Dom. Set 26th, 2021

La controversia del Dorje Shugden

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La controversia riguardante la figura del Buddhismo tibetano di Dorje Shugden, è salita agli onori delle cronache in tempi recenti, per quanto tragga le sue origini in una disputa teologica di lungo corso. Va premesso che nel Buddhismo di scuola tibetana un Protettore del Dharma è un Buddha che appare in un aspetto di sostegno spirituale, le cui principali funzioni sono di evitare gli ostacoli interiori ed esteriori che impediscono ai praticanti di raggiungere le realizzazioni mistiche, e di approntare tutte le condizioni necessarie per il loro sviluppo spirituale. Il Protettore del Dharma Dorje Shugden è un’emanazione del Buddha della Saggezza Manjushri, che aiuta, guida e protegge costantemente i sinceri praticanti conferendo le benedizioni, aumentando la loro saggezza ed esaudendo i loro desideri virtuosi. O almeno ricopre questa funzione per alcuni seguaci del lamaismo, in quanto all’interno di quel variegato e frammentato mondo tale divinità è oggetto di un’annosa controversia. Ma andiamo con ordine.

Nel corso del 2014 ci sono state grandi proteste contro l’attuale Dalai Lama. Ad ogni tappa del suo tour occidentale – Italia compresa – ha ricevuto enormi contestazioni da sia da parte di laici che di monaci buddhisti, che al grido di slogan quali “False Dalai Lama” e “Dalai Lama, stop lying” hanno sollevato un polverone mediatico che tuttavia ha avuto il merito di suscitare la curiosità dei meno esperti in fatto di spiritualità orientale.

A promuovere le numerose manifestazioni è stata anzitutto l’International Shugden Society, un’organizzazione legata alla New Kadampa Tradition. Il loro obiettivo è ottenere dal Dalai Lama – Premio Nobel per la Pace – quella libertà religiosa che nelle comunità tibetane in esilio gli è stata paradossalmente negata. La storia è molto complessa e richiederebbe senza dubbio ulteriori approfondimenti, ma per riassumere possiamo dire in estrema sintesi che il Dalai Lama diversi anni fa ha vietato il culto di uno dei principali Protettori della scuola Gelug, chiamato Dorje Shugden. La sadhana di questo Protettore è una delle principali pratiche del suo lignaggio fin dai tempi del V Dalai Lama, ma Tenzin Gyatso improvvisamente, dopo averlo praticato lui stesso per anni, lo proclamò come un’entità demoniaca il cui scopo sarebbe quello di distruggere la vita del Dalai Lama e la causa del Tibet. Questo ha provocato, oltre che confusione e disorientamento, una profonda scissione nel lignaggio Gelug, dato che un circolo non ristretto di maestri gelugpa ha preferito la pratica di Dorje Shugden al proprio legame col Dalai Lama.

Già nel 1996, pur ostinandosi a sostenere l’assurda tesi dell’occupazione del territorio tibetano da parte dei cinesi, il Dalai Lama aveva invitato il governo di Pechino a un negoziato senza condizioni né richieste di indipendenza, affermando che era “politicamente e moralmente sbagliato assumere posizioni anti-cinesi”. Egli aveva aggiunto alla sua dichiarazione: “In fondo, non è detto che il legame con la Cina non possa essere addirittura benefico, per esempio da un punto di vista economico”. E aveva concluso riproponendo una “soluzione del giusto mezzo”: “Pechino potrebbe accordare una reale autonomia al Tibet, conservando il controllo della politica estera e dell’esercito”. Secondo diversi analisti, la cosiddetta via di mezzo potrebbe essere un valido esempio di real politik, ma la rinuncia all’indipendenza scatena le critiche di una parte della comunità buddhista tibetana più smaccatamente anticinese. Per esempio Lhasang Tsering, direttore dell’istituto Amnye Machen, afferma che la questione non riguarda solamente chi è fuggito da Lhasa: “Noi esiliati non abbiamo il mandato di cambiare obiettivo e precludere il riscatto di chi vive in Tibet”. Così l’opposizione interna cresce, mentre la figura del Dalai Lama appare sempre più evidentemente delegittimata da fuochi contrapposti. Successivamente, il 4 febbraio del 1997 il settantenne monaco Lobsang Gyatso e due suoi giovani discepoli vengono trovati morti in una stanza della Scuola di Dialettica tibetana a Dharamsala, a poche decine di metri dalla residenza del Dalai Lama, del quale Gyatso era un amico e un collaboratore. I tre vennero uccisi a coltellate. Ciascuna delle vittime venne stata colpita 15-20 volte dagli aggressori, in una sorta di macabro rituale medioevale. In una mano, Gyatso stringe una piccola borsa, che ha strappato agli aggressori. Nelle borsa vengono trovati dei documenti redatti dalla misteriosa setta dell’Nkt (New Kadampa Tradition), un gruppo di 3-4000 adepti residenti in 200 centri sparsi in tutto il mondo: dal Tibet all’India (Ladhak, Darjeeling, Sikkim), dal Nepal alla Mongolia, da Taiwan all’Europa (Gran Bretagna, Spagna e Svizzera) fino agli Stati Uniti. Il loro spirito guida si chiama Dolgyal, ma è conosciuto anche come Dorje o Gyaltsen Shugden. Quest’ultimo appellativo gli deriva dalla credenza secondo la quale il dio oracolare sarebbe l’incarnazione del maestro Dragpa Gyaltsen, che nel 1656 venne assassinato dal ministro del V Dalai Lama. Perciò viene rappresentato come una divinità terrifica e vendicatrice che, a spada sguainata, cavalca un feroce leone bianco o argentato e in alcune raffigurazioni calpesta un essere umano. D’altronde, il conflitto tra governo lamaista in (auto)esilio e opposizione ha assunto caratteri foschi anche in altre occasioni. Secondo Kelsang Dewang, monaca spagnola dell’Nkt, “prima che l’attuale Dalai Lama fuggisse in India, membri del suo governo assassinarono il grande Lama Reting Rimpoche appartenente alla loro stessa corrente buddhista: i berretti gialli, o Gelugpa. Il religioso fu avvelenato nel 1947, per il semplice fatto di essere in disaccordo con le decisioni del governo”. Ma gli intrighi di palazzo sarebbero continuati anche dopo l’esodo dal Tibet. Sempre secondo l’Nkt, che si dice pronta a fornire le prove, esisterebbe addirittura una società segreta preposta a eliminare con la forza i dissidenti: la ‘Secret Organization of External and Internal Enemy Eliminators’. La notizia viene confermata anche da uno dei traduttori personali del Dalai Lama, che però vuole mantenere un sospetto anonimato, secondo il quale gli ‘eliminators’ avrebbero già minacciato di morte i seguaci del Gyaltsen Shugden. A sostenere la tesi dell’esistenza degli squadroni punitivi l’Nkt cita un increscioso incidente avvenuto a luglio del 1997, quando Lobsang Thubten, uno dei leader della ‘Dorje Shugden Society’ di New Delhi, è stato violentemente attaccato da duecento berretti gialli di Dharamsala. Insomma una disputa che non è solamente teologica ma che ha i caratteri del complotto politico tra le varie fazioni lamaiste. E questo il Dalai Lama lo sa bene, tanto da aver messo ufficialmente al bando il culto del Gyaltsen o Dorje Shugden nel marzo del 1996: “E’ piuttosto chiaro che il Dolgyal è uno spirito delle forze oscure. Perciò è stato fatto un incantesimo per tenerlo lontano. Propiziarlo reca grave danno alla causa tibetana e mette in pericolo la vita del Dalai Lama”. E avverte la folla di devoti radunati a Dharamsala per la cerimonia iniziatica segreta dell’Hayagriva: “Se alcuni di voi sono determinati a continuare i riti propiziatori del Dolgyal, farebbero meglio a tenersi lontano da questa cerimonia, alzandosi in piedi e abbandonando questo luogo. Non è conveniente che restino seduti qui, perché non ne trarrebbero beneficio. Al contrario, ciò avrebbe l’effetto di accorciare la vita del Gyalwa Rimpoche (uno dei nomi del Dalai Lama), il che non è bene. Tuttavia, se c’è tra voi chi spera che il Gyalwa Rimpoche muoia presto, allora può rimanere”. Sarebbe stato il Nechung, oracolo di Stato e spirito guida dei lamaisti in esilio, ad averglielo rivelato. Sul fronte opposto, l’Nkt non si lascia convincere: “Il Dalai Lama cade in contraddizione, perché egli stesso venerava il Dorje Shugden fino al 1976. Solo dopo questa data divenne ostile al suo culto”. Ma, allora, perché aspettare vent’anni per metterlo al bando? Il fatto è che il Dalai non avrebbe osato mostrare le sue intenzioni finché era vivo il suo maestro e tutore, Trijang Rimpoche, che lo aveva iniziato a quel culto. E anche dopo la sua morte, nel 1981, c’era ancora il suo sostituto Kungo Palden a testimoniare che il vecchio maestro non avrebbe mai permesso di bandire lo Shugden. Perciò la dichiarazione pubblica del Dalai è giunta probabilmente dopo che Kungo Palden terminò i suoi giorni nell’autunno del 1995. In termini meno simbolici, il governo in esilio accusa gli estremisti dell’Nkt, definiti i Taliban del buddhismo, di essere al soldo della Cina, dalla quale riceverebbero ingenti fondi per minare la causa tibetana. Le altre risorse economiche, necessarie al mantenimento dei loro Centri del Dharma (la legge morale e religiosa del buddhismo, ndr.) sparsi per il mondo, vengono invece raccolte tramite sottoscrizioni ‘meritorie’ via Internet. Esiste infatti un sito Web in cui vengono elencate le offerte speciali per i devoti del Dorje Shugden: nove milioni di lire per un tempietto Nkt da tenere in casa, sei milioni per una statua del Buddha, mentre la tazza con l’immagine del leader dell’Nkt, Geshe Kelsang Gyatso, costa soltanto 90mila lire. La base politica della setta ribelle si troverebbe a Taiwan, presso l’associazione buddhista cinese, mentre le sedi operative sono quelle di Londra e di New Delhi. Indiscrezioni raccolte nei corridoi diplomatici, attendibili ma tutte da verificare, sostengono che l’Nkt avrebbe basi di sostegno logistico anche a Milano e in Svizzera. Tuttavia la questione non è principalmente diplomatica, ma afferisce all’atteggiamento illiberale e contraddittorio adottato dai seguaci del Dalai Lama attuale. Di parere ovviamente opposto è la New Kadampa Tradition. Certo, la setta ribelle ammette che nei Centri del Dharma dell’Nkt non vengono esposte le immagini del Dalai Lama come vorrebbe la tradizione e che gruppi di giovani devoti del Dorje Shugden hanno inscenato manifestazioni anti-governative a Dharamsala, in Gran Bretagna e in Svizzera. Ma da qui ad accusare l’Nkt di essere filocinese ce ne corre, sostengono i fedeli del Dolgyal. “Non c’è una sola persona all’interno della New Kadampa Tradition che approvi l’occupazione cinese e l’oppressione dei tibetani” sottolinea il loro segretario generale, James Belither. “I nostri studenti sono liberi di manifestare a favore dell’indipendenza, ma l’Nkt non è un’organizzazione politica né intende impegnarsi in attività politiche di qualsiasi genere. Nei nostri centri la gente è libera di esporre immagini del Dalai Lama o di altri maestri, se lo desidera”. “E’ il governo in esilio che ci tratta da settari fanatici”, ribatte Kelsang Gyatso dal centro Manjushri a nord di Londra: “Chi continua a praticare il nostro culto nella comunità di Dharamsala viene trattato da fuoricasta, come gli ebrei ai tempi di Hitler”. Secondo un’accusa lanciata dall’Nkt, i berretti gialli del Dalai hanno distrutto furiosamente le immagini e le statue del Dorje Shugden nei templi e hanno avviato una campagna di ‘sottoscrizione forzata’ di un impegno scritto in cui si dichiara di voler rinunciare al culto. Chi si rifiuta di firmarlo viene minacciato, picchiato, perde il lavoro e le indennità se è laico, o viene espulso dai monasteri se è monaco. Il Dalai Lama è “un dittatore superstizioso”, afferma Kelsang, “che confida più negli oracoli di stato che nei ministri”. Infatti, alla corte di Dharamsala si sono recentemente aggiunti altri tre medium. Secondo l’Nkt, una giovane sensitiva giunta da Lhasa influenza molto il Dalai quando gli riferisce in trance i consigli di Nechung. Ma l’oracolo di Stato non ha dato sempre la risposta giusta. Per esempio, quando l’esercito britannico stava marciando su Lhasa guidato dal tenente colonnello Younghusband, lo spirito-guida disse al XIII Dalai Lama: “E’ giunto il momento di distruggere il nemico”. L’armata tibetana ci provò, ma venne sterminata. E il Dalai vietò per lungo tempo la consultazione dello spirito protettore. C’è anche chi, come il monaco buddhista occidentale Garteh Sparham, spiega in termini politici la controversia sul Dorje Shugden, affermando che la divinità è diventata il simbolo di un nascente “partito integralista” tibetano contrario all’approccio anti-settario del Dalai Lama. Ma tra i due contendenti, sembra proprio che l’atteggiamento più moderato e garantista sia quello adottato dal Governo di Pechino. Infatti il Bomi Qambalozhub, l’associazione buddhista cinese che parla per voce dell’agenzia Nuova Cina, affermava che “Sono stati compiuti grandi sforzi per garantire la libertà religiosa in Tibet. Negli ultimi anni abbiamo riaperto 1.787 templi, 300 in più rispetto al 1951”. Insomma la realizzazione graduale di quell’autonomia regionale codificata nel noto Accordo in 17 punti, proprio nel lontano 1951. Le autorità di Pechino ribadirono peraltro la loro visione della questione tramite un libretto scritto da un Luo Qun: “Il comitato preparatorio per la regione autonoma del Tibet è stato fondato nel 1956, con il Dalai Lama come presidente. (…) Nel marzo 1959 gli scissionisti hanno fomentato una rivolta armata per dividere la patria. Dopo di che il Dalai Lama è fuggito all’estero. (…) Comunque, nel 1965 è stata ufficialmente fondata la Regione autonoma del Tibet”. Provocatoriamente, verrebbe da chiedersi a quale oracolo bisogna rivolgersi per trovare una via d’uscita in questo groviglio. A questo forse non saprebbe rispondere neanche il Buddha che, guardando com’è finita la sua dottrina, sorride sempre meno. In fondo, come recita il versetto 146 del Dhammapada: “Qual motivo di riso, quale di gioia / quando ogni cosa è in continuo incendio?”. Per ora limitiamoci ad ammettere che la questione del Buddhismo tibetano, ben lungi dall’essere quell’universo di armonia spirituale e contemplativa celebrata superficialmente dai mass-media occidentali, rimane un corpo religioso clericale, in cui le dispute politiche e mondane non sono in effetti molto dissimili da quelle delle altre religioni monoteiste. Con buona pace dell’approccio filosofico-meditativo dell’Illuminato Principe Siddhārtha Gautama detto Buddha.

Torniamo comunque all’aspetto più propriamente teologico della questione. Dorje Shugden, ovvero Possessore della Forza del Vajra, anche detto Dolgyal, è un’entità spirituale del Buddhismo tibetano, al centro di determinate pratiche tantriche della scuola Gelug e Sakyapa. Dorje Shugden è al centro di un dibattito teologico che da una parte vede chi lo ritiene una divinità tutelare e dall’altra chi lo riconosce come un demone dai temibili poteri mondani. In particolare, chi lo ritiene divino lo indica come Dharmapala, cioè un Protettore del Dharma, un’emanazione di Manjusri, Buddha della Consapevolezza il cui scopo è di rimuovere tutti gli ostacoli sia interiori che esteriori che impediscono ai praticanti di raggiungere l’Illuminazione, guidandoli attraverso il sentiero più veloce proteggendoli e benedicendoli, rafforzando la loro saggezza ed esaudendo i loro più virtuosi desideri. Gli è attribuito anche un mantra, che recita la seguente sequenza: Om dharmapala maha radza bendza begawana rudra pantsa kula sarwa shatrum maraya hum phat, recitato abitualmente nella sadhana. Il suddetto mantra potrebbe essere così tradotto: «Protettore del Dharma, Gran Re, Possessore della Forza del Vajra, Violento, uccidi tutti i nemici delle cinque famiglie dei Buddha con il tuono e la deflagrazione». A esso si affianca un secondo mantra più breve, composto dalla seguente sequenza: Om benza wiki witana swah. Va ricordato che La sadhana può essere individuale o di gruppo. Chi intraprende una sadhana viene detto sadhaka, ovvero aspirante spirituale. L’obiettivo finale di qualunque sadhana rimane quello di conseguire la realizzazione della propria natura Divina; tuttavia, determinate pratiche possono essere intraprese con lo scopo di raggiungere obiettivi minori ben precisi, come lo sviluppare qualità che si ritengono importanti per la propria crescita spirituale, oppure lo sconfiggere una o più tendenze interiori, quali ad esempio la rabbia, la lussuria, l’attaccamento ai beni mondani, che ostacolano la stessa.

La genesi del culto, e la sua non univoca accettazione, rimanda alle controversie ancora in vigore tra le differenti scuole lamaiste. Il V Dalai Lama, esponente della scuola buddhista dei Gelug, fu il primo a raccogliere tra le proprie mani il potere politico e religioso, e la sua scuola di appartenenza si diffuse in tutto il Tibet appena unificato. Tuttavia, per esercitare appieno la nuova autorità teocratica mantenne un atteggiamento flessibile che lo portò a coltivare un interesse anche per la scuola Nyingmapa, suscitando le ire dei più intransigenti monaci della scuola a cui apparteneva, che consideravano Padmasambhava un eretico in quanto praticava tecniche tantriche che includevano piaceri quali il bere bevande alcoliche e i rapporti sessuali, sostenendo che con la dovuta esperienza meditativa potessero far giungere velocemente all’Illuminazione. Ai loro occhi, l’unione della dottrina della vacuità propria dei Gelug con quella Nyingmapa sulla consapevolezza avrebbe favorito un ritorno a insegnamenti di sfondo induista, minando il fondamento stesso del Buddhismo tibetano. Nel 1655, nel pieno di un animato conflitto sociale che stava mutando radicalmente il Regno delle montagne, Tulku Dragpa Gyaltsen, un autorevole lama reincarnato dei Gelug che insieme al V Dalai Lama era khenpo coreggente del Monastero di Drepung, fu trovato morto in circostanze mai chiarite entro le mura della stessa università monastica. Poiché molti lo ritenevano la vera reincarnazione del IV Dalai Lama e proprio di recente era stato degradato nella gerarchia dei tulku dai funzionari di Lhasa, molti sospettarono che fosse vittima di un assassinio politico orchestrato dai fedeli del V Dalai Lama, e da allora i Berretti Gialli più conservatori, gli stessi che scoraggiavano le aperture verso i Nyingmapa, ritennero che il suo spirito si fosse reincarnato in Dorje Shugden, divinità tantrica decisa a preservare l’ortodossia della dottrina dei Berretti Gialli e maledire e perseguitare fino alla morte chiunque incoraggiasse il minimo connubio con altri sistemi scolastici. Nei successivi due secoli alla venuta del Grande Quinto, durante i quali il Tibet divenne un paese a sistema lamaista e quindi teocratico, la scuola gelugpa consolidò la propria supremazia, divenendo il sistema largamente favorito dagli aristocratici, mentre le altre scuole si ritirarono nelle zone meno centrali. Il culto di Dorje Shugden si diffuse di pari passo, raggiungendo anche Pechino, come dimostrò un dono di una thangka raffigurante lo spirito da parte dell’Imperatore cinese Qianlong, che probabilmente ignorava chi fosse il soggetto ritratto o le sue implicazioni, a un lama tibetano non seguace del culto e aperto a tutte le scuole. Nel frattempo i Dalai Lama si erano distanziati molto dall’ortodossia dei più rigidi esponenti della propria scuola e dal 1757, anno della morte del VII Dalai Lama, il loro lignaggio si indebolì notevolmente, in quanto ogni reincarnazione a partire dall’ottava alla dodicesima venne opportunamente manipolata dai Reggenti e dai ministri fedeli all’Impero cinese per poi morire in giovane età in circostanze sospette, forse per mano dello stesso governo di Lhasa tramite avvelenamento. Alla morte del X Dalai Lama nel 1837, l’ambasciatore cinese andò al Trode Khangsar, il principale tempio di Dorje Shugden, per chiederne un parere, ed ebbe risposte più attendibili. L’Imperatore permise conseguentemente l’elevazione di Dorje Shugden allo stato di Protettore dei Berretti Gialli. Nel 1895, tuttavia, il XIII Dalai Lama, assunse il potere sia politico che religioso, e si impegnò nella restaurazione dell’autorità teocratica che gli spettava incominciando a praticare il sistema Gelug accanto a quello Nyingmapa. L’opposizione all’apertura dottrinaria del nuovo Oceano di Saggezza si concentrò intorno a Pabongka Rinpoche, autorevole ghesce Gelug ancora oggi ritenuto tra i più dotti del suo tempo, che grazie alla sua fama diede grande visibilità e rinnovata linfa al culto di Dorje Shugden come garanzia dell’ortodossia fino a che il Grande Tredicesimo, nella sua decisa severità, gli ordinò di fermarsi. Pabongka Rinpoche gli obbedì, ma solo pubblicamente. In privato, invece, impartì moltissime iniziazioni a fidati discepoli a cui tramandò la pratica. Tra i suoi migliori allievi vi fu il giovane XVII Trijang Rinpoche, discendente di uno zio materno del VII Dalai Lama. Costui in seguito divenne a sua volta uno dei più apprezzati lama del suo tempo e maestro di numerosi insegnanti celebri come Song Rinpoce, ghesce Rabten, lama Yeshe, lama Gangchen e ghesce Kelsang Gyatso. Il culto di Dorje Shugden si diffuse così ovunque e a tutti i livelli dell’aristocrazia e del clero ufficiale. Il XIII Dalai Lama si ritrovò circondato da funzionari e monaci intransigenti che di fatto frenavano ogni suo sforzo di apertura del Tibet verso l’esterno e di modernizzazione nel timore che il Dharma venisse inutilmente inquinato. Nel 1933 l’Oceano di Saggezza morì lasciando un’inquietante profezia che parlava di molte atroci sofferenze a danno dell’intero Tibet. Autorevoli lama legati a Dorje Shugden assunsero così la guida del Potala: il V Reting Rinpoce divenne Reggente, e il III Taktra Rinpoce si sarebbe occupato dell’educazione del futuro Dalai Lama, che fu identificato nel 1937 in Lamo Dondrub, un bambino di appena due anni che a partire dal 1941 divenne discepolo di Trijang Rinpoche dopo un periodo sotto la tutela di Taktra Rinpoce, succeduto a Reting alla reggenza. Contemporaneamente, il giovane X Panchen Lama, la seconda autorità religiosa dopo il Dalai Lama, sulle orme della sua precedente incarnazione ricevette l’iniziazione di Dorje Shugden. A partire dal 1951, allorquando le truppe cinesi riconquistarono la piena sovranità sulla regione del Tibet/Xizang, il XIV Dalai Lama, che all’epoca aveva appena quindici anni, fu incoronato sovrano per rispondere alla crisi, e si trasferì con i più alti dignitari al monastero di Dunkhar, lungo il confine con l’India. Qui, quasi completamente isolato, ebbe modo di essere presentato da Trijang Rinpoche ad un anziano monaco residente in loco, noto per essere il medium dell’oracolo di Dorje Shugden. Durante la sua trance, l’oracolo diede risposte molto precise, tanto da suscitare l’attenzione del giovane Dalai Lama, interessato a Dorje Shugden su incoraggiamento dello stesso Trijang. Da quel momento, ignorante delle origini storiche del culto e della netta posizione assunta dai predecessori, si accostò definitivamente al culto, ricevette l’iniziazione e fece inserire Dorje Shugden tra le divinità ufficialmente venerate. Fu così che in gran parte del Tibet apparvero statue e thangka dello spirito dalla forma terrifica, armato di spada su sfondo fatto di fuoco o oceani di sangue, e si tennero ripetute e sfarzose cerimonie atte a richiederne servigi immediati, potere e ricchezza. Il suo oracolo divenne il secondo dopo quello di Nechung. Successivamente all’anno 1959, allorquando scelse di percorrere la via dell’auto-esilio in seguito alle riforme economiche decise dal Governo di Pechino, il XIV Dalai Lama rimase per molti anni assai devoto al culto di Dorje Shugden, mentre i suoi tutori e dignitari rimasero fortemente divisi soprattutto sulla natura di questo spirito, che al di là delle discussioni dogmatiche pareva sempre più in contrasto con le divinità tradizionali del Tibet. Oltre a Trijang Rinpoce, a sua volta sfuggito in India poco dopo aver composto il Gyal-lu, l’inno nazionale del Tibet, molti dignitari conservatori Gelug erano convinti che la degenerazione spirituale dovuta alle aperture dei vari Dalai Lama a tutte le altre scuole del Buddhismo tibetano e al mondo esterno avessero aggravato i già seri problemi del Tibet, e che Dorje Shugden fosse il solo rimedio. Durante gli anni settanta, a quanto è dato sapere, il XIV Dalai Lama ebbe frequenti sogni infausti su questo spirito, presto supportati concretamente da presagi inquietanti, premonizioni e profezie che preannunciavano gravi sciagure. Dopo una serie di importanti discussioni e riflessioni con i più elevati lama e ghesce a disposizione, avallate dal responso di Nechung, nel 1975 mise definitivamente al bando la pratica di Dorje Shugden, proclamandola fondamentalista e al centro di una forte connotazione confessionale, causa prima di un intenso clima di disturbi settari in varie parti del Tibet e nella comunità tibetana in esilio. Seguendo il parere dell’Oracolo di Stato, da quel momento in poi Dorje Shugden fu considerato un demone dal terribile potere. Dopo serie indagini storiche e storiografiche, aggiunse poi di aver sbagliato a non seguire l’esempio dei suoi predecessori, e che la devozione a tale demone aveva portato a conseguenze profondamente infauste al Tibet e a tutti i tibetani. Contro il proclama di Dharamsala si levò prontamente la replica di altri monaci buddhisti rimasti in Cina, secondo cui tale proibizione rappresentava una grave violazione dei diritti umani riconosciuta in patria, e che recava danno ai lama e ghesce tradizionalmente legati al culto. Seguì una forte controversia, animata da Zemey Rinpoche, discepolo di Trijang Rinpoche, che pubblicò il celebre Libro giallo, un resoconto di svariate disgrazie accadute a monaci e laici Gelug che irritarono Dorje Shugden mescolando insegnamenti Gelug con le tradizioni Nyingmapa o di altra natura. Il XIV Dalai Lama condannò la pubblicazione e ribadì la sua politica di diniego, sostenendo che la pratica di Dorje Shugden avrebbe presto comportato la degenerazione del Buddismo tibetano fino a renderla un semplice culto di uno spirito, negando la possibilità di indagine filosofica e analisi critica da sempre contemplate in Tibet, oltre che la possibilità di instaurare una coesione di tutte le scuole buddhiste nate in Tibet. Non tutti, visto l’ormai secolare attaccamento a questo culto, rispettarono il precetto del Dalai Lama. L’opposizione si concentrò intorno a lama Gangchen, residente da tempo in Italia e a capo di una scuola improntata sull’autoguarigione tantrica, e a ghesce Kelsang Gyatso, residente dell’Istituto Manjusri di Londra, ala britannica della Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana fondata da lama Yeshe da cui si staccò all’invito di rinunciare al culto, con il sostegno dalla maggioranza dei frequentatori britannici dell’Istituto. Gli svariati tentativi di mediazione tra lama Yeshe e ghesce Kelsang Gyatso fallirono, e lo stesso ghesce Kelsang Gyatso fondò nel 1991 la New Kadampa Tradition, che si espanse rapidamente in tutto il mondo e si rese nota – come detto – per le sue campagne in occasione delle visite in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America del XIV Dalai Lama, spesso accolto da dimostranti convinti che il divieto del culto di Dorje Shugden fosse una sostanziale ed inammissibile violazione della loro libertà religiosa. Il XIV Dalai Lama non tornò mai sulle sue decisioni, e fece sapere che se i suoi consigli non fossero stati ascoltati avrebbe negato a coloro che fossero rimasti legati a Dorje Shugden la possibilità presenziare ai suoi insegnamenti, che tradizionalmente richiedono l’instaurazione di un rapporto tra maestro e discepolo.

Come già accennato, nel 1997, la secolare vicenda di Dorje Shugden assunse per la prima volta una piega tragica, quando tre monaci di scuola Gelug furono assassinati ad appena poche centinaia di metri dalla residenza in esilio del Dalai Lama. Le vittime furono ghesce Lobsang Gyatso, influente consigliere del XIV Dalai Lama, di cui era amico personale e avversario intransigente della setta di Dorje Shugden, e due monaci suoi collaboratori, impegnati nella traduzione in cinese di un testo in cui il Buddha Śākyamuni parla dell’origine dipendente dei fenomeni. La polizia indiana identificò gli assassini in alcuni tibetani seguaci di Dorje Shugden, membri di una società ispirata a Dorje Shugden e che aveva il suo centro in un quartiere di esuli a Nuova Delhi, ma i colpevoli avevano già fatto perdere le proprie tracce, e i giudici indiani ritennero le prove accumulate insufficienti e puramente indiziarie. Negli ultimi anni, i seguaci di Dorje Shugden hanno visto riconosciuta la propria libertà di culto dalle autorità cinesi; oggi le nuove generazioni di tulku, lama, ghesce e monaci viventi nella Regione Autonoma del Tibet ricevono un’educazione sempre più regolarmente improntata sulla tradizione di Dorje Shugden nell’intento di edificare una società tibetana che faccia capo a Qoigyijabu, ovvero il Panchen Lama. In territorio tibetano e nelle province cinesi confinanti è assai diffuso questo culto, e la produzione di statue e thangka della divinità atti a preservare il culto tra i monaci e i laici è frequente, e molti monasteri tibetani sono stati adibiti appositamente al culto della divinità controversa, come ad esempio il Monastero Songzanlin, nello Yunnan. Un celebre seguace del culto, Mahalama Lobsang Yechi, ammise apertamente la propria fedeltà alle autorità cinesi: “Approvo la loro presenza in Tibet. Ciò che oggi stiamo vivendo con il Dalai Lama mostra come doveva essere stato in passato il suo autoritario regime teocratico. Infatti, esso è stato assai più violento di quello che oggi i tibetani vivono sotto la sovranità cinese”. Yechi intentò anche una causa contro il XIV Dalai Lama in un tribunale indiano accusandolo di persecuzione religiosa. In buona sostanza, i seguaci di Dorje Shugden sostengono che l’Oceano di Saggezza in realtà non contesti la loro divinità, ma voglia semplicemente estendere la propria autorità a tutte le scuole del Buddhismo tibetano, e che anzi continui a praticare privatamente l’antica tradizione. Attualmente essi hanno formato due grandi associazioni religiose: la principale è la Dorje Shugden Devotees Charitable & Religious Society di Nuova Delhi, mentre l’altra è la Western Shugden Society di Londra, ispirata all’operato di ghesce Kelsang Gyatso. Circa la vicenda secolare di Dorje Shugden, lama Gonsar Tulku Rinpoche, khenpo del Monastero Rabten Choeling di Le Mont-Pèlerin, ha dichiarato in tono molto critico: «Stiamo attraversando una delle fasi più difficili della nostra storia, che affligge tutti i tibetani. Ma dobbiamo riconoscere che il Tibet è un paese come tutti gli altri, e che anche i tibetani possono sbagliare. In questo mondo non esistono luoghi paradisiaci. In passato il nostro popolo è stato quasi sempre solo lodato. Tuttavia troppe lodi prive di senso critico non giovano a nessuno. In realtà in Tibet le cose vanno come dalle altre parti». In effetti pare proprio che tale disputa teologica sottenda ad una questione molto più profonda e del tutto paradossale per gli osservatori meno attenti della questione del Buddhismo, ovverosia che l’attuale Dalai Lama strumentalizzi la vicenda in chiave anticinese anche a costo di adottare un atteggiamento illiberale e sconfessando un culto così popolare e seguito nel Buddhismo tibetano.

Va infatti ricordato che dai tempi del V Dalai Lama sino ai giorni nostri, il culto di Dorje Shugden è fiorito in molti luoghi differenti, non solo in Tibet ma anche nei Paesi in cui il Buddhismo tibetano si è diffuso: Nepal, Mongolia, Cina interna, India settentrionale e, nel XX secolo, Europa e America. Il principale tempio di Dorje Shugden è il Trode Khangsar, a Lhasa, voluto dal V Dalai Lama allo scopo di sottomettere il neonato spirito tramite potenti rituali che non ebbero effetto. Il tempio è peraltro famoso per aver ospitato il celebre oracolo. Al di fuori della capitale esistono templi e cappelle ad esempio a Tashilhunpo, al Monastero Sampheling di Chatreng, residenza di Trijang Rinpoce, o a Jampa Ling, presso Chamdo. Un apposito monastero dedito al culto si trova nella prefettura di Chakzamka, nel Kham. La New Kadampa Tradition – con i suoi circa 1.100 centri e sedi in 40 nazioni – è uno dei movimenti tibetani occidentali in più rapida crescita, a testimonianza di quanto questa disputa sia sentita all’interno della comunità. Per comprenderne le origini occorre riflettere sul ruolo del Dalai Lama, insieme capo del sistema gelug e – a partire dal ruolo svolto dal V Dalai Lama nel secolo XVII – leader politico di tutti i tibetani. Riassumendo, possiamo quindi ricordare che già il V Dalai Lama si rende conto che per esercitare il secondo ruolo occorre non essere troppo esclusivisti quanto al primo; egli coltiva così un interesse anche per il sistema nyingma, suscitando le ire di una parte della gerarchia gelug. Quando il monaco gelug – e prominente oppositore del V Dalai Lama – Tulku Dragpa Gyaltsen (1619-1655) venne trovato morto, molti sospettano un omicidio politico. I gelug più conservatori onorano uno spirito, Dorje Shugden, come divinità protettrice in cui si sarebbe reincarnato il defunto Gyaltsen; questo spirito diventa il simbolo dell’intransigenza gelug che si oppone a ogni commistione con altri sistemi. Il culto di Dorje Shugden è attestato sporadicamente nei successivi due secoli, ma riemerge quando la forte personalità del XIII Dalai Lama (1876-1933), che assume il potere nel 1895, si sforza di restaurare il ruolo unificante del suo ufficio, ancora una volta praticando il sistema nyingma accanto a quello gelug. L’opposizione si coagula intorno all’influente lama gelug Pabongka Rinpoche (1878-1943), che rilancia il culto di Dorje Shugden. Quando il Dalai Lama gli proibisce di continuare a promuovere tale culto si sottomette, ma ne tramanda privatamente la tradizione a fidati discepoli, fra cui Trijang Rinpoche (1901-1981), che diventerà il secondo tutore dell’attuale XIV Dalai Lama. Quest’ultimo coltiva nella sua gioventù il culto di Dorje Shugden, ma successivamente – sembra seguendo l’opinione dell’oracolo di Nechung – si convince che si tratta di uno spirito malvagio e, seguendo l’esempio dei suoi predecessori, lo vieta. Ne seguono diverse controversie, soprattutto dopo che il lama Zemey Rinpoche (1927-1996), discepolo di Trijang Rinpoche, pubblica nel 1973 il resoconto di disgrazie accadute a monaci e laici gelug che hanno irritato Dorje Shugden mescolando insegnamenti gelug con altri nyingma o di altra natura. Il Dalai Lama condanna la pubblicazione e riafferma il divieto del culto, ma non tutti sono d’accordo. L’opposizione trova un luogo privilegiato in Gran Bretagna, dove Geshe Kelsang Gyatso (1931-) è il lama residente dell’Istituto Manjushri (oggi Manjushri Kadampa Meditation Centre), una branca britannica della Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana (F.P.M.T.). Quando Lama Thubten Yeshe – con Lama Thubten Zopa Rimpoce, all’origine della F.P.M.T. – chiede a geshe Kelsang Gyatso di dimettersi, non tanto per le controversie su Dorje Shugden, che verranno dopo, ma per il suo approccio esclusivista alla tradizione gelug, ma questi rifiuta, sostenuto dalla maggioranza dei frequentatori inglesi dell’Istituto e a poco a poco l’Istituto Manjushri, si allontana dalla Fondazione. Nel 1986 geshe Kelsang Gyatso comincia a insegnare ai discepoli inglesi il culto di Dorje Shugden, il che lo pone in contrasto con il Dalai Lama. Tentativi di mediazione non riescono e geshe Kelsang Gyatso fonda nel 1991 la New Kadampa Tradition, che si espande rapidamente in tutto il mondo e si rende nota per le sue campagne in occasione delle visite in Europa e negli Stati Uniti del Dalai Lama, accolto da dimostranti i quali affermano che vietare la venerazione di Dorje Shugden significa violare la loro libertà religiosa. Sarebbe riduttivo e perfino caricaturale restringere l’insegnamento di geshe Kelsang Gyatso alla sola questione Dorje Shugden. Se egli ha avuto successo in Occidente, è perché è capace di presentare il buddhismo tibetano in modo attraente, al di là della controversia con il Dalai Lama. Quest’ultima vicenda – come hanno notato i suoi commentatori occidentali più informati, da Stephen Batchelor a Donald S. Lopez, Jr. – da una parte solleva un velo su una porzione genuina del buddhismo tibetano troppo spesso ignota agli occidentali, fatta di oracoli, riti propiziatori e divinità guerriere; dall’altra ha posto in gioco una posta più importante di quanto non si creda. Non si tratta solo di stabilire se Dorje Shugden è un Buddha o uno spirito malevolo, ma soprattutto di decidere se l’insegnamento gelug del vuoto deve essere trasmesso nella sua forma pura o insieme a dottrine nyingma che attribuiscono invece un ruolo fondante alla consapevolezza. Per un gelug conservatore, questo secondo insegnamento può nascondere un pericoloso ritorno a dottrine induiste, e la posta in gioco riguarda allora il fondamento stesso del dharma. In alcuni paesi si segnalano peraltro anche episodi di riavvicinamento di questa dissidenza al Dalai Lama, cui i tradizionalisti della NKT restano comunque accomunati dall’amore per il Buddhismo tibetano nonostante non approvino la strumentalizzazione politica attuata da parte del Dalai Lama.

Marco Costa

BIBLIOGRAFIA

  • Stephen Batchelor e Donald S. Lopez, Jr., The Buddhist Review, vol. VII, n. 3, primavera 1998.

  • David Kay, The New Kadampa Tradition and the Continuity of Tibetan Buddhism in Transition, Journal of Contemporary Religion, vol. 12, n. 3, ottobre 1997, pp. 277-293.

  • Geshe Kelsang Gyatso; Heart Jewel. The Essential Practices of Kadampa Buddhism, Tharpa Publications, Londra 1997;

  • Geshe Kelsang Gyatso, Il nuovo manuale di meditazione. Meditazioni per rendere la nostra vita felice e significativa, Tharpa Publications, Londra, 2008.

  • Geshe Kelsang Gyatso, Introduzione al buddhismo. Una spiegazione dello stile di vita buddhista, Tharpa Publications, Londra, 2012.

  • Geshe Kelsang Gyatso Cult Mystery, Newsweek International, May 5, 1997.

  • Geshe Kelsang Gyatso, Open Letter to the Dalai Lama, December 9, 1997, consultabile online https://thedorjeshugdengroup.files.wordpress.com/2008/09/geshe-kelsang-gyatsos-open-letter-to-the-dalai-lama.pdf