Recensione – “Afghanistan – Storia, geopolitica, patrimonio” di Maria Morigi

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di Giulio Chinappi

La nuova edizione del libro di Maria Morigi sull’Afghanistan aiuta il lettore a comprendere meglio il contesto storico-culturale del Paese dell’Asia centrale, superando le poche informazioni deformate che vengono propinate dai nostri mass media.

FONTE ARTICOLO

Proprio mentre ci apprestavamo a terminare la lettura della nuova edizione del testo di Maria MorigiAfghanistan – Storia, geopolitica, patrimonio (Anteo Edizioni, 2023), il Paese dell’Asia centrale veniva colpito dall’ennesima tragedia della sua travagliata storia: un terremoto ha infatti scosso la regione di Herat, al confine con l’Iran, provocando oltre 2.400 vittime, bilancio probabilmente destinato a salire.

Per chi fosse interessato a conoscere e capire l’Afghanistan al di là delle scarne informazioni, intrise di propaganda, diffuse su quel Paese e sull’attività dei talebani, il testo della professoressa Morigi risulta utile e piacevole alla lettura. Nella prima parte, l’autrice affronta diversi aspetti storici e culturali dell’Afghanistan, ripercorrendo i principali avvenimenti nel corso dei secoli. Questa sezione è stata arricchita con gli aggiornamenti derivanti dagli ultimi sviluppi della politica afghana, ovvero il ritiro degli occupanti statunitensi ed il conseguente ritorno dei talebani al potere. Nella seconda parte, invece, il lettore avrà l’opportunità di conoscere il ricco patrimonio artistico e culturale del Paese, un vero crocevia di civiltà, sebbene i conflitti abbiano portato alla distruzione di importanti reperti dal valore inestimabile.

I lettori di questo blog saranno probabilmente più interessati alla prima parte, dalla quale si evince il fallimento di tutte le grandi potenze che hanno tentato di domare l’impervio Afghanistan. Gli Stati Uniti, in particolare, hanno condotto il più lungo conflitto della loro storia nel Paese dell’Asia centrale, tornando a casa con la coda fra le gambe dopo non essere stati in grado di raggiungere nessuno degli obiettivi prefissati, se non la simbolica uccisione di Osama Bin Laden. Secondo Angelo Travaglini, autore della prefazione all’opera, “l’attuale aumento della violenza in Afghanistan […] costituisce la prova dell’ennesimo fallimento di una strategia americana i cui tratti peculiari sono dati dall’arroganza e dal desiderio di dominio, senza alcuna considerazione delle variabili storiche e culturali proprie del contesto afghano” (p. 7).

Proprio per superare questa ignoranza del contesto storico e culturale afghano, il libro in questione offre una panoramica complessiva delle diverse scuole dell’Islam che esistono nel Paese, senza dimenticare le influenze di altre culture e religioni che hanno attraversato l’Afghanistan nel corso dei secoli. Dall’impero di Alessandro Magno ai persiani, passando poi per i mongoli di Gengis Khan e le diverse scuole buddhiste, fino all’affermarsi del Califfato islamico, tutti hanno lasciato la propria eredità in Afghanistan, il che si riflette nel ricco patrimonio artistico ed archeologico analizzato nella seconda parte del libro.

Venendo ai tempi più recenti, il testo ci ricorda come l’Afghanistan sia stato una pedina prima al centro del “Grande gioco” coloniale, e poi della guerra fredda, con gli Stati Uniti che hanno fatto di tutto per contrastare l’influenza sovietica in Asia centrale: “Ancor prima dell’intervento armato sovietico del 1979, il presidente Carter, consigliato dallo stratega Zbigniew Brzezinski, l’ideologo dell’ultimo Grande Gioco, aveva inaugurato un fronte anticomunista in Asia centrale: la CIA prendeva contatti con i Servizi segreti del Pakistan (Isi), mentre la diplomazia americana lavorava ad un’alleanza con gli Stati islamici ed arabi conservatori al fine di sfruttare l’estremismo islamico contro il comunismo” (p. 81).

L’intervento statunitense del 2001, che ha ottenuto il sostegno di una parte dell’opinione pubblica grazie alla martellante disinformazione sul regime dei talebani, non ha fatto altro che aggravare la situazione di un Paese martoriato dai precedenti conflitti sia interni che con potenze straniere. Le forze occidentali, autoproclamatesi vettore di democrazia nel mondo, compirono massacri inenarrabili tenuti a lungo nascosti dai nostri media, come quello di Dast-i Leili. Gli occidentali non sono neppure esenti da colpe per quanto riguarda la distruzione del patrimonio artistico afghano, avendo provocato la perdita di numerosi reperti, fatto poco documentato dalla stampa mainstream, che invece non manca mai di evidenziare i pur gravi episodi di distruzione compiuti dai talebani, tra i quali si ricorda in particolare quello dei Buddha di Bamiyan.

Naturalmente, a pagare il prezzo maggiore delle operazioni militari e della guerra perpetua nella quale è rimasto invischiato, suo malgrado, l’Afghanistan, è stata soprattutto la popolazione civile, che non solo ha subito i bombardamenti, ma anche gravi danni all’economia del Paese. L’autrice, ad esempio, ci ricorda come l’economia afghana prima del ritiro statunitense fosse in gran parte basata sulla produzione di oppio, equivalente al 60% del PIL, mentre le spropositate donazioni di derrate alimentari provenienti dai Paesi occidentali hanno distrutto il mercato locale, rendendo invendibili i cereali afghani: “E così i coltivatori afghani si sono adeguati per aumentare l’offerta di eroina rimodellando la propria attività con l’uso dell’energia solare” (p. 96).

Dopo il ritiro delle forze statunitensi, dunque, il potere non poteva finire da nessuna parte se non nelle mani dei talebani, che non solo non sono stati sconfitti dalle bombe umanitarie occidentali, ma ne sono addirittura usciti rafforzati agli occhi della popolazione locale, “poiché il gran numero di vittime civili garantiva un maggiore sostegno popolare ai talebani stessi” (p. 125). Dal canto loro, invece, gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare quella che, pur mascherata da smobilitazione, rappresenta la loro maggiore sconfitta militare dai tempi del Vietnam: “Una disfatta totale – paragonata alla fuga da Saigon nel 1975 – che arriva dopo 20 anni di guerra, oltre 250mila morti e oltre 88 miliardi di dollari stanziati per addestrare ed equipaggiare il cosiddetto esercito afghano che non ha saputo garantire alcuna difesa” (p. 133).

Strappando il velo di Maya della propaganda occidentale, il libro di Maria Morigi aiuta il lettore a comprendere il contesto storico e culturale afghano, le ragioni della cocente sconfitta dell’imperialismo statunitense e del ritorno vittorioso dei talebani al potere, inserendo il tutto nel contesto di un mondo multipolare nel quale l’Afghanistan sta cercando di inserirsi grazie alle relazioni positive con i suoi vicini, come Cina, India, Iran e Russia.

Maria Morigi “Afghanista. Storia, geopolitica, patrimonio”, Anteo Edizioni

Dalla quarta di copertina

Orgogliosamente indipendente fin dall’Impero Durrani, l’Afghanistan ha sofferto colpi di stato, guerre civili, interventi stranieri e terrorismo, eppure non è stato piegato dagli interessi coloniali del Grande Gioco, né dalla “guerra umanitaria” per esportare la democrazia. I capitoli aggiunti alla seconda edizione mettono a fuoco la rapida riconquista dei talebani, il caos del ritiro Usa, l’insediamento del nuovo governo, i problemi di emergenza umanitaria e diritti umani dovuti anche al mancato riconoscimento internazionale, per concludere con una panoramica sulle relazioni internazionali e sugli interessi geo-strategici-economici del nuovo Afghanistan nello scacchiere asiatico.
É aggiornata anche la parte sullo splendido Patrimonio afghano, dedicata alla memoria di Giorgio Stacul docente di Protostoria euroasiatica. I temi sono: storia antica dell’Afghanistan (erede di civiltà persiana, indo-ellenistica, buddhista e islamica), ricerca archeologica, furti e saccheggi di tesori, restituzione e salvaguardia al Museo di Kabul, catalogo dei maggiori siti. Un approfondimento riguarda la Valle di Bamiyan sull’antica Via della Seta, che con le vuote nicchie dei Buddha rimane segno di devastazione di civiltà e tessuto sociale.

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