18 Luglio 2026

Mese: Luglio 2016

tibetlibero
Il libro dello studioso lussemburghese Albert Ettinger, che l’opinione pubblica occidentale non tarderebbe a definire “revisionista”, si basa in realtà sulle citazioni di testimoni che hanno vissuto il contesto tibetano in prima persona e che di certo non possono essere considerati simpatizzanti del Governo cinese. In particolare le testimonianze oculari di Alexandra David Neel, orientalista e scrittrice definita anche “Madame Tibet” e di Heinrich Harrer, amico personale del Dalai Lama e conosciuto anche in Italia per il film “Sette anni in Tibet”. “Ormai da decenni, infatti,” – sostiene Ettinger – “una lobby buddista-tibetana, sostenuta da alcuni attori e registi famosi, utilizza il soft power della fabbrica dei sogni americani per destare nel pubblico occidentale interesse e simpatia per questa religione orientale … Centinaia di centri tibetani-buddisti che negli ultimi decenni in Europa occidentale e negli Stati Uniti sono spuntati come funghi: un notevole successo di proselitismo per una religione che nega di voler raccogliere nuovi fedeli”. Il libro analizza i fondamenti filosofici del buddismo tibetano svelandone gli assunti più reazionari e dimostra come la struttura sociale dominante prima della liberazione cinese fosse costituita da un gruppo di 25-30 famiglie “aristocratiche” che occupavano quasi tutte le cariche statali ed erano incredibilmente ricche. La tendenza snobista di questa particolare forma del buddismo ha fatto dichiarare al Dalai Lama che i tibetani sono nel loro complesso un “popolo eletto” (allo stesso modo degli ebrei e dei puritani “baciati” dalla predestinazione divina), uno status speciale da cui però il popolo non ha mai tratto molti vantaggi. Uno studio del 1940 riportato nel testo riassume a grandi linee la situazione del tempo: nel Tibet orientale il 38% dei nuclei familiari non aveva mai bevuto tè ma solo acqua bollente, il 51% dei nuclei familiari non poteva permettersi il burro e il 75% qualche volta doveva cibarsi di erba con l’aggiunta di ossi di manzo necessari per prepararsi una zuppa. La promiscuità diffusa, specie nelle fasce povere della popolazione, generava malattie veneree in maniera esponenziale e provocava vittime in ogni famiglia data l’assenza di un sistema sanitario minimamente moderno. La popolazione, in buona parte denutrita, aveva una vita media che si aggirava sui 30 anni circa. Se non bastava la superstizione religiosa a mantenere l’ordine sociale (il destino infelice veniva attribuito al Karma), subentravano spesso torture e punizioni corporali (frustate in particolare); non così per alcune discepole (o discepoli …) privilegiate dai rapporti sessuali tra insegnanti e studenti, rigorosamente segreti, così come previsto nel Tantra tibetano (salvo poi essere recentemente stati rivelati dalle denunce di alcune allieve …). La stragrande maggioranza dei tibetani viveva d’altronde in campagna, in piccoli insediamenti o in tende nomadi, mentre Lhasa – che era la città più importante – prima del 1959 aveva solo 10.000 abitanti; tutto ciò, nonostante mille anni prima il Tibet fosse una potenza mondiale in grado di competere con l’Impero Cinese per il controllo della Via della Seta. Secondo Ettinger la condizione di mancato progresso va attribuita quindi al Lamaismo predicato dai vari “santoni”, uno strato...
(Seconda Parte) Non meno importante, ai fini del nostro lavoro, è fornire almeno qualche cenno rispetto alla diffusione del culto buddhista tibetano anche nella Russia e nelle aree ex-sovietiche. Storicamente il buddhismo è stato introdotto nelle terre di Russia nei primi anni del XVII secolo; è ancora oggi considerata una delle religione tradizionali della Russia, facendo quindi parte integrante del patrimonio storico russo a tutti gli effetti. Oltre alle tradizioni monastiche storiche di Buriazia, Calmucchia e a Tuva, il buddhismo si è oramai diffuso a macchia d’olio in tutto il paese con una varietà di gruppi etnici di convertiti. La principale forma di buddhismo presente in Russia è quello della scuola Gelukpa facente parte del buddhismo tibetano, oltre ad altre scuole tibetane minoritarie. Anche se il buddhismo tibetano è più spesso associato al Tibet, come abbiamo accennato esso si è ampiamente diffuso in Mongolia ed attraverso di essa anche in Russia. Si è diffuso inizialmente soprattutto in quelle regioni russe che geograficamente e/o culturalmente si trovavano vicine al mondo mongolo, o abitate da gruppi etnici mongoli: oltre alla Buriazia, nel Territorio della Transbajkalia, a Tuva ed in Kalmykia; quest’ultima è l’unica regione del Buddhismo in Europa situata a nord della catena del Caucaso. Già nel 1887 erano presenti ventinove case editrici e numerosi datsan, ovvero università-monasteri; ma a seguito della rivoluzione russa scoppiata nel 1917 tutte le datsan videro un periodo di limitata influenza spirituale. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, un revival buddhista si è verificato nella Kalmykia con l’elezione del presidente Kirsan Nikolaevič Iljumžinov. Ha ripreso velocemente ad espandersi anche in Buriazia e a Tuva ed iniziando a diffondersi anche in altre regioni più interne del territorio russo. Va tuttavia ricordato che anche in epoca sovietica, il Buddhismo mantenne una propria legittimazione politica, tanto che nell’Enciclopedia Universale sovietica del 1976 venne ammesso tra i culti ufficiali alla voce Unioni buddhiste: «I seguaci di questa religione vivono nelle repubbliche autonome dei Buriati, dei Calmucchi e di Tuva e in alcune zone delle regioni di Cità e di Irkutsk della RSFSR. La Direzione centrale ecclesiastica dei buddhisti dell’URSS è guidata dal suo presidente, il bandido khambo lama, Gomboev Giambal-Dorgi».1 Ancora oggi si trovano diversi monasteri universitari buddhisti tibetani, concentrati soprattutto in Siberia, riconosciuti come datsan. Così come va ricordata la figura di Fyodor Shcherbatskoy, famoso studioso russo di indologia e sinologia, che viaggiò durante il periodo dell’impero russo tra l’India la Cina e la Mongolia, viene a tutt’oggi ampiamente considerato come uno dei maggiori responsabili d’aver gettato le basi per lo studio del Buddhismo nel mondo occidentale. A partire dal 1928, venne nominato direttore dell’Istituto di Cultura buddhista di Leningrado, carica che coprì fino alla fine dei suoi giorni, nel 1942. A proposito della penetrazione del lamaismo nell’area centro-asiatica, ed in particolare nelle regioni meridionali e orientali di quello che era lo spazio appartenuto all’Unione Sovietica, offre uno straordinario interesse storico-culturale un testo di recente pubblicazione, intitolato “Shambhala Rossa – Magia, profezia e geopolitica nel cuore dell’Asia”, pubblicato...
(Prima Parte)   In pochi sanno che il Buddhismo di scuola tibetana ha avuto diffusione e conserva tuttora seguaci anche all’esterno dei confini della regione cinese del Tibet/Xizang. Anzitutto è importante ricordare come questo credo si sia diffuso nella regione mongola, innestandosi già in antichità con le religioni ancestrali locali e con lo sciamanesimo. Già la religione ancestrale mongola considerava l’esistenza di un essere superiore, detto khokh mong Tengher, ovvero l’eterno cielo azzuro, l’essere supremo che dimora in cielo, (Tengher, in mongolo ha infatti il doppio significato di Dio e cielo) che è padre di altri Tengher, dei o, più precisamente spiriti o entità; novantanove in totale, quarantaquattro ad oriente e cinquantacinque ad occidente, benché in alcune preghiere venissero citati altri tre Tengher a settentrione, portando il totale a centodue. Tra i novantanove Tengher tradizionali vi è anche un gruppo speciale di trentatré, al cui vertice vi è quello chiamato Khormusta, che per alcuni studiosi altro non sarebbe che una deformazione di Ahura mazda, Dio supremo degli iranici spesso collegato con l’origine mitologica del fuoco. Gli dei sono spesso riuniti in sottogruppi particolari, come ad esempio i cinque dei venti o i sette del tuono. Tra i tanti dei, uno in particolare è interessante citare Tsagan Ebughen Tengher, ovvero Dio vecchio uomo bianco, che verrà arruolato tra le classiche entità buddiste, anche presente nelle danze rituali Tsam (Cham in tibetano). Questa figura di vecchio saggio patrono del bestiame, può essere letta, quale vero e proprio archetipo culturale della Mongolia. Più tardi, con il sopraggiungere del Buddhismo, alcune figure di quest’ultimo saranno aggiunte al pantheon indigeno, a cominciare da Burghan Tengher, ovvero Buddha, e Bisnu tengher, ovvero Visnù. Quello che è certo, in questo complesso universo politeista, e che l’Eterno Cielo Azzurro è autogenerato, assumendo una statura spirituale nettamente superiore agli altri Tengher che, pertanto, si preferisce definirli entità. È importante notare che, nonostante attualmente il credo ufficiale dei mongoli sia la religione Buddhista tibetana, le vecchie credenze ancestrali sopravvivono e s’intrecciano a quella che viene definita come fede gialla, vista la sua derivazione dalle aree meridionali. Anche gli spiriti degli antenati venivano venerati e tra questi in particolar modo lo spirito di Gengis Khan; inoltre il panteismo ancestrale mongolo dedica una particolare attenzione al culto della natura, rivolgendo la propria devozione alla terra, al fuoco, ai fiumi e specialmente alle montagne. In questo contesto, che assume alcune vicinanze con la tipologia animista di altre culture tradizionali, particolare attenzione occorre dedicare al culto degli Ovöö, cumuli di pietre posti generalmente in luoghi di grande passaggio, che vengono arricchiti da ogni passante con un nuovo sasso o un piccolo oggetto e perfino cibo e danaro o cocci di bottiglie. Il viandante dopo aver deposto il suo dono compie tre giri in senso orario attorno all’Ovöö, prima di proseguire il suo viaggio sugli impervi sentieri di queste terre montane. Il culto forse più importante, per conoscere la funzione degli sciamani, è quello del fuoco che in quanto deità è uno dei più...
Sono diversi i settori nei quali il Governo della Regione Autonoma del Tibet/Xizang intende intervenire nei prossimi anni per consolidare quel processo di sviluppo sostenibile intrapreso con successo dopo le varie riforme varate negli ultimi decenni. Innanzitutto il comparto turistico: un record di 11,59 milioni di turisti, sia cinesi che stranieri, ha visitato Lhasa nel periodo tra gennaio e ottobre 2015, con aumento percentuale dell’11,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Per consolidare questo incremento, l’Amministrazione regionale intende non solo rafforzare gli impianti sportivi a Lhasa ma anche potenziare le proprie dotazioni di energia (nel giugno 2016 il Tibet ha iniziato addirittura ad esportare elettricità), detenendo già ora 672 siti geotermici. Anche per la produzione di energia idrica si prevede un aumento del 15% da qui al 2020; la stazione del fiume Yarlung Tsangpo è divenuta pienamente operativa nell’ottobre 2015 grazie ad un finanziamento di 9,6 bilioni di yuan. La stessa iniziativa One Belt One Road, voluta da Pechino per assicurare benefici commerciali ad Asia, Europa e Africa, aiuterà notevolmente a diminuire il tradizionale isolamento geografico della regione (che si trova in media a 4.000 metri sopra il livello del mare) partendo dall’estensione al Nepal e ad altre parti dell’Asia meridionale della linea ferroviaria Qinghai-Tibet. Data la sua ambiziosa prospettiva il Governo nazionale ha costruito la linea ferroviaria che va da Golmud a Lhasa, per un costo di 4 milioni di dollari e 1142 chilometri complessivi, 960 dei quali sopra i 4.000 metri; un’estensione della linea da Lhasa a Shigatse si propone perciò di unire il Tibet al resto della Cina, guadagnando tre ore di viaggio rispetto all’attuale percorso e permettendo ai turisti di ammirare durante il tragitto le montagne innevate, le acque del Fiume Azzurro (Yangtze) e la Riserva naturale di Hohxil. Dal 2020 il Governo cinese promette di completare la connettività tra le più importanti strade tibetane e le province vicine dello Xinjiang, del Sichuan e dello Yunnan; una di queste, la ferrovia da Lhasa a Chengdu, costerà più di 20 bilioni di dollari. Per questa ragione il Ministero della Cultura (MOC) ha attivamente promosso il coordinamento tra progresso culturale in Tibet e avanzamento economico e sociale, promuovendo gli scambi con il resto del Paese ma salvaguardando l’eredità storica tradizionale tibetana. Nell’aprile 2015 Luo Shugang, Segretario del Comitato del Partito ha deciso di implementare una serie di meccanismi istituzionali per supportare ed integrare concretamente il processo culturale e turistico in Tibet secondo gli standard internazionali, un’azione di monitoraggio e di aiuto concreto che si è temporaneamente conclusa nell’agosto 2016. Il MOC ha quindi deciso di destinare 900 milioni di yuan nel 12° Piano quinquennale per lo “sviluppo socioeconomico e i progetti del Tibet”, dove Nyingchi, Shannan e Lhasa sono state designate quali maggiori Zone di servizi pubblici culturali a livello nazionale. Ad esempio il Progetto “Pioggia di Primavera” ha incoraggiato volontari provenienti da tutta la Cina a visitare le regioni di confine per contribuire all’aumento delle iniziative come spettacoli teatrali, musicali e di danza tradizionale, mentre il...
L’occidentale medio è solitamente convinto che la comunità tibetana in esilio sia armoniosamente unita secondo i principi della religione buddhista, sotto la guida di un unico leader (il Dalai Lama) e contro l’unico nemico rappresentato dalla Cina. Uno sguardo più attento rivelerà una realtà molto diversa e più frammentata. Le divisioni sono state tipiche della società tibetana fin dai suoi inizi e la comunità tibetana in esilio non è da meno. Nel corso di pochi decenni un’unica amministrazione – quella del presente Dalai Lama Tenzin Gyatso – è stata in grado di dividere una comunità di poco più di cento mila persone in quattro gruppi contrapposti: mi riferisco a due grandi controversie religiose, quella di Dorje Shugden e quella del Karmapa. Nell’ultimo caso il conflitto ha smembrato il lignaggio Karma Kagyu – quello più seguito dopo la scuola Gelug – dopo la morte del suo carismatico leader, il sedicesimo Karmapa (1982). Il conflitto, che ha portato al riconoscimento indipendente di due reincarnazioni del Karmapa, tuttora vivi e operanti come tali, ha sconvolto tutta la comunità tibetana, considerato che la figura del Karmapa ha sempre avuto un alone di autorevolezza e misticismo tale da diventare un punto di riferimento per i devoti di molte altre scuole. In altre parole, la sua autorità sul piano religioso era superiore a quella del Dalai Lama, come facilmente dimostrabile dal fatto che quando moriva un importante Lama della comunità tibetana, si era soliti andare proprio dal Karmapa per trovare la nuova reincarnazione, non dal Dalai Lama. Questo conflitto è sorto dalla divisione dei due più importanti Lama del lignaggio Karma Kagyu sotto il Karmapa nella scala gerarchica, ovvero lo Shamarpa e Tai Situ Rinpoche, ognuno dei quali ha riconosciuto una propria reincarnazione del Karmapa indipendentemente dall’altro. Il Dalai Lama, però, invece di fare da paciere si è inserito nel conflitto dando il proprio appoggio ad uno piuttosto che all’altro (curiosamente proprio poche ore dopo che il candidato da lui riconosciuto era stato approvato legalmente dal Governo Cinese, una probabile mossa politica per tentare una mediazione con quest’ultimo). Tuttavia, l’intromissione del Dalai Lama è stata illegittima dal punto di vista religioso, perché nel corso della storia quest’ultimo non ha mai avuto alcun ruolo nel riconoscimento dei Karmapa. Per essere più precisi, già una volta avvenne un tentativo da parte dell’amministrazione dei Dalai Lama di riconoscere un Karmapa, e questo accadde dopo la morte del quindicesimo Karmapa (1922). Il bambino era il figlio di Lungshawa, il Ministro delle Finanze del tredicesimo Dalai Lama. Tuttavia questo riconoscimento non venne accettato dall’amministrazione del Karmapa e il bambino morì poco dopo in circostanze non molto chiare, cosa che permise all’amministrazione di Tsurphu di riconoscere in libertà la reincarnazione del Karmapa secondo le procedure Karma Kagyu. Pertanto, storicamente il Dalai Lama non ha mai avuto alcuna autorità per riconoscere un Karmapa e l’unica volta in cui ci provò, per motivazioni puramente politiche e ben poco spirituali, fallì miseramente. La mancanza di autorità sul lignaggio Karma Kagyu non impedì al presente...
Lo sviluppo del Tibet/Xizang e la Nuova Via della Seta di Stefano Vernole Introduzione Il Tibet, regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese, si trova nella parte meridionale dell’altopiano Qinghai-Tibet, al confine sud-ovest della Cina. Lo Xizang è stato parte integrante della Cina fin dai tempi antichi ma prima del 1950 era una società di servitù feudale, dominata da un governo teocratico attraverso una combinazione di poteri politici e religiosi. I funzionari di governo, gli aristocratici e i monasteri mantenevano di comune accordo uno stretto controllo sulle risorse e le ricchezze del Tibet, mentre il popolo tibetano viveva una situazione di miseria terribile, senza alcuna libertà. La fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949 ha segnato l’ingresso del Tibet nella civiltà moderna. Dopo una serie di importanti tappe storiche, dalla sua liberazione pacifica alle riforme democratiche per la costituzione della regione autonoma e l’apertura al mondo esterno, il Tibet è stato mantenuto nella stessa corsia di sviluppo del resto della Cina. I punti principali della strategia economica sono stati fondamentalmente quattro: 1) la stipulazione di accordi paritari e di mutuo vantaggio con i Paesi limitrofi sulla base dei “cinque principi della coesistenza pacifica”, che hanno posto fine allo stato semi-coloniale del Tibet; 2) la costruzione delle strade Kang-Tibet e Qinghai-Tibet e dell’aeroporto Dangxiong, che hanno implementato i trasporti e rafforzato i collegamenti tra Lhasa e Pechino; 3) la costruzione di fabbriche e fattorie sintetiche dotate di moderni impianti industriali, banche, società commerciali, uffici postali … per favorire lo sviluppo industriale e commerciale del Tibet; 4) l’introduzione di avanzate tecnologie di coltivazione tramite il dissodamento dei terreni deserti e la costruzione di fattorie, la concessione di crediti a fondo perduto per l’agricoltura, l’allevamento e l’artigianato che ne hanno consentito il decollo economico. Mezzo secolo dopo, il Tibet è un mondo completamente diverso da quello che era prima degli anni ’50; il popolo tibetano ha guadagnato la libertà, l’uguaglianza, la dignità e gode completamente dei frutti della civiltà moderna. Lo sviluppo ed il progresso della regione riflettono le aspirazioni comuni di tutti i gruppi etnici in Tibet – oltre ai tibetani, almeno una dozzina – Han, Hui, Moinba, Lhoba, Naxi, Nu, Drung e altri. Pietre miliari dello sviluppo del Tibet e il suo progresso La fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949 ha aperto nuove prospettive per lo sviluppo e il progresso della nazione ad un livello senza precedenti. Nel 1951 il Governo centrale di Pechino e quello tibetano locale hanno firmato l’accordo sulle misure per la liberazione pacifica del Tibet, come simbolo dell’integrazione nel resto della Cina. Il 1959 ha però segnato una svolta nella sua storia, i tibetani hanno esercitato attivamente il diritto di voto e di eleggibilità conferitogli dalla Costituzione, hanno partecipato a tutti i livelli all’elezione dei deputati del Congresso Nazionale del Popolo (NPC) e successivamente (1965) alla gestione degli affari locali della Regione Autonoma del Tibet. In quell’anno il ceto dirigente superiore e reazionario del Tibet non è riuscito, nonostante una ribellione armata, a perpetuare il proprio...
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Comunicato stampa a cura di redazione Si è tenuto dal 4 all’8 luglio a Lhasa il Forum sullo sviluppo del Tibet 2016, organizzato dallo State Council Information Office di Pechino e dal Governo della Regione Autonoma del Tibet, alla presenza di più di 100 delegati provenienti da oltre trenta nazioni. Dall’Italia, per conto del Centro Studi Eurasia Mediterraneo, è intervenuto il responsabile delle relazioni esterne Stefano Vernole, che ha sintetizzato il progetto di ricerca sul Tibet/Xizang portato avanti dal Cesem negli ultimi tre anni. Nei cinque giorni di permanenza, i delegati hanno visitato monasteri, templi, fabbriche, il centro di medicina tradizionale tibetana, l’Università di Lhasa, la città di Shannan  ed incontrato vari esponenti della società civile che hanno testimoniato dell’imponente progresso economico e culturale intrapreso dal Tibet negli ultimi anni. Oltre ad alcune foto del Forum e delle visite alleghiamo l’intervento scritto di Vernole, l’elenco completo dei partecipanti (suddivisi in 4 commissioni di lavoro) e il link del testo completo della dichiarazione finale (Lhasa consensus): http://www.china.org.cn/world/Off_the_Wire/2016-07/08/content_38841812.htm
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Patrioque assentior ea vim. Volutpat salutandi ex his, cu sea soluta melius gubergren, has latine reprehendunt ea. Has appetere electram persequeris eu. Et enim legere mediocrem est, ad eos legendos qualisque mediocritatem.