L’analisi contro la “geopolitica dell’errore”

Pubblichiamo la prefazione che il vicepresidente del Cesem, Matteo Pistilli, ha scritto per il volume “Appunti di geopolitica 2011- 2013” di William Bavone edito da Arduino Sacco Editore.

mappamondoLa geopolitica, pur essendo stata elaborata compiutamente solo alla fine del diciannovesimo secolo, come approccio è presente da quando esistono comunità umane e territori contesi. Infatti sin dai classici possiamo rintracciare elaborazioni sul rapporto fra geografia del territorio e popolazioni; è questo il filo conduttore che porta dalle sistemazioni più basilari fondate su schematismi quali “popolazioni montane e marittime”, “regioni calde e fredde”, passando per la costituzione dello Stato moderno, fino alla geopolitica vera e propria dei nostri giorni, necessaria e necessitante, legata a fondamenta sorprendentemente antiche, ma anche figlia dell’odierna società di massa.

Se l’oggetto di indagine è sempre il rapporto fra polis e territorio, il determinismo geografico – grazie alle scoperte geografiche e alla maggiore importanza dell’opinione pubblica – lentamente si arricchisce di numerosi aspetti che vanno dalle lingue, alle religioni, fino all’economia.

Il concetto di geopolitica non è facilmente definibile: questo termine, come noto, viene coniato dallo svedese Rudolf Kjellen negli anni a cavallo fra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, ed è di pochi anni posteriore al primo utilizzo della definizione “geografia politica” da parte del tedesco Ratzel. Entrambi i termini riguardano analisi di questioni politiche effettuate facendo riferimento a fattori geografici, non intesi esclusivamente come fattori fisici, bensì come aspetti delle relazioni umane, culturali, demografiche e delle relative discipline.

La distinzione con la geografia politica può essere utile per centrare meglio il concetto di geopolitica: pur non volendo in questo contesto proporre una definizione univoca, è importante sottolineare che se la prima si occupa della distribuzione spaziale dei fenomeni politici e della loro relativa influenza sullo spazio, la geopolitica si concentra sull’influenza dei fattori geografici (ripetiamo non solo fisici) sulla politica, o meglio sulle analisi e visioni politiche proposte e attuate.

Come accennato, trattando la geopolitica i rapporti fra fattori geografici e scelte politiche, esiste sin da quando sono presenti comunità umane che entrano in contatto ed è sempre stata la regina delle discipline: sintetizzando più aspetti fondamentali per la gestione della polis è la chiave di volta che ogni entità politica usa per orientarsi.

Ma è la geopolitica moderna che deve fare i conti con la nascita dello Stato e specialmente con l’opinione pubblica (Yves Lacoste parla di rappresentazioni prendendo spunto dal teatro) e non è di certo un caso che sia bandita o taciuta proprio nei periodi e negli spazi dove il “potere” deve costruire e sedimentare una narrativa basata su qualsiasi struttura ideologica.

Ovviamente anche ogni geopolitica è fondata su metafisiche, ideologie e visioni del mondo, è pur sempre il frutto dell’incontro fra politica e geografia, ma proprio per il suo carattere multidisciplinare riesce a tenere a freno, se ben fatta, la furia ideologica. Essendo oggi (più di ieri) oggetto di propaganda, non stupisce come sia stata portata avanti una svalutazione della geopolitica classica, accusata di eccessivo determinismo, che al contrario ha sempre dato prova di essere in grado di leggere il proprio tempo oltre a quello successivo: “Il suo oggetto è lo studio delle grandi connessioni vitali dell’uomo d’oggi nello spazio d’oggi”, ebbe modo di dire il padre della geopolitica classica Karl Houshofer, sottolineando in special modo quel termine “oggi” che dimostra come era ben chiaro il carattere politico e attivo dell’approccio geopolitico.

Ci troviamo invece oggi, specialmente in Europa, in una condizione culturale drammatica, in cui vengono diffuse e accettate acriticamente visioni – queste si – sommamente rigide, deterministe ed estremiste. L’ideologia che ha origine dal concetto di “Destino manifesto” ha portato gli Stati Uniti, dopo la vittoria (temporanea) nella guerra fredda, a confermare il dominio geopolitico (e nella dottrina geopolitica), comportando scelte politiche per nulla legate ad interessi collettivi, ma soltanto ad una visione del mondo univoca ed incapace di adattarsi e convivere con altre popolazioni e culture.

L’azione geopolitica come analisi e processo politico legato a fattori geografici è quindi sempre esistita, ma come concetto esplicito e più attuale nasce compiutamente grazie al già citato studioso tedesco Karl Houshofer: dopo la prima guerra mondiale e le ingiuste ed eccessive sanzioni contro la Germania, si insinua nel vivace dibattito della Repubblica di Weimar, una visione che porta l’analisi geopolitica alle masse e da queste prende forza, rivendicando nuove sistemazioni inter-nazionali. E’ utile sottolineare che questa visione geopolitica niente ha a che vedere con il futuro nazismo, imbevuto di razzismo e preconcetti culturali, ma al contrario di questo tendeva all’alleanza di Berlino con Mosca che in effetti divenne realtà nel 1939. E’ con il 1941 però, l’Operazione Barbarossa e la guerra fra Germania e Urss – la prima catastrofe geopolitica del novecento – che lo stesso Haushofer cadrà in disgrazia e con lui questo slancio geopolitico che aveva segnato un’epoca.

Finita la guerra mondiale il termine geopolitica verrà bandito sia nell’est che nell’ovest. Da una parte per celare le scelte effettuate fino a quel momento e farle ricadere sotto la logica della lotta di classe, dall’altra per creare la retorica della libertà e della democrazia. In realtà è facile capire come proprio scelte geopolitiche erano state prese, ma senza la partecipazione delle popolazioni. Questo perché bisognava congelare la situazione ed elevare a regola intoccabile la divisione del mondo in due blocchi. Riflettere pubblicamente sulla geopolitica avrebbe spazzato via tali retoriche e svelato strategie, ideologie e visioni che avevano portato al dramma delle guerre.

E’ per tali motivi che lavori come quello di William Bavone sono di importanza fondamentale: sebbene negli anni 90 con il crollo dell’Urss gli addetti ai lavori abbiano parlato di un grande ritorno della geopolitica, a parte qualche eccezione, questa continua ad essere bandita, edulcorata e legata a visioni troppo rigide e deterministe.

Bavone si occupa di diversi casi geopolitici, utilizzandoli come in laboratorio per svelare cause e tendenze che dal micro possono essere trasportati al macro; è proprio questa ricerca che oggi manca in Europa e nel nostro caso in Italia. A parte riviste come Eurasia o il Centro Studi Eurasia Mediterraneo intorno al quale ha felicemente gravitato l’autore di questa raccolta, il dibattito geopolitico è fermo al palo ed al rispetto di leggi che si vogliono intoccabili.

Il particolare interesse di Bavone per il Sud America, per esempio, è importante per aiutarci ad analizzare anche la situazione europea: quell’area ha sempre dovuto fare i conti con l’ingombrante vicino del nord, vedendosi boicottare ogni volontà di aggregazione tanto da essere considerata dalla dottrina Monroe il giardino di casa degli Usa. Ma se l’America Indiolatina prima dello sforzo bolivariano era il giardino, oggi l’Europa, con la sua politica estera assente o eterodiretta e il dibattito geopolitico inesistente, è la “casa sul lago” che ha Washington sul Mediterraneo.

Tale geopolitica elaborata oltreoceano, così radicale da impedire ogni dibattito interno, è fondata su prese di posizione decisamente deterministe e intoccabili. A meno di non pensare che l’azione geopolitica statunitense abbia l’obiettivo di creare caos, cosa che non si può escludere del tutto, è evidenza lampante come tutte le scelte messe in atto da anni siano state del tutto sbagliate, tanto da poter far parlare di una vera e propria “geopolitica dell’errore”. Basterà citare le guerre in Jugoslavia, Libia, Siria, salite più di altre agli onori della cronaca per capire come la retorica fondata su pacificazione, libertà e democrazia non solo non si è tramutata in realtà, ma ha portato a situazioni drammatiche rinforzando gruppi terroristici e violenti. Oppure come non pensare alla continua pressione statunitense nei confronti dell’est Europa, arrivata ad incendiare (letteralmente) l’Ucraina e a chiedere sforzi economici per la strategia Nato ad una Europa devastata economicamente, che dovrà rinunciare al comodo, economico e sicuro gas russo per accontentare la strategia geopolitica a stelle e strisce, molto più “classica” e determinista di quanto si vorrebbe ammettere.

Questo proprio perché, utile ripeterlo, una visione geopolitica dai tratti totalitari e fondata su ideologie non criticabili non è in grado di analizzare e agire sul presente, e non vuole accettare il nascente multipolarismo. E torna alla mente la frase di Haushofer che sottolinea il sostantivo oggi in quanto è in quello che troviamo l’importanza del prezioso lavoro di Bavone: capace di mettere a fuoco diverse aree del pianeta, e non solo da un punto di vista geografico, ci trasporta nell’analisi e nel dibattito geopolitico che deve sbocciare per consentire un progresso dall’attuale situazione di stallo in cui proprio la nostra Europa è caduta. Non è infatti un lusso parlare di geopolitica perché citando Karl Schmitt “Ma anche ad ogni grande cambiamento storico è, perlopiù, connesso un cambiamento dell’immagine di spazio. E’ questo il nucleo vero e proprio del complessivo cambiamento politico, economico e culturale che allora si compie”.