Guida alla scrittura di una tesi di laurea sulla “Primavera araba”

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Di Enrico Galoppini

Nell’ambito delle tesi di laurea assegnate in alcune facoltà umanistiche, è sempre più frequente la scelta, da parte dei candidati, di lavori di ricerca imperniati sulle cosiddette “rivolte arabe” e tutta quella serie di rivolgimenti sociali e politici ai quali è stata attribuita (dai “media globali”) la definizione di “Primavera araba”.

Senonché, molti, troppi laureandi navigano a vista, per giunta non sostenuti da docenti con la necessaria chiarezza di vedute. Perciò esiste il concreto rischio che queste tesi si risolvano in una diligente cronaca dei fatti (o meglio, di alcuni “selezionati” fatti), condita da amene
considerazioni sulla “libertà” e i “diritti umani”.

È così che ho sentito l’esigenza di proporre, a beneficio dei suddetti laureandi, un intervento nel quale sottolineo l’importanza dell’analisi geopolitica e degli strumenti analitici della geopolitica stessa, così come l’imprescindibilità di una visione d’insieme dei problemi di “politica internazionale”, tenendo costantemente presenti le linee-guida della recente “storia moderna”.

Una storia da leggere in un’ottica metastorica, ovvero dal punto di vista di una dimensione ‘sottile’ o ‘occulta’ che inevitabilmente s’insinua nelle umane vicende.

Cominciamo dunque col porre alcuni punti di carattere generale che non dovrebbero mai essere dimenticati in un lavoro di tesi di questo tipo.

Innanzitutto, guai a limitare l’analisi ad un solo paese. E nemmeno al solo “mondo arabo-islamico”.

Se, difatti, i sommovimenti ai quali i media hanno attribuito la suddetta ottimistica denominazione possono avere delle motivazioni endogene da non trascurare, non si può non considerare il quadro generale dei rapporti di forza a livello mondiale. All’interno dei quali, alcuni paesi piuttosto che altri (l’Egitto, ad esempio), così come alcune aree caratterizzate da una loro coesione, come il Maghreb o la regione siro-palestinese, risultano di particolare rilevanza strategica.

In poche parole, per venire a capo di qualcosa e non perdersi nei particolari più insignificanti, bisogna ricorrere per prima cosa all’analisi geopolitica, la quale considera solo in second’ordine i fattori socio-economici ed “ideologici” (anche in senso lato), sopravvalutati invece dagli stessi media e da buona parte delle “autorevoli” analisi che su questi hanno trovato ampio spazio.

In sintesi, si tratta – in questo come in altri casi di studio – di una lotta tra grandi potenze mirata a detenere il controllo delle dirigenze dei rispettivi Stati di questa regione imperniata sul Mediterraneo e posta al crocevia di Europa, Africa e Asia. Dirigenze le quali, una volte salite al potere, avendo una loro “ideologia” (anche di carattere religioso) cercano d’impostare le società da esse governate in base a quella. Senza dimenticare, poi, la disponibilità all’indebitamento perpetuo tramite “riforme strutturali” imposte dagli sponsor esterni, la messa a disposizione del proprio territorio per basi militari, lo sfruttamento delle materie prime e della manodopera locale eccetera…

Insomma, è bene entrare nell’ordine d’idee, che qui come altrove bisogna considerare il tutto nel quadro di sorta di partita a scacchi tra i pochi attori che veramente possono dire di “fare politica” ad un livello mondiale. Una politica “globale”, dunque, attuata su tempi diversi a seconda dell’obiettivo di questo o quell’attore.

Ora, siccome l’obiettivo finale perseguito dagli “occidentali” è con tutta evidenza il Governo Mondiale (secondo

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una determinata scala valoriale socialmente onnipervasiva, un preciso sistema economico-finanziario fondato sul prestito ad interesse e la “moneta debito” eccetera), va da sé che anche questa “Primavera araba” – al pari delle “Rivoluzioni colorate” (Serbia, Ucraina, Georgia, Asia Centrale ecc.) – serve ad operare un cambio di dirigenza, quindi di alleanze, ma anche ad incoraggiare dei cambiamenti politico-sociali all’interno dei vari Stati interessati da questi rivolgimenti.

Dall’altra parte, in opposizione all’Occidente, vi sono la Russia e la Cina (non necessariamente d’amore e d’accordo su tutto), le quali non perseguono in alcun modo l’obiettivo strategico finale di dominare il mondo e di conformarlo alla propria scala di valori. Ma ad una cosa tengono senz’altro: il controllo di una “cintura di sicurezza”, che per la Russia va dall’Europa Orientale al Pacifico, passando per il Caucaso e l’Asia Centrale. Ma quella è la “fascia” per così dire minima, perché per la sua stessa incolumità la Russia (lasciamo perdere per ora la Cina) deve stare attenta a quel che accade sia in Turchia che nel Vicino Oriente.

In questa regione specifica, la Siria è da decenni un tradizionale alleato di Mosca, comunismo o non comunismo, a riprova che l’atteggiamento strategico non cambia col mutare dell’ideologia ufficiale.

E, soprattutto, non è cambiata l’ostilità occidentale verso la Russia, col che si è dimostrato definitivamente che l’anticomunismo – al di là delle diverse “ideologie” dell’uno o dell’altro attore globale – era una maschera utile per vari scopi (ad esempio, i golpe militari in America Latina).

In tale quadro, che per forza di cose non può che essere globale perché ormai è la politica internazionale che è a trecentosessanta gradi, l’importanza dell’Egitto non può sfuggire a nessuno dei contendenti. La questione è stata estremamente chiara nel periodo nasseriano e nella successiva “svolta” di Sadat: dall’alleanza con Mosca a quella con Washington, con annessa “pace” con Israele.

 

La situazione non è certo cambiata oggi. Con la Cina che va allargando a macchia d’olio la sua influenza commerciale. Questo per sottolineare che per prima cosa si deve guardare alla geopolitica, e poi a tutto il resto (situazione politica ed economica interna e tutto quello che mediamente appassiona i fruitori delle cronache dei giornali, come i “diritti umani”, la “condizione della donna” eccetera). Altrimenti non si riesce mai a darsi una spiegazione logica del perché di fronte a situazioni analoghe gli esiti sono completamente diversi: rivolta ed intervento occidentale in Libia e in Siria; oscuramento mediatico sulla repressione del dissenso nei paesi del Golfo).

L’argomento, come si può ben capire, è talmente vasto che, a mio parere, prima di mettersi a scrivere una tesi sulla cosiddetta “Primavera araba” centrata su un singolo paese o sull’insieme del “mondo arabo-islamico” bisognerebbe:

1) Acquisire i fondamentali della Geopolitica e, nello specifico, individuare le linee-guida seguite dalle “potenze del mare” (Regno Unito e Stati Uniti) e da quelle “della terra” (Russia, soprattutto, e Cina, parzialmente). Le quali, rispettivamente, seguono finalità diverse, ovvero differenti modelli di civiltà, e, in base a quelle, adottano differenti tattiche e strumenti adeguati.

2) Avere ben chiara una sintesi storico-geopolitica degli ultimi due-tre secoli, con la nascita degli Stati Uniti e del loro “messianismo”, l’emergere del “modernismo islamico” (Wahhabismo, in primis), la fine degli Imperi (russo, tedesco, austro-ungarico ed ottomano) e la nascita degli Stati-nazione nel Vicino Oriente, con tutto quel che ne è conseguito a livello di conflittualità permanente nella regione e non solo (pensiamo solo a quanto l’Italia – nazione mediterranea per eccellenza – coinvolta da tutto ciò), in specie a partire dalla nascita del progetto sionista e dalla conseguente edificazione del suo avamposto politico-territoriale-militare.

3) Leggere poi il risultato della Seconda guerra mondiale non con gli occhiali ideologici, ma con quelli della geopolitica (occupazione, per la prima volta, da parte degli Usa, di una parte d’Europa, ovvero della parte estremo-occidentale d’Eurasia, senza la quale non sarebbero state possibili le successive “guerre della Nato”, tanto per fare un esempio).

4) Tutto ciò premesso, anche il famoso “11 settembre” perde quell’aura da ‘Big Bang del XXI secolo’, inscrivendosi piuttosto in una prospettiva storica di lungo corso che deve considerare simultaneamente molti fattori.

5) Stabilire le insanabili differenze tra l’Islam tradizionale (inteso come atteggiamento verso il sacro ed il divino), che è il portato di una storia di quattordici secoli di elaborazione dottrinale, di devozione, di santi… e quello dei “modernisti” di ogni tipo, i cui antesignani, in epoca moderna, sono stati i wahhabiti e l’alleata dinastia saudita, a loro volta alleati di ferro degli “occidentali”.

6) Ultimo, ma non in ordine d’importanza, delineare il perché e il come si è sviluppato il rapporto simbiotico tra gli Stati Uniti ed Israele, individuando gli obiettivi a breve e a medio-lungo termine di un’alleanza che definire strategica e riduttivo.

 

Solo dopo l’esame analitico e sintetico di questi sei punti, da chiarirsi bene prima di procedere nel lavoro di ricerca eventualmente focalizzato su un “caso di studio”, si può passare ad una disamina di quel che è accaduto nel mondo-arabo islamico da tre anni a questa parte, senza perdere di vista gli sviluppi della cosiddetta “questione mediorientale”, di cui quella “palestinese” altro non è che la sua riproduzione in scala ridotta. Tanto per fare un esempio: non è possibile affrontare l’argomento “Primavera araba” se non si capisce bene il senso della Guerra del Golfo del 1991… Giusto per non dimenticare che questi fatti che ci vengono proposti all’ordine del giorno hanno radici nel passato, sia recente che più remoto. Un passato che si comprende solamente se si tengono insieme tutti i pezzi del mosaico.

L’errore capitale da non commettere, quindi, è quello di accostarsi all’argomento con lo stesso atteggiamento degli autori degli instant book, che per loro disinformazione o semplicioneria (o peggio), sfornano libri che lasciano il tempo che trovano (e, purtroppo, spazio nelle aule universitarie). Per di più, i loro autori sembrano completamente abbacinati dal “vento di libertà” o del “cambiamento” che una retorica dalla facile presa sul pubblico occidentale fa soffiare da un capo all’altro dell’ecumene arabo-islamico.

Capisco che quest’approccio sentimentale possa entusiasmare un pubblico generalista in cerca di emozioni, ma un analista serio (e lo stesso dicasi per un laureando) non può cadere in queste allucinazioni, anche se il 99% delle “informazioni” più facilmente reperibili lo confortassero in tale impressione. Cioè, quella di essere in presenza di una storica pagina del “progresso umano”, all’alba di un “mondo nuovo” e via trasognando.

Cosa dire a costoro, dopo il ‘capolavoro’ perpetrato in Libia? Un paese dove dal punto di vista materiale non mancava nulla (quindi viene a cadere l’argomento “miseria”). Consideriamo invece come vivono adesso i libici (una specie di Somalia) e tiriamo le somme di chi ci ha guadagnato da tutta questa storia.

Eppure arriva sempre quello che obietta: “Ma prima non c’era la libertà!”. Bell’argomento la “libertà” (che per i più ormai coincide col “fai quello che vuoi”), se poi non funziona più nulla, la legge è sostituita dall’arbitrio delle bande armate (per di più fanatizzate) e quanto di incontestabilmente buono era stato fatto per il benessere della popolazione dal defunto Gheddafi (soprattutto se lo si paragona ad altri paesi arabi ed africani) viene sistematicamente smantellato tanto per dire che c’è il “cambiamento”!

E non è tutto, poiché con la bussola della geopolitica, la quale c’invita a sempre ad individuare quel fil rouge che unisce ogni anello della catena all’altro, ci si accorge che la distruzione della Jamâhîriyya è scaturita solo dopo le “rivolte” in Tunisia ed Egitto… e dopo di essa è scoppiato il caos in Mali, con tentativi d’infiltrazione in Algeria, paese importantissimo dal punto di vista energetico col quale Russia ed Italia hanno ottimi rapporti… La stessa Algeria già devastata negli anni Novanta da una “Primavera araba” ante litteram, sfociata in uno scenario che abbiamo visto replicato in Siria. Per non parlare del Trattato stipulato tra Libia ed Italia appena un anno prima della devastazione giustificata dal solito can can mediatico, tenendo sempre presente che i “media” sono un’arma a tutti gli effetti, al servizio di quelle convenzionali, quando se ne presenta l’esigenza per chi detiene il controllo di entrambe.

La Siria è poi un ottimo esempio per capire “chi sta dietro chi”. Da una parte c’è il governo, sostenuto dalla Russia e dall’Iran (e dalla Cina, più defilata), dall’altra gli occidentali: Usa, Israele, Unione Europea, sebbene all’interno di quest’ultima vi siano differenti posizioni (tipica quella italiana, che non può tradire la sua vocazione geopolitica mediterranea unicamente a favore degli interessi euro-atlantici), e le petromonarchie del Golfo, portatrici dell’ideologia islamica “modernista” e che sostengono una variegata galassia di movimenti politici ed armati. Questo è un punto molto importante da capire: l’alleanza tra i “modernisti islamici” e gli occidentali, che data – in maniera quantomeno evidente – almeno dalla guerra in Afghanistan contro i russi del 1980, ma che in realtà è cominciata ben prima perché esistono delle dinamiche più profonde che non si evidenziano a chi osserva le questioni solo in superficie.

Col che torniamo alle “ideologie”, o meglio alle “visioni del mondo”, collegate alle “obbedienze” e alle “affiliazioni” più o meno occulte, che in un primo momento ho intenzionalmente accantonato per focalizzare l’attenzione sull’analisi geopolitica.

Intendo dire che le “ideologie” non vanno sopravvalutate per l’uso esplicito ed evidente che questo o quello Stato ne fanno, mentre sono da tenere nella massima considerazione ad un livello per così dire “occulto”. Ovverosia, nulla è mai come sembra, poiché esiste una dimensione della storia e della politica che va molto più in profondità rispetto alle denominazioni partitiche e statuali, nonché alle “correnti di pensiero” ufficiali. Per questo motivo, quando non si riesce a darsi ragione di “inspiegabili” alleanze o di incomprensibili “giri di valzer”, oltre che la mera comunione d’interessi più o meno contingenti bisogna considerare quello che agisce “dietro le quinte”.

È quindi essenziale individuare la “visione del mondo”, o meglio il modello di civiltà ed il corrispondente “tipo umano” incoraggiato da questo o quell’attore globale per comprendere veramente quali sono le sue finalità a lungo termine, al di là degli aggiustamenti tattici.

Detto ancora più esplicitamente, poiché ogni gerarchia è riflesso di gerarchie che si situano su piani “invisibili”, sia al di sotto che al di sopra di quello umano, è essenziale, al fine di capire davvero il significato di un qualsiasi fenomeno storico, politico e sociale, collegare le élite e le dirigenze che ne sono protagoniste alle influenze “celesti” o “infere” di cui esse si fanno veicolo avendo ad esse indirizzato il proprio culto.

Col che il cerchio si chiude, comprendendo che se da una parte l’analisi geopolitica spiega molto e rappresenta il punto di partenza dell’indagine, alla fine si deve operare lo sforzo di capire quale tipo di civiltà è perseguito da un attore globale piuttosto che un altro.

L’uomo, in definitiva, è la posta in palio di tutto, in una prospettiva che consideri la presenza e l’influenza di forze “non umane”, con cui gli uomini cercano di mettersi in contatto, mettendosi letteralmente al loro servizio.

Capisco che quest’ultimo punto possa risultare “criptico” per qualcuno, e che non possa essere facilmente affrontato in sede di tesi di laurea, anche considerando lo spazio ed il tempo che le si possono dedicare. Inoltre, accostarvisi implica una certa disposizione d’animo sia del docente che del laureando, pertanto mi solo limitato a mettere la pulce nell’orecchio, offrendo la mia disponibilità per eventuali approfondimenti, essenziali, ripeto, per comprendere davvero il “senso della storia”, di cui la cosiddetta “attualità” altro non è che una distorsione percettiva creata ad arte per dare libero sfogo all’apparato mediatico e alla superficialità che esso induce.

Veniamo in chiusura a qualche rapido consiglio bibliografico e sitografico.

Partiamo coi libri del CeSEM – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo (https://www.cese-m.eu/cesem/category/biblioteca/), che ha pubblicato dei testi sul Qatar, la Siria, la Libia eccetera nel quadro delle “rivolte” in oggetto e che ha in progetto di pubblicarne altri.

Anche la rivista di studi geopolitici “Eurasia” ha affrontato a più riprese l’argomento, sia sul fascicolo trimestrale cartaceo sia sul suo sito internet (http://www.eurasia-rivista.org/).

In particolare, ha dedicato un intero fascicolo a L’Islamismo contro l’Islam? (http://www.eurasia-rivista.org/lislamismo-contro-lislam-3/17958/) di cui, in rete, è possibile leggere l’editoriale del direttore, C. Mutti: http://www.eurasia-rivista.org/lislamismo-contro-lislam/17951/.

 

Mi sia permessa poi un’autocitazione: al seguente indirizzo si può leggere un mio intervento sulle “rivolte arabe” (http://www.eurasia-rivista.org/primavera-araba-o-fine-dei-tempi/16497/), il quale, in forma ridotta, riprende un articolo uscito il 6 aprile 2011 su un sito attualmente cessato (“Europeanphoenix”). Tuttavia, svolgendo una rapida ricerca l’ho ritrovato al seguente indirizzo: http://www.terrasantalibera.org/primavera_araba_fine_tempi.htm. Non si tratta di un “articolo scientifico”, beninteso, ma di un’analisi d’insieme del problema, in base alle informazioni in mio possesso, secondo il mio modo di vedere e della capacità che ho sviluppato di mettere insieme le varie tessere del mosaico.

Come si può facilmente comprendere, non posso che consigliare libri, riviste o siti critici verso la “versione ufficiale”, poiché l’apparato “informativo” è gravemente sbilanciato in senso pro-rivolte e “primavere” (fatta salva una svolta, notata in Italia, sia su alcune tv che alcuni giornali a diffusione nazionale, a partire da qualche mese, cioè da quando i Fratelli Musulmani sono stati messi fuori gioco in Egitto…).

Il primo libro serio (nel senso di “argomentato”) scritto su quest’argomento – mentre uscivano già molti instant book – è stato Capire le rivolte arabe, di D. Scalea e P. Longo. Qui segnalo il sito di riferimento del libro: http://rivoltearabe.blogspot.it/. Esso parte da una prospettiva di largo respiro per inquadrare la questione particolare. Non entra in quella dimensione “occulta” cui accennavo poc’anzi, ma difficilmente la si troverà trattata in libri specifici sull’argomento.

Per chi, tuttavia, non si

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accontentasse delle chiavi di lettura politiche, economiche e sociali, è senz’altro consigliabile leggere un intervento, pubblicato a suo tempo sul sito di “Eurasia”, che espone sinteticamente l’azione sovversiva di un certo Islam “modernista”: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EEkkAAZlEEGytNtwrs.shtml. Un Islam che vediamo all’opera in prima fila nelle “rivolte”, tatticamente al fianco dei cosiddetti “blogger” e paladini dei “diritti umani”… e del quale ho tentato un inquadramento, alla luce delle sue più recenti sortite in quest’articolo uscito per “Africana”: Chi manovra i “modernisti islamici”? (XVII, 2012, pp. 141-148, che adesso è possible leggere anche sul sito del CeSEM: https://www.cese-m.eu/cesem/2014/01/chi-manovra-i-modernisti-islamici/).

Altra lettura a mio avviso utile per togliersi un po’ di idee fantasiose sulle “magnifiche sorti e progressive” della “Primavera araba” è Rivoluzioni S.p.A., di A. Macchi (qui una recensione: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/alfredo-macchi/200498/), che approfondisce il tema della preparazione dell’humus “rivoluzionario” ad opera dei “pensatoi” occidentali (i famosi think tank). Si comprenderà immediatamente il nesso tra le “Rivoluzioni colorate” e la “Primavera araba”.

Può essere interessante anche un libro dell’ex ministro socialista G. De Michelis: http://www.amazon.it/Mediterraneo-ebollizione-Cause-prospettive-Primavera/dp/8874933126/ref=sr_1_19?ie=UTF8&qid=1390152505&sr=8-19&keywords=primavera+araba. Lo segnalo giusto perché essendo De Michelis un politico della cosiddetta “Prima Repubblica”, quindi di un’Italia meno servile verso la Nato rispetto alla “Seconda”, esso espone qualche riflessione interessante, tanto più che l’editore Boroli ha pubblicato qualche testo che tratta di geopolitica.

In inglese esiste Arab Monitor, alla cui newsletter ci si può iscrivere:
http://www.al-monitor.com/pulse/home.html. Ben fatto e costantemente aggiornato, con approfondimenti variegati e sempre ben documentati ed argomentati.

In francese c’è il Reseau Voltaire: http://www.voltairenet.org/fr (anch’esso ha una newsletter), animato da Thierry Meyssan, che probabilmente è il primo che ha scritto un libro che smonta la “versione ufficiale” dei fatti dell’11 settembre 2001. Gli articoli sono ricchi di spunti di riflessione. Questo sito è utile anche per capire il lavorio compiuto da “Ong” e simili prima delle “rivolte”, cosicché si potrà tastare il polso della loro “spontaneità” (d’altronde, di “spontaneo” non c’è mai nulla). La tendenza generale è filo-russa e molto critica verso la “Primavera araba”.

Per il resto, digitando “primavera araba” o “rivolte arabe” sul sito di una libreria on line ben fornita (ad esempio Hoepli.it), non si faticherà a trovare molti titoli, dal valore dubbio e disparato, tra i quali direi che merita d’essere letto quello di M. Campanini (si scorra tra i risultati della ricerca; http://www.hoepli.it/cerca/libri.aspx?ty=1&query=primavera+araba&arg=), se non altro perché è uno studioso serio, ancorché con le sue preferenze (come tutti hanno, del resto).

Ho omesso testi specifici sulla politica e la storia dei singoli paesi arabi, come altri sulla storia in generale del mondo arabo e islamico, tuttavia in extremis mi sento di consigliare vivamente la lettura di un libro oggi scomparso persino dal catalogo dell’editore (Jaca Book), che a suo tempo ebbe il pregio di spalancarmi letteralmente gli occhi. Si tratta di A.B. Mariantoni, Gli occhi bendati sul Golfo (1991), che si trova in formato .pdf sul sito stesso dell’autore (purtroppo deceduto): http://www.abmariantoni.altervista.org/vicinooriente/Occhi_bendati.pdf.

Concludendo quest’intervento, senza alcuna pretesa di completezza e di sistematicità, esprimo la speranza di aver contribuito a fornire qualche notizia o spunto di riflessione in più a beneficio di chi si accinge a redigere un lavoro di tesi di laurea avente per oggetto la cosiddetta “Primavera araba”.

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