche se entrambi hanno ucciso un numero di persone di gran lunga maggiore di Gheddafi in Libia o delle Brigate Rosse in Italia. […] La ragione per la percezione distorta occidentale è che il più forte definisce il terrorismo, e i media occidentali fedelmente seguono l’agenda dei loro propri leaders. Il più potente naturalmente definisce il terrorismo in modo da escludere le sue azioni e quelle dei suoi amici e clienti. […] Con i mass media compiacenti, specialmente negli Stati Uniti ma anche tra i Paesi clienti, il terrore è ciò che il potente Governo statunitense dichiara che sia terrore3”. È così che succede che le gesta di chiara matrice terroristica compiute dai gruppi operanti sul territorio dello Xinjiang vengano raccontate come sporadici4 atti necessari alla conquista di un’indipendenza dal Governo centrale di Pechino piuttosto che presentati al pubblico mediatico per quello che nella realtà sono: atti terroristici in piena regola volti a destabilizzare la politica interna della Repubblica Popolare Cinese. D’altronde, non fu il Presidente Repubblicano...