13 Agosto 2026

Albert Ettinger

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A cura di Andrea Turi Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo ha intervistato Albert Ettinger sui fatti che hanno animato le regioni dello Xinjiang, del Tibet e di Hong Kong ma anche sulla situazione internazionale e sui rapporti tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti. Signor Ettinger intanto la ringrazio per la sua disponibilità. La nostra “intervista” sarà inserita nel Focus che il Centro di Studi Eurasia e Mediterraneo sta conducendo sullo Xinjiang. Prima di passare a parlare di questa regione autonoma della Cina, vorrei approfittare della sua conoscenza approfondita di un’altra regione autonoma della Repubblica popolare cinese, il Tibet. Si parla molto meno del Tibet oggi che in passato. Cosa è successo nel frattempo e, soprattutto, perché l’hype mediatico si è calmato? Il Tibet è tenuto a “bagnomaria” ma la questione tornerà presto ad occupare un posto nella propaganda anti-cinese promossa dall’Occidente? L’impressione che nella propaganda anti-cinese dei nostri principali media occidentali il Tibet sia stato messo da parte a favore dello Xinjiang non è certamente falsa. Ci sono diverse cause per questo. Primo, c’è l’evoluzione nel Tibet stesso. Gli ultimi disordini orchestrati da Washington e Dharamsala dove risiede il “governo tibetano in esilio” risalgono ormai al 2008. Lo spettacolare boom economico in Tibet, dovuto ai massicci aiuti e alle grandi opere infrastrutturali da parte dello Stato cinese, ha fatto sì che sia diventato sempre più difficile descrivere il Tibet come “l’inferno in terra”. Poi la narrazione di “1,2 milioni di morti tibetane”, “genocidio” ed “etnocidio” è stata seriamente messa in discussione anche all’interno della cerchia dei sostenitori della “causa tibetana”. Ma soprattutto il Tibet è meno importante dello Xinjiang da un punto di vista geostrategico: più ricco e popoloso, quest’ultima regione svolge un ruolo essenziale nel grande progetto cinese della “Nuova Via della Seta”. Il movimento separatista uiguro ha il vantaggio di avere stretti legami con l’islamismo politico, il jihadismo internazionale, il panturchismo e l’estremismo di destra turco (i “Lupi grigi”). Il suo potenziale di danno e, quindi, le possibilità di destabilizzare lo Xinjiang sono molto più alte rispetto alla situazione in Tibet. Ciò non significa che la “questione tibetana” non abbia più alcun ruolo. Il Tibet può sempre tornare al centro dell’interferenza statunitense negli affari interni della Cina. Questo sarà certamente il caso quando l’attuale Dalai Lama morirà e quando sarà necessario nominare un nuovo leader spirituale lamaista. Fino a poco tempo fa, gli Stati Uniti hanno preso iniziative su questo argomento che hanno ricevuto un po’ di copertura mediatica. Alla fine del 2019, Sam Brownback nominato “Ambasciatore di buona volontà degli Stati Uniti per la libertà religiosa nel mondo” da Donald Trump, ha dichiarato che “gli Stati Uniti vogliono che l’ONU venga coinvolta rapidamente nella scelta del prossimo Dalai-Lama per impedire alla Cina di influenzare il processo di designazione.” Alla fine del 2020 il Senato degli Stati Uniti ha adottato una legge che prevede sanzioni contro qualsiasi funzionario cinese che cerca di identificare e installare un Dalai Lama approvato dal Governo cinese. Questo Tibetan Policy...