Il ruolo della NATO, tra mito e realtà.

di Stefano Vernole

La NATO: nascita e finalità.

Molti ritengono che la NATO nasca in risposta al cosiddetto “espansionismo sovietico”, ricordiamo tuttavia che il Patto di Varsavia – organizzazione militare che raggruppava i Paesi satelliti dell’URSS – venne creato solo nel 1955, cioè cinque anni dopo la nascita dell’Alleanza Militare Atlantica (1950).

Molto più concretamente si può sostenere che la NATO abbia sempre agito secondo i principi enunciati dal Segretario generale della NATO Lord Ismay: “L’America dentro, la Germania sotto e la Russia fuori”.

Esistono poi seri dubbi sulle reali capacità belliche e sulla volontà storica della NATO di difendere l’Europa in caso di conflitto armato con l’Unione Sovietica.

Capacità: il Generale belga Robert Close, (ex Vice Comandante del Nato Defense College), in un dettagliato volume del 1978 espose efficacemente la tesi che se “i Russi aggredissero di sorpresa le forze della Nato nella Germania Occidentale potrebbero arrivare al Reno in 48 ore”.

Le opinioni di Close furono pochi anni dopo precisate dal Generale Johannes Steinhoff, che prestò per tre anni servizio come Presidente del Comitato Militare della NATO (uno dei posti più alti in seno all’Alleanza Atlantica): “E’ un fatto che l’Alleanza va a rotoli dolcemente … è ancor vero oggi, come all’epoca della creazione della NATO, che questa alleanza è totalmente dipendente dalla leadership degli Stati Uniti. Sembra venuto il momento di rivedere questa leadership … Dato che non serve a nulla che gli Stati Uniti partecipino ad una alleanza che non è capace di reagire ad un attacco sovietico – il solo scopo reale della NATO – bisognerebbe forse che il nostro prossimo Presidente stabilisca a quali condizioni intendiamo proseguire la nostra partecipazione”.

Ma viene confermata in seguito da alcuni fattori: le pessime prestazioni fornite dalla NATO nei recenti teatri di guerra, Serbia, Iraq e Libia innanzitutto; la scarsa attitudine dei soldati USA alle battaglie terrestri; il ricorso sempre più evidente alle società private che forniscono mercenari nei vari teatri operativi.

Volontà di protezione: è sufficiente ricordare le dichiarazioni di Ronald Reagan, riportate in Italia solo dal quotidiano “La Stampa”, con le quali l’ex Presidente USA il 16 ottobre 1981 dichiarava che l’Europa può essere “Il teatro di una guerra nucleare limitata”. Stati Uniti e Unione Sovietica avrebbero potuto fare dell’Europa un campo di battaglia nucleare, senza coinvolgersi direttamente, ma distruggendo completamente il Vecchio Continente.

Scioglimento del Patto di Varsavia: Gorbaciov ebbe l’assicurazione che gli USA non avrebbero allargato la NATO ad Est ma a Washington si rimangiarono la parola, come sottolineato dallo stesso Putin nel 2007, durante la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera.

L’Alleanza Atlantica ha infatti tracciato due nuovi concetti strategici, uno nel 1991 e l’altro nel 1999, in concomitanza con le due guerre di aggressione all’Iraq e alla Serbia.

Approfittando proprio della guerra civile jugoslava che gli stessi USA avevano contributo ad attizzare, la NATO effettuò i primi interventi militari contro una nazione europea non allineata, prima contro i serbi di Bosnia (1995) poi contro il Governo di Belgrado (1999).

E’ vero che l’Europa aveva dimostrato scarsa fermezza durante la crisi jugoslava, ma è altrettanto vero che i tentativi dell’asse franco-tedesco di abbozzare un progetto di esercito comune autonomo dall’Alleanza Atlantica furono immediatamente stoppati da Washington, timorosa per il precedente creato da Charles De Gaulle nel 1966, quando la Francia uscì dal comando unificato della NATO.

Nel 1992, due statisti europei del calibro di Kohl e Mitterand cercarono di far nascere l’Eurocorp, cioè un corpo d’armata franco tedesco aperto alla partecipazione degli altri Paesi della CEE, ma l’allora Segretario di Stato nordamericano, James Baker, dichiarò senza mezzi termini che “gli Stati Uniti sono contrari anche alla sola ipotesi di una forza militare europea indipendente”.

La difesa comune è stata rinviata dal Trattato di Lisbona a una deliberazione all’unanimità del Consiglio Europeo; nel frattempo gli impegni e la cooperazione in questo settore rimangono conformi agli impegni assunti nell’ambito della NATO, così come ribadito nell’ultimo vertice di Varsavia tra l’UE e l’Alleanza atlantica.

Ricordo a questo proposito le parole di un ex diplomatico serbo, Dragos Kalajic, che nel 1999 mi confidò dei suoi colloqui con gli ambasciatori di alcune nazioni appartenenti all’ex Europa Orientale; domandando le ragioni che stavano conducendo Slovenia, Ungheria e Repubblica Ceca ad entrare subito nell’Alleanza Atlantica, i rappresentanti di quei Paesi gli avevano risposto che si trattava della “conditio sine qua non per poter successivamente aderire all’Unione Europea”.

Lo stesso concetto, da una prospettiva opposta, era stato espresso poco prima da uno dei più importanti strateghi dell’establishment a stelle e strisce, Zbigniew Brzezinski nel suo celebre testo La Grande scacchiera: “La NATO fortifica l’influenza politica e il primato militare degli Stati Uniti sul continente eurasiatico. Finché le Nazioni europee alleate restano strettamente dipendenti dalla protezione americana, ogni espansione del raggio di azione politica dell’Europa è automaticamente anch’essa un’espansione dell’influenza statunitense”.

I pur scarsi risultati militari, combinati con l’azione del soft power USA, fruttarono alcuni successi politici, come l’occupazione della provincia serba del Kosovo e Metohija da parte della NATO, la deposizione di Milosevic (2000) e l’arresto di Karadzic e Mladic.

Evoluzione nel ruolo della NATO: l’invasione dell’Afghanistan nel 2001 (con pretesto gli attentati dell’11 settembre negli USA) è strettamente legata alla precedente guerra balcanica per almeno due fattori: lo smercio e il riciclaggio del traffico di droga, il controllo dei corridoi energetici (per il Kosovo in particolare il n. 8, da Durazzo al Mar Nero); inoltre essa permise di conferire alla NATO un’ulteriore funzione operativa: quella dell’antiterrorismo.

Con le modifiche alla Direttiva di Guida Politica (CPG) del 2006, la NATO ha ampliato la propria visione minacciosa della sicurezza internazionale; pur riconoscendo che un’aggressione convenzionale su larga scala contro l’Alleanza è altamente improbabile, si afferma che la NATO deve avere la capacità di condurre tutte le operazioni, sia ad alta che a bassa intensità.

I suoi particolari furono svelati in un documento del 2007, dal titolo “Verso una strategia di ampio respiro per un mondo instabile: rinnovare la partnership transatlantica”, dove 5 ex ufficiali militari della NATO si dichiararono favorevoli all’utilizzo di armi nucleari contro Stati e blocchi geopolitici ostili alla globalizzazione della NATO e alla fusione tra Stati Uniti, Unione Europea ed Alleanza Atlantica in una sorta di Direttorato transatlantico.

Il loro studio individua sei sfide principali alla visione atlantista: 1) la demografia; 2) i cambiamenti climatici; 3) la sicurezza energetica; 4) l’insorgenza dell’irrazionalità; 5) l’indebolimento dello Stato-nazione; 6) il lato “oscuro” della globalizzazione (terrorismo, guerra asimmetrica, ecc.).

Nel 2010 un comitato presieduto da Madeleine Albright e dall’ex Amministratore delegato della Royal Dutch Shell, Jeoren van der Veer, elaborò un nuovo concetto strategico della NATO sfruttando un’interpretazione capziosa della clausola “difensiva” n. 5 del suo statuto, che fornirebbe il mandato necessario per attaccare militarmente tutti i Paesi esportatori di energia come l’Iran (specie se decidesse di chiudere lo stretto di Hormuz), l’Algeria, il Venezuela, il Kazakhstan ecc. nel nome del “rispetto della sicurezza energetica mondiale”.

Questa idea si riallacciava al secolare tentativo degli Stati Uniti di estendere il proprio controllo a tutte le vie di comunicazioni marittime, alle rotte energetiche e, de facto, all’intero commercio internazionale; come dimostrano i dati, le spese militari della NATO rappresentavano nel 2011 il 65% del totale delle spese militari globali, contro il 35% del resto del mondo (oggi la proporzione sarebbe scesa al 51% per i Paesi dell’Alleanza Atlantica contro il 49% del resto del mondo).

Durante le operazioni belliche in Afghanistan divenne determinante il ruolo giocato dall’Alleanza del Nord, così come in Libia, nonostante dieci mesi di bombardamenti, ci volle l’impiego sul terreno delle truppe del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti – che combatterono insieme ad alcuni gruppi salafiti – per deporre Gheddafi.

Durante il conflitto contro Tripoli si è verificato uno dei primi effetti del multilateralismo propugnato dall’Amministrazione Obama.

La NATO, per dirla alla Costanzo Preve, è infatti un’organizzazione militare all’interno della quale storicamente gli USA contano per il 90% e tutti gli altri Paesi messi insieme il 10%. In Libia, nonostante le “doverose” puntualizzazioni di Obama a Sarkozy sul ruolo determinante dei cacciabombardieri nordamericani nel perforare le difese dei bunker libici, si può dire che la proporzione sia scesa a 75% per gli USA e 25% per gli alleati, con l’aspetto logistico delegato quasi interamente alle basi italiane.

In Siria si sarebbe verificato lo stesso; l’addestramento da parte degli ufficiali dell’Alleanza Atlantica dei gruppi jihadisti legati ad Isis ed Al Qaeda è stato svelato anche grazie ai documenti pubblicati da Edward Snowden, che definì questa operazione anglo-americana-israeliana “Nido dei Calabroni”.

Tutta la propaganda mediatica anti-Assad era determinata ad ottenere un attacco militare della NATO contro Damasco ma è stata vanificata, prima dalla diplomazia di Pechino e Mosca all’ONU, poi dall’intervento diretto russo in Siria.

Funzione economica: oltre ovviamente ai profitti legati all’industria bellica e al noto complesso militare-industriale USA, già denunciato ai tempi del Presidente Eisenhower, esiste oggi una forte commistione con il mondo delle società di contractors e con il fenomeno di “privatizzazione” degli eserciti che anche l’Italia sta subendo.

Il ruolo geopolitico della NATO consiste innanzitutto nell’impedire la commercializzazione del petrolio e del gas russo in Europa, frapponendo una barriera che costringe Putin a rivolgersi alla Turchia (e viceversa) per sfuggire all’accerchiamento (progetto Turkish Stream).

Funzione complessiva: la NATO è il braccio armato del Nuovo Ordine Mondiale, quel sistema criminale a guida statunitense che intreccia gli interessi dell’Alta Finanza e delle multinazionali con il traffico di droga, di armi e di esseri umani.

Che non si tratti solo di teorie ci viene confermato dall’ex Procuratore generale USA Ramsey Clark: “Le direttive politiche degli Stati Uniti, sin dal termine della Guerra fredda, sono molteplici e vaste … Esse includono poi la trasformazione della NATO in una forza di polizia militare subalterna al processo di globalizzazione e al predominio economico statunitense sul resto del mondo”.

Come paventato dal generale italiano, Fabio Mini: “La NATO deve diventare una società multinazionale di servizi armati a disposizione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Non si esclude che possa essere a disposizione di chiunque lo richieda e paghi (Nazioni Unite, Organizzazione degli Stati Africani ecc.), l’importante è che ogni intervento rispetti un interesse specifico degli Stati Uniti. L’Unione Europea, proprio perché non ha una propria politica estera e di sicurezza, non è tenuta invece ad averne”.

Emblematiche, da questo punto di vista, le blande reazioni di Bruxelles alla scoperta (estremamente tardiva) del sistema spionistico Echelon, la gigantesca rete di intercettazione globale con la quale Washington ha sistematicamente favorito le proprie imprese commerciali a scapito di quelle straniere.

La Brexit, con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, potrebbe invece favorire le tendenze autonomiste attualmente presenti nel Vecchio Continente, come dimostrano i recenti successi elettorali dei candidati filo russi in Moldavia e Bulgaria.

Ruolo della NATO in Italia: con le sue oltre 100 basi militari, è stato ed è essenzialmente di stabilizzazione geopolitica atlantica, vedi gli omicidi di Mattei e Moro, l’esilio di Craxi, il coinvolgimento della CIA in diverse stragi ancora poco chiare (i casi emblematici di Sergio Minetto, Carlo Digilio e Martino Siciliano), il controllo dell’opinione pubblica con la RAI (la NATO rilascia il Nulla Osta di Sicurezza).

Sono almeno due gli aspetti inquietanti rappresentanti dalla presenza della NATO, ai quali va aggiunta la nota impunità per i soldati statunitensi che commettono crimini nella nostra Penisola: la segretezza dell’Accordo bilaterale sulle infrastrutture tra Italia e USA del 1954 (che disciplina lo status delle basi militari nordamericane e che fu poi integrato nel 1995 dallo Shell Agreement) e la mancata sottoscrizione parlamentare dello Stone Ax, rinnovato una quindicina di anni fa, che prevedendo la condivisione nucleare viola clamorosamente l’art. 2 del Trattato di non proliferazione (sottoscritto dall’Italia nel 1975).

In conclusione, fin dai tempi della “dottrina Spykman” vennero confutate le tesi isolazioniste che vedevano gli oceani come una barriera naturale di sicurezza contro qualsiasi aggressione esterna, per cui l’obiettivo fondamentale dell’imperialismo statunitense è quello di impedire che una qualsiasi potenza possa ottenere una posizione dominante su entrambi i settori dell’Eurasia, unificando l’intero continente.

Come ammesso dallo stesso Brzezinski: “D’altra parte, se l’area perno (Russia) ripudiasse l’Occidente, divenisse una realtà unita autosufficiente e si lanciasse verso una politica o di controllo del Sud (il Grande Medio Oriente) oppure di alleanza strategica con il principale soggetto a Oriente (la Cina), a quel punto il primato americano in Eurasia vacillerebbe drammaticamente.”

Un breve commento merita ovviamente l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti; con la sconfitta di Hilary Clinton è stata evitata l’ascesa alla Casa Bianca della peggior candidata possibile, quella voluta dall’establishment finanziario e guerrafondaio USA.

La vittoria del magnate americano è perciò frutto in gran parte di fattori interni al Paese, mentre la sua politica estera appare per ora un’incognita, perché si tratta di un ambito storicamente condizionato dal complesso militare-industriale-finanziario nordamericano.

Il fatto che Trump abbia parlato in campagna elettorale di depotenziare la NATO, organizzazione al cui budget Washington contribuisce (secondo i dati forniti da Trump) per il 72%, è sicuramente un vantaggio per la Russia, tuttavia è altrettanto vero che il neo Presidente degli Stati Uniti ha più volte minacciato la possibilità di una guerra commerciale contro la Cina e questa sua posizione potrebbe essere sfruttata dall’establishment che sa bene di non poter condurre una guerra su due fronti (cioè contro Mosca e Pechino contemporaneamente).

Sono assolutamente certo che la Nato resterà il fondamento della nostra sicurezza”, ha dichiarato nei giorni scorsi il segretario generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg. “Trump ha chiesto che gli europei facciano la loro parte nell’Alleanza aumentando le spese e gli investimenti militari. E questo gli europei lo stanno facendo”, ha osservato Stoltenberg, rilevando che quella richiesta è “la stessa avanzata da anni dall’amministrazione Usa e lo stesso vale per il Piano Mogherini sulla difesa europea” (che sarà complementare con la NATO).

Poche settimane prima del voto negli Stati Uniti, Henry Kissinger, l’uomo che negli anni Settanta era riuscito a dividere Unione Sovietica e Cina e che negli ultimi tempi ha frequentato spesso Mosca, è stato eletto membro straniero dell’Accademia russa delle Scienze: se si tratta di un segnale in tal senso, solo il tempo potrà chiarirlo.

Bibliografia minima

Mahdi Darius Nazemroaya, La globalizzazione della NATO. Guerre imperialiste e colonizzazioni armate, Arianna editrice, Bologna, 2014.

Fabrizio Di Ernesto, Portaerei Italia. Sessant’anni di NATO nel nostro Paese. Fuoco edizioni, Roma, 2009.

Stefano Vernole, La questione serba e la crisi del Kosovo, Noctua, Molfetta, 2008.

AAVV, La NATO nei Balcani, Editori Riuniti, Roma, 1999.

Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, Longanesi, Milano, 1997.

John Kleeves, Vecchi trucchi, Il Cerchio, Rimini, 1991.

Articoli in rete

Fabio Mini, La NATO che non c’è, in “Eurasia” Rivista di studi geopolitici n. 1/2009, dossario dedicato alla NATO.

Geraldina Colotti, 5 agosto 2014, http://ilmanifesto.info/i-documenti-segreti-del-ruolo-americano-nella-guerra-disraele/.

Analisi Cesem, NATO: un’alleanza da ripensare. Materiali per una riflessione, 11 maggio 2013, http://www.cese-m.eu/cesem/wp-content/uploads/2013/05/Analisi-NATO11.pdf

Alberto Mariantoni, Basi americane in Italia, una messa a punto, 23 febbraio 2008, http://www.cpeurasia.eu/489/basi_americane_in_italia

Stefano Vernole, Il terzo incomodo. Il ruolo della NATO tra la Russia e l’Europa, 4 dicembre 2006, www.ariannaeditrice.it.

Steve Brady, Afghanistan crocevia del grande gioco. Il grande bluff della NATO, 7 luglio 2012, www.statopotenza.eu

Gianni Lannes, Italia occupata dalle Forze Armate USA, 28 ottobre 2013, http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/10/italia-occupata-dalle-forze-armate-usa.html

https://byebyeunclesam.wordpress.com/