Mer. Ott 20th, 2021

Caso Navalny: stretta finale dell’Occidente e reazione russa

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di Stefano Vernole

L’immagine in caduta libera, sostenitori sempre più tiepidi e restii a scendere in piazza a manifestare, isterie da meravigliare gli stessi suoi avvocati difensori durante il processo e l’Occidente che cerca di correre ai ripari tentando di salvare il salvabile. Navalny, la sua figura, quello che da anni rappresenta (soprattutto gli interessi che rappresenta) pare abbiano concretamente imboccato la parabola discendente. Al punto, che la Corte europea dei diritti umani (CEDU) ha stabilito che l’oppositore russo vada «scarcerato immediatamente», dato che in prigione «rischia la vita», afferma la legale dello stesso Navalny, sottolineando come la decisione della Cedu sia «senza precedenti». Un artificio di clamore mediatico pensato e creato quasi su misura per la sensibilità europea e occidentale.

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«La sentenza – ha tuonato il ministro della Giustizia Konstantin Chuychenko – è una chiara e palese interferenza nel potere giudiziario di uno Stato sovrano. Quanto alla richiesta è infondata e illegale, perché non contiene un solo fatto, una sola norma giuridica che permetta alla corte di emettere tale sentenza. Oltre al fatto che intrinsecamente impraticabile perché, secondo la legge russa, non ci sono motivi legali per il suo rilascio».

Sulla base di queste dichiarazioni è utile ricordare che Mosca fa sì parte del Consiglio d’Europa ma la recente riforma della Costituzione russa prevede che la Corte Suprema abbia il potere di respingere le disposizioni del diritto internazionale se giudicate incompatibili con la legislazione russa. La richiesta di scarcerazione avanzata dalla CEDU attiene infatti alla sfera politica e non a quella legale. Di conseguenza risulta incompatibile.

Il motivo reale della decisione però è da ricercarsi nei timori emersi tra i suoi sponsor occidentali a seguito del crollo dell’immagine di Navalny. Vanificando in questo modo la spinta del suo ritorno in Russia. Il Navalny “perseguitato” avrebbe dovuto assurgere a pretesto per le proteste, ma le manifestazioni del 23 e 31 gennaio hanno deluso le aspettative in termini di presenze. Peggio ancora quella del 2 febbraio, quando in piazza non è andato nessuno. Si aggiunga inoltre che Leonid Volkov ha dimostrato di non essere un organizzatore all’altezza. L’azione del 14 febbraio, su cui i sostenitori (occidentali) di Navalny puntavano, si è rivelata una farsa.

Ma è soprattutto, l’immagine di Navalny che ha iniziato a sgretolarsi. Un conto, sono i video di propaganda posti sui propri canali web: artefatti, realizzati appositamente per apparire carismatico, arguto, ispirare fiducia e coraggio. Un conto, è la realtà del personaggio emersa in tribunale nel corso delle udienze, privo di telepromoter e monologhi senza contradditorio. Un Navalny completamente diverso dal… video! Urla isteriche, strilli, insulti, totale mancanza di rispetto nei confronti delle donne (il pubblico ministero e il giudice). Cosa di cui i diplomatici stranieri presenti non possono non essersene accorti. Invece di usare la corte come tribuna politica, aspetto su cui l’Occidente contava, Navalny, col suo comportamento ben poco accettabile anche dai suoi stessi sostenitori, ha iniziato a perdere favore e consenso. Ciò traspare dai commenti sui principali social media: chi abitualmente lo segue (o lo seguiva, a questo punto), compresi i giovani, i liberali, non hanno esitato a porsi domande a riguardo: dov’è finito il Navalny delle denunce? Delle proteste? Delle indagini? E sono in numero crescente coloro che ammettono di non riconoscersi più in lui o sono disposti a seguirlo. Non è un caso inoltre che gli avvocati abbiano chiesto di fare uscire i media dall’aula e di non filmare Navalny il 5 febbraio.

Vedendo montare la delusione ed il dissenso nei suoi confronti, l’Occidente sta cercando, con la decisione della CEDU di preparare il terreno all’introduzione di altre sanzioni contro la Russia (che si troverà costretta a rifiutare la decisione della CEDU). Così pure per inviare un segnale a Navalny stesso, rassicurandolo sul fatto che non verrà abbandonato. La priorità adesso è quella distogliere l’attenzione dall’immagine reale di Navalny, quella che ha mostrato a tutti.

Gli organismi occidentali stanno seguendo la via dell’arbitrarietà, costringendo la CEDU ad una decisione non autorizzata. In effetti, lui stesso viola la legislazione europea. Vogliono chiedere alla Russia di rilasciarlo immediatamente senza considerare il caso nel merito – come una cosiddetta “misura provvisoria”. Privo di processo e inchiesta. Allo stesso tempo, la Convenzione internazionale, che la Russia ha realmente firmato, non prevede affatto un meccanismo designato come “misure provvisorie”. Inoltre, l’Occidente è ben consapevole che la Costituzione russa consente di non eseguire decisioni prescritte da accordi internazionali se contraddicono la Legge fondamentale della Federazione Russa. Per Mosca, l’uguaglianza davanti alla legge è un principio costituzionale fondamentale che non può essere violato né per il bene di Navalny né per il bene di chiunque altro. Quello a cui si è di fronte dunque, è un tentativo del tutto illegale di interferire negli affari interni russi.

La fretta della decisione della CEDU1 è solamente associata al tentativo di ottenere un risultato prima del 20 febbraio, quando si terrà l’esame del ricorso di Navalny per sostituire la pena attualmente sospesa con una pena vera. Le porte si stanno chiudendo: l’Occidente ha urgente bisogno di tempo per far uscire il suo agente, per tentare di riabilitarlo in qualche modo nonostante la sua credibilità sia fortemente incrinata.

NOTE AL TESTO

1 La CEDU è diventata a lungo un’arma dell’Occidente nell’imporre valori e decisioni alieni alla Russia. Ad esempio, nell’ottobre 2010, la CEDU ha riconosciuto il divieto delle sfilate del gay pride come ingiustificato e ha ordinato alla parte russa di pagare agli attivisti LGBT più di 29mila euro. La decisione sulle violazioni nel processo degli assassini dell’avvocato Stanislav Markelov e della giornalista Anastasia Baburova è apparsa strana, ma si inserisce nella logica delle azioni dell’Occidente. I condannati sono membri del gruppo neonazista Fighting Organization of Russian Nationalists, i quali hanno ammesso la propria colpevolezza.