L’inopportuna visita del “principe” Reza Ciro Pahlavi in Italia

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di Giulio Chinappi

La visita del pretendente al trono iraniano in Italia risulta alquanto inopportuna e suscita dubbi circa quale sia la posizione italiana nei confronti della Repubblica Islamica.

In questi giorni, Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah Mohammed Reza Pahlavi, detronizzato dalla rivoluzione islamica del 1979, si trova a Roma per una visita di due giorni insieme alla consorte, la principessa Yasmine Pahlavi. Secondo la versione ufficiale, la visita del pretendente al trono iraniano, oggi cittadino statunitense, sarebbe volta a promuovere la visione di un Iran “laico e democratico” per il futuro.

La visita di Reza Ciro Pahlavi nel nostro Paese appare alquanto inopportuna, poiché rischia di creare un incidente diplomatico con il governo legittimo della Repubblica Islamica dell’Iran. I monarchici iraniani, infatti, considerano il sedicente principe come il legittimo erede al trono, fatto naturalmente smentito dalla storia, visto che nel 1979 fu lo stesso popolo iraniano a votare, attraverso un referendum, per la fine della monarchia e l’instaurazione della repubblica, con una percentuale plebiscitaria.

Il fatto che Reza Ciro Pahlavi si rechi in visita “ufficiale” in Italia dovrebbe suscitare non pochi interrogativi circa la posizione ufficiale del governo italiano nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran. Storicamente, l’Italia ha sempre mantenuto rapporti con il governo di Tehrān, e ad oggi rappresenta il principale partner commerciale ed economico dell’Iran nell’Unione Europea. Andrebbe dunque spiegato se, improvvisamente, l’Italia non stia decidendo di sostenere le fazioni monarchiche contro il governo della Repubblica Islamica. Oltretutto, Pahlavi giunge in Italia dopo una discussa visita in Israele, evento che chiaramente ha fatto ulteriormente salire la tensione già alta tra l’Iran e l’entità sionista.

Non a caso, la visita di Pahlavi in Israele ha avuto luogo poco dopo che l’Iran e l’Arabia Saudita hanno riavviato le loro relazioni diplomatiche con la mediazione della Cina, cambiando gli equilibri della regione mediorientale, e mettendo a repentaglio i piani di destabilizzazione orditi da Washington e Tel Aviv. Il governo dell’estrema destra sionista, guidato da Benjamin Netanyahu, del resto, non nasconde le sue reali intenzioni di provocare un cambio di regime in Iran: dobbiamo dunque concludere che anche l’Italia cova questo stesso piano?

Nella giornata di ieri, 26 aprile, Reza Ciro Pahlavi ha tenuto un convegno dal titolo “Una visione laica e democratica per l’Iran del domani”, evento nel quale è intervenuto, tra gli altri, anche Roberto Bagnasco, capogruppo Forza Italia in commissione Difesa della Camera dei deputati, ovvero un rappresentante delle istituzioni della Repubblica Italiana. Secondo la versione del comunicato ufficiale, “il principe Pahlavi da oltre 43 anni si batte per la democrazia in Iran, per la separazione della religione dal governo dello Stato, per le libertà individuali, per la difesa dei diritti umani e per la coesistenza pacifica con le altre nazioni mediorientali”.

Come al solito, questo genere di comunicati necessita una traduzione di significato per comprenderne il senso reale. Un Iran “laico e democratico”, nel linguaggio di costoro, significa un Iran completamente genuflesso ai dettami delle potenze occidentali, ed in particolare degli Stati Uniti, come quello che stava costruendo il padre del sedicente principe. Pahlavi, del resto, possiede la cittadinanza degli Stati Uniti, dove gira per università e altre tribune a raccontare favole usando la parola magica “democrazia”. Come al solito, poi, anche i “diritti umani” vengono chiamati in causa quando si tratta di montare accuse generiche contro quei Paesi che hanno l’unica colpa di non allinearsi al progetto egemonico statunitense.

Lo stesso comunicato ufficiale prosegue affermando che Reza Ciro Pahlavi “non rivendica un ruolo istituzionale per sé stesso, il suo obiettivo è quello di traghettare l’Iran verso una transizione democratica che lasci liberi i cittadini di scegliere con il voto la loro eventuale e futura forma di governo”. Un insieme di menzogne, che abbiamo già smentito in questo stesso articolo. Innanzi tutto, il fatto che i monarchici lo considerino come legittimo erede al trono dimostra come costui punti proprio alla restaurazione della monarchia, come si evince dalla proposta di effettuare un referendum sulla “futura forma di governo”. Se, in un’ipotesi assai remota, tale referendum dovesse avere luogo, e se dovesse vincere la monarchia, Reza Ciro Pahlavi diventerebbe automaticamente il nuovo Shah, come dimostrano il fatto che si diletti a farsi fotografare con la bandiera della Persia monarchica alle spalle, a mo’ di un capo di Stato. Tuttavia, come abbiamo sottolineato, quel referendum fu già organizzato nel 1979, con una chiara vittoria dell’opzione repubblicana.

Paradossalmente, neppure gli esuli iraniani in Italia, che pure si oppongono alla Repubblica Islamica attualmente vigente, hanno visto di buon occhio la visita di Reza Ciro Pahlavi. Infatti, anche la diaspora iraniana vede il sedicente principe come un reazionario che punta unicamente a restaurare la monarchia, ammantando il proprio discorso di belle parole come “democrazia”, “laicità” e “diritti umani”. Stiamo parlando di quello stesso Reza Ciro Pahlavi che, nello scorso mese di febbraio, aveva chiesto all’Occidente di sostenere l’Iran “come avete fatto con l’Ucraina, ovvero a suon di bombe e carrarmati. Insomma, un folle guerrafondaio che sogna la restaurazione monarchica.

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