di Stefano Vernole Il ritorno alla Madrepatria Il 9 giugno del 1898, sir Claude Mac Donald, ambasciatore inglese a Pechino e Li Hongzhang, plenipotenziario del Celeste Impero, firmarono la “Convenzione concernente l’estensione del territorio di Hong Kong”, che prevedeva la concessione in usufrutto alla Gran Bretagna per 99 anni di un’area comprendente 200 miglia quadrate di entroterra costituite dai “Nuovi Territori”. Essa andava a completare i precedenti accordi sottoscritti dalle due parti – la Convenzione di Pechino del 24 ottobre 1860, la Convenzione del 20 gennaio 1841 e il Trattato del 29 agosto 1842 – in base ai quali Londra incamerava l’isola di Hong Kong e la Penisola di Kowloon. Si trattava del frutto delle due “guerre dell’oppio” (combattute tra il 1839 e il 1860); in sintesi, gli inglesi producevano oppio in India, la legge britannica ne vietava il commercio in patria e nelle colonie, perciò essi decisero di imporne con la guerra l’acquisto ai cinesi. Era stato proprio William Jardine, socio principale della grande compagnia britannica che commerciava questa droga, la “Jardine & Matheson”, a premere su Lord Palmerston affinchè si compisse la spedizione militare contro il Regno di Mezzo. Tra il XIX e il XX secolo, la posizione strategica del “porto profumato” lungo le rotte commerciali in Asia, insieme al suo peculiare status economico e politico, gli consentirono di divenire uno dei siti marittimi più importanti al mondo e una piattaforma finanziaria di rilevanza globale. Gli imprenditori cantonesi rifugiatesi ad Hong Kong negli anni Trenta durante la guerra con il Giappone ne furono il motore industriale; tra il 1937 e il 1941, metà del commercio estero cinese passava attraverso l’Isola. Dopo la nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, la dirigenza di Pechino optò per una soluzione di compromesso in base alla quale si tollerava l’esistenza della colonia britannica: Hong Kong (così come Macao) poteva costituire una finestra importante sull’Occidente e contribuire a dividere il campo angloamericano. Grazie a questo delicato equilibrio, la Cina ottenne importanti forniture di petrolio, prodotti chimici, gomma, autoveicoli e macchinari necessari a sostenere la guerra di Corea nel 1950 e ad evitare le restrizioni dovute all’embargo commerciale decretato dalle Nazioni Unite su spinta di Washington 1. La moderazione dimostrata dal Dragone nell’affrontare la questione della sovranità su territori appartenenti storicamente alla Madrepatria cinese, creò un clima di fiducia e permise alla classe imprenditoriale e manageriale dell’Isola di trasformare negli anni Sessanta Hong Kong nel centro economico e finanziario dell’intera regione. La colonia si dedicò alla manifattura, inizialmente il tessile, poi la plastica, l’elettronica e gli orologi, con una crescita economica del 10% all’anno. Nel 1967 una disputa sugli orari di lavoro si trasformò in una vera e propria rivolta della popolazione locale contro il governo coloniale britannico; quest’ultimo decise quindi di iniziare la pianificazione di grandi progetti infrastrutturali come l’ampliamento del porto, la costruzione del nuovo aeroporto e di una più efficiente rete stradale urbana. Ciò non fu sufficiente ad impedire nel 1972 il deposito di una dichiarazione di sovranità su Hong...