Le ingerenze straniere nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong

di Andrea Turi

In un precedente articolo abbiamo analizzato le disposizioni messe in atto dal Governo Cinese ad Hong Kong alla luce dell’approvazione della Legge sulla tutela della sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong. Da qui ripartiamo per approfondire le reazioni straniere all’adozione della legge e i tentativi di ingerenza negli affari interni della Repubblica Popolare Cinese.

La scienza politica cinese contemporanea – così come sostiene l’analista russo Leonid Savin1 nel breve saggio La Cina e la multipolarità – poggia su quei cinque principi di coesistenza pacifica che già furono alla base del trattato di amicizia siglato da India e Cina nell’aprile 1954. Mao Zedong e Zhou Enlai videro nell’India un possibile ponte verso Occidente e accolsero favorevolmente l’apertura di Nehru che, invece, cercava di fronteggiare la sempre più crescente influenza statunitense in Pakistan. L’accordo era incentrato sul riconoscimento ufficiale, da parte dell’India, della sovranità cinese in Tibet e su cinque principi cui si sarebbero ispirate le relazioni fra i due Paesi: p. di reciproco rispetto di sovranità e integrità territoriale; p. di non aggressione; 3) p. di non ingerenza negli affari interni; 4) p. di parità e reciprocità nei riconoscimenti; 5) p. di coesistenza pacifica pur in presenza di sistemi politici diversi.

Focalizziamo l’attenzione sul principio di non ingerenza negli affari interni di un altro Paese il quale consiste, in sostanza, in quel principio di sovranità che trae la sua origine nei trattati di Westfalia del 1648, siglati alla fine della Guerra dei Trent’anni; in quell’occasione, fu stabilita la regola cuius regio, eius religio per la quale ogni Stato ha il diritto di darsi il proprio ordinamento etico-politico senza alcuna ingerenza da parte di altri Stati. Trovando il suo fondamento giuridico nell’uguaglianza tra gli Stati, nel diritto internazionale il principio di non ingerenza è l’obbligo posto a tutti gli Stati di non interferire negli affari interni di un altro Stato; in particolare, il principio di non ingerenza vieta tutti quegli interventi volti ad influenzare le scelte di politica interna e internazionale degli Stati.

In materia, l’articolo 2.7 della Carta delle Nazioni Unite sancisce che nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengono essenzialmente alla competenza interna di uno Stato, né obbliga i Membri a sottoporre tali questioni ad una procedura di regolamento in applicazione del presente Statuto.

Il lungo preambolo è utile all’inquadramento delle cause alla base del monito lanciato ai Paesi stranieri da Zhao Lijian, portavoce del Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese (da qui Cina), di smettere di interferire negli affari di Hong Kong rispondendo, così, alle critiche avanzate da Stati Uniti d’America, Gran Bretagna e altri Stati il giorno dell’entrata in vigore della Legge sulla tutela della sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong (HKSAR).

Una dichiarazione congiunta dei Governi degli Stati Uniti d’America, Australia, Canada e Regno Unito2 diffusa il 28 maggio 2020 – erano quelli i giorni in cui cominciava a circolare la bozza di legge che la Repubblica Popolare Cinese avrebbe, poi, adottato per la sua regione amministrativa speciale di Hong Kong il 30 di giugno di questo stesso anno – infatti ribadiva la [nostra] profonda preoccupazione per la decisione di Pechino di imporre una legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong. Eppure, come giustamente sostenuto da John Lee Ka-Chiu, funzionario di Governo e Segretario per la sicurezza della HKSAR, diversi paesi hanno promulgato leggi per salvaguardare la sicurezza nazionale, coprendo il sistema legale e meccanismi di applicazione nel rispetto della sicurezza nazionale. Attraverso la ricerca sul web, sarebbe facile trovare le leggi di diversi paesi relative alla sicurezza nazionale; ad esempio, gli Stati Uniti hanno almeno 20 articoli rilevanti di tali leggi che includono il National Security Act, Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism (USA Patriot) Act, Logan Act, Homeland Security Act, Intelligence Reform and Terrorism Prevention Act, Foreign Intelligence Surveillance Act, Foreign Agents Registration Act, Foreign Missions Act, Alien Registration Act and Cybersecurity Information Sharing Act, eccetera.

Per quanto riguarda le altre giurisdizioni, gli esempi includono il Treason Felony Act, Official Secrets Act, Political Parties, Elections and Referendums Act, and Security Service Act of the United Kingdom; the National Security Act, Criminal Code, Access to Information Act, Secure Air Travel Act, Canada Elections Act and Canadian Security Intelligence Service Act of Canada.

Ciò dimostra che ogni paese ha leggi e il dovere di salvaguardare la propria sicurezza e sovranità nazionale3, e, in questo la Repubblica Popolare Cinese non fa certo eccezione.

La nota congiunta dei Five Eyes, proseguiva, poi, seguendo un libero modello interpretativa della realtà dei fatti pienamente collimante con i postulati della post-truth contemporanea4: Hong Kong è fiorita come baluardo della libertà. La comunità internazionale ha un interesse significativo e di lunga data nella prosperità e stabilità di Hong Kong. L’imposizione diretta della legislazione sulla sicurezza nazionale a Hong Kong da parte delle autorità di Pechino, piuttosto che attraverso le stesse istituzioni di Hong Kong, come previsto dall’articolo 23 della Legge fondamentale, ridurrebbe le libertà del popolo di Hong Kong e, così facendo, eroderebbe drammaticamente l’autonomia di Hong Kong e il sistema che lo ha reso così prospero. La decisione della Cina di imporre una nuova legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong è in conflitto diretto con i suoi obblighi internazionali ai sensi dei principi della Dichiarazione congiunta sino-britannica legalmente vincolante e registrata dalle Nazioni Unite. La proposta di legge minerebbe il quadro Un paese, due sistemi. Solleva inoltre la prospettiva di essere perseguiti a Hong Kong per crimini politici e mina gli impegni esistenti per proteggere i diritti delle persone di Hong Kong, compresi quelli stabiliti nel Patto internazionale sui diritti civili e politici e nel Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. Siamo anche estremamente preoccupati che questa azione aggraverà le profonde divisioni esistenti nella società di Hong Kong; la legge non fa nulla per costruire la comprensione reciproca e promuovere la riconciliazione all’interno di Hong Kong. Ricostruire la fiducia nella società di Hong Kong consentendo al popolo di Hong Kong di godere dei diritti e delle libertà che erano stati promessi può essere l’unica via per tornare dalle tensioni e dai disordini che il territorio ha visto nell’ultimo anno. […] La mossa senza precedenti di Pechino rischia di avere l’effetto opposto. Poiché la stabilità e la prosperità di Hong Kong sono messe a repentaglio dalla nuova imposizione, chiediamo al governo cinese di collaborare con il governo della RAS di Hong Kong e il popolo di Hong Kong per trovare una sistemazione reciprocamente accettabile che onori gli obblighi internazionali della Cina della dichiarazione congiunta sino-britannica registrata all’Onu.

Come ben spiega Lu Wenwen in un intervento pubblicato su ChinaDaily le accuse di aver violato tale dichiarazione sono da rigettare e non sono conformi alla Dichiarazione congiunta sino-britannica e sono quindi prive di fondamento dal punto di vista giuridico. Con il ritorno di Hong Kong alla Cina e l’attuazione dei principi di “un paese, due sistemi” e un “alto grado di autonomia” a Hong Kong, Cina e Gran Bretagna hanno rispettato gli impegni secondo la dichiarazione congiunta. E dopo che il Congresso nazionale del popolo, la massima legislatura cinese, ha promulgato la Legge fondamentale della RAS, la Cina ha adempiuto ai suoi doveri in base alla dichiarazione congiunta. La Dichiarazione congiunta sino-britannica è un trattato bilaterale firmato da Cina e Regno Unito nel 1984. È stato registrato come trattato presso le Nazioni Unite dai governi cinese e britannico il 12 giugno 1985.

Di conseguenza, la Cina ha ripreso ad esercitare la sovranità sulla RAS il 1 luglio 1997. Quindi la questione è se gli impegni concordati da entrambe le parti nella dichiarazione congiunta siano stati attuati. La risposta è “sì” per quanto riguarda la Cina.

Prima del ritorno di Hong Kong nella madrepatria nel 1997, la Cina ha rispettato i propri impegni previsti dalla dichiarazione congiunta, compresa l’adozione degli accordi durante il periodo di transizione. La Cina non solo ha implementato il principio “un paese, due sistemi” e ha concesso un “alto grado di autonomia” a Hong Kong come parte della Legge fondamentale della RAS, ma ha anche contribuito a mantenere la prosperità economica e la stabilità sociale della RAS durante e dopo il periodo di transizione, il che significa che ha adempiuto a tutti i suoi impegni secondo la dichiarazione comune.

Per quel che concerne, invece, l’adozione della Legge sulla Tutela della sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong, il ricercatore della Shenzhen University sostiene che la sua attuazione è completamente conforme ai dettami della Costituzione cinese che è alla base della Legge fondamentale di Hong Kong e così l’Assemblea Nazionale del Popolo ha autorizzato il suo Comitato Permanente ad emanare la legge pubblicata all’allegato III della Legge fondamentale della HKRAS. Poiché la legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong è mirata [a punire i reati di] sovversione, secessionismo, terrorismo e collusione con forze straniere ed esterne, che sono diverse dai crimini generali, è finalizzata a trattare comportamenti e attività criminali che mettono seriamente in pericolo la sicurezza nazionale. In breve – conclude Lu Wenwen – la legge sulla sicurezza nazionale promulgata a Hong Kong mira a rafforzare il principio “un paese, due sistemi” e salvaguardare la sicurezza nazionale e proteggere i diritti e gli interessi dei residenti di Hong Kong nell’ambito della Legge fondamentale della RAS5.

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Sull’argomento si espresso anche un altro accademico cinese, Huo Zhengxin,professore di Legge alla Università Cinese di Scienza Politica e Legge6. Sebbene la decisione affermi chiaramente che mira a sostenere e migliorare la politica “Un paese, due sistemi”, alcuni paesi occidentali, rappresentati dal Gruppo delle 7 principali nazioni industrializzate, hanno espresso la loro «grave preoccupazione» e hanno affermato che la decisione della Cina di imporre la legge sulla tutela della sicurezza della HKSAR «è in conflitto diretto con i suoi obblighi internazionali ai sensi dei principi della Dichiarazione congiunta sino-britannica legalmente vincolante e registrata dalle Nazioni Unite»; il Parlamento europeo è andato anche oltre, adottando una risoluzione che chiede all’Unione europea di portare la Cina alla Corte internazionale di giustizia, accusando la Cina di violare la Dichiarazione congiunta.

La Dichiarazione Congiunta è rilevante per la legge sulla sicurezza nazionale nella RAS di Hong Kong? La decisione della Cina di imporre la legge sulla sicurezza nazionale alla HKSAR viola lo strumento? In primo luogo, come questione di soglia, è necessario determinare i diritti e i doveri delle parti ai sensi della dichiarazione comune. La stessa dichiarazione comune contiene otto paragrafi. Il paragrafo 1 affermava che la Cina avrebbe ripreso l’esercizio della sua sovranità su Hong Kong dal 1 luglio 1997. Il paragrafo 2 proclamava che il Regno Unito avrebbe consegnato Hong Kong alla Cina il 1 luglio 1997. Il paragrafo 3 esponeva le politiche fondamentali della Cina riguardo a Hong Kong in 12 sotto-paragrafi. Le politiche esposte in questo paragrafo sono ulteriormente elaborate dal governo cinese nell’allegato I. I paragrafi da 4 a 6 e gli allegati II e III definiscono accordi durante il periodo di transizione. I paragrafi 7 e 8 riguardano l’attuazione e l’entrata in vigore della dichiarazione comune. La mia analisi è che dopo il regolare trasferimento della sovranità di Hong Kong dal Regno Unito alla Cina il 1 luglio 1997, gli otto paragrafi contenuti nella dichiarazione sono stati tutti rispettati.

Pertanto, dopo l’esecuzione di tutti i paragrafi della Dichiarazione Congiunta, il Regno Unito non ha più sovranità, giurisdizione o «diritto di supervisione» su Hong Kong. Il Regno Unito sostiene che la decisione della Cina di emanare una legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong è in conflitto con la dichiarazione congiunta; tuttavia, non riesce a spiegare in modo convincente perché una tale decisione viola gli obblighi della Cina ai sensi dello strumento, né è in grado di elaborare quali obblighi sono stati violati dalla decisione in questione.

Al contrario, un’attenta lettura della Dichiarazione congiunta può portare alla conclusione che non esiste alcun ostacolo legale diretto affinché la Cina imponga la legge sulla sicurezza nazionale alla RAS di Hong Kong fintanto che la legge non contraddice le politiche di base della Cina nei confronti di Hong Kong di cui al paragrafo 3 e Allegato I. Di fatto, poiché la legge è ancora in fase di elaborazione legislativa il cui progetto deve ancora essere finalizzato, l’accusa del Regno Unito, inutile dirlo, è infondata, il che può essere paragonato a una «presunzione di colpevolezza».

Inoltre, oltre al Regno Unito, alcuni altri paesi occidentali, in particolare gli Stati Uniti, sono attivamente impegnati negli affari di Hong Kong. Tuttavia, va sottolineato che gli Stati Uniti non hanno il diritto di controllare l’attuazione della Dichiarazione congiunta, né hanno il diritto di interferire con gli affari di Hong Kong. La massima pacta tertiis nec nocent nec prosunt7 esprime il principio fondamentale secondo cui un trattato si applica solo tra le parti. Pertanto, gli USA non hanno e non dovrebbero avere il diritto di monitorare l’attuazione della dichiarazione comune di cui non è parte. Inoltre, poiché il divieto di intervento è un corollario del diritto di ogni Stato alla sovranità, all’integrità territoriale e all’indipendenza politica, la legge internazionale non consente agli Stati Uniti di interferire con gli affari di Hong Kong.

Il discorso non si limita alla sola Washington ma si estende, mutatis mutandis,anche a Londra che ha governato da potenza colonizzatrice questi territori fino al 1997. Intendendo difendere l’operato del proprio Governo, il ministro per agli affari esteri Dominic Raab ha dapprima dichiarato che il Regno Unito non sta minacciando nulla. Stiamo solo sottolineando come una questione di bianco e nero nella dichiarazione congiunta che la Cina ha firmato che è in violazione, violazione diretta, degli impegni liberamente dati e ci aspettiamo – come ci aspettiamo ogni membro della comunità internazionale si aspetti da noi – che la Cina debba essere all’altezza di queste responsabilità; e, poi, in collaborazione con Lisa Nandy, Ministro degli Esteri del Governo Ombra britannico, ha annunciato che il Regno Unito dovrebbe iniziare a creare una grande alleanza internazionale che si allarghi oltre i Five Eyes per fare pressione sulla Cina affinché Pechino faccia un passo indietro sulla questione della sicurezza di Hong Kong.

Il premier Boris Johnson il 3 di giugno 2020 ha annunciato un piano per fornire passaporto britannico a 3 milioni di cittadini nati ad Hong Kong prima del 1997, anno del ritorno di Hong Kong alla Madrepatria8. Un avvertimento chiaro a Londra era giunto diretto e inequivocabile da Liu Xiaoming, ambasciatore cinese in Inghilterra, che già nel novembre del 2019 riteneva che quando il governo britannico critica la polizia di Hong Kong, critica il governo di Hong Kong nel gestire la situazione, stanno interferendo negli affari interni della Cina. Sembrano equilibrati ma in realtà si stanno schierando. Questa è la nostra posizione9; posizione che si è fatta ancora più decisa dopo le iniziative intraprese dal Governo Johnson in seguito all’entrata in vigore della Legge sullatutela della sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong quando il portavoce del Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese Zhao Lijian ha affermato senza tanti giri di parole che il Regno Unito non ha alcuna sovranità su Hong Kong, governance o supervisione su Hong Kong tornato [alla Madrepatria]. I Britannici non hanno alcun diritto di usare la Dichiarazione Congiunta per fare osservazioni irresponsabili sugli affari di Hong Kong e interferire negli affari interni della Cina. Consigliamo inoltre alla parte britannica di fare un passo indietro dal baratro, abbandonare la sua mentalità da guerra fredda e coloniale, riconoscere e rispettare il fatto che Hong Kong è tornata ed è una RAS della Cina, rispettare i principi di base del diritto internazionale e delle relazioni internazionali, e smettere immediatamente di interferire negli affari di Hong Kong e negli affari interni della Cina. Altrimenti, il Regno Unito si darà la zappa sui piedi10.

A Roma, il 2 luglio, alcuni politici italiani hanno inscenato un cosiddetto Flash Mob davanti all’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese, pronunciando accuse gratuite contro la Cina che hanno provocato una ferma condanna espressa in un duro comunicato che si conclude ribadendo la realtà dei fatti: tali politici, che avevano denunciato gli atti di violenza e criminalità che hanno avuto luogo sul territorio italiano e avanzato proposte volte a rafforzare le misure legislative in materia di ordine pubblico, di fronte alle deliberate violazioni della legge da parte dei violenti di Hong Kong, che sfociano persino in crimini di separatismo, fingono invece di non vedere e non sentire. Il governo centrale cinese tutela la sicurezza nazionale attraverso una legislazione e garantisce la stabilità e la durata nel tempo del principio “un Paese, due Sistemi”, mantenendo la prosperità e la stabilità di Hong Kong. I suddetti politici, invece, applicano due pesi e due misure rispetto a quanto sta avvenendo a Hong Kong, mettendo in scena lo spettacolo cui abbiamo assistito con dispiacere. Vorrei ribadire che gli affari di Hong Kong sono politica interna cinese, su cui i paesi esteri non hanno diritto di ingerenza. Nessuno deve sottovalutare la ferma determinazione del governo cinese e di 1,4 miliardi di cittadini cinesi nel tutelare la sovranità, la sicurezza e lo sviluppo nazionale.

Il Parlamento, il 15 luglio, ha, invece, approvato una risoluzione con cui si impegna il Governo ad adoperarsi in sede europea affinché si adotti una posizione più ferma a sostegno del mantenimento dell’autonomia giuridica di Hong Kong e del rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali per i suoi cittadini e la sua società civile, in particolare in occasione del negoziato per un accordo di investimenti Unione europea-Cina; autonomia giuridica di Hong Kong che peraltro Pechino non ha mai violato. Ma questo poco importa a politica e opinione pubblica vistoche, come afferma Lionel Vairon, dall’inizio degli eventi a Hong Kong nel 2019, lo statuto di questa regione amministrativa speciale ritornata alla Cina nel 1997 dal Regno Unito dopo un secolo di colonizzazione, sembra sempre più confuso nello spirito di una grande parte dell’opinione pubblica internazionale. La lettura che i media occidentali e giapponesi danno la sensazione che le potenze straniere sono autorizzati a intervenire e a imporre a Pechino la loro concezione di democrazia e di sicurezza pubblica11, magari sganciando tonnellate di bombe come fatto nei cieli dei Balcani negli anni Novanta. Ma la Cina di oggi non è la Yugoslavia del 1990. Questa la similitudine usata da Li Haidong, professore presso l’Istituto di relazioni internazionali della China Foreign Affairs University: la Cina è molto più potente dell’ex Jugoslavia e l’Occidente oggi è molto più debole e meno influente di quanto non fosse negli anni ’90, quindi se usano l’approccio dei Balcani negli anni ’90 per interferire negli affari interni della Cina, riceveranno sicuramente ritorsioni disastrose e insopportabili. Il Regno Unito dovrebbe capire che la Cina non è l’ex Jugoslavia, e il 2020 non sono gli anni ’90 quando l’Occidente ha dominato l’ordine mondiale ed è stato in grado di intervenire nella questione dei Balcani e di rompere un paese sovrano in pezzi, quindi il suo piano per formare un internazionale l’alleanza per interferire nella legislazione cinese sulla sicurezza nazionale per Hong Kong vedrà sicuramente dure ritorsioni da parte della Cina.

Ma, come scritto da Pino Arlacchi sulle pagine de Il Fatto Quotidiano del 18 giugno 2019, non riportare mai la versione dell’altra parte in campo e limitarsi a ripetere la stessa storiella, senza il minimo approfondimento, sono diventati le regole seguite dai media mainstream nel trattare i fatti internazionali. Che si tratti di Cina, Venezuela, guerre, massacri e catastrofi, ogni volta che si deve informare si ricorre a una formuletta preconfezionata. Quando si decide che un Paese va attaccato, si legge nel proseguo dell’articolo, scatta un assalto coordinato al suo Governo; le altre priorità di politica estera scompaiono, e parte la crociata mediatica. Poiché viviamo in un’epoca di diffusa avversione alla guerra, il pretesto preferito per aggredire un Paese è diventato quello umanitario e della violazione dei diritti umani.

Un esempio di quanto appena riportato è la dichiarazione del Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo rilasciata il 30 giugno 2020, giorno dell’entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale: la proposta di legge minerebbe il quadro Un paese, due sistemi. Solleva inoltre la prospettiva di essere perseguiti a Hong Kong per crimini politici e mina gli impegni esistenti per proteggere i diritti delle persone di Hong Kong, compresi quelli stabiliti nel Patto internazionale sui diritti civili e politici e nel Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali.

La decisione del Partito Comunista Cinese di imporre una legislazione draconiana sulla sicurezza nazionale ad Hong Kong distrugge l’autonomia del territorio e uno dei maggiori successi della Cina. Hong Kong ha dimostrato al mondo cosa potrebbe ottenere un popolo cinese libero: una delle economie di maggior successo e delle società dinamiche del mondo. Ma la paranoia di Pechino e la paura delle aspirazioni della sua stessa gente l’hanno portata a sviscerare le fondamenta stesse del successo del territorio, trasformando “Un paese, due sistemi” in “Un paese, un sistema”. […] Gli Stati Uniti non staranno a guardare mentre la Cina inghiotte Hong Kong nelle sue fauci autoritarie. La scorsa settimana abbiamo imposto restrizioni sui visti ai funzionari del PCC responsabili di minare l’autonomia di Hong Kong. Stiamo mettendo fine alle esportazioni di tecnologie per la difesa e il duplice uso nel territorio. Secondo le istruzioni del presidente Trump, elimineremo le esenzioni politiche che danno a Hong Kong un trattamento diverso e speciale, con poche eccezioni. Gli Stati Uniti continueranno a stare con il popolo amante della libertà di Hong Kong e rispondere agli attacchi di Pechino alla libertà di parola, alla stampa e all’assemblea, nonché allo Stato di diritto, che finora hanno permesso al territorio di prosperare. La giornata di oggi segna un giorno triste per Hong Kong e per le persone amanti della libertà in tutta la Cina12.

Nel novembre del 2019, Washington era già intervenuto nel dossier Hong Kong con l’adozione di due leggi, il Protect Hong Kong Act e il Hong Kong Human Rights and Democracy Act che prevedono rispettivamente il divieto di esportazione a beneficio delle forze di sicurezza della regione di armi non letali per il controllo dei manifestanti (ad esempio, gas lacrimogeni) e sanzioni contro i funzionari di Hong Kong che siano ritenuti responsabili di violazioni della libertà e dei diritti umani. Due leggi, due atti che rappresentano due chiari tentativi di ingerenza negli affari interni ed esclusivi della Repubblica Popolare Cinese: il Senato degli Stati Uniti ha approvato la legge sui diritti umani e la democrazia di Hong Kong. Questo atto trascura fatti e verità, applica doppi standard e interferisce palesemente negli affari di Hong Kong e negli altri affari interni della Cina. È in grave violazione del diritto internazionale e delle norme fondamentali che regolano le relazioni internazionali. La Cina lo condanna e si oppone fermamente. […] La questione che Hong Kong deve affrontare non riguarda i diritti umani o la democrazia, ma la fine della violenza e il caos, il rispetto dello stato di diritto e il ripristino dell’ordine il prima possibile. L’atto approvato dal Senato degli Stati Uniti rimane cieco sui fatti e sul benessere della gente di Hong Kong. Fuori dall’agenda politica nascosta, questo atto dipinge le mosse criminali come perseguimento dei diritti umani e della democrazia quando la verità è che i criminali violenti hanno distrutto strutture, appiccato il fuoco, bullizzato e attaccato civili innocenti, campus universitari occupati con la forza, giovani studenti assaliti e agenti di polizia aggrediti in modo premeditato. L’obiettivo è sostenere i radicali anti-cinesi, estremisti e violenti che tentano di interrompere Hong Kong, danneggiando la prosperità e la stabilità di Hong Kong, in modo che possano contenere la Cina facendo storie sulla questione di Hong Kong, che è esattamente l’intenzione dannosa di certe persone. Una tale mossa non solo minerà gli interessi della Cina, ma anche gli interessi degli Stati Uniti a Hong Kong. In effetti, tutti quei tentativi di interferire o impedire lo sviluppo della Cina saranno vani13.

La stessa condanna è stata espressa da Pechino al momento della promulgazione dell’Hong Kong Autonomy Act, norma firmata il 14 luglio 2020 – susseguentemente all’adozione della legge sullatutela della sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong – dal Presidente Donald J. Trump con la quale Washington determina che la HKSAR non è più sufficientemente autonoma da giustificare un trattamento differenziato in relazione alla Repubblica Popolare Cinese e si figura come un’ulteriore interferenza nella politica interna cinese. Un comunicato del Ministero degli Affari Esteri cinese critica fortemente la decisione presa da Washington: la legge denigra malignamente la legislazione sulla sicurezza nazionale di Hong Kong e minaccia di imporre sanzioni alla Cina. Viola gravemente il diritto internazionale e le norme fondamentali alla base delle relazioni internazionali. Costituisce una grave interferenza negli affari di Hong Kong e negli affari interni della Cina. Il governo cinese si oppone fermamente e condanna fermamente questa mossa degli Stati Uniti. […] Hong Kong è una regione amministrativa speciale della Cina.

Gli affari di Hong Kong sono puramente affari interni della Cina. Nessun paese straniero ha il diritto di interferire. La Cina è fermamente decisa a sostenere la propria sovranità e sicurezza, salvaguardare la prosperità e la stabilità di Hong Kong e opporsi a ingerenze esterne negli affari di Hong Kong. Il tentativo degli Stati Uniti di ostacolare l’attuazione della legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong non avrà mai successo. Al fine di salvaguardare i propri interessi legittimi, la Cina darà la risposta necessaria e sanzionerà le persone e le entità pertinenti degli Stati Uniti. Chiediamo agli Stati Uniti di correggere i propri errori, di non applicare il cosiddetto “Hong Kong Autonomy Act“, e di smetterla di interferire in alcun modo con Hong Kong e altri affari interni della Cina. Se la parte statunitense insiste per andare nella direzione sbagliata, la Cina risponderà risolutamente.

Fallito il tentativo statunitense e britannico di portare la questione di Hong Kong al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite14 (Qualunque cosa dicano gli Stati Uniti e il Regno Unito, il Governo cinese non cambierà la sua ferma risoluzione nel salvaguardare la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi, nell’attuare la politica di “un paese, due sistemi” e nell’opporsi a qualsiasi interferenza delle forze straniere a Hong Kong affari, ha detto Zhang, rilevando che qualsiasi tentativo di interferire negli affari interni della Cina usando la scusa di Hong Kong è destinato a fallire15), all’occidente non è che rimasto che il caro mantra dei diritti umani violati. Alle potenze occidentali, e soprattutto agli Stati Uniti, in realtà, poco interessano i diritti della popolazione di Hong Kong, se non per retorica e appeal mediatico, se non come pretesto per portare avanti la loro agenda geopolitica ed inserire una cartella in più nel loro Dossier Cina, presentandosi al contempo come gli eroi della difesa della democrazia, i paladini del mondo libero in lotta contro la tirannia; Hong Kong non è che uno sforzo tattico per esacerbare la questione relativa alla regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese con il duplice obiettivo strategico di, da un lato, farlo diventare un problema internazionale e in questo contesto, conseguentemente, contenere l’emergere cinese e, dall’altro, obiettivo di preservare l’egemonia statunitense ormai in rapido declino; allargando il campo dalla prospettiva stretta incardinata sulla questione relativa alla regione amministrativa speciale della Cina e prendendo in considerazione un più ampio quadro di insieme, si può notare come le grandi potenze del mondo libero stiano mettendo in campo quella peripheral strategy appuntata da Winston Churchill durante le operazioni belliche della Seconda Guerra Mondiale e che prevedevano, allora, di evitare lo scontro diretto preferendo a questo una serie di scontri su fronti secondari e periferici per stringere, così, sempre più la morsa verso il centro. Come considerare, allora, le proteste che agitano la vita quotidiana dei cittadini delle regioni cinesi di Hong Kong, Tibet, Mongolia Interna16 e Xinjiang17 che vivono – chi più recentemente e chi meno – ormai quotidianamente di rivendicazioni che molto somigliano a quelle colorate cui abbiamo assistito in Europa e sulla sponda sud del Mediterraneo?

La risposta si dovrebbe inquadrate nella tendenza sempre più diffusa soprattutto nel campo progressista, statunitense e non solo, a simpatizzare e supportare grandi folle che protestano nei rispettivi Paesi, oppure afferisce alla volontà di minare le basi e destabilizzare il Potere legittimo anche interferendo attraverso le campagne mediatiche mirate che dipingono chi protesta come pro-democrazia e combattenti per la libertà?

Alla fine del 2019, come riportato dal settimanale NewsWeek Pechino ha alzato il livello di attenzione relativamente alla possibilità che le proteste di Hong Kong sfociassero in azioni di terrorismo18, visto anche il sospetto manifestato dagli ufficiali cinesi di un aiuto statunitense nell’indirizzare e gestire la protesta.

Yuan Sha, assistente ricercatore presso il Dipartimento di studi americani del China Institute of International Studies, sostiene come sia noto a tutti che gli Stati Uniti si sono convinti a vigilare in tutto il mondo, promuovere cambiamenti di regime e imporre la propria volontà ad altre persone di libero arbitrio. La già citata Fondazione per la difesa delle democrazie e altre organizzazioni sono da tempo impegnate in attività clandestine in altri paesi sotto il travestimento di ONG. Alcuni hanno legami con la CIA e hanno il compito di diffondere i valori statunitensi e svolgere attività di sabotaggio. Queste forze nutrono l’illusione di fare di Hong Kong un luogo perfetto per seminare divisioni, suscitare odio e istigare un’altra “rivoluzione colorata”. Negli ultimi anni hanno investito enormi quantità di risorse a Hong Kong e ora stanno aspettando di raccogliere ciò che hanno seminato19. Quel che è certo, dunque, è che Usa e Regno Unito hanno ha più riprese sostenuto i manifestanti, con il forte disappunto di Pechino che ha espresso forte condanna e profonda indignazione; mettendo in mostra tecniche già viste ad Euromaidan in Ucraina e più recentemente in Bielorussia, solo per citare un esempio a noi territorialmente prossimo, ad Hong Kong i protestanti più radicali hanno ripetutamente attaccato gli ufficiali di polizia con oggetti estremamente pericolosi, cosa che costituisce un già serio crimine violento e cominciano a mostrare segni di terrorismo. Questo rappresenta una grande violazione dello stato di diritto e dell’ordine sociale di Hong Kong20.

C’è chi – come l’analista geopolitico e scrittore Tony Carlatucci – si spinge oltre e arriva a sostenere che anche le recenti manifestazioni in Thailandia siano alquanto sospette poiché le rivolte che sembrano molto simili a quelle viste di recente ad Hong Kong non sono coincidenza. Fanno parte di un’ammessa “alleanza panasiatica” che, pur affermando di essere “pro-democrazia” è in realtà creata dal Governo statunitense e diretta direttamente a Pechino. La Thailandia si è avvicinata troppo a Pechino per i gusti di Washington e, come risposta, ha programmato di destabilizzare il Paese e, se necessario e possibile, operare un cambio di regime. Gli Stati Uniti sono stati indiscutibilmente dietro le proteste di Hong Kong, con l’opposizione politica e i leader della protesta confermati come destinatari del denaro del governo USA tramite il famigerato braccio per il cambio di regime, il National Endowment for Democracy (NED). Molti dei leader della protesta sono letteralmente volati a Washington DC o hanno visitato il consolato degli Stati Uniti a Hong Kong per ricevere aiuti, direttive e altre forme di sostegno. Anche in Thailandia, praticamente ogni aspetto delle proteste è finanziato dal governo degli Stati Uniti21.

Si pone come stringente, allora, rispondere agli interrogativi lanciati dalla portavoce del Ministro degli Esteri cinese Hua Chunying: Ho bisogno di sottolineare nuovamente una semplice verità. Hong Kong fa parte della Cina e i suoi affari sono interamente affari interni della Cina. Esortiamo gli Stati Uniti a osservare il diritto internazionale e le norme fondamentali che governano le relazioni internazionali, e a smettere immediatamente di interferire negli affari interni della Cina. Gli Stati Uniti hanno avanzato varie accuse relative a Hong Kong che sono sfrenate, distorcono i fatti e provocatorie. Alcuni alti politici e funzionari diplomatici statunitensi si sono incontrati e si sono impegnati con gli indignati anti-cinesi a Hong Kong, hanno criticato la Cina in modo irragionevole, sostenuto attività violente e illegali e minato la prosperità e la stabilità di Hong Kong. Questi fatti sono fin troppo evidenti. Vorrei porre di nuovo agli Stati Uniti questa domanda: qual è la vera intenzione dietro i vostri comportamenti relativi a Hong Kong22?


APPENDICE AL TESTO

Atto Camera
Risoluzione in commissione 7-00515

presentato da

QUARTAPELLE PROCOPIO Lia

testo di

Mercoledì 15 luglio 2020, seduta n. 372

La III Commissione,

premesso che:

la Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984 e la legge fondamentale del 1990 della Regione amministrativa speciale (RAS) di Hong Kong stabiliscono che Hong Kong manterrà l’autonomia e l’indipendenza del potere esecutivo, legislativo e giudiziario, nonché i diritti e le libertà fondamentali, tra cui la libertà di espressione, di riunione, di associazione e di stampa, per cinquanta anni dopo il trasferimento della sovranità;

la legge fondamentale della RAS di Hong Kong prevede disposizioni che garantiscono la sua autonomia per quanto riguarda il mantenimento della sicurezza e dell’ordine e la promulgazione di leggi su qualsiasi atto di tradimento, secessione, sedizione, sovversione contro il Governo popolare centrale;

sia la dichiarazione congiunta sia la legge fondamentale sanciscono il principio «un Paese, due sistemi» concordato tra la Cina e il Regno Unito;

tra il 2019 e il 2020 a Hong Kong si sono svolte numerose manifestazioni di massa con grande partecipazione di ampie fasce della popolazione, intese a esercitare il diritto di riunione e di protesta per difendere l’autonomia della regione amministrativa speciale di Hong Kong; sono seguiti diversi cicli di repressione che hanno comportato l’arresto di centinaia di attivisti ed esponenti dei gruppi di opposizione;

nel corso di una marcata ripresa delle manifestazioni, il 28 maggio 2020 l’Assemblea nazionale del popolo cinese (ANP) ha adottato una risoluzione che autorizza il Comitato permanente dell’ANP ad adottare leggi contro il separatismo, la sovversione del potere dello Stato, il terrorismo e le ingerenze straniere a Hong Kong e che cita anche altre misure da adottare, tra cui l’educazione alla sicurezza nazionale, l’istituzione di organi di sicurezza nazionale del Governo popolare centrale (GPC) a Hong Kong e la rendicontazione periodica da parte del capo dell’Esecutivo al GPC sui risultati ottenuti da Hong Kong riguardo al suo dovere di garantire la sicurezza nazionale;

il 30 giugno 2020 il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale della Repubblica popolare cinese ha approvato in via definitiva la legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong che mira a «impedire, fermare e punire ogni atto o attività che metta in pericolo la sicurezza nazionale, come separatismo, sovversione del potere dello Stato, terrorismo o attività di forze straniere che interferiscono negli affari di Hong Kong»;

a poche ore dall’approvazione della legge l’attivista di Hong Kong, Joshua Wong e altri attivisti come Nathan Law e Agnes Chow si sono dimessi dal partito Demosisto, fondato come movimento politico pro-democrazia dai leader della «Rivoluzione degli ombrelli» nell’aprile 2016;

il 1° luglio migliaia di manifestanti sono scesi in piazza a Hong Kong per celebrare il 23esimo anniversario della fine del colonialismo britannico, sfidando le forze di polizia e la nuova legge sulla sicurezza nazionale, entrata in vigore ieri dopo l’approvazione da parte del Parlamento cinese. Almeno 70 manifestanti sono stati arrestati in mattinata, due dei quali con l’accusa di avere violato la nuova normativa;

la presidente della Commissione europea ha definito la Cina un «competitore sistemico» con cui avere relazioni sulla base dei valori su cui è fondata l’Unione europea;

in esito al 22° vertice Unione europea/Cina del 22 giugno 2020, in una dichiarazione congiunta, il Presidente del Consiglio europeo, Michel, e la presidente della Commissione europea, Von der Leyen, pur rimarcando che per l’Europa, senza la Cina, sarebbe difficile affrontare molte delle grandi sfide globali su cui è chiamata a confrontarsi a partire dal cambiamento climatico sviluppo del continente africano, hanno ribadito le gravi preoccupazioni dell’Unione europea per le misure adottate da Pechino per imporre la legislazione sulla sicurezza nazionale;

posizioni analoghe erano già state espresse in una dichiarazione congiunta del 17 giugno 2020 dei Ministri degli esteri dei Paesi del G7 e dell’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Borrell, che hanno invitato il Governo cinese a riconsiderare la propria decisione;

in una dichiarazione ufficiale del 1° luglio l’Alto Rappresentante Borrell, a nome dell’Unione europea, ha ribadito le gravi preoccupazioni per l’introduzione della legge, adottata senza alcuna consultazione preventiva significativa del Consiglio legislativo e della società civile di Hong Kong;

nella dichiarazione si sottolinea che l’Unione europea ritiene essenziale che i diritti e le libertà esistenti dei residenti di Hong Kong siano pienamente tutelati e che la legge rischia di compromettere gravemente l’elevato grado di autonomia di Hong Kong e di avere un effetto dannoso sull’indipendenza della magistratura e sullo Stato di diritto; in tale contesto, l’Unione europea continuerà a seguire da vicino gli sviluppi, anche nel contesto delle imminenti elezioni del Consiglio legislativo di Hong Kong, previste per il 6 settembre, che devono procedere come previsto e in un ambiente favorevole all’esercizio dei diritti e delle libertà democratici sanciti dalla Legge fondamentale;

gli avvenimenti sopra citati si inseriscono in un quadro più teso di relazioni internazionali nel quadrante asiatico: il Giappone ha annunciato ricadute significative sui piani per una visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping a Tokyo, con probabile negativa ripercussione sul rilancio delle relazioni bilaterali tra Tokyo e Pechino, che sarebbe dovuto avvenire con la firma di una dichiarazione congiunta proprio in occasione della visita di Xi;

si moltiplicano nel Mar Cinese Meridionale massicce esercitazioni militari sia cinesi che statunitensi, come quelle di cinque giorni iniziate il 1° luglio dai cinesi al largo delle isole Paracelso, cui segue l’annuncio che la Marina degli Stati Uniti invierà nella regione le portaerei a propulsione nucleare USS Nimitz e USS Ronald Reagan nonché altre navi da guerra;

il Regno Unito ha già annunciato di volere porre la questione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;

nel rispetto della politica di «un’unica Cina», la protezione e la promozione dei diritti umani rappresentano per l’Italia una priorità consolidata e, soprattutto, un’azione costante in ogni ambito della politica estera, con un approccio fondato su universalità, indivisibilità, inalienabilità e interdipendenza dei diritti umani, che devono essere riconosciuti e garantiti a tutti gli esseri umani, senza distinzioni;

si richiama la risoluzione approvata il 3 dicembre 2019 che impegnava il Governo, tra l’altro, ad assumere iniziative per conformarsi alla risoluzione del Parlamento europeo del 18 luglio 2019 e a sostenere, nelle sedi internazionali opportune, l’avvio di una immediata indagine conoscitiva per verificare la violazione dei diritti umani commessi durante il periodo delle manifestazioni e ad assumere iniziative volte a sostenere, insieme alla comunità europea, la richiesta di rilascio dei manifestanti arrestati durante le proteste;

si richiama altresì la risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione ad Hong Kong, approvata a larghissima maggioranza (565 voti favore, 34 contrari, 52 astensioni), con l’unanimità degli europarlamentari italiani, il 19 giugno 2020,

impegna il Governo:

ad assumere le iniziative necessarie per dare attuazione alla risoluzione del Parlamento europeo del 19 giugno 2020;

ad adoperarsi in sede europea affinché si adotti una posizione più ferma a sostegno del mantenimento dell’autonomia giuridica di Hong Kong e del rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali per i suoi cittadini e la sua società civile, in particolare in occasione del negoziato per un accordo di investimenti Unione europea-Cina;

a collaborare con le istituzioni e con i partner dell’Unione europea per garantire che i rapporti con la Repubblica popolare cinese siano, improntati ai principi e ai valori fondanti sanciti dall’articolo 21 del Trattato sull’Unione europea, che stabilisce che l’azione dell’Unione sulla scena internazionale si fonda sui princìpi di democrazia, Stato di diritto, universalità e indivisibilità dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, rispetto della dignità umana, princìpi di uguaglianza e di solidarietà e rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale;

a valutare la possibilità di promuovere la designazione, nell’ambito del Consiglio diritti umani, di un relatore speciale sulla situazione a Hong Kong;

a considerare l’attuale situazione politica di Hong Kong nella valutazione delle domande di protezione internazionale presentate in Italia da quei cittadini;

a sollevare con le autorità cinesi, sia attraverso il canale bilaterale sia attraverso l’apposito canale del dialogo Unione europea-Cina sui diritti umani, i temi della tutela delle libertà di espressione e dei diritti civili e politici, in conformità con le norme e gli impegni internazionali in materia di diritti umani, che costituiscono un pilastro della politica estera italiana.

NOTE AL TESTO

1https://eurasianist-archive.com/2018/09/16/china-and-multipolarity/

2Da notare l’assenza tra i firmatari dell’azione congiunta del Governo della Nuova Zelanda, quinto membro dei Five Eyes, un’alleanza di intelligence guidata da Stati Uniti e Regno Unito con Australia, Canada e Nuova Zelanda, Paesi che fanno parte dell’Accordo UKUSA.

3https://www.info.gov.hk/gia/general/202005/27/P2020052700520.htm

4Il concetto di post-trutf fa riferimento o indica circostanze in cui i fatti oggettivi hanno minore influenza nella formazione dell’opinione pubblica del ricorso alle emozioni e alle credenze personali, una situazione in cui i dati di fatto non sembrano avere molta presa nella comunicazione (politica e non solo), né costituire un criterio di riferimento.

5https://global.chinadaily.com.cn/a/202007/21/WS5f1626a3a31083481725ad95.html

6https://news.cgtn.com/news/2020-06-24/The-Joint-Declaration-is-not-relevant-to-HK-national-security-law-RzTchv8VkQ/index.html

7Pacta tertiis neque nocent neque iuvant [i patti non possono né nuocere né giovare ai terzi] (d. int.): Il principio sancisce che un trattato non può creare né obblighi né diritti a carico di uno Stato se lo stesso non vi abbia dato il consenso. Ciò non significa, comunque, che un trattato (es.: un trattato aperto che prevede, cioè, la possibilità di adesione a Paesi terzi), non possa concedere unilateralmente vantaggi a terzi (subordinatamente alla successiva accettazione degli stessi), ma certamente i diritti e gli obblighi oggetto del trattato devono sempre e comunque limitarsi alla sfera d’azione delle parti stipulanti e dei soli Stati contraenti.

(https://www.laleggepertutti.it/dizionario-giuridico/pacta-tertiis-neque-nocent-neque-iuvant#:~:text=Pacta%20tertiis%20neque%20nocent%20neque%20iuvant%20%5Bi%20patti%20non%20possono,vi%20abbia%20dato%20il%20consenso).

8“Oggi circa 350.000 persone sono in possesso di passaporti di nazionalità britannica (Overseas) e altri 2,5 milioni di persone potrebbero richiederli. Attualmente questi passaporti consentono l’accesso senza visto per un massimo di sei mesi. Se la Cina impone la sua legge sulla sicurezza nazionale, il governo britannico cambierà le sue regole sull’immigrazione e consentirà a qualsiasi titolare di questi passaporti da Hong Kong di venire nel Regno Unito per un periodo rinnovabile di 12 mesi e ricevere ulteriori diritti di immigrazione, incluso il diritto al lavoro che li collocherebbe sulla strada per la cittadinanza”
https://www.theguardian.com/world/2020/jun/03/britain-could-change-immigration-rules-for-hong-kong-citizens

9https://www.reuters.com/article/us-hongkong-protests-london-idUSKBN1XS1D1

10https://www.globaltimes.cn/content/1190417.shtml

11https://www.opinion-internationale.com/2020/06/29/hong-kong-souverainete-chinoise-ou-territoire-internationalise-lanalyse-de-lionel-vairon_77538.html

12https://www.state.gov/on-beijings-imposition-of-national-security-legislation-on-hong-kong/

13https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/xwfw_665399/s2510_665401/2535_665405/t1716773.shtml

14Dopo che la Cina ha recentemente approvato la decisione di redigere la legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno puntato il dito, sono intervenuti e hanno cercato di ostacolarne il passaggio, e hanno persino cercato di spingere il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a discuterne in una videoconferenza aperta.

La proposta, tuttavia, non ha ricevuto il sostegno della stragrande maggioranza dei membri del Consiglio di sicurezza, che ritengono che la questione di Hong Kong sia un affare interno della Cina e non abbia nulla a che fare con i doveri del Consiglio di sicurezza. Pertanto, il Consiglio di sicurezza ha respinto le richieste irragionevoli degli Stati Uniti, ei tentativi degli Stati Uniti sono finiti con un fallimento.

https://www.globaltimes.cn/content/1190055.shtml

15ibidem

16https://www.smhric.org/news_139.htm Anche nella regione della Mongolia Interna, la National Endowment for Democracy (NED) finanzia progetti volti alla promozione della democrazia e dei diritti umani.

Dell’argomento e del coinvolgimento delle Ong nell’organizzazione delle proteste ad Hong Kong tratteremo in un articolo di prossima pubblicazione

17Sconosciuto ai più è l’adozione da parte di Washington del UYGHUR HUMAN RIGHTS POLICY ACT OF 2020, firmata dal Presidente Donald J. Trump il 17 giugno 2020 e che intende condannare gravi violazioni dei diritti umani dei musulmani di etnia turca nello Xinjiang, e chiedere la fine della detenzione arbitraria, della tortura e delle molestie nei loro confronti comunità dentro e fuori la Cina.

Così scrive Carla Stea: Diversi anni fa, l’ambasciatore siriano Bashar Ja’afari mi ha detto, personalmente, che ogni anno l’Arabia Saudita ha invitato almeno 5.000 uiguri musulmani dal nord-ovest della Cina in pellegrinaggio alla Mecca. I sauditi pagano tutte le loro spese e prolungano la loro permanenza lì per un mese dopo che tutti gli altri pellegrini se ne sono andati. I sauditi addestrano gli uiguri all’estremismo religioso e nel jihad, e poi riportano questi jihadisti appena coniati nelle loro case in Xingjiang, in Cina, dove sono stati preparati a destabilizzare la regione e promuovere il jihad, con il suo nucleo terroristico. (https://www.globalresearch.ca/venezuela-ukraine-hong-kong-color-revolutions-and-regime-change-a-modern-scourge-spawning-economic-destabilization-and-civil-war/5687824)

18Tom O’Connor, China warns of terrorism in Hong Kong protests, says U.S. Is supporting it, NewsWeek, 12 agosto 2019.

19https://news.cgtn.com/news/2020-03-06/Hong-Kong-is-not-the-place-for-a-color-revolution–ODmUWlpmP6/index.html

20Dichiarazione di Yang Guang, un portavoce dell’Ufficio degli affari relativi ad Hong Kong e Macao del Consiglio di Stato Cinese, riportata nello stesso articolo di NewsWeek.

21https://www.globalresearch.ca/thai-protests-anti-chinese-not-pro-democracy/5725296

22Riportate in Tom O’Connor, China warns of terrorism in Hong Kong protests, says U.S. Is supporting it, NewsWeek, 12 agosto 2019.