15 Giugno 2026

cina nella finanza globale

China-currency
articolo orginale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/41972/la-cina-nella-finanza-globale-vi Comprendere la Cina – Gradualmente, ma inesorabilmente, la geografia della finanza globale sta cambiando. E ciò malgrado la resistenza da parte degli Stati Uniti alle iniziative della Cina. Continuiamo il nostro viaggio per esaminare il ruolo sempre più attivo di Pechino. LO YUAN CONVERTIBILE – Il tentativo di fare di Shanghai un centro finanziario globale è in fase sperimentale. Shanghai è lontana dal raggiungere lo status di centro internazionale al pari di Londra e New York, ma l’intento di una maggiore integrazione rimane, specialmente da quando la Cina ha deciso di testare l’uso dello yuan come moneta di valuta estera liberamente convertibile. Il risultato è stato un’ondata di moneta cinese che ha lasciato la madrepatria in cerca di opportunità di investimento, come pure di paradisi sicuri anche a causa della campagna anticorruzione di Xi Jinping. La conseguente mancanza di capitale privato verso investimenti cinesi e la volatilità del mercato azionario (spinta anche da operazioni speculative di grandi operatori stranieri) hanno però costretto i politici cinesi a modificare il ritmo dei loro sforzi di liberalizzazione finanziaria (in parte discussi in altri interventi del nostro speciale). LO SVILUPPO DEGLI STRUMENTI FINANZIARI – Nel frattempo la Cina ha continuato a studiare da vicino il sistema finanziario internazionale, costituendo gruppi di esperti per testare i mercati dei derivati e permettendo alle sue banche di cimentarsi con pratiche finanziarie più sofisticate. La Repubblica popolare ha intrapreso questi sforzi per comprendere meglio come funziona il sistema finanziario occidentale, giacché pochi cinesi avevano finora lavorato come partner di fondi speculativi o in veste di senior management nelle grandi istituzioni finanziarie di Wall Street. La carenza di talenti cinesi nel settore finanziario internazionale è in parte dovuta al fatto che le compagnie di Wall Street non sono solite reclutare studenti cinesi e spesso quelli che entrano non vengono promossi o vengono trasferiti negli uffici asiatici lontani dalla politica dei quartieri generali. Nondimeno, i cinesi si sono industriati a sviluppare strumenti finanziari di base che le compagnie occidentali hanno più o meno abbandonato, poiché non così lucrativi, come lettere di credito o di garanzia. Questi strumenti sono stati usati per garantire più finanziamenti alla produzione e al commercio per investimenti “produttivi” in tutti i continenti. Ovviamente questa strategia non ha permesso alla Cina di sfidare direttamente il dominio delle compagnie di Wall Street nelle grandi transazioni finanziarie, tuttavia, essa ha servito settori poco sviluppati dell’economia globale. Si tratta di un approccio di gestione finanziaria “bottom-up”, molto più lento e laborioso rispetto a uno “top-down”. In altre parole, risulta sempre più evidente che i cinesi stiano cercando di costruire la propria esperienza finanziaria dalle fondamenta, cosa che nel tempo può portarli a una posizione sempre più rilevante nella finanza mondiale. Poiché questo approccio dal basso non dà potere a un insieme di trader in un luogo specifico, il finanziamento di infrastrutture e altri progetti economici in giro per il mondo potrebbe potenzialmente rendere obsoleti i maggiori centri finanziari. I banchieri saranno sempre più attivi ovunque vi siano...
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articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/40334/la-cina-nella-finanza-globale-iii parte seconda: https://www.cese-m.eu/cesem/2016/03/la-cina-nella-finanza-globale-parte-2/ parte quarta: https://www.cese-m.eu/cesem/2016/04/la-cina-nella-finanza-globale-parte-4/ Comprendere la Cina – Lo yuan sta aumentando la propria presenza negli scambi globali. Tuttavia, non è ancora una moneta “matura” per imporsi come principale valuta di scambio. Gli USA, inoltre, non accetteranno facilmente che il dollaro perda il suo status di supremazia. SOSTITUIRE IL DOLLARO CON LO YUAN? UN PERCORSO A OSTACOLI…– Il processo di graduale internazionalizzazione dello yuan rappresenta un contributo significativo alla costituzione di un regime monetario più stabile e meno condizionato da politiche particolaristiche. Tuttavia, questo processo, che dovrebbe portare auspicabilmente ai una “nuova Bretton Woods”, è tutt’altro che scontato. Mentre la moneta cinese già soddisfa i requisiti che le hanno consentito di acquisire lo status di riserva internazionale – in virtù della solidità economica e commerciale della Cina, nonché della sua capacità di gestione dell’inflazione – vi è una serie di ostacoli da superare prima che essa possa conseguire una più ampia e piena internazionalizzazione. Tali ostacoli corrisponderebbero sia alla mancanza di profondità del mercato finanziario cinese, sia all’inerzia del sistema e sia, soprattutto, al raggiungimento di un accordo equilibrato con gli Stati Uniti. Vediamo brevemente queste tre criticità. UN MERCATO ANCORA DA SVILUPPARE – In primo luogo va sottolineata la difficoltà cinese di riprodurre la profondità del mercato finanziario raggiunta dagli Stati Uniti. Se prendiamo ad esempio gli scambi di derivati in dollari, – pari a circa un quadrilione – la Cina non potrà mai raggiungere simili livelli, soprattutto se continuerà ad esercitare un forte controllo sulle attività finanziarie speculative limitando i commerci di derivati in yuan. In secondo luogo, malgrado l’attuale internazionalizzazione dello yuan, ci vorrà del tempo affinché la maggior parte dei paesi che attualmente prezzano le materie prime e altri prodotti in dollari cominci adenominare gli scambi internazionali in valuta cinese. Cambiare monete di riferimento richiede nuove politiche di governo, ma soprattutto difficili cambiamenti tecnici che potrebbero costare trilioni di dollari. Si pensi alla necessità di apportare cambiamenti di software in innumerevoli sistemi di pagamento e di formare nuovo personale per gestire l’intero processo. Per esempio, il problema tecnico del software Y2K, che preoccupò moltissimo prima del nuovo millennio, è costato centinaia di milioni di dollari per le aziende, le quali furono costrette a impiegare nuovi ingegneri del software al fine di assicurarsi che i loro sistemi informatici non venissero distrutti per il semplice cambio dell’anno. Quindi, una sostituzione diffusa della moneta di riferimento in uso nei pagamenti internazionali sarebbe particolarmente onerosa per il mondo degli affari. UN ACCORDO NECESSARIO CON WASHINGTON – Il terzo ostacolo, quello che sembrerebbe più rilevante, concerne la necessità di raggiungere un accordo tra la Cina e gli Stati Uniti. La paura cinese di subire ripercussioni da parte degli Stati Uniti è un aspetto che non può essere trascurato, malgrado il fatto che esso non venga riconosciuto da molti accademici e politici come una ragione sufficiente per ostacolare la sostituzione dello yuan col dollaro. Gli Stati Uniti posseggono il più grande apparato militare del mondo, funzionale a salvaguardare i...
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articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/39749/la-cina-nella-finanza-globale-ii parte prima: https://www.cese-m.eu/cesem/2016/03/la-cina-nella-finanza-globale/ GLI ERRORI DELLA FED – Con l’eccezione di Lehman Brothers, la Federal Reserve e il governo degli Stati Uniti hanno favorito Wall Street rispetto all’interesse generale. Hanno salvato tutte le maggiori istituzioni finanziarie quando erano in bancarotta, permettendogli peraltro di divenire ancor più pericolose da un punto di vista sistemico. Sotto la supervisione della Federal Reserve e le nuove regole del Dodd-Frank Act, l’attività speculativa è infatti cresciuta di sei volte dalla crisi del 2008. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS), i commerci di strumenti derivati, che superavano i 100 trilioni di dollari nel 2005, hanno superato i 661 trilioni di dollari nel 2014. Allo stesso tempo, il capitale minimo di riserva richiesto a queste istituzioni finanziarie è rimasto piuttosto basso, al 3%. Anche se maggiore del 1%, che era il livello pre-crisi, il margine per l’errore rimane quasi nullo quando il debito costituisce il 97% della struttura del capitale. Ancor peggio, la Federal Reserve ha approvvigionato le banche con denaro a interessi zero e senza particolari vincoli e/o indicazioni sull’utilizzo dello stesso. Invece di richiedere alle istituzioni bancarie di prestare alle piccole e medie imprese almeno il 50% dei fondi ottenuti dalla Federal Reserve, è stato concesso di continuare a prendere quanto più denaro possibile per speculare sui mercati finanziari al fine di comprare azioni, obbligazioni e derivati ed avere un ritorno veloce sugli investimenti. Nel 2007, i prestiti alle piccole e medie imprese negli Stati Uniti ammontavano a 19,18 miliardi di dollari, un valore che nel 2013 si è ridotto a soli 5,37 miliardi di dollari. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, il tasso di nascita/morte delle imprese è passato ad essere negativo, il che ha significato che sono state più le imprese che hanno chiuso di quelle che hanno iniziato ad operare. IL DECLINO DEL PETROLIO – Internazionalmente, gli effetti sono stati ancor peggiori. Quando è iniziata la crisi dell’Euro, tutti gli speculatori, prevalentemente di grandi banche e hedge funds, si misero d’accordo per svendere l’Euro nel tentativo di farlo fallire. Mentre questo obiettivo non è stato raggiunto, il costo umano e socioeconomico delle politiche intraprese dai politici dell’EU per respingere gli speculatori (austerity, salvataggi multipli, quantitative easing e altre misure estreme) è stato altissimo. Inoltre, gli speculatori hanno provocato caos anche in altri Paesi, specialmente nei mercati emergenti dove i prezzi delle materie prime sono saliti alle stelle per poi crollare. Per esempio, il rapido declino dei prezzi del petrolio è arrivato subito dopo la crisi ucraina (febbraio 2014). Mentre i media attribuivano le ragioni del drammatico calo del prezzo del petrolio all’abbondanza di shale gas e al rallentamento della crescita economica della Cina, essi non hanno saputo spiegare una possibile coincidenza della caduta dei prezzi con la crisi ucraina, dato che le notizie sullo shale gas erano uscite mesi prima e il consumo del petrolio da parte della Cina stava in realtà crescendo. Parte della spiegazione di quanto accaduto è venuta da Aaron Brown, che lavorava...