Lev Gumilëv: ethnos, superethnos e passionarietà. Un esempio dalla cultura cinese antica: Ming Tang

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di Maria Morigi

Ho letto con estremo interesse il saggio di Luigi ZuccaroLa geofilosofia con Lev Gumilëv” (Anteo ed.2022). Il libro rende giustizia ad uno studioso poco conosciuto in Occidente, Lev Gumilëv, antropologo, etnologo, geografo, semiologo, iranista e uralo-altaista (come definito da Franco Cardini nella prefazione) che fu figura fondamentale dell’eurasismo, corrente ideologica che ha sviluppato una teoria della Russia come sistema storico-culturale e geopolitico, distinto sia dall’Europa sia dall’Asia.

Il progetto di “Grande Eurasia” che ne scaturisce ha un ruolo di primo piano nella vita culturale della Russia contemporanea, e costituisce oggi la linea principale della geopolitica di Mosca in opposizione all’Occidente.

Gumilëv, che fu antileninista, nel periodo staliniano subì persecuzioni, carcere e condanna a lavori forzati. Solo dopo il 1956, presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze a Leningrado e lavorando come bibliotecario all’Ermitage, riuscì ad approfondire l’analisi dell’origine dei popoli attraverso lo studio archeologico e antropologico, arrivando ad una comprensione organica dell’economia, senza cadere nella categoria del pensiero economicista occidentale; un’operazione, a ben guardare, di chiaro segno antiliberale e antioccidentale che spiega perché lo studioso, morto nel 1991 poco dopo la dissoluzione dell’Impero sovietico, si sia dichiarato allarmato ed estremamente preoccupato proprio per la caduta dell’URSS e contrario ad ogni alleanza con l’Occidente.

L’interesse per le tesi di Gumilëv si riaccese in epoca post-sovietica: Aleksandr Dugin lo considera l’anello di congiunzione tra l’eurasismo classico e il neo-eurasismo,  inoltre nelle repubbliche post-sovietiche dell’Asia centrale fu ispiratore di progetti eurasisti di riscatto nazionale per il presidente kazako Nursultan Nazarbaev (l’Università statale a Astana è intitolata a Gumilëv)  e per il presidente kirghiso Askar Akaev.

La prefazione di Franco Cardini e la postfazione di Daniele Perra, ambedue studiosi esperti del pensiero filosofico e geopolitico di area russo-euroasiatica, hanno ben colto e sottolineato le influenze, i prestiti, e le valenze geo-politiche del pensiero di Gumilëv nell’ambito di un quadro di studiosi, filosofi e scienziati a lui contemporanei e precedenti (nel titolo del saggio c’è un significativo CON Lev  Gumilëv). Per me questa lettura costituisce una sfida teorica con cui ho difficoltà a confrontarmi, non conoscendo molti dei tanti autori citati di area russa; nello stesso tempo rappresenta la conferma di un’evidenza e cioè che la Storia è determinata dalla Geografia e che la genesi, lo sviluppo, le migrazioni delle etnie e dei gruppi sociali sono determinati da fattori quali morfologia del territorio, clima ecc..

Nell’ interpretazione di Gumilëv le idee di ethnos ed etnogenesi diventano estranee all’antropologia culturale teorica, ma si esprimono nel rapporto tra biosfera e geosfera, sulle mosse della biogenetica del fisico Kozyrev che tentò di provare il nesso tra mente, corpo e cosmo e ipotizzò una energia biosomatica. Lo stesso spazio eurasiatico, corrispondente ai confini geopolitici della Russia zarista, diviso in quattro fasce orizzontali del suolo (tundra, taiga, steppa e deserto) e in due fasce climatiche verticali che separano l’Eurasia dal clima asiatico monsonico, è funzionale premessa alla teoria etnogenetica.

Negli studi sui popoli nomadi della steppa, la cui storia è spesso incentrata sulla figura di un capo carismatico, Gumilëv propone il concetto di azione reciproca di uomo e ambiente – ovvero la “passionarietà” passionarnost – capacità dell’organismo umano di assorbire energia dall’ambiente e rilasciarla in forza d’azione; la passionarietà è anche la capacità, propria solo di alcuni uomini, di dare sé stessi per una causa che supera l’interesse individuale e stimola altri uomini a superare una condizione di inerzia dando avvio al processo di etnogenesi. La passionarietà inciderebbe secondo il succedersi di cinque fasi: di ascesa, acmatica, di rottura, di inerzia (o omeostatica in equilibrio con l’ambiente) e memoriale (ormai priva di forza nel superare limiti di organizzazione e spazio). Il declino della passionarietà si manifesterebbe in un comportamento progressivamente sempre più individualista.

Per usare le parole di Zuccaro “La stessa fase passionaria è un prodotto dell’azione sistemica dell’ambiente che produce un salto qualitativo con le prassi prodotte dai popoli che lo abitano. Lo studio della passionarietà da parte di Gumilëv, rappresenta una sorta di fenomenologia dello spirito naturalizzata che muove dall’ambiente come struttura e non dalle categorie economiche come per Marx” (Pag 52). Una teoria ricorrente nel pensiero filosofico russo in quanto considera lo spazio come trascendentale rispetto alla Storia, secondo quanto afferma Pavel A. Florenskij “Tutta la cultura può essere rappresentata come l’attività dell’organizzazione dello spazio”(P.A. Florenskij, Lo spazio e il tempo nell’arte, Adelphi 1995).

Essendo di formazione archeologa, studiosa di etnie e religioni (specie per quanto riguarda la Cina), vengo ai capitoli che più mi hanno coinvolto, cioè il IV, “Mito e immaginario” e il V “Dalla Cina arcaica alla passionarietà nel secolo cinese”. In questi capitoli si esemplificano gli elementi costitutivi del superethnos, insieme etnico maggiore(europeo, russo, eurasiatico, islamico, cinese) e fenomeno complesso che prende forma da religione e  mitologia, ma non sempre (e non del tutto) corrisponde a civiltà o civilizzazione.

Faccio un esempio a proposito della Cina arcaica, società agricola e stanziale in cui alluvioni e carestie erano le catastrofi maggiori. La ricerca della Via (Tao), si basa sul Qi (energia vitale che pervade ogni aspetto dell’azione umana e della natura), sull’ alternanza continua delle due polarità Yin e Yang, e sulla convinzione che gli Shen (Spiriti) percorrano continuamente lo spazio tra cielo e terra. Anche l’arte geomantica Feng Shui (“vento e acqua” cioè energia latente nel territorio) determina e orienta la costruzione della necropoli o del palazzo; e il “Non agire” o Wu Wei (ben illustrato nel saggio di Zuccaro a pag 94 e seg.) con il concetto essenziale del“Vuoto perfetto”, sono prove che la sapienza cinese si rapporta in modo armonico con la Natura, segue l’inclinazione proveniente dal Cielo e contribuisce a “ordinare” mondo, cosmo e rapporti umani tramite i rituali (vedi il confuciano “Libro dei Riti” – Lǐjì) e la divinazione.

Modello di riferimento è l’edifico sacro per eccellenza, il Ming Tang (Sala Luminosa, Casa del  Calendario o Padiglione della Luce), sala di rappresentanza del palazzo imperiale e luogo dove l’imperatore e i suoi funzionari sedevano per le consultazioni divinatorie e per stabilire il calendario agricolo che fu prerogativa e irrinunciabile funzione dell’Imperatore il cui compito era di sfamare tutte le genti dell’Impero.

Il Ming Tang è costituito da una piattaforma quadrata, che rappresenta la Terra, divisa in 9 stanze, su cui è innalzata una copertura circolare, a immagine del Cielo. Il centro del quadrato è occupato dal numero 5, centro del cosmo, centro della terra e punto cardinale primario.

I lati raffigurano i 4 pilastri corrispondenti alle 4 stagioni; ai lati esterni delle 9 stanze sono situate 12 finestre che rappresentano i mesi dell’anno rituale. Le 12 finestre moltiplicate per le 9 stanze, danno come risultato 108, cifra ciclica che ricorre in molte tradizioni sacre legate al tempo. Il compito del capo della Casa del Calendario era di assicurare la giusta ripartizione delle stanze in modo che fossero correlate ai punti cardinali.

Il Ming Tang è non solo una rappresentazione del cosmo e della Legge Celeste, ma anche metafora dell’impero che nel terzo millennio a. C. era appunto diviso in nove province (Zhou) secondo la leggendaria misurazione della terra attribuita al Re sciamano Fu Yu che domò le inondazioni (riferito nello Shǐjì ).

Gli antichi cinesi determinavano così le 24 fasi dell’anno solare chiamate chieh-ch’i e le fasi lunari. La disposizione della Casa del Calendario inoltre è associata alla tartaruga (Shu) che rappresenta l’elemento acqua, la stagione invernale, il colore nero, il sotterraneo, la polarità Yīn (lato in ombra e femminile), il punto cardinale Nord e gli Antenati. Tutti elementi che ciclicamente volgono nel tempo e nello spazio, ma devono essere rispettati ed esorcizzati perché possano fornire la giusta inclinazione degli eventi umani ad essi correlati.

Per concludere sull’esempio cinese, condivido quanto scrive Zuccaro “Nella sua millenaria storia, la Cina, più che delle trasformazioni, ha attraversato dei mutamenti all’interno dei quali la territorialità è rimasta comunque intatta. Il principio del Tao, inteso come ordine ed equilibrio, non già come struttura, è un concetto vicino a quello greco di Dike. Il taoismo… è la vera religione civile della Cina e lo è stato nonostante il tentativo di scardinare in parte le strutture feudali e tradizionali sullo sfondo anche della rivoluzione maoista. Mao ha portato avanti una rivoluzione certamente in un quadro di matrice illuministica e marxista…, ma entro una riforma economica ed agricola legata ai criteri della tradizione culturale cinese” (Pag 98-99).

Luigi Zuccaro, La Geofilosofia con Lev Gumilev, Anteo Edizioni

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