La cartolina scolorita

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L’ascesa alla guida del Governo italiano di Matteo Renzi e dei suoi ministri è stata presentata da gran parte della stampa come una ventata di novità e di freschezza in un panorama politico antiquato sia per idee che per età anagrafica. Renzi, invece, ha dimostrato di aver digerito molto in fretta, quasi con irruenza, il manuale del perfetto politico tradizionale: abilissimo nella comunicazione, scaltro, ricettivo e generoso nelle promesse, in grado di giocare su più tavoli, senza perdere la concentrazione. Sarà l’influenza dell’illustre concittadino: la componente machiavellica dell’atteggiamento politico del presidente del Consiglio è evidente. Si aggiunga un pizzico di arroganza e una recente propensione (moderata, per carità) all’autoritarismo, e avremo un quadro abbastanza chiaro di come venga gestito il potere dal fiorentino.

La retorica del cambiamento, tuttavia, tende spesso ad offuscare la vera natura delle azioni di governo: il perseguimento forzato, spesso col mezzo del voto di fiducia, di una serie di riforme che sono in parte dettate, di fatto, da Bruxelles e che sono una sorta di “contentino” per i tanti italiani che hanno creduto, sinceramente, nella bontà del Governo attuale. Riforme riguardanti ad esempio il sistema elettorale, la composizione del Senato, l’abolizione delle Province, sono segni di attivismo che non hanno certo un grande impatto sulla vita quotidiana, mentre il “bonus 80 euro” in busta paga è una pura manovra propagandistica, che puzza di fregatura. I tanto pubblicizzati tagli ai costi della macchina burocratica pubblica sono del tutto insufficienti o malriusciti; in più, ci si mette il paraocchi davanti a sprechi enormi, che non si vuole davvero denunciare. Ad esempio la Presidenza della Repubblica, di recente occupata dal nuovo Capo dello Stato Mattarella, costa quasi 230 milioni di euro all’anno: la metà serve per pagare gli stipendi di un personale molto abbondante e caro, più numeroso di quello della Casa Bianca. Eppure tutti sanno che le competenze e i poteri del Presidente italiano sono estremamente limitati rispetto a quelli dell’omologo nordamericano.

Descrivere gli sprechi del settore pubblico, tuttavia, è un gioco in cui si cade molto facilmente ma senza ottenere risultati, perché il vero guaio è un altro: la mancanza, nei governanti, di una vera cultura politica, di idee proprie sulla Nazione: di conseguenza, di una visione prospettica futura.

L’avvento del renziano cambiamento sembra più una trovata pubblicitaria, uno spot ben congegnato che una vera cesura di stile politico: la si potrebbe definire la “rivoluzione delle facce pulite”, di quarantenni rampanti, in jeans e camicia, di ragazze di bell’aspetto e di lingua sciolta, pronte a snocciolare banalità e autocompiacimento. I vecchi partiti, che pur hanno costruito il castello di carte del debito pubblico e sono stati spesso un circuito di sprechi e di malaffare, avevano almeno il merito di rappresentare delle grandi culture politiche europee, portatrici di idee e visioni nazionali e internazionali, oltre che di amministrare il Paese e le comunità locali. Erano sì infarciti di mediocri politici di professione esperti nell’arte di far quadrare i conti (nelle votazioni parlamentari) e della menzogna atta a catturare applausi e consenso, ma avevano anche elementi di un certo spessore intellettuale e con la schiena dritta, in grado di pensiero libero e indipendente, nonché coerenza. Il nuovo PDC (Partito Democratico Cristiano) di Renzi (con Mattarella in veste “notarile”) è persino una copia sbiadita dell’originale Democrazia Cristiana, un contenitore di presunzione e di vigliaccheria, al Governo per una manovra di palazzo, un’alleanza fra il partito di maggioranza e una fetta di fuoriusciti dell’opposizione, non dimentichiamolo. La sua inconsistenza è la sua forza: in un Paese in difficoltà, amareggiato, ha la capacità persuasiva di un sogno. Quanto durerà?

Nicola Serafini