13 Giugno 2026

centro studi eurarsia e mediterraneo

di Andrea Turi Alla memoria di André Vltchek La chiusa del precedente I Diritti Umani e lo Xinjiang: il cavallo di Troia occidentale per destabilizzare la Repubblica Popolare Cinese richiamava lo stralcio di un articolo redatto dal giornalista Shane Quinn in cui si affermava che “la scala dell’influenza americana negli affari interni della Cina è stata limitata nella migliore delle ipotesi, ma continua comunque a ritmo sostenuto. Washington ha attuato una serie di politiche nella speranza di destabilizzare e frammentare la Cina. Le strategie del Pentagono nei confronti della Cina hanno in qualche modo rispecchiato quelle che hanno diretto contro l’URSS: utilizzo di gruppi per procura, estremisti e minoranze etniche, insieme a Stati clienti1”. La conferma di quanto riportato nell’incipit di questo lungo articolo è nelle parole del ex diplomatico statunitense Charles “Chas” W. Freeman, Jr. (uno dei pochi che non condannò l’azione del Governo di Pechino nei fatti di Tienanmen) che nel corso di una trasmissione radio ha ricordato “che la Central Intelligence Agency, con l’assistenza di alcuni vicini della Cina, ha investito 30 milioni di dollari nella destabilizzazione del Tibet e sostanzialmente ha finanziato e addestrato i partecipanti alla ribellione di Khampa e alla fine ha cercato di rimuovere il Dalai Lama dal Tibet, cosa che fecero. Lo scortarono fuori dal Tibet a Dharamsala. Ci sono stati sforzi simili fatti con gli Uiguri durante la Guerra Fredda che non sono mai veramente decollati. In entrambi i casi ha fatto sventolare la religione come vessillo a sostegno di un desiderio di indipendenza o autonomia che, ovviamente, è un anatema per qualsiasi Stato2”. Come sosteneva già nel 1987 Edward S. Herman, ordinario di scienze finanziarie alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, all’iniziodell’articolo U.S. Sponsorship of International Terrorism: An Overview, “per il cittadino dell’Occidente, l’idea che gli Stati Uniti possano essere uno sponsor del terrorismo internazionale – figuriamoci lo sponsor dominante – apparirebbe completamente incomprensibile. […] I media occidentali, comunque, non si riferiranno mai agli Stati Uniti o al Sudafrica come “Stati terroristi” anche se entrambi hanno ucciso un numero di persone di gran lunga maggiore di Gheddafi in Libia o delle Brigate Rosse in Italia. […] La ragione per la percezione distorta occidentale è che il più forte definisce il terrorismo, e i media occidentali fedelmente seguono l’agenda dei loro propri leaders. Il più potente naturalmente definisce il terrorismo in modo da escludere le sue azioni e quelle dei suoi amici e clienti. […] Con i mass media compiacenti, specialmente negli Stati Uniti ma anche tra i Paesi clienti, il terrore è ciò che il potente Governo statunitense dichiara che sia terrore3”. È così che succede che le gesta di chiara matrice terroristica compiute dai gruppi operanti sul territorio dello Xinjiang vengano raccontate come sporadici4 atti necessari alla conquista di un’indipendenza dal Governo centrale di Pechino piuttosto che presentati al pubblico mediatico per quello che nella realtà sono: atti terroristici in piena regola volti a destabilizzare la politica interna della Repubblica Popolare Cinese. D’altronde, non fu il Presidente Repubblicano...