Il suicidio economico della Germania in nome delle sanzioni antirusse

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di Giulio Chinappi

FONTE ARTICOLO: giuliochinappi.wordpress.com

La Germania si trova in una posizione molto difficile, costretta a scegliere tra i propri interessi nazionali e le politiche antirusse in nome della fedeltà all’atlantismo. All’interno del governo di Berlino emergono due tendenze opposte.

Lo scorso 12 febbraio, il governo ha subito un duro colpo in occasione delle elezioni svoltesi a Berlino, dove il Partito Socialdemocratico di Germania (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, SPD) ha patito una clamorosa sconfitta per mano degli storici rivali dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania (Christlich Demokratische Union DeutschlandsCDU). Un risultato che non deve essere considerato come aneddotico, sebbene la formazione dell’amministrazione locale sia ancora in bilico tra i due partiti principali, ma che palesa un certo malcontento nei confronti del partito che attualmente detiene il controllo del governo federale sotto la guida del cancelliere Olaf Scholz.

In tutta la Germania, infatti, sale il malcontento per la cattiva gestione della situazione internazionale da parte del governo teutonico, all’interno del quale emergono due tendenze contrapposte: la prima, quella guidata proprio da Scholz, che cerca di tenere conto degli interessi nazionali della Germania, legati anche ai buoni rapporti con la Russia e la Cina; la seconda, invece, che fa capo al ministro degli Esteri Annalena Baerbock, la quale propone la totale sottomissione agli ordini provenienti da Washington nel nome della fedeltà alla linea atlantista.

Razionalmente, la linea proposta da Baebock significa il suicidio di quella che viene generalmente considerata come la prima economia del continente europeo, ma che ora mostra tutte le sue debolezze, vista la forte dipendenza energetica nei confronti della Russia. Le sanzioni unilaterali imposte dall’Occidente collettivo a guida statunitense contro Mosca si sono rivelate un boomerang per tutta Europa, ma per Berlino in particolare. Secondo quanto riportato dall’Istituto dell’economia tedesca di Colonia, infatti, la Germania dovrebbe perdere ben 175 miliardi di Euro nel corso del 2023, pari al 4,5% dell’intero prodotto interno lordo tedesco, se la situazione dovesse restare quella attuale.

L’aumento dei costi energetici, causato dall’interruzione dei flussi di gas provenienti dalla Russia, sta portando gravi conseguenze a tutte le aziende del Paese. Come riportato dal sito German Foreign Policy, la BASF, una delle più grandi compagnie chimiche al mondo, ha appena annunciato la chiusura definitiva di uno dei suoi due impianti di produzione di ammoniaca a Ludwigshafen, e questa viene considerata come la prima chiusura di un grande impianto industriale tedesco causata dalla guerra economica contro la Russia. La stessa BASF ha spiegato che i costi del gas naturale sono aumentati di due miliardi di euro nel 2022, nonostante una riduzione dei consumi di circa un terzo.

I redattori di German Foreign Policy non possono che giungere alla logica conclusione che “le conseguenze della guerra economica occidentale contro la Russia stanno quindi accelerando il declino industriale dell’Europa”. In effetti, la produzione chimica in Europa è diminuita del 5,8% nel 2022, mentre a livello mondiale è aumentata del 2,2% grazie alla crescita significativa in Cina e negli Stati Uniti. Questo dimostra come le sanzioni antirusse siano in realtà figlie di un progetto ben calcolato da parte di Washington volto all’eliminazione dei principali concorrenti europei, per rendere il nostro continente ancora più dipendente dai nordamericani.

In un altro articolo, lo stesso sito tedesco dimostra come le aziende degli Stati Uniti siano le principali beneficiarie del conflitto ucraino. Un’altra testata teutonica, la Neue Zürcher Zeitung, ha sottolineato come gli Stati Uniti abbiano giocato sporco, obbligando di fatto la Germania ed altri Paesi europei a fornire carri armati Leopard all’Ucraina, ma rifiutandosi di consegnare i propri carri armati M1 Abrams, appioppando ragioni inverosimili, “perché se l’Ucraina riceve principalmente carri armati Leopard 2 dagli stock delle forze armate europee, allora questi stock devono essere riforniti il ​​​​più rapidamente possibile”. In pratica, i Paesi europei forniranno i propri armamenti all’Ucraina a titolo gratuito, ma poi saranno costretti a procurarsene di nuovi dalle aziende statunitensi.

Considerando l’attuale situazione, appare dunque chiaro come gli Stati Uniti abbiano individuato nella Germania un Paese oramai troppo potente, e che quindi deve essere ridimensionato. Con il suo ruolo di prima potenza europea, Berlino aveva creato una propria sfera d’influenza economica su tutto il continente, oltretutto permettendosi di creare importanti legami con la Russia, come dimostra il progetto per il doppio gasdotto Nord Stream. Washington, dal canto suo, mirava a stabilire un dominio assoluto sul nostro continente, e per questo doveva sbarazzarsi della Germania come potenza regionale.

L’attentato al gasdotto Nord Stream dimostra come questa lettura sia quella più verosimile per comprendere le attuali dinamiche europee, compreso il conflitto ucraino. In questo modo, gli Stati Uniti hanno interrotto il legame russo-tedesco, portando all’isolamento della Russia dal resto dell’Europa e all’indebolimento della Germania come potenza regionale. Dal canto loro, le aziende belliche ed energetiche statunitensi stanno facendo affari d’oro, vendendo all’Europa armi e idrocarburi a prezzi maggiorati, e rafforzando in questo modo il rapporto di vassallaggio esistente tra le due sponde dell’Atlantico.

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