Intervista rilasciata dal dott. Stefano Vernole (Cese-m) al portale d’informazione serbo SRBIN.info 

 

 

(EFE/Cesar Cabrera/Ansa)

Cosa ne pensi del conferimento del Premio Nobel a Peter Handke?

Considero l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura a Peter Handke un meritato riconoscimento. La sua carriera di scrittore controcorrente avrebbe dovuto trovare più attenzione in precedenza, ma il fatto di essere uno spirito libero lo ha sicuramente penalizzato. Per quanto riguarda il suo libro più controverso e discusso, “Giustizia per la Serbia”, ricordo perfettamente che descrive una parabola ben nota. Tutti coloro, incluso me stesso, che hanno viaggiato nell’ex Jugoslavia nel 1995 in cerca della verità, possono solo essere d’accordo con i giudizi di Handke. La campagna mediatica contro Belgrado negli anni Novanta raggiunse livelli ignobili, sebbene ripetutamente negata dai fatti e dalle testimonianze di coloro che vivevano quella difficile situazione sul campo. Le feroci critiche che sono arrivate per l’assegnazione del premio, con parole indegne di pseudo-intellettuali contro Handke, non fanno altro che testimoniare l’ineluttabile declino di un’Europa, il cui progetto politico e culturale ha fallito miseramente. La ragione principale di ciò sta proprio nella logica occidentale che non ammette mai i suoi grandi errori (l’ultimo in ordine di tempo riguardo la Siria, dove ovviamente solo Assad corre ad aiutare i curdi) o la possibilità che opinioni e posizioni possano differire dagli interessi della NATO. Onore quindi alla coerenza e all’onestà intellettuale di Handke che certamente non nega ciò che ha scritto in quel periodo difficile.

Cosa puoi dire a proposito del fatto che albanesi e croati principalmente, con il supporto di giornalisti e media occidentali, attraverso tesi politiche che si sono dimostrate non vere e che Handke ha criticato in precedenza, hanno cercanto di convincere il Comitato a ritirare la decisione?

Posso dire che questo è un tentativo abbastanza miserabile, soprattutto per la stessa dignità di quei popoli, di rivalersi contro i serbi. Al di là delle responsabilità del conflitto e dei crimini commessi in guerra che riguardano tutte le parti, albanesi e croati farebbero meglio a riconoscere la loro attuale condizione coloniale piuttosto che discutere con Handke. Il Kosovo e Metohija rimane un’immensa base militare (Camp Bondsteel) a disposizione delle operazioni militari ed economiche statunitensi, il paese più povero d’Europa, un laboratorio per il traffico di droga e senza alcuna reale sovranità politica o militare. La Croazia, che ospita il più grande centro di spionaggio degli Stati Uniti nei Balcani, rimane una colonia economica tedesca che deve però guardare a Belgrado per i suoi progetti infrastrutturali. Quando l’intellighenzia di questi popoli capirà che il loro paese è solo una pedina del gioco atlantista, allora potranno permettersi di criticare, fino ad oggi devono essere considerati minoranze privilegiate al servizio degli interessi geopolitici di Washington e Bruxelles.