La Cina nella finanza globale (Parte 2)

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articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/39749/la-cina-nella-finanza-globale-ii

parte prima: https://www.cese-m.eu/cesem/2016/03/la-cina-nella-finanza-globale/

GLI ERRORI DELLA FED – Con l’eccezione di Lehman Brothers, la Federal Reserve e il governo degli Stati Uniti hanno favorito Wall Street rispetto all’interesse generale. Hanno salvato tutte le maggiori istituzioni finanziarie quando erano in bancarotta, permettendogli peraltro di divenire ancor più pericolose da un punto di vista sistemico. Sotto la supervisione della Federal Reserve e le nuove regole del Dodd-Frank Act, l’attività speculativa è infatti cresciuta di sei volte dalla crisi del 2008. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS), i commerci di strumenti derivati, che superavano i 100 trilioni di dollari nel 2005, hanno superato i 661 trilioni di dollari nel 2014. Allo stesso tempo, il capitale minimo di riserva richiesto a queste istituzioni finanziarie è rimasto piuttosto basso, al 3%. Anche se maggiore del 1%, che era il livello pre-crisi, il margine per l’errore rimane quasi nullo quando il debito costituisce il 97% della struttura del capitale.
Ancor peggio, la Federal Reserve ha approvvigionato le banche con denaro a interessi zero e senza particolari vincoli e/o indicazioni sull’utilizzo dello stesso. Invece di richiedere alle istituzioni bancarie di prestare alle piccole e medie imprese almeno il 50% dei fondi ottenuti dalla Federal Reserve, è stato concesso di continuare a prendere quanto più denaro possibile per speculare sui mercati finanziari al fine di comprare azioni, obbligazioni e derivati ed avere un ritorno veloce sugli investimenti. Nel 2007, i prestiti alle piccole e medie imprese negli Stati Uniti ammontavano a 19,18 miliardi di dollari, un valore che nel 2013 si è ridotto a soli 5,37 miliardi di dollari. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, il tasso di nascita/morte delle imprese è passato ad essere negativo, il che ha significato che sono state più le imprese che hanno chiuso di quelle che hanno iniziato ad operare.

IL DECLINO DEL PETROLIO – Internazionalmente, gli effetti sono stati ancor peggiori. Quando è iniziata la crisi dell’Euro, tutti gli speculatori, prevalentemente di grandi banche e hedge funds, si misero d’accordo per svendere l’Euro nel tentativo di farlo fallire. Mentre questo obiettivo non è stato raggiunto, il costo umano e socioeconomico delle politiche intraprese dai politici dell’EU per respingere gli speculatori (austerity, salvataggi multipli, quantitative easing e altre misure estreme) è stato altissimo. Inoltre, gli speculatori hanno provocato caos anche in altri Paesi, specialmente nei mercati emergenti dove i prezzi delle materie prime sono saliti alle stelle per poi crollare. Per esempio, il rapido declino dei prezzi del petrolio è arrivato subito dopo la crisi ucraina (febbraio 2014). Mentre i media attribuivano le ragioni del drammatico calo del prezzo del petrolio all’abbondanza di shale gas e al rallentamento della crescita economica della Cina, essi non hanno saputo spiegare una possibile coincidenza della caduta dei prezzi con la crisi ucraina, dato che le notizie sullo shale gas erano uscite mesi prima e il consumo del petrolio da parte della Cina stava in realtà crescendo. Parte della spiegazione di quanto accaduto è venuta da Aaron Brown, che lavorava per il multimiliardario fondo speculativo AQR. In occasione del lancio del suo libro, Brown ha raccontato che la SEC lo chiamò insieme ad altri gestori di fondi per mettere pressione alla Russia. Brown ha denunciato di essere stato ricattato dal governo degli Stati Uniti. Al fine di non essere multato dalla SEC, il suo fondo avrebbe dovuto sostenere il mercato azionario degli Stati Uniti, svendere i contratti petroliferi e il rublo col fine di punire Putin finanziariamente. Sfortunatamente, non solo Putin e la Russia sono stati danneggiati dall’influenza degli speculatori sui prezzi del petrolio, ma anche tutti i Paesi produttori di petrolio non alleati degli Stati Uniti. Paesi come il Venezuela, che dipendono dalle entrate petrolifere per finanziare i loro bilanci, sono divenuti improvvisamente vulnerabili ai possibili default obbligazionari e alle agitazioni sociali correlate all’indebolimento dei servizi governativi volti alle fasce più povere della popolazione. Lo stesso è valso per il Brasile, con alti costi di produzione del petrolio nazionale (in quanto la maggior parte di esso viene da piattaforme off-shore).

L’ASCESA DEL RENMINBI – E’ in virtù di questo contesto e di queste dinamiche destabilizzanti che la Cina ha potuto ottenere sia l’appoggio europeo all’inclusione dello yuan tra le monete di riserva internazionale, sia un ulteriore supporto dalle Nazioni Unite per cominciare ad abbandonare il dollaro statunitense come la sola moneta di riserva. Sembra infatti che molti Paesi pongano una crescente fiducia nella capacità della Repubblica popolare di controbilanciare l’egemonia del dollaro statunitense. Ciò ha dato margine di manovra alle autorità cinesi, che non a caso hanno annunciato l’avvio di riforme finanziarie finalizzate alla graduale liberalizzazione dello yuan; anche se inizialmente nella sola zona di libero scambio di Shangai, ove oggi sono possibili transazioni finanziarie che prima non erano permesse.

Ann Lee (traduzione Fabio Massimo Parenti)

parte terza: https://www.cese-m.eu/cesem/2016/04/la-cina-nella-finanza-globale-parte-3/

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