Mar. Mag 24th, 2022

La necessità cinese di incrementare il proprio ruolo nella sicurezza africana: problemi e strategie

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di Giacomo Leccese

Come sottolineato da Lei Yu, professore all’Università di Studi Internazionali di Pechino, “c’è un consenso generale nei circoli politici e accademici cinesi delle relazioni internazionali sulla crescente importanza dell’Africa in ambito politico, strategico ed economico per l’ascesa della Cina, in considerazione del suo peso politico nel suo insieme negli affari internazionali, della sua abbondanza di risorse strategiche e del suo grande potenziale economico”.i

Negli ultimi anni, la Cina ha rafforzato sempre più la sua presenza economica in Africa, soprattutto in seguito al lancio della Belt and Road Initiative (BRI), di cui il continente africano ha costituito il blocco principale con l’adesione di 44 paesi al 2021. Dal 2009, la Cina è diventata il primo principale investitore nel continente e il numero di imprese e cittadini cinesi in Africa è in costante aumento.

Tuttavia, nonostante gli interessi in gioco, il PLA (Esercito Popolare di Liberazione) ha ancora una proiezione limitata in Africa e, di recente, più voci stanno spingendo per aggiungere una maggiore impronta militare alla massiccia presenza economica, aumentando il ruolo cinese come attore securitario nel continente. Già il White Paper della difesa cinese del 2019, infatti, affermava che “una delle missioni delle forze armate cinesi è proteggere efficacemente la sicurezza, i diritti e gli interessi legittimi di persone, organizzazioni e istituzioni cinesi all’estero“.

Allo stesso tempo, specificava che “gli interessi esteri della Cina sono messi in pericolo da minacce immediate come disordini internazionali e regionali, terrorismo e pirateria” e che “missioni diplomatiche, imprese e personale cinesi in tutto il mondo sono stati attaccati in più occasioni“. Oltre a queste esigenze specifiche, la spinta verso un ruolo più attivo nella sicurezza africana risponde anche al cambiamento più generale della politica estera e di sicurezza cinese.

Come sottolineato da Xi Jinping, infatti, la Cina diventerà il leader globale entro il 2049 e, in virtù del suo nuovo ruolo, il Paese dovrà perseguire una “visione globale della politica di sicurezza nazionale” e modellare attivamente un ambiente internazionale favorevole all’emergere della Cina.ii

Un’impronta militare cinese più profonda nel continente, tuttavia, deve affrontare due importanti vincoli. Da un lato, sembra essere un ostacolo il tradizionale approccio di basso profilo che Pechino persegue nei rapporti con l’Africa: un maggiore coinvolgimento del PLA, infatti, potrebbe contribuire a cambiare la percezione africana della Cina, che ha sempre evitato di mostrarsi come una “potenza imperialista ed egemonica” e ha sempre promosso l’approccio della non ingerenza negli affari interni (“Soluzioni africane ai problemi africani“).

Dall’altro, la Cina affronta anche vincoli logistici che spiegano la sua continua preferenza per un’impronta militare “leggera”. In effetti, secondo le analisi dell’Accademia Cinese di Scienze Militari, al momento le capacità di spedizione all’estero della Cina sono “deboli”, “insufficienti” e “inadatte” al compito di proteggere gli interessi d’oltremare. iii Considerando questi vincoli reputazionali e logistici, quindi, la seguente analisi, dopo aver illustrato le principali ragioni dietro la necessità cinese di incrementare il suo ruolo di attore securitario in Africa, cercherà di identificare quali siano le migliori politiche, tra quelle fino ad ora utilizzate da Pechino, per rispondere alle sue nuove esigenze di politica estera verso il continente.

Le ragioni dietro un maggiore coinvolgimento militare cinese

Per capire cosa spinge la Cina a considerare un maggiore coinvolgimento nel settore della sicurezza in Africa è utile riferirsi all’analisi di Tom Bayes del Mercator Institute for China Studies, che individua principalmente cinque ragioni principali:

  • Proteggere gli interessi economici: la tutela degli interessi economici in gioco in Africa è sicuramente la ragione principale. Ci sono oltre 10.000 aziende cinesi in Africa, comprese almeno 2.000 imprese statali (SOE), che sono coinvolte in progetti di costruzione che generano oltre 40 miliardi di dollari di entrate all’anno. Secondo McKinsey, il valore degli affari cinesi nel continente dal 2005 ammonta a oltre $ 2 trilioni, con $ 300 miliardi di investimenti attualmente sul tavolo. L’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, tuttavia, rileva che l’84% degli investimenti cinesi sulla Belt and Road avviene in paesi a rischio medio-alto e, secondo il Ministero della Sicurezza dello Stato cinese, tra il 2015 e il 2017 si sono verificati 350 gravi incidenti di sicurezza che hanno coinvolto imprese cinesi, dai rapimenti e attacchi terroristici alla violenza anticinese. iv Ad esempio, i mass media cinesi hanno riportato una perdita diretta di 20 miliardi di dollari delle imprese cinesi nel 2011 a causa della crisi libica. Enormi perdite economiche come queste hanno reso la Cina consapevole della necessità di un suo maggiore coinvolgimento nella sicurezza africana. Tale esigenza, come detto, è evidenziata anche nei documenti ufficiali di pianificazione della difesa cinese, in cui la salvaguardia degli interessi cinesi all’estero è considerata uno degli obiettivi principali della difesa nazionale e “una parte cruciale dell’interesse nazionale”. v
  • Proteggere i cittadini cinesi: dal 2012, oltre 200.000 lavoratori cinesi si sono trasferiti in Africa per lavorare alla Belt and Road Initiative, portando il numero di immigrati cinesi nel continente a un milione. Negli ultimi anni, accanto ai violenti conflitti intrastatali in diversi paesi africani, le azioni di diversi gruppi jihadisti (come Al-Shabaab e Boko Haram) operanti nel Corno d’Africa e nel Sahel, hanno minacciato la sicurezza di questi lavoratori cinesi. La protezione di questi cittadini è quindi diventata una priorità di politica estera, che si riflette negli appelli per una migliore protezione dei cittadini cinesi in Africa nel piano d’azione FOCAC (Forum on China Africa Cooperation) del 2018. Anche in merito alla protezione dei cittadini la guerra civile libica del 2011 è stata un importante punto di svolta quando, nella sua più grande NEO (Non-combatant Evacuation Operation) fino ad oggi, Pechino ha schierato per la prima volta risorse del PLA (tra cui la fregata Xuzhou e gli aerei del PLAAF) per estrarre più di 35.000 cittadini della RPC. Evacuazioni come queste godono di un forte sostegno pubblico, perché il Ministero degli Affari Esteri cinese ha affrontato forti critiche nei casi in cui non è riuscito a intraprendere azioni per proteggere la sicurezza e i diritti dei cinesi all’estero, dunque, aumentare il suo ruolo di protettore dei cittadini cinesi all’estero, consentirebbe al PCC di rafforzare la legittimità interna e dimostrare all’opinione pubblica il rinnovato potere globale della Cina.vi
  • Costruire una “comunità sino-africana con un futuro condiviso”:nel vertice FOCAC di Pechino 2018, il presidente Xi Jinping ha indicato la “sicurezza comune” tra i sei pilastri alla base della costruzione di una “comunità sino-africana con un futuro condiviso”. Pertanto, un aumento del ruolo di sicurezza nel continente è fondamentale per intensificare questa collaborazione strategica tra Cina e Africa, basata sulla reciproca convenienza. In effetti, molti leader politici e studiosi cinesi sostengono che le enormi risorse disponibili difficilmente porteranno prosperità economica o progresso sociale all’Africa se rimarrà nelle turbolenze politiche o nelle guerre, né potrebbero generare la ricchezza e il potere che la Cina aspira a ottenere. Un mercato africano stabile e prospero, inoltre, consentirebbe alla Cina, in ascesa come potenza economica globale con le maggiori riserve valutarie, di soddisfare il suo bisogno di trovare nuovi mercati per i suoi prodotti manifatturieri e di ridurre la sua eccessiva dipendenza dalle nazioni avanzate, sottolineata anche nel White Paper sul commercio internazionale della Cina. Infine, un gran numero di studiosi cinesi considera l’ampio coinvolgimento cinese nella pace e nella sicurezza dell’Africa come un modo efficace per intensificare le relazioni politiche Cina-Africa e sostenere l’appoggio politico dell’Africa alla Cina nell’arena mondiale. Infatti, il supporto diplomatico dei Paesi africani è stato storicamente molto importante per Pechino, poiché questi hanno spesso sostenuto le posizioni cinesi su alcuni temi “caldi” come le dispute territoriali.vii
  • Presentarsi come una “grande potenza responsabile”: un ruolo maggiore nel garantire la pace e la sicurezza in Africa aiuterebbe anche a presentare la Cina nell’arena internazionale come una “grande potenza responsabile”, un mantra della linea politica di Xi. La Cina, infatti, con il suo crescente status globale, ha bisogno di presentarsi non solo come un gigante economico, ma anche come uno dei maggiori garanti della pace e della sicurezza nel mondo. Pertanto, come sottolineato da Shen Zhixiong, “l’Africa è un’arena in cui la Cina può esibire e costruire la [sua] immagine nazionale”. Infatti, un maggiore coinvolgimento nel mantenimento della pace e della stabilità nel continente permetterebbe di aumentare il soft power cinese nel continente, ma anche nell’arena internazionale. Questa influenza è particolarmente cruciale per la Cina per modellare le norme e determinare gli esiti politici all’interno del sistema internazionale, un fattore estremamente importante anche per Xi, che nel 2016 ha dichiarato che la Cina deve “migliorare la sua capacità di partecipare alla governance globale … e formulare regole e stabilire ordini del giorno”.viii
  • Alleviare la “malattia della pace” del PLA: dal 2013, la Cina ha promosso una profonda riforma delle forze armate per adattarle alle nuove sfide internazionali che il Paese deve affrontare. La riforma ha modificato radicalmente la dottrina militare cinese, abbandonando il modello sovietico (basato sulla supremazia delle forze di terra) a favore del modello americano della “jointless” (congiunzione) tra le varie forze armate, e ha visto anche una radicale modernizzazione degli armamenti. L’Africa, quindi, potrebbe essere un contesto utile per testare l’adattamento a queste novità. Inoltre, un maggiore coinvolgimento militare nel continente consentirebbe anche al PLA di alleviare la cosiddetta “malattia della pace”, cioè la mancanza di esperienza di combattimento in contesti ostili, visto che la Cina non è impegnata in una guerra dall’invasione del Vietnam del 1979.ix

Le strategie usate fino ad oggi

  • Utilizzo di società di sicurezza e contractors cinesi: il ricorso a contractors e agenzie di sicurezza sta diventando un modo sempre più diffuso per tutelare gli interessi e i cittadini cinesi all’estero e in particolare in Africa. Ci sono 5.000 società di sicurezza registrate in Cina, che impiegano 4,3 milioni di ex membri del PLA e della Polizia Armata del Popolo. Venti di queste hanno la licenza per operare all’estero e riferiscono di impiegare 3.200 contractors, più delle dimensioni delle truppe di peacekeeping del PLA (circa 2.500 soldati). Queste società di sicurezza cinesi non sono private ma sono controllate dallo Stato e servono i suoi interessi. Per questo motivo, il governo cinese fa sempre più affidamento su queste agenzie come parte del suo impegno per la sicurezza nei confronti dell’Africa e molti di questi contractors sono utilizzati per proteggere gli interessi economici e i cittadini cinesi nel continentex, come si può vedere nella figura seguente.
Figura 1: società di sicurezza cinesi operanti in Africa. Fonte: Africa Center for Strategic Studies
  • Partecipazione a missioni multilaterali: la partecipazione a missioni multilaterali di pace oggi può essere considerata la principale strategia cinese per garantire la sicurezza africana. L’atteggiamento della Cina nei confronti delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite è cambiato radicalmente negli ultimi 50 anni. Fino agli anni ’80, infatti, il governo cinese si oppose a questo tipo di missioni facendo appello al principio di non ingerenza, ma a partire dagli anni ’80 ha iniziato a fornire sostegno economico, pur mantenendo un livello molto basso di partecipazione delle truppe. La situazione è cambiata radicalmente dagli anni 2000 quando la Cina ha iniziato a inviare sempre più truppe, fino a diventare l’undicesimo contributore mondiale e il primo tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Nello stesso periodo anche il contributo finanziario cinese è aumentato in modo significativo, rendendo il paese il secondo maggior contribuente finanziario dopo gli Stati Uniti.xi

Figura 2: contributo di truppe cinesi alle missioni di peacekeeping 1989-2019. Fonte: ONU

Figura 3: contributo economico della Cina alle missioni di peacekeeping ONU

Dal 2009, la Cina ha anche partecipato all’operazione internazionale per combattere la pirateria al largo delle coste della Somalia nel Golfo di Aden, autorizzata dalla risoluzione 1816 (2008) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’operazione ha permesso alla Cina di aumentare la presenza della Marina del PLA nell’Oceano Indiano e lungo le coste africane e di allestire una prima base militare d’oltremare, a Gibuti.

  • Mediazione dei conflitti e diplomazia militare: un’altra strategia per garantire, da un lato, la stabilità dei contesti in cui la Cina ha investito e, dall’altro, la sicurezza dei suoi cittadini e delle sue imprese, è stata l’utilizzo dei mezzi diplomatici. In particolare, la mediazione cinese nei conflitti africani ha subito una svolta dal lancio della BRI nel 2013, e, ad esempio, i diplomatici cinesi hanno svolto un ruolo importante nella mediazione nei conflitti tra RDC e Ruanda o tra Sudan e Sud Sudan.xii

Figura 4: mediazione cinese dei conflitti africani (2006-2018). Fonte: MERICS

Il ruolo della diplomazia, però, non si esaurisce solo nella mediazione dei conflitti, ma riguarda anche altri campi. Nel 2015 Xi Jinping ha dichiarato che la Cina porrà maggiore enfasi sulla diplomazia militare come parte della sua strategia generale di politica estera. Il PCC ha sempre visto quest’ultima come uno strumento importante per portare avanti gli obiettivi diplomatici generali della Cina e salvaguardare la sicurezza nazionale, e questo ruolo è ancora più importante oggi.xiii La Cina, infatti, ha aumentato il numero dei suoi attachés militari in Africa a 27 dai 16 del 2011 e ha utilizzato il dispiegamento di task force navali nel Golfo di Aden per condurre visite portuali in tutto il continente. Inoltre, il governo cinese ha firmato una serie di MOU sulla difesa e la cooperazione militare con vari stati africani.

L’esempio più recente di questa diplomazia militare, tuttavia, è l’uso del PLA per fornire assistenza medica militare o donazioni in risposta alla pandemia globale di COVID-19.xiv Molti dei paesi interessati da questa iniziativa si trovano in Africa, come mostrato nella figura 5.

Figura 5: diplomazia militare cinese riguardo la cooperazione alla gestione pandemica. Fonte: International Institute for Strategic Studies
  • Cooperazione tra forze armate: un’altra strategia è legata all’addestramento e allo sviluppo delle capacità delle forze militari africane, al fine di renderle più pronte a garantire la sicurezza degli interessi e dei cittadini cinesi in caso di necessità. Ciò avviene in vari modi:
  • Vendita di armi: le vendite di armi cinesi hanno costituito il 17% delle importazioni di armi africane tra il 2013 e il 2017, in crescita del 55% rispetto al quinquennio precedente. La Cina ha venduto armi a 23 paesi africani, più di qualsiasi altro fornitore, ed è diventata l’esportatore preferito dai regimi di Zimbabwe, Mozambico, Namibia, Seychelles, Tanzania e Zambia, che ricevono tutti oltre il 90% delle loro armi dalla Cina.xv In genere, poi, piccoli team del PLA forniscono una formazione di “post-vendita” nell’uso delle armi acquisite.
  • Addestramento militare: la Cina fornisce regolarmente varie categorie di addestramento militare, sia in Cina che in Africa, per rafforzare le capacità delle forze armate africane. In Kenya, ad esempio, i servizi di sicurezza cinesi hanno istituito e addestrato una divisione di polizia keniota d’élite per proteggere la ferrovia Mombasa-Nairobi.xvi Il governo cinese fornisce anche borse di studio per ufficiali africani per l’addestramento in 20 college militari cinesi, principalmente la National Defense University di Pechino.xvii
  • Esercitazioni congiunte: negli ultimi anni sono aumentate le esercitazioni svolte con le forze armate dei Paesi africani, come ad esempio le esercitazioni antipirateria con le marine del Camerun e della Nigeria, o con le forze di terra della Tanzania.
  • Sostegno finanziario agli organismi di sicurezza africani: la Cina sostiene finanziariamente diverse componenti dell’AU Peace and Security Architecture (AUPSA), in particolare le risorse militari per la gestione dei conflitti dell’African Standby Force (ASF) e dell’African Capacity for Immediate Response to Cries (ACIRC), ma, in alcuni casi, anche specifiche missioni di peacekeeping dell’UA come quella in Sudan nel 2006 o la Multi-National Joint Task Force contro Boko Haram. In generale, i sostegni economici cinesi vengono canalizzati, attraverso due fondi specifici:
  • il China-Africa Peace and Security Fund, annunciato nel Piano d’azione FOCAC 2018, per rafforzare la cooperazione in materia di pace, sicurezza, mantenimento della pace, legge e ordine e 50 programmi di assistenza alla sicurezza.
  • il UN Peace and Development Trust Fund, creato nel 2016 in seguito all’impegno del governo cinese di contribuire con 200 milioni di dollari in dieci anni e finalizzato a finanziare progetti e attività relative al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali.xviii

Le migliori opzioni

Queste diverse politiche, tuttavia, devono essere contestualizzate in un quadro in cui la Cina deve preoccuparsi della percezione africana delle sue azioni. In particolare, due di esse sono in linea con questa esigenza: la partecipazione a missioni multilaterali di peacekeeping e l’utilizzo di mezzi diplomatici per risolvere conflitti o situazioni di instabilità.

  • Partecipazione a missioni multilaterali: la partecipazione a missioni multilaterali consente alla Cina di raggiungere molti degli obiettivi enunciati nel primo capitolo, senza avere ripercussioni sulla percezione africana della Cina come potenza amica e non neocoloniale, rispettosa del principio di non ingerenza:
  • garantisce la sicurezza degli investimenti e dei cittadini cinesi, come nel caso di UNMISS in Sud Sudan, dove il coinvolgimento cinese è stato fondamentale per la protezione dei civili e per il raggiungimento di un cessate il fuoco.xix
  • permette di rafforzare la “Comunità sino-africana con un futuro condiviso”. Ad esempio, nel caso dell’UNMIL in Liberia, la partecipazione cinese alla missione è stata decisiva nella scelta liberiana di porre fine alle relazioni diplomatiche con Taiwan. Inoltre, i vari progetti di costruzione, portati a termine da società cinesi nel Paese, hanno generato una notevole benevolenza nei confronti della Cina tra i liberiani. Come ha commentato uno specialista del mantenimento della pace ghanese: “La Cina è brava a presentare il suo ruolo nelle UNPKO per conquistare i cuori e le menti“.xx
  • consente alla Cina di posizionarsi come “potenza responsabile” sulla scena internazionale e come uno dei maggiori attori internazionali impegnati nella promozione della pace e della sicurezza.xxi
  • consente al PLA di fare esperienza in contesti ostili: nel 2013, in Mali (MINUSMA), la Cina ha impiegato per la prima volta truppe da combattimento e il successivo dispiegamento in Sud Sudan, due anni dopo, ha mostrato miglioramenti dovuti all’esperienza precedente.xxii Inoltre, attraverso le sue missioni di scorta per proteggere le navi commerciali cinesi e la sua cooperazione con le marine straniere in addestramenti ed esercitazioni ad hoc nel Golfo di Aden, la PLA Navy ha acquisito una preziosa esperienza su come preparare una missione, schierarsi in acque blu per missioni operative lontano dalle coste cinesi e imparare dalle marine più esperte.xxiii
  • Mediazione dei conflitti e diplomazia militare: l’altra strategia di successo per espandere il ruolo della Cina come attore della sicurezza nel continente è ricorrere a mezzi diplomatici:
  • La mediazione dei conflitti consente, infatti, come sottolineato da Helena Legarda, di migliorare le condizioni di sicurezza degli interessi economici e dei cittadini cinesi, ma allo stesso tempo è un altro strumento molto utile per presentarsi come “potenza responsabile” e acquisire visibilità sulla scena internazionale. Tutti i nove conflitti o crisi che la Cina ha mediato (o tentato di mediare) nel 2017 hanno avuto un’elevata visibilità internazionale, come la guerra civile in Siria, il conflitto israelo-palestinese o la disputa Bangladesh-Myanmar sul popolo Rohingya.xxiv
  • Un ruolo chiave in questa diplomazia della sicurezza è svolto dal PLA. La diplomazia militare, infatti, porta alcuni possibili vantaggi come fornire informazioni sulle organizzazioni militari straniere; creare relazioni personali con altro personale militare; e mostrare la potenza militare della Cina. Inoltre, consente alla Cina di contribuire a definire l’agenda anche nel campo della sicurezza e ciò è particolarmente cruciale, vista la crescente volontà di Pechino di svolgere un ruolo di leadership sulla scena mondiale, anche nelle discussioni militari.xxv Il recente caso dell’aiuto del PLA nella lotta al Covid-19, con assistenza sanitaria e vaccini garantiti a vari Paesi africani, è un buon esempio di come il PLA possa contribuire agli obiettivi di politica estera del governo. Infatti, da un lato questa iniziativa è legata alla narrativa dello “stakeholder responsabile”, dall’altro consente alla Cina di rafforzare i legami con l’Africa e acquisire soft power assistendo direttamente la popolazione.

Le altre politiche finora messe in pratica dal governo cinese, invece, sono più rischiose, soprattutto per quanto riguarda l’impatto che hanno sull’opinione pubblica africana.

  • L’uso di società di sicurezza e appaltatori ha scatenato molte proteste nel continente perché mina il ruolo del governo come principale fornitore di sicurezza all’interno di un paese e aumenta il rischio di violazioni dei diritti umani. La Cina non vuole che i suoi fornitori di sicurezza siano paragonati al gruppo russo Wagner o alla società di sicurezza americana Blackwater.
  • Il sostegno finanziario agli organismi di sicurezza africani e la cooperazione militare-militare cominciano a essere visti dagli africani come segni di sostegno ai regimi autoritari e allo status quo. C’è poca cooperazione tra forze armate tra il PLA e le forze armate dei paesi liberaldemocratici e il modus operandi della Cina nel finanziare e promuovere la pace e la sicurezza in Africa è visto da alcuni analisti africani come non dissimile dagli interventi internazionali precedenti e attuali di altri grandi potenze (l’esercito africano usato come forze ausiliarie per “stabilizzare” situazioni che minacciano risorse vitali per la Cina). La Cina, quindi, non può pensare di dettare unilateralmente l’agenda degli organi africani, proprio perché c’è una crescente richiesta di autonomia decisionale da parte delle potenze straniere. A ciò si aggiunga che le forze armate africane spesso non sono ritenute in grado di risolvere le crisi, come dimostra il crescente impiego di mercenari sopra descritto.

Conclusioni

La Cina ha un chiaro interesse ad espandere il suo ruolo di fornitore di sicurezza in Africa. Tuttavia, alcuni analisti internazionali considerano gli aiuti cinesi all’Africa come un “aiuto canaglia” e l’opinione pubblica in Africa, in particolare gli attivisti sociali, è preoccupata per gli accordi intergovernativi tra Cina e Africa e per il crescente coinvolgimento della Cina nel continente. Questa situazione è particolarmente significativa considerando che, come sottolineato da Lei Yu, “gli obiettivi del coinvolgimento della Cina in Africa dall’inizio del nuovo secolo non sono stati solo circoscritti a raccogliere benefici economici, ma anche benefici strategici derivanti dal “soft power” della Cina in Africa, nella speranza di stimolare l’ascesa della Cina a livelli sistemici e di competere con gli Stati Uniti per il dominio globale”.xxvi Questo maggiore impegno per la sicurezza, quindi, deve restare coerente con l’immagine di potenza amica che la Cina vuole dare di sé nel continente. Per questo le due migliori politiche sembrano essere la partecipazione a missioni multilaterali e l’utilizzo di mezzi diplomatici, che consentono di raggiungere obiettivi di politica estera cinese, senza intaccare l’immagine del Paese, ma anzi migliorandone il soft power.

NOTE AL TESTO

i Yu L. (2021), China’s Expanding Security Involvement in Africa: A Pillar for ‘China–Africa Community of Common Destiny’, Global Policy, Volume 9, no. 4

ii Bayes T. (2020), China’s growing security role in Africa: Views from West Africa, Implications for Europe, Konrad-Adenauer-Stiftung, Berlin, p.19

iii Nantulya P. (2021), “China’s Blended Approach to Security in Africa”, ISPI, https://www.ispionline.it/en/pubblicazione/chinas-blended-approach-security-africa-31216

iv Nantulya P. (2021), “Chinese Security Firms Spread along the African Belt and Road”, Africa Center for Strategic Studies, https://africacenter.org/spotlight/chinese-security-firms-spread-african-belt-road/

v Yu L. (2021), China’s Expanding Security Involvement in Africa: A Pillar for ‘China–Africa Community of Common Destiny’, Global Policy, Volume 9, no. 4

vi Brauner O, Duchatel M., Hang Z. (2014), Protecting China’s Overseas Interests: The Slow Shift away from Non-interference, SIPRI, Policy Paper no. 41

vii Yu L. (2021), China’s Expanding Security Involvement in Africa: A Pillar for ‘China–Africa Community of Common Destiny’, Global Policy, Volume 9, no. 4

viii Ibidem

ix Bayes T. (2020), China’s growing security role in Africa: Views from West Africa, Implications for Europe, Konrad-Adenauer-Stiftung, Berlin

x Nantulya P. (2021), “Chinese Security Firms Spread along the African Belt and Road”, Africa Center for Strategic Studies, https://africacenter.org/spotlight/chinese-security-firms-spread-african-belt-road/

xi De Coning C. & Osland K. (2020), China’s Evolving Approach to UN Peacekeeping in Africa, Norwegian Institute of International Affairs, Report 1

xii Legarda H. (2018), “China as a conflict mediator: Maintaining stability along the Belt and Road”, Mercator Institute for China Studies, https://merics.org/en/short-analysis/china-conflict-mediator

xiii Tiezzi S. (2015), “3 Goals of China’s Military Diplomacy”, The Diplomat, https://thediplomat.com/2015/01/3-goals-of-chinas-military-diplomacy/

xiv Nouwens M. (2021), The evolving nature of China’s military diplomacy: from visits to vaccines, International Institute for Strategic Studies

xv Encarnation L. (2021), “Assessing the Impact of Chinese Arms in Africa”, Georgetown University Center for Security Studies, https://georgetownsecuritystudiesreview.org/2021/04/20/assessing-the-impact-of-chinese-arms-in-africa/

xvi Grieger G. (2019), China’s growing role as a security actor in Africa, European Parliamentary Research Service

xvii Bayes T. (2020), China’s growing security role in Africa: Views from West Africa, Implications for Europe, Konrad-Adenauer-Stiftung, Berlin, p.41

xviii Grieger G. (2019), China’s growing role as a security actor in Africa, European Parliamentary Research Service

xix De Coning C. & Osland K. (2020), China’s Evolving Approach to UN Peacekeeping in Africa, Norwegian Institute of International Affairs, Report 1, p.10

xx Bayes T. (2020), China’s growing security role in Africa: Views from West Africa, Implications for Europe, Konrad-Adenauer-Stiftung, Berlin, p.48-51

xxi Dottin P. & Li W. (2020), Behind China’s Peacekeeping Missions in Africa: Interpreting Beijing’s Strategic Considerations, Security Strategies, Year 7, Issue 14, p.8

xxii Bayes T. (2020), China’s growing security role in Africa: Views from West Africa, Implications for Europe, Konrad-Adenauer-Stiftung, Berlin, p.48

xxiii Nouwens M. (2021), The evolving nature of China’s military diplomacy: from visits to vaccines, International Institute for Strategic Studies, p.12

xxiv Legarda H. (2018), “China as a conflict mediator: Maintaining stability along the Belt and Road”, Mercator Institute for China Studies, https://merics.org/en/short-analysis/china-conflict-mediator

xxv Tiezzi S. (2015), “3 Goals of China’s Military Diplomacy”, The Diplomat, https://thediplomat.com/2015/01/3-goals-of-chinas-military-diplomacy/

xxvi Yu L. (2021), China’s Expanding Security Involvement in Africa: A Pillar for ‘China–Africa Community of Common Destiny’, Global Policy, Volume 9, Issue 4

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