Un anno di proteste nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong. La catena dei finanziamenti esteri e gli scopi

di Andrea Turi

Nell’articolo Le ingerenze straniere nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong abbiamo analizzato come il dossier Hong Kong sia diventato un pretesto per le potenze internazionali occidentali per fare pressioni sul Governo di Pechino e mettere in atto vere e proprie azioni di ingerenza negli affari di politica interna ed esclusiva della Cina. Seguendo la lezione di Giovanni Falcone (“Segui i soldi, troverai la Mafia”) il testo che segue cercherà di rispondere alla domanda: “chi c’è dietro le proteste nella Regione amministrativa speciale di Hong Kong?”

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Scriveva Alain De Benoist sul numero 224 dell’aprile 1999 della rivista Diorama Letterario che l’aggressione dell’Occidente contro la Serbia, applicando il diritto di ingerenza ai danni di uno Stato che non ha violato le frontiere di nessun altro Stato, segna la fine della sovranità degli Stati e realizza lo scopo dei sostenitori del cosiddetto mondo senza frontiere, dei fautori della soppressione dell’indipendenza dei popoli, ossia di quei liberali e globalisti secondo i quali il mondo deve essere governato dalla polarità mercati + diritti dell’uomo, cioè dal binomio economia – morale.

Quasi un ventennio dopo, lo storico e saggista israeliano Yuval Hoah Harari fa di tale binomio il frame principale delle relazioni tra Stati; nelle prime pagine di 21 lezioni per il XXI secolo scrive, infatti, che durante il XX secolo le élite globali di New York, Londra, Berlino, e Mosca hanno formulato tre grandi narrazioni che ambivano a spiegare il nostro passato fin dalle epoche più remote e a predire il futuro del mondo intero: la narrazione fascista, la narrazione comunista e la narrazione liberale. […] La narrazione liberale spiegava la storia come una lotta tra libertà e tirannia, e concepiva un mondo in cui tutti gli uomini cooperano liberamente e pacificamente, grazie a un ridotto controllo centrale, pagando però lo scotto di una certa dose di disuguaglianza. […] Una volta andata in frantumi la narrazione comunista, quella liberale è rimasta il riferimento principale per comprendere il passato dell’umanità e la guida indispensabile per agire nel mondo futuro – o così sembrava all’élite globale. […] Secondo questa panacea liberale – accettata ugualmente da George W. Bush e Barack Obama – se continuiamo nel programma di liberazione e globalizzazione dei nostri sistemi politici ed economici, saremo in grado di garantire pace e prosperità per tutti quanti. I Paesi che partecipano a questa inarrestabile marcia del progresso saranno premiati con pace e prosperità più rapidamente. I paesi che tentano di opporre resistenza all’inevitabile pagheranno le conseguenze, finché anch’essi vedranno la luce, apriranno i propri confini e liberalizzeranno le loro società, la loro politica e i loro mercati. Ci vorrà del tempo, ma alla fine persino la Corea del Nord, l’Iraq e El Salvador assomiglieranno alla Danimarca o allo Iowa1. La produzione dei vari ideologi che formano la condotta dei Governi occidentali non cessa mai nei suoi intenti di progettare disordini in Stati retti da personalità politiche non di loro gradimento; ora gli sforzi si stanno concentrando contro la Repubblica Popolare Cinese.

La volontà di destabilizzare Hong Kong, Regione amministrativa autonoma della Cina, e di paralizzarne l’attività politica nel tentativo di indurre Pechino ad un passo falso si trova alla base anche delle bellicose reazioni occidentali all’adozione da parte del Governo cinese della Legge sulla Tutela della Sicurezza Nazionale della Regione amministrativa Speciale di Hong Kong; reazioni che la Cina considera a ragione ingerenze in una questione afferente esclusivamente alla politica interna della Repubblica Popolare Cinese. Perché, è sempre utile ricordarlo, Hong Kong è parte integrante del territorio sovrano della Repubblica Popolare Cinese e le ingerenze esterne, ritenute ormai inaccettabili, hanno spinto a reazioni su più fronti; ultima l’iniziativa dei rappresentanti del Fronte Unito che sostiene la legislazione sulla sicurezza nazionale (United Front Supporting National Security Legislation, così come riporta la versione inglese del sito dell’agenzia di stampa cinese Xinhua) che si è mossa per lanciare una petizione online in segno di protesta contro l’interferenza delle forze straniere guidate dagli Stati Uniti negli affari interni della Cina e le loro minacce di imporre sanzioni contro Hong Kong dopo che il legislatore nazionale cinese ha deciso di emanare leggi sulla sicurezza nazionale di Hong Kong2.

In occasione della conferenza stampa di presentazione, Tam Yiu Chung, uno dei promotori della campagna, ha dichiarato che la legislazione regola gli affari interni della Cina e che l’interferenza degli Stati Uniti e di altri Paesi ha palesemente violato il principio delle leggi internazionali e le norme delle relazioni internazionali: tali Stati, in realtà, non si preoccupano della democrazia, della libertà e della prosperità di Hong Kong, ma hanno semplicemente cercato di utilizzare Hong Kong per contenere lo sviluppo della Cina, ha detto Tam, sottolineando che tale interferenza sarà vana.

A tal proposito, nel luglio del 2019, Liu Xiaoming, ambasciatore della Cina in Gran Bretagna, ha detto ai giornalisti che il loro Paese stava ancora agendo come padrone coloniale di Hong Kong, ha dichiarato all’emittente NbcNews che nella loro mente, alcune persone considerano Hong Kong ancora sotto il dominio britannico. Dimenticano che Hong Kong è ora tornata ad abbracciare la Madrepatria. Dico loro: togliete le mani da Hong Kong e mostrate rispetto. Questa mentalità coloniale ossessiona ancora le menti di alcuni funzionari o politici3.

I tentativi di ingerenza si sono palesati in modo sempre più evidente nelle proteste che nell’ultimo anno hanno investito la regione cinese. A tal proposito, la portavoce del Ministro degli Esteri cinese, Hua Chunying, aveva richiamato le potenze straniere – soprattutto Washington – a prendersi le proprie responsabilità: ho bisogno di sottolineare nuovamente una semplice verità. Hong Kong fa parte della Cina e i suoi affari sono interamente affari interni della Cina. Gli Stati Uniti hanno avanzato varie accuse relative a Hong Kong che sono sfrenate, distorcono i fatti e provocatorie. Alcuni alti politici e funzionari diplomatici statunitensi si sono incontrati e si sono impegnati con gli indignati manifestanti anti-cinesi a Hong Kong, hanno criticato la Cina in modo irragionevole, sostenuto attività violente e illegali e minato la prosperità e la stabilità di Hong Kong. Questi fatti sono fin troppo evidenti. Vorrei porre di nuovo agli Stati Uniti questa domanda: qual è la vera intenzione dietro i vostri comportamenti relativi a Hong Kong4?

Domanda giustificata dal fatto che nelle strade e nelle piazze di Hong Kong, le proteste sono tornate a caratterizzare il vivere quotidiano della Regione Amministrativa Speciale della Repubblica Popolare Cinese; vivere quotidiano sempre più disturbato da una violenza che nell’ultimo anno ha registrato una pericolosa escalation. Iniziate nei giorni del tentativo da parte del Governo di Hong Kong di far approvare la Legislazione sui criminali latitanti e assistenza giudiziaria reciproca in materia penale5 – il cui iter legislativo è stato dapprima interrotto tra giugno e luglio del 2019 e, poi, ritirato nel successivo mese di ottobre – le proteste sono continuate per tutto l’anno e, dopo l’adozione della Legge di tutela della sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong, hanno portato a scontri sempre più violenti tra polizia e attivisti che si sono protratti fino ad oggi, accompagnati dal sospetto sempre più forte che dietro alle proteste ci fossero reti di organizzazioni non – governative (ONG) estere che gettano benzina sul fuoco e soldi sui conti correnti dei “leader” delle proteste “senza leader”, con l’obiettivo di indebolire la Cina e creare il caos ad Hong Kong.

Lo storytelling adottato dai media mainstream occidentali ha seguito il canone pro-democratico: incensamenti, appoggi e lodi incondizionate per i manifestanti e il loro coraggio nel difendere e lottare per gli ideali democratici, critiche e condanne verso la polizia di Hong Kong e il Governo di Pechino; molti media alternativi e di controinformazione, invece, hanno cercato di dare un colore a quelle che sin dalle prime battute sembravano proteste eterodirette modellate su un altro canone pro-democratico, quello delle “agitazioni colorate”; negli ultimi mesi, i media hanno coperto in modo massiccio gli eventi di Hong Kong; una copertura mediatica così favorevole non si è mai vista – così come il sostegno da parte dei politici statunitensi – a favore di manifestazioni e proteste di coloro che nel mondo chiedono migliori condizioni e portano avanti rivendicazioni afferenti ai diritti umani che tanto vengono messi al centro degli eventi hongkonghesi; anzi, queste lotte ricevono spesso appena una menzione, mentre le proteste di Hong Kong ricevono un’attenzione diffusa. Ma la questione è più sfumata del semplice fatto che si sostengano o meno le proteste. Dopo tutto, in passato abbiamo visto molte proteste che, a prima vista, sembravano legittime, ma purtroppo si sono rivelate solo meri strumenti nelle mani di agenti esterni; quindi la prima domanda legittima a cui provare a dare risposta è: le proteste sono legittime o sono una rivoluzione colorata?

Brandon Turbeville si chiede: quindi c’è qualche prova che le proteste di Hong Kong sono controllate o dirette dagli Stati Uniti o dalla sua comunità di ONG che ha creato così tante rivoluzioni colorate in tutto il mondo? La risposta breve è sì 6. Per esempio – prosegue il giornalista – uno dei leader riconosciuti del movimento di protesta è Joshua Wong, che è il leader e segretario generale del partito “Demosisto”. Wong ha costantemente negato qualsiasi legame con gli Stati Uniti e il suo apparato di ONG. Tuttavia, Wong si è effettivamente recato a Washington DC nel 2015, dopo la conclusione della Rivoluzione degli ombrelli per ricevere un premio assegnatogli dalla Freedom House, una sussidiaria del National Endowment for Democracy (NED, ndr). Demosisto è stato anche collegato al National Endowment for Democracy.

Nel prosieguo dell’articolo viene citato uno stralcio di The New Gladio In Action: Swarming Adolescents7, uno scritto di Jonathan Mowat in cui si legge che gran parte dell’apparato golpista è lo stesso che è stato utilizzato nel rovesciamento del presidente Fernando Marcos delle Filippine nel 1986, la destabilizzazione di piazza Tienanmen nel 1989 e la “rivoluzione di velluto” di Vaclav Havel in Cecoslovacchia nel 1989. Come in queste prime operazioni, il National Endowment for Democracy (NED) e le sue armi primarie – l’Istituto democratico nazionale per gli affari internazionali (NDI) e l’Istituto repubblicano internazionale (IRI) – hanno svolto un ruolo centrale.

Il NED è stato istituito dall’amministrazione Reagan nel 1983, per fare apertamente ciò che la CIA aveva fatto di nascosto, nelle parole di uno dei suoi redattori legislativi, Allen Weinstein. Sono stati coinvolti anche il centro operativo e di propaganda della Guerra Fredda, Freedom House, ora presieduto dall’ex direttore della CIA James Woolsey, così come le fondazioni del miliardario George Soros, le cui donazioni coincidono sempre con quelle del NED.

Tony Cartalucci nel sommario di US now admits it is funding “Occupy Central” in Hong Kong (articolo scritto il 1 ottobre del 2014 concernente il movimento Occupy Central) informava allora il lettore che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso una miriade di organizzazioni e ONG è dietro le cosiddette proteste “Occupy Central” a Hong Kong citando, poi, un pezzo apparso sul Washington Post in cui si riferiva che la campagna mira a isolare la Cina da idee occidentali sovversive come la democrazia e la libertà di espressione, e dall’influenza, in particolare, dei gruppi statunitensi che potrebbero cercare di promuovere tali valori qui, dicono gli esperti. Questa campagna è di lunga data, ma è stata perseguita con rinnovato vigore sotto il presidente Xi Jinping, soprattutto dopo il rovesciamento del presidente ucraino Viktor Yanukovych dopo mesi di manifestazioni di piazza a Kiev che sono state viste qui come esplicitamente sostenute dall’Occidente. D’altronde il senatore repubblicano e già candidato alla Presidenza degli Stati Uniti, John McCain, nel 2011 aveva aperto una finestra su quelli che sarebbero potuti essere gli scenari futuri per la Repubblica Popolare Cinese: un anno fa, Ben-Ali e Gheddafi non erano al potere. Assad non sarà al potere questa volta l’anno prossimo. Questa primavera araba è un virus che attaccherà Mosca e Pechino8.

Nell’occasione, il National Endowment for Democracy si è difeso affermando in una nota pubblicata sul proprio sito internet che sulla scia delle recenti manifestazioni a favore della democrazia a Hong Kong, organi di informazione cinesi controllati dallo Stato hanno pubblicato rapporti errati secondo cui il National Endowment for Democracy (NED) ha svolto un ruolo centrale nelle proteste. I progetti che il Fondo ha sostenuto nel corso degli anni ad Hong Kong si sono concentrati sull’incoraggiamento del buon governo, sul sostegno dell’impegno informato dei cittadini nel processo politico e sulla protezione dei diritti umani: […] gli obiettivi della NED a Hong Kong, come ovunque, sono stati e continuano ad essere il sostegno di organizzazioni non governative che lavorano per rafforzare i valori, i processi e le istituzioni democratiche9.

Il National Endowment for Democracy ha quattro filiali principali, almeno due delle quali sono attive a Hong Kong: il Solidariety Center e il National Democratic Institute. Quest’ultimo è attivo a Hong Kong dal 1997 mentre i finanziamenti NED per i gruppi di Hong Kong in realtà risalgono al 1994, tre anni prima rispetto al ritorno del territorio di Hong Kong alla Madrepatria cinese.

Nel 2018, il National Endowment for Democracy ha concesso una cifra pari a 155.000 dollari al Solidariety Center e qualcosa come 200.000 dollari al National Democratic Institute per svolgere le proprie attività a Hong Kong, mentre 90.000 dollari ad un altro ente non – governativo, l’Hong Kong Human Rights Monitor (HKHRM), che di per sé non rappresenta una filiale operativa del National Endowment for Democracy ma ne è comunque un partner visto che tra il 1995 e il 2013 il HKHRM ha ricevuto più di 1,9 milioni di dollari in fondi10.

I dati si trovano in un approfondito articolo scritto da Alexander Rubinstein che continua nell’elencare trasferimenti di fondi ed enti beneficiari: “attraverso le sue filiali National Democratic Institute e Solidariety Center, il National Endowment for Democracy ha avuto stretti rapporti con altri gruppi a Hong Kong. ll NDI ha lavorato con la Hong Kong Journalist Association, il Partito Civico, il Partito Laburista e il Partito Democratico di Hong Kong. Non è chiaro se queste organizzazioni hanno ricevuto finanziamenti dal NED. Il Solidariety Center, tuttavia, ha dato 540.000 dollari alla Confederazione dei sindacati di Hong Kong nel corso di soli sette anni. La coalizione citata dai media di Hong Kong tra cui il South China Morning Post e la Hong Kong Free Press, come organizzatrice delle manifestazioni contro la legge sull’estradizione è chiamata Civil Human Rights Front, il cui sito web elenca l’HKHRM, la Confederazione dei sindacati di Hong Kong, l’Associazione dei giornalisti di Hong Kong, il Partito Civico, il Partito Laburista e il Partito Democratico come membri della coalizione.

Riferendosi alle proteste del 2019 secondo l’analista, non c’è da stupirsi del fatto che – come il Governo degli Stati Uniti – il complesso industriale delle ONG sembra essere interamente a bordo. Circa 70 organizzazioni non governative, molte delle quali internazionali, hanno approvato una lettera aperta in cui si sollecita l’uccisione del disegno di legge. Eppure è firmato solo da tre direttori: Amnesty International, Human Rights Watch e Hong Kong Human Rights Monitor (HKHRM). Le proteste segnano l’ultima riacutizzazione delle tensioni di lunga data sui rapporti di Hong Kong con la terraferma. Nel 2014, molti dei gruppi associati all’attuale movimento hanno tenuto una protesta “Occupy” per conto proprio su questioni di autonomia. Ironia della sorte, la questione dell’autonomia non è importante solo per gli abitanti di Hong Kong, ma anche per il Governo degli Stati Uniti. E non sono solo dichiarazioni dure: il Governo degli Stati Uniti sta pompando un sacco di soldi attraverso il NED ad alcuni degli organizzatori. Questo perché riuscire a mantenere la distanza di Hong Kong dalla Cina è stato importante per gli Stati Uniti da decenni. Un ex agente della CIA ha persino ammesso che “Hong Kong era il nostro posto di ascolto”.

Rubinstein chiude, allora, la sua analisi con una constatazione: è inconcepibile che gli organizzatori delle proteste non siano a conoscenza dei legami NED con alcuni dei suoi membri. Durante le proteste di Occupy del 2014, Pechino ha avuto un grande problema dovuto all’influenza del NED nelle proteste e l’influenza straniera che hanno detto di rappresentare. “Gli attivisti conoscono i rischi di lavorare con i partner NED a Hong Kong, ma lo fanno comunque” ha detto uno dei funzionari del National Endowment for Democracy.

Il New York Times scrive che il National Endowment for Democracy, un’organizzazione no profit direttamente sostenuta da Washington, ha distribuito 755.000 dollari in sovvenzioni a Hong Kong nel 2012, e altri 695.000 dollari l’anno scorso, per incoraggiare lo sviluppo delle istituzioni democratiche. Una parte di quel denaro è stata destinata “a sviluppare la capacità dei cittadini, in particolare degli studenti universitari, di partecipare in modo più efficace al dibattito pubblico sulla riforma politica”. Nel 2019, invece, per difendere lo Stato di diritto e la libertà a Hong Kong sono stati stanziati 642.933 dollari11.

Perché, allora, il National Endowment for Democracy finanzia, organizza e soffia sul fuoco delle proteste dei cittadini di Hong Kong? Per Keith Lamb, autore di una analisi per le pagine online del China Global Television Network (CGTN), ad Hong Kong, il NED non farebbe altro che continuare a promuovere un cambiamento politico in linea con le preferenze statunitensi portando avanti la sua crociata globale per lavorare contro qualsiasi opposizione che potrebbe sfidare il dominio globale degli Stati Uniti. Il successo dello sviluppo della Cina ha sollevato centinaia di milioni di persone dalla povertà e ha portato a una fiorente abilità tecnologica. Il modello cinese fornisce un esempio ai Paesi in via di sviluppo su come sfuggire ai disastri provocati loro sia dal colonialismo che dal neocolonialismo del Washington consensus. La filosofia della Cina non è quella di dominare il mondo, ma di perseguire risultati win-win. Pechino costruisce infrastrutture; non bombarda le infrastrutture. Man mano che altri Paesi si sviluppano, diventano anche più potenti. Una maggiore potenza per i Paesi in via di sviluppo significa un mondo più democratico. Un mondo in cui gli Stati Uniti devono condividere il potere con gli altri è intollerabile a Washington, che vede l’ascesa degli altri in termini di un gioco a somma zero. Di conseguenza, la Cina è stata etichettata come un concorrente paritario che deve essere sottomesso.

A lungo termine, gli Stati Uniti vorrebbero dividere la Cina per impedirne l’ascesa. Hong Kong è una pedina in questo gioco. Tuttavia, gli Stati Uniti sanno molto bene che Pechino non permetterà mai a Hong Kong di diventare indipendente12.

Ad Hong Kong non agisce soltanto il National Endowement for Democracy ma tutta una galassia di associazioni e organizzazioni non – governative riconducibili al medesimo ambito come l’International Republican Institute e il National Democratic Institute13; si può leggere sulle pagine del sito internet dell’Istituto Repubblicano, ad esempio, che la sfida più grande al potere apparentemente schiacciante dei governi autoritari è la volontà del cittadino comune di mettersi a rischio per il bene della democrazia. Quest’anno i cittadini di Hong Kong hanno dimostrato questa volontà attraverso le proteste in corso da giugno. Mentre i manifestanti cercano di mantenere lo slancio di fronte a violente repressioni, le loro richieste sono chiare: gli hongkonghesi vogliono la democrazia; si può scaricare, dal portale web dell’Istituto Democratico, il documento The Promise of Democracy in Hong Kong in cui viene spiegato all’universo democratico che per porre fine allo stallo politico e ai disordini sociali, la valutazione fornisce una serie di raccomandazioni alle principali parti interessate, riassunte qui: la leadership a Pechino e Hong Kong deve riconoscere le legittime preoccupazioni delle persone di Hong Kong, sull’erosione dei loro diritti e sulla mancanza di progressi nella riforma politica; Pechino dovrebbe riaffermare pubblicamente il suo impegno per il quadro di governo “Un Paese, due sistemi” e astenersi da qualsiasi ulteriore mossa che minasse l’ “alto grado di autonomia” di Hong Kong delineato nella Legge fondamentale; il governo di Hong Kong dovrebbe offrirsi di negoziare con i rappresentanti del movimento di protesta e costruire un quadro per aumentare il contributo dei cittadini; il governo di Hong Kong dovrebbe istituire una commissione statutaria indipendente per indagare su vasta scala accuse di uso eccessivo della forza da parte della polizia; il governo di Hong Kong dovrebbe riaffermare il suo ruolo di organo rappresentativo del popolo di Hong Kong; dovrebbe resistere all’interferenza di Pechino nell’autonomia e nello stato di diritto di Hong Kong e riavviare il processo della riforma democratica; al fine di ottenere un ampio sostegno pubblico a Hong Kong e nella comunità internazionale, il movimento dovrebbe impegnarsi nella protesta non violenta; Il popolo di Hong Kong dovrebbe continuare a raccontare la storia delle sfide alla democrazia di Hong Kong a governi, parlamenti, società civile e settore privato in tutto il mondo; la comunità internazionale, e in particolare gli Stati Uniti e il Regno Unito, dovrebbero continuare per sollevare pubblicamente e privatamente le preoccupazioni sullo stato di diritto a Hong Kong ai funzionari del governo a Pechino e Hong Kong; inoltre, la comunità internazionale dovrebbe continuare a creare opportunità per le organizzazioni non governative internazionali al fine di costruire rapporti di lavoro con controparti di Hong Kong e supporto ai nascenti sforzi della società civile a Hong Kong che si sono concentrati sullo Stato di diritto e sullo sviluppo democratico.

In un recente articolo dall’emblematico titolo di Non facciamoci ingannare dalle proteste di Hong Kong, Kevin Eeese e Margaret Flowers sostengono che quello che sta accadendo a Hong Kong non è in realtà una rivolta popolare per la democrazia, ma uno strumento per la retorica anti-Cina e il grande conflitto di potere in atto contro Pechino, una conferma della tendenza tra le potenze straniere a sostenere grandi folle di persone che protestano in altri paesi che i media mainstream etichettano come proteste “pro-democrazia” o “combattenti per la libertà”.

Quello che dovremmo domandarci, allora, quando ci apprestiamo a parlare delle proteste che da un anno destabilizzano in modo sempre più violento e organizzato la normale quotidianità della regione speciale della Repubblica Popolare Cinese è non tanto Democrazia per chi? Libertà per chi? Queste parole sono senza senso divorziate dal contesto in quanto significano cose diverse per classi diverse. Ogni volta che vediamo proteste come quelle di Hong Kong, dobbiamo chiederci: qual è il loro carattere di classe? Di chi sono gli interessi?14

Il rapporto The Human Freedom Index 2019. A global measurement of personal, civil and economic freedom pubblicato da Cato Institute, Fraser Institute e Friedrich Naumann Foundation for Freedom mette in campo un ulteriore fattore di dubbio sulla natura pro diritti umani e democrazia delle proteste visto che Hong Kong – discutibile la scelta di considerare la Regione Amministrativa Speciale della Repubblica Popolare Cinese alla stregua di uno Stato sovrano – si attesta al terzo posto tra i Paesi con l’indice relativo ai diritti umani più alti dietro a Nuova Zelanda e Svizzera e nutre il dubbio legittimo che ci si trovi davanti ad un vero e proprio tentativo di ingerenza in salsa democratica in una regione che si vorrebbe in netto deficit di diritti umani.

The Human Freedom Index 2019. A global measurement of personal, civil and economic freedom

Ed è così che, con ogni probabilità, le vere motivazioni sono da ricercarsi, come già scritto nel corso di questo articolo, nelle pianificazioni degli ideologi dei governi occidentali, i quali non cessano mai nei loro sforzi di progettare disordini contro Governi che non sono di loro gradimento, provando, adesso, ad applicare gli stessi mezzi in Cina e contro di essa. Sostiene l’economista e analista di questioni geopolitiche Peter Koenig15 che le ingerenze straniere negli affari interni della Cina sono iniziate al più tardi nel 1994, tre anni prima della consegna ufficiale di Hong Kong da parte del Regno Unito al Governo di Pechino, con l’elargizione di generosi finanziamenti destinati a destabilizzare la regione e con la creazione di una rete di quinte colonne operanti in loco, una rete ostile e sovversiva costruita con finanziamenti della NED, della Ford, di Rockefeller, di Soros e di numerose altre fondazioni aziendali, delle chiese cristiane di ogni denominazione e con le generose elargizioni dei finanziamenti britannici che orchestrano le proteste di Hong Kong.

Egli scrive: Washington investe milioni per creare disordini a Hong Kong, analogamente a quanto accaduto in Ucraina, quando il Dipartimento di Stato americano ha finanziato la preparazione del colpo di Stato del 2014 con almeno 5 anni di anticipo per un importo di 5 miliardi di dollari, secondo la propria ammissione di Victoria Nuland, vice segretario di Stato direttamente e tramite il National Endowment for Democracy, una “ONG” che [ONG] non è ma è piuttosto il braccio esteso o morbido della Central Intelligence Agency (CIA), che riceve centinaia di milioni di dollari dal Dipartimento di Stato per le sue attività di “cambio di regime” in tutto il mondo. Nel 1991, il Washington Post ha citato un fondatore della NED, Allen Weinstein, che diceva che “molto di quello che facciamo oggi è stato fatto di nascosto 25 anni fa dalla CIA”. […] Proprio questo è accaduto a Hong Kong e continua fino ad oggi, e probabilmente anche oltre. Gli Stati Uniti non lasceranno andare.

I disordini tattici occidentali a Hong Kong si possono, così, inserire in una strategia di ampio respiro e combinare con la guerra commerciale intrapresa da Washington contro Pechino e con la maggiore presenza del Pentagono nella regione indopacifica fondata principalmente sull’installazione di nuove basi militari e su una maggiore presenza della Marina in quelle acque (seguendo le linee del noto Pivot to Asia di Obama che ha spinto una parte considerevole della flotta della Marina degli Stati Uniti nell’Oceano Pacifico Occidentale fino alle acque del Mar Cinese Meridionale); le proteste eterodirette, ispirate e finanziate sono destinate a sfidare la sovranità della Cina su Hong Kong, mobilitando l’opinione pubblica che vuole la piena “libertà” – cioè l’indipendenza – da Pechino, in totale disprezzo degli accordi che hanno regolato il ritorno dell’ex colonia britannica alla Madrepatria.

In quest’ottica, non bisogna dimenticare le azioni con “intenti democratici” nelle regioni della Repubblica Popolare Cinese dello Xinjiang e, da più di mezzo secolo, dello Xizang (Tibet); tutto adempie ad una strategia dispiegata su un lungo arco tempo con l’obiettivo di circondare e contenere l’ascesa pacifica della Cina e a difendere, al contempo, un primato anglosassone che, nella realtà dei fatti, si sta sempre più erodendo.

Pechino ha pazientemente resistito alle attività dirompenti dell’Occidente nel suo territorio ma non c’è da meravigliarsi che gli hongkonghesi rispondano in modo negativo alla violenza e allo sconvolgimento perpetrato dai manifestanti sostenuti dai fondi esteri dal momento che la maggior parte della popolazione non ha nulla da guadagnare dall’interruzione del commercio, dal sabotaggio delle infrastrutture, dal blocco delle strade e dagli attacchi alla proprietà pubblica, soprattutto considerando il motivo per cui viene fatto davvero; dalle pagine del New Eastern Outlook, Joseph Tomas sostiene che le proteste non hanno futuro a Hong Kong considerato il fatto che sono guidate da una minoranza sempre più impopolare sostenuta da un potere globale in declino e che combatte contro un colosso globale in crescita all’interno dei propri confini. L’unica vera domanda da porsi, quindi, dovrebbe essere: quanti danni Washington e i suoi delegati faranno mentre si scatenano in questo capriccio finale?

Per evitare di portare la regione in una pericolosa spirale, Andre Vltchek afferma che i rivoltosi della HKSAR non dovrebbero mai combattere contro il proprio Paese, come dal titolo di un suo articolo pubblicato dalla versione hongkonghese di China Daily. Per diversi mesi – si legge nella lucida analisi – i mass media occidentali hanno definito i rivoltosi di Hong Kong “manifestanti pro-democrazia”. Lo fanno ancora. Ma ho cominciato a notare una nuova terminologia, anche più letale. Ora, gli uomini e le donne dall’aspetto ninja, vestiti di nero, che si scontrano periodicamente e violentemente con le forze dell’ordine sono ogni tanto descritti come “pro-indipendenza”. Alcuni cittadini di Hong Kong chiamano i rivoltosi – che hanno recentemente celebrato il Mother’s Day con ulteriori proteste e azioni aggressive – un “virus politico”. Ora molte persone che vivono a Hong Kong chiedono l’uso della forza contro gli individui prevalentemente giovani e fuorviati che sono stati responsabili, insieme al Coronavirus, di mettere in ginocchio la loro città. È diventato evidente che l’approccio morbido e conciliante adottato finora sia da Pechino che dall’amministrazione di Hong Kong potrebbe non essere in grado di fermare il conflitto tra lo Stato e i rivoltosi, che sono chiaramente finanziati e ideologicamente equipaggiati dall’estero.

Più la Cina è ragionevole, più aggressive sono le azioni e le minacce provenienti da Washington e dai suoi alleati. COVID-19, la situazione a Hong Kong, il commercio internazionale, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale vengono tutti gettati in un enorme, sporco wok, e fritti fino a diventare un pasticcio insapore e maleodorante, che viene poi gettato direttamente in faccia a Pechino, mettendo in pericolo la pace, la prosperità e il benessere globali.

I politici neocon di Washington, e anche lo stesso presidente degli Stati Uniti, chiedono grandi concessioni alla Cina, senza offrire nulla in cambio. I cittadini confusi, depressi e abbattuti degli Stati Uniti, molti dei quali disoccupati, alcuni ora addirittura affamati, non prestano quasi attenzione alla politica estera del loro Paese, per non parlare del tentativo di fermarlo. I rivoltosi di Hong Kong devono confrontarsi con un fatto, di cui molti di loro molto probabilmente non si rendono conto: questo è un momento in cui l’intero pianeta come lo conosciamo può andare in fiamme. Gli Stati Uniti, con il crollo del sistema economico, stanno trascinando Cina, Russia, ma anche Iran, Venezuela e altri Paesi, in un conflitto e in una potenziale guerra.

Una guerra del genere potrebbe costare milioni, persino centinaia di milioni di vite umane.

Finora, Cina e Russia si attengono alla diplomazia. Naturalmente, è difficile essere trattenuti di fronte a insulti, propaganda fallita e continue provocazioni militari. Ma la pace globale, e precisamente quei milioni di vite umane che svanirebbero durante un confronto, stanno facendo agire Pechino e Mosca in modo sottile e misurato.

Ma potrebbe succedere di tutto. La pazienza non è illimitata. Se la Cina o la Russia dovessero sentire che la loro esistenza, o l’esistenza del loro popolo, è in pericolo, dovrebbero reagire, in nome della protezione della vita stessa.

Se gli Stati Uniti decideranno di spingere la Repubblica Popolare Cinese verso un confronto diretto, la situazione a Hong Kong sarà una delle giustificazioni date da Washington per poter intervenire. I rivoltosi di Hong Kong sono già in prima linea. Essi non possono rendersene conto, nella loro ingenuità o la loro follia, ma lo sono. Qualunque cosa fanno viene monitorata, registrata e infine usata contro il loro Paese. Sono impegnati in una battaglia, ora. E stanno combattendo dalla parte delle potenze straniere che vogliono controllare pienamente il mondo. I rivoltosi stanno commettendo tradimento? Alcuni lo sanno chiaramente. Ma voglio anche credere che la maggior parte di loro non lo sappiano. Voglio dare loro il beneficio del dubbio. La maggior parte di loro sono giovani, confusi e persino persi. In quel momento, i ragazzi ingenui e fuorviati sarebbero stati convertiti, per circostanza, in combattenti de facto, combattendo contro la loro patria, con tutte le dovute conseguenze.

Facciamo tutto il possibile per evitare una situazione così terribile!

Ai rivoltosi va detto: “C’è ancora tempo. Siediti e parla, negozia. Non combattete contro il vostro Paese come mercenari. Questi sono tempi terribilmente pericolosi, e perdonatemi per averlo detto così francamente: vi osservo da un bel po’ di tempo. Non sai davvero quello che stai facendo!”

NOTE AL TESTO

1Yuval Noah Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, pp. 19-21.

2http://www.xinhuanet.com/english/2020-06/15/c_139141195.htm

3https://www.nbcnews.com/news/world/china-accuses-u-k-colonial-mindset-over-hong-kong-protest-n1026566

4Riportate in Tom O’Connor, China warns of terrorism in Hong Kong protests, says U.S. Is supporting it, NewsWeek, 12 agosto 2019.

5La Legislazione sui criminali latitanti e assistenza giudiziaria reciproca in materia penale è un atto approvato dal governo della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong per:

Modificare l’ordinanza sui criminali latitanti affinché l’ordinanza si applichi a speciali accordi di consegna una volta che sono stati stipulati tra Hong Kong e qualsiasi altro luogo in relazione a particolari circostanze non coperte dalle disposizioni di consegna di a natura generale;

per fornire ciò in relazione alla consegna speciale accordi, la portata dei reati coperti per una consegna da Hong Kong è limitato a 37 articoli di reato, sulla base delle loro descrizioni esistenti solo nell’ordinanza, che attualmente si applicano in relazione agli accordi di consegna di a natura generale; e di fornire i documenti autenticati i secondo le modalità di consegna prescritte gli accordi si considerano debitamente autenticati;

per modificare l’Ordinanza sull’assistenza giudiziaria in materia penale così che l’ordinanza si applichi alle richieste di assistenza tra Hong Kong e qualsiasi altro luogo;

e per fornire una richiesta per l’assistenza in una materia penale coperta da accordi bilaterali per l’assistenza giudiziaria reciproca stipulati tra Hong Kong e qualsiasi altro luogo in cui sono prescritti accordi può essere effettuato solo in conformità alle disposizioni.

Emanato dal Consiglio Legislativo

https://web.archive.org/web/20190408044422/https://www.legco.gov.hk/yr18-19/english/bills/b201903291.pdf

6https://www.globalresearch.ca/what-happening-hong-kong/5687331

7http://colorrevolutionsandgeopolitics.blogspot.com/2011/04/from-archives-jonathan-mowat-new-gladio.html

8https://www.theatlantic.com/international/archive/2011/11/the-arab-spring-a-virus-that-will-attack-moscow-and-beijing/248762/

9https://www.ned.org/the-national-endowment-for-democracy-and-support-for-democracy-in-hong-kong/

10http://ronpaulinstitute.org/archives/featured-articles/2019/june/14/american-govt-ngos-fuel-and-fund-hong-kong-anti-extradition-protests/

11Al seguente link, la lista dei progetti finanziati dal National Endowment for Democracy a Hong Kong fino al 2015: https://nedprogramsinhk.blogspot.com/2016/08/ned-grants-to-hong-kong-1994-to-2015.html

12https://news.cgtn.com/news/2019-08-27/Why-is-the-NED-fueling-the-Hong-Kong-protests–JtMb2yKKWc/index.html

13 In appendice, alcune delle Organizzazioni Non Governative operanti ad Hong Kong.

14http://www.fightbacknews.org/2019/8/17/hong-kong-protests-are-attack-socialism

15https://www.globalresearch.ca/hong-kong-and-the-audacity-of-the-u-s-part-of-a-destabilization-war-with-china/5687191?utm_campaign=magnet&utm_source=article_page&utm_medium=related_articles