La geopolitica del petrolio: tra Russia, Arabia Saudita e Stati Uniti una guerra senza esclusione di colpi

A cura della Redazione Cesem

 

Dall’inizio dell’emergenza Coronavirus i prezzi del petrolio sono rapidamente precipitati sotto la soglia di 50 dollari al barile. La causa principale è dovuta al forte rallentamento della produzione industriale e delle stime di crescita economica della Cina (il FMI ne ha tagliato le previsioni di crescita nel 2020 dal 6% al 5,6%), principale acquirente della domanda energetica globale (13% del totale, di cui 47% dall’Arabia Saudita e 9% dalla Russia) così come alle ripercussioni che una eventuale recessione cinese potrebbe avere sulle prospettive dell’intera economia mondiale: nel 2019 il valore degli scambi commerciali di Pechino con gli Stati che partecipano al progetto della Nuova Via della Seta ammontavano a 9,27 trilioni di yuan (1,34 trilioni di dollari).

Per far fronte al crollo dei prezzi l’Arabia Saudita, leader di fatto dell’OPEC, ha fatto pressione per una riunione tecnica il 4 febbraio a Vienna a cui, nei piani di Riyadh, sarebbe dovuta seguire una assemblea ministeriale di emergenza del cartello, mirata a esplorare la possibilità di tagli concordati alla produzione per spingere in alto i prezzi. La riunione tecnica aveva infatti proposto tagli complessivi da 600 mila barili di petrolio.  L’esigenza di tali tagli deriva dal fatto che la maggior parte dei produttori del cartello hanno budget statali non in grado di garantire stabilità e pareggio di bilancio a prezzi così bassi, a cominciare dalla stessa Arabia Saudita, il cui “punto di pareggio” (break-even) secondo l’FMI si aggira intorno agli 80 dollari. A frustrare gli obiettivi sauditi si sono però presentati i dubbi della Russia, che pur non facendo parte formalmente dell’OPEC dal 2017 è legata all’Arabia Saudita da un accordo per tenere sotto controllo la produzione globale attraverso un sistema di tagli concordati: il cosiddetto OPEC Plus.

Durante il meeting di Vienna del 5-6 marzo 2020, l’Opec Plus non ha raggiunto un accordo in merito alla riduzione della produzione di petrolio e ciò ha determinato un crollo dei prezzi.

Oggi sembra perciò finita la sua storia e il comune interesse dei suoi membri a tenere a bada il prezzo del petrolio dopo il crollo di inizio 2015; esso fu voluto per una decisione improvvisa, del giovane erede al trono Mohammed bin Salman (divenuto noto al mondo con l’acronimo MBS), che mirava a riconquistare quote di mercato e a danneggiare mortalmente l’industria dello shale oil americano. Quest’ultima aveva infatti la colpa di aver rivoluzionato la tecnologia estrattiva facendo rapidamente diventare gli Stati Uniti, da primo importatore, a maggiore produttore (e presto esportatore) mondiale. I rischi delle estrazioni di petrolio e gas con la tecnica della “fratturazione idraulica” (fracking) sono però molteplici. La non perfetta tenuta delle tubazioni nei pozzi può causare l’inquinamento delle falde acquifere, che tipicamente si trovano a metà strada tra i giacimenti e la superficie; inoltre il metano, che è un potente gas serra, può trovare vie di fuga in atmosfera. Uno degli impatti ambientali più preoccupanti è legato all’acqua utilizzata per il fracking, che risale poi in superficie e deve essere smaltita come rifiuto nocivo, in quanto contaminata. L’unica soluzione praticabile è trasportarla con autobotti in altre zone, dove sarà depositata nel sottosuolo; purtroppo questa attività di fracking può stimolare faglie sismiche sotterranee e indurre terremoti. Dal 2015 al 2017 diverse imprese statunitensi di fracking hanno dichiarato fallimento per un importo complessivo di 121,7 miliardi di dollari di debito ma erano riuscite a risalire agli inizi del 2020 approfittando dei prezzi del Brent e del WTI schizzati sopra i 70 e i 65 dollari dopo l’omicidio del generale iraniano Quasem Soleimani, rassicurando momentaneamente le banche creditrici sui loro “titoli spazzatura” (junk bonds).

Dopo che i prezzi erano crollati da oltre 120 a 30 dollari scarsi al barile nel 2017, l’alleanza con la Russia si era quindi resa necessaria per due motivi: primo, la necessità di contenere una contrazione dalle dimensioni inaspettate, che metteva in dubbio già nel medio termine la capacità di tenuta del bilancio statale di molti Paesi produttori, Arabia Saudita compresa. Secondo, il riconoscimento, certo amaro per Riyad, che il glorioso cartello OPEC non era più in grado da solo di condizionare a sufficienza i prezzi del petrolio. Solo un allargamento dell’alleanza con il più grande esportatore extra-OPEC – la Russia vittoriosa in Siria – poteva riportare il mercato sotto controllo. L’obiettivo era quindi duplice: mantenere i prezzi del petrolio abbastanza bassi da mettere almeno in difficoltà i produttori shale e tutti i newcomer con alti costi di estrazione ma evitare anche crolli troppo vertiginosi in grado di mettere in pericolo l’economia stessa dei produttori tradizionali, in primis sauditi e russi.

Il cosiddetto OPEC Plus ha generato un piano di tagli concordati della produzione mirato a mantenere i prezzi del petrolio sopra un certo limite (50-60 dollari al barile) a fronte di un livello di domanda stagnante.

Oggi però Mosca è molto meno dipendente che in passato dalle importazioni e ha accumulato significative riserve di valuta in modo da poter attutire eventuali shock esterni: il break-even della Russia si aggira intorno ai 42 dollari al barile e ha potuto così rifiutare i tagli imposti dagli altri produttori. Nel 2019 il Fondo della Ricchezza Nazionale del Paese è passato da 4,04 trilioni di rubli (65,2 miliardi di dollari) a 7,7 trilioni di rubli (124,3 miliardi di dollari); al 1 marzo 2020 il totale delle riserve di valuta della Federazione Russa ammontava perciò a 563 miliardi di dollari, con un tasso d’inflazione ridotto al 2,3% e un debito pubblico inferiore al 16% del PIL.

Per Riyad la situazione è alquanto diversa: il difficile periodo di riforme economiche che sta attraversando rendono il Regno saudita ancora molto dipendente dagli introiti petroliferi, per quanto meno che in passato. Un periodo prolungato di prezzi bassi potrebbe avere ripercussioni negative per la realizzazione di Vision 2030, il piano di riforme volto a favorire la trasformazione della struttura economica (e in parte culturale) del Paese e la sua emancipazione dal petrolio.

La strategia di MBS solleva diversi interrogativi, il principale dei quali è la sostenibilità della decisione per le stesse casse dello Stato. La caduta del prezzo del petrolio ha infatti travolto la borsa saudita, con le azioni di Saudi Aramco che per la prima volta dal dicembre scorso sono scese sotto il valore dell’IPO (Offerta pubblica) iniziale. Ad oggi, i risultati di Vision 2030 sono stati modesti: oltre alla difficoltà nell’attrarre investimenti internazionali, il Regno saudita si trova a fare i conti con un quadro economico fosco, al quale si aggiungono ora le ripercussioni negative della crisi legata al diffondersi del coronavirus.

L’esigenza di consolidare il proprio potere politico in modo da fare fronte alle difficoltà economiche che incombono all’orizzonte, sembra essere dietro all’ennesima “epurazione” lanciata da Mohammad bin Salman proprio nei giorni scorsi. Dopo la precedente ondata di arresti del novembre 2017 – quando decine di principi e businessmen erano stati epurati con l’accusa di corruzione – questa volta le misure hanno riguardato due membri eccellenti della casa reale: l’ex principe ereditario Mohammad bin Nayef (poi surclassato da MBS) e Ahmed bin Abdulaziz, fratello di re Salman. La mossa di MBS, giustificata ufficialmente con la necessità di “sventare un colpo di stato imminente”, è stata interpretata piuttosto come la necessità di eliminare qualsiasi resistenza residua alla sua definitiva ascesa al trono. Entro la fine dell’anno, dicono le voci di corridoio, MBS diventerà re, godendo del momento di celebrità internazionale offerto dai riflettori del G20 e della benedizione del padre, re Salman, il quale, finchè rimarrà in vita, dovrebbe proteggere il rampollo dai pochi che ancora si oppongono alla sua incoronazione.

Nelle ultime settimane la crescita della produzione petrolifera degli Stati Uniti ha rallentato in modo drammatico e se il prezzo del barile continuerà ad assestarsi al di sotto dei 50 dollari per almeno alcuni mesi essa potrebbe perfino diminuire. Se nel 2020 non si effettuasse alcuna trivellazione e perdurasse un prezzo di 30-40 dollari al barile, la produzione petrolifera USA diminuirebbe di 4-4,5 milioni di barili al giorno entro la fine dell’anno. I titoli di Stato americani (treasury) a 10 anni vengono attualmente scambiati intorno ad un rendimento dello 0,7%, condizioni assolutamente inimmaginabili fino a poche settimane fa e che genereranno inevitabilmente un qualche tipo di risposta da parte del Deep State.

In data odierna assistiamo all’ennesimo tonfo per i prezzi del petrolio, con il contratto WTI che crolla del 5,5% a $31,13 e il Brent che segna -5,87% a $33,69 al barile, sia per le preoccupazioni globali già esposte sia per la dichiarazione della compagnia petrolifera statale degli Emirati Arabi Uniti, ADNOC, che ha annunciato di avere intenzione di aumentare le vendite di petrolio crude a più di 4 milioni di barili al giorno, fino a portare la capacità di produzione a salire di un quarto a 5 milioni di barili al giorno.

Su questo scenario aleggia l’incognita della Libia, dopo che il 18 gennaio 2020 il generale Khalifa Haftar ha imposto la chiusura dei principali terminal di esportazione del greggio della Cirenaica e non solo (circa 2 miliardi di dollari di perdite). Altri due produttori, Iraq e Kuwait, annunciano un taglio dei prezzi del greggio per il mese di aprile di 5-6 dollari al barile.

L’attuale prezzo del petrolio – 37 dollari al barile – è assolutamente gestibile per la Russia e le sue riserve sono sufficienti a coprire il deficit di bilancio legato a minore entrate dall’esportazione di greggio e gas per 6-10 anni, detenendo riserve liquide pari al 9,2% del PIL.

Si tratta di una partita a scacchi che inevitabilmente determinerà un cambiamento della geopolitica globale, andandosi ad innestare sulla drammatica crisi apertasi con la pandemia del Coronavirus.

 

Bibliografia

Ilya Arkhipov – Will Kennedy – Olga Tanas – Grant Smith, Putin Dumps MBS to Start a War on America’s Shale Oil Industry, www.bloomberg.com, 7 marzo 2020.

Demostenes Floros, Geopolitica del petrolio, “CER”, 9 marzo 2020.

Eugenio Dacrema – Annalisa Perteghella, Petrolio: guerra dei prezzi tra Russia e Arabia Saudita, “ISPI”, 10 marzo 2020.

Jacob Grapengiesser, East Capital: petrolio, gli impatti sul mercato dell’energia e sulla Russia, “Il Sole 24 Ore”, 11 marzo 2020.

Laura Naka Antonelli, Petrolio in caduta libera, WTI e Brent -6% per alert coronavirus e piano Emirati Arabi Uniti, www.finanza.com, 12 marzo 2020