di Veronica Vuotto Gli ultimi dieci anni hanno visto un’espansione sempre crescente, sia in termini economici che politici, della Cina verso i Balcani occidentali. Un’espansione che si traduce principalmente in investimenti e progetti infrastrutturali, i quali, inevitabilmente, accrescono l’influenza di Pechino nell’area. Possiamo far risalire l’inizio dell’avvicinamento diplomatico della Cina ai Paesi dell’Europa sud-orientale con il primo forum 17+1, un esempio che potrebbe far comprendere la complessità delle relazioni tra la Cina e l’Unione Europea. Questo forum di cooperazione è nato nel momento in cui i Paesi dell’Europa Centro-Orientale (PECO) hanno rafforzato i legami bilaterali con Pechino anziché aderire alla politica comune dell’UE verso la Cina; questo spostamento di orizzonte trova causa non trascurabile anche nel peggioramento della situazione economica – in particolare dopo la crisi del 2008; da qui, la conseguente necessità di invogliare e convogliare gli investimenti esteri verso le proprie economie e territori. Ed è così che il forum 17+1 ha avuto inizio, dove l’1 è la Cina, mentre i 17 sono rappresentati da 12 paesi membri dell’Unione (Repubblica Ceca, Estonia, Grecia (che ha aderito al gruppo solo nel 2019), Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia) insieme ai 5 Stati balcanici: Albania, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia. A partire dal 2012, anno della sua fondazione avvenuta a Budapest, gli incontri di questo gruppo si tengono con cadenza annuale e, ogni incontro, vede riunirsi tutti i capi di Governo dei Paesi partecipanti. Dal 2012, ci sono stati nove incontri, l’ultimo dei quali si è tenuto nel febbraio del 2021, dopo un anno di stallo del format. Il vertice del 2020, infatti, che era previsto a Pechino ad aprile, inizialmente posticipato all’autunno, non si è poi più tenuto. Se da una parte le ragioni di tale cancellazione erano dovute alla pandemia di Covid-19 e i numerosi lockdown, gli ultimi tempi, in realtà, hanno palesato un’incrinatura più o meno accentuata nei rapporti tra la Cina e i Paesi PECO. Ciò lo si può evincere anche dal comunicato della Commissione Europea che, nel marzo 2019, ha definito la Cina come “un concorrente economico nel perseguimento della leadership tecnologica” e “un rivale sistemico che promuove modelli alternativi di governance“, sottolineando, inoltre, anche il la modificazione dell’equilibrio che nel tempo si era venuto a creare tra sfide e opportunità. La data di fondazione del gruppo 17+1 è importante visto, infatti, che soltanto un anno più tardi, nel 2013, Xi Jinping annuncerà l’avvio del progetto della One Belt One Road, divenuto poi BRI, Belt and Road Initiative. Non vi è dubbio alcuno sulla necessità di uno sviluppo infrastrutturale dei Paesi in questione, così come non vi è dubbio sull’aiuto che le risorse finanziarie cinese possono ancora oggi garantire. La posizione geostrategica dei Paesi PECO è vista da Pechino come una porta di accesso di straordinaria rilevanza al mercato dell’UE, oltre ad essere un’importante via di transito per la BRI, un progetto ambizioso per rafforzare i legami commerciali tra l’Asia orientale, l’Europa e l’Africa orientale. Il forum 17+1 si concentra...
balcani occidentali
In uscita per i tipi di Anteo Edizioni il nuovo libro di Stefano Vernole, responsabile relazioni esterne del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, dal titolo La difesa della fede ortodossa in Montenegro. Questa la presentazione del volume: L’Ortodossia rimane oggi un fattore geopolitico di primaria importanza nelle vicende storiche dei Balcani. Una delle ragioni che condussero al conflitto degli anni Novanta nella ex Jugoslavia e al primo intervento militare della NATO in Europa è proprio il legame identitario tra due nazioni cristiano-ortodosse, la Serbia e la Russia. Si bombardò Belgrado per mandare un avvertimento a Mosca, l’allargamento dell’Alleanza Atlantica verso oriente non doveva essere fermato. Pur stremato da decenni di lotte che lo hanno visto quasi sempre dalla parte dei “perdenti”, il popolo serbo trovò ancora nel 2008 la forza di rialzarsi per protestare contro l’autoproclamazione d’indipendenza del Kosovo e Metohija, la sua “patria interiore” temporaneamente occupata dalle forze straniere. A quasi tutti gli osservatori quello sembrò l’ultimo moto di ribellione, capace comunque di determinare un significativo cambiamento nella Costituzione della Serbia: giuridicamente la “Terra dei Merli” continuava a rimanere parte integrante della nazione. Ecco così spiegata la sorpresa, il silenzio mediatico e l’incomprensione di quanto sta accadendo nel 2020 in Montenegro; centinaia di migliaia di persone, ogni settimana nelle serate di giovedì e di domenica, marciano compatte nelle strade di Podgorica e delle principali città del Paese, per la riaffermazione di un principio essenziale: “I luoghi sacri non devono essere toccati”. Motivo scatenante della protesta, la “Legge sulla libertà religiosa e lo statuto delle comunità religiose” voluta a tutti i costi dal padre-padrone del Montenegro, Milo Djukanovic, che sfugge alle maglie della giustizia internazionale ormai da 20 anni grazie alla protezione dei suoi burattinai atlantici. Un passo falso che non solo mette a rischio la tenuta del suo regime personalistico ma che potrebbe innescare dinamiche di cambiamento geopolitiche ben più ampie in tutta la regione, se solo si pensa che contemporaneamente alla crisi del Crna Gora assistiamo alla volontà emancipatrice della Repubblica Serba di Bosnia e alla ridefinizione strategica della Macedonia. La conferma, ancora una volta, che “i Balcani producono più storia di quanta ne possano contenere”. Il libro è acquistabile qui.
Dopo l’approvazione lo scorso 27 dicembre della controversa “legge sulla libertà religiosa”, con l’arresto di 18 deputati dell’opposizione, tutto il Montenegro è scosso da imponenti e quotidiane manifestazioni pacifiche che trovano il loro apice nelle processioni serali del giovedì e della domenica al grido “Ne damo Svetinje” (“Non cederemo i luoghi sacri”). Il giorno successivo all’approvazione della legge e in previsione delle inevitabili proteste, il Governo di Podgorica ha annunciato un importante accordo militare con quello di Tel Aviv per l’acquisto di armi telecomandate dal valore di circa 31 milioni di euro. L’impresa israeliana Elbit System, che si avvale della tecnologia del Remote Control Weapon Stations (RCWS), è andata così ad integrare i nuovi veicoli militari acquistati nel 2019 dal Montenegro e prodotti dall’impresa statunitense Oshkosh. La firma del contratto era in realtà stata siglata già lo scorso 15 dicembre dal dirigente del Ministero della Difesa israeliano, Yaur Jykasm e dal Ministro della Difesa montenegrino Pedrag Boskovic, i quali avevano sottolineato come questo accordo fosse solo il prodromo per l’instaurazione di più profonde relazioni tra i due Paesi, a partire dall’addestramento delle Forze Armate montenegrine in Israele (1). Si tratta di un’intesa che punta ad arruolare il Montenegro tra le nazioni che riconoscono Gerusalemme capitale d’Israele (nel dicembre 2017 il rappresentante di Podgorica alle Nazioni Unite aveva votato una risoluzione di condanna del riconoscimento effettuato dagli Stati Uniti) e in linea con l’adesione del Paese balcanico alla NATO (pur non appartenendoci ufficialmente, Israele collabora attivamente con l’Alleanza Atlantica). Poche settimane dopo l’annuncio, la NATO ha infatti inviato la prima squadra di “guerra anti-ibrida” in Montenegro per rafforzarne le capacità, in previsione di un possibile attacco di hacker russi prima delle elezioni parlamentari dell’ottobre 2020 (2). Le processioni settimanali avallate dalla Chiesa Ortodossa serba per chiedere il ritiro della legge si sono però intensificate a febbraio, in particolare con l’appuntamento straordinario tenutosi l’ultimo sabato del mese, quando la polizia di Podgorica si è trovata costretta a bloccare i numerosi pullman arrivati nella capitale e provenienti anche dalla Serbia e dalla Repubblica Serba di Bosnia. Una vera e propria marea umana ha comunque manifestato ugualmente, suscitando l’ira del Presidente Milo Djukanovic, che ha apertamente accusato Belgrado e Mosca di voler destabilizzare il Paese e di tentare un golpe ai suoi danni. Non sono mancate ovviamente le reazioni; mentre il Metropolita di Cetinje Amfiloije e quello di Kiev Onofrij si sono limitati ad invitare il Governo di Podgorica a ritirare la legge, il premier serbo Ana Brnabic ha rivendicato il diritto dei serbi del Montenegro alla propria lingua e religione, a sua volta il portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha risposto in maniera tagliente, sottolineando come: “Nessuno potrebbe minare le proprie azioni più di sé stesso”, con un chiaro riferimento alla credibilità da statista di Djukanovic, coinvolto in più occasioni in affari di mafia e corruzione (3). E’ evidente come dopo il fallimento di tutti i tentativi di mediazione tra la Chiesa e il Governo di Podgorica, la situazione...