Il caso Skripal e le implicazioni internazionali

Sergey Lavrov (destra), Ministro degli esteri della Federazione russa

Sergey Lavrov (destra), Ministro degli esteri della Federazione russa

Sono molte le cose che non tornano nel caso Skripal, partendo da un punto di vista meramente oggettivo, pare indubbio e scontato che la teatralità del gesto, nel caso esso fosse stato messo in atto da agenti russi, sembra voler essere un monito nei confronti di possibili avversari interni; nel caso opposto, ovvero che l’assassinio di Skripal e della figlia fosse opera di alcuni poteri facenti capo alle cancellerie “occidentali”, questa apparirebbe come l’ennesima scusa per voler rompere ulteriormente ogni forma di collaborazione e di legame con la Federazione Russa. Da ormai cinque anni assistiamo ad un bombardamento mediatico contro l’establishment del Cremlino di Putin e l’intero movimento politico russo.

L’accanimento mediatico nei confronti di Mosca parte già dai giorni successivi all’ormai conclamato golpe politico avvenuto in Ucraina. E’ ormai noto che a Piazza Maidan si è consumato un golpe pilotato dall’esterno, come successivamente confermato dall’attivista Vladimir Venchak e dalle dichiarazioni raccolte dal giornalista italiano Gian Micalessin, si passa dopo al successivo braccio di ferro tra Mosca e la Washington di Obama, per definire il futuro di Assad e della Siria, finendo poi per supportare ed elogiare il primo oppositore di Putin Aleksey Navalny, dimenticando di spiegare alle opinioni pubbliche occidentali che l’oppositore al Capo di Governo russo si era formato presso la Yale University, lo stesso ateneo americano dove si studiano come mettere in piedi “le rivoluzioni colorate”.

La guerra contro Mosca ha toccato anche aspetti esterni alle tradizionali relazioni internazionali, coinvolgendo anche l’ambito sportivo, dove durante il corso delle ultime olimpiadi invernali coreane, vennero vietate e messe al bando bandiere russe dagli spalti. In breve, sembra di assistere ad un’accanita campagna di screditamento del nuovo pensiero internazionale russo che vuole un nuovo mondo multipolare.

Il caso di Skripal ovviamente non sarà l’ultimo ma rappresenta solo il più recente cronologicamente e anche stavolta sembra di assistere a qualcosa di strano, di oscuro, di omesso; dato che se le implicazioni di Mosca dovessero risultare certe (cosa ad oggi ancora da verificare) l’avvelenamento per opera del nervino A-234 sarebbe un gesto troppo plateale, come se si volesse disinfestare una casa dalle formiche utilizzando delle granate.

Come se non bastasse, l’inventore del veleno Leonid Rink, ha osservato l’improbabilità del coinvolgimento russo nella morte di Skripal per un semplice motivo logico, ovvero che “anche un sabotatore russo semianalfabeta non utilizzerebbe un veleno russo con un nome russo”.

Secondariamente, per Rink, Mosca non avrebbe avuto motivo per avvelenare il suo ex agente segreto.
“In primo luogo, Skripal ha lavorato per entrambe le parti, cioè ha dato i suoi contatti britannici ai russi e quelli sovietici agli inglesi. Quindi Mosca non avrebbe avuto nessun interesse. E poi per la Russia il momento non era assolutamente redditizio, essendo successo il fatto alla vigilia delle elezioni e poco prima dei Mondiali di calcio”, ha spiegato Rink.

Il caso Skripal invece sembra nascere da una visione politica di coalizione, che vede da una parte schierati gran parte delle nazioni “occidentali”, contro quello che è il nuovo pensiero di Mosca, un pensiero in contrapposizione ad un ordine prestabilito che vede gli Stati sottostare a delle gerarchie molto rigide con una mobilità verticale limitata.
Le dichiarazioni del Vicepresidente della commissione di Economia del Consiglio della Federazione Sergey Kalashnikov sembrano incastonarsi perfettamente in questa logica.

“L’Occidente ha avviato una grande campagna per far uscire la Russia dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU in quanto pedina scomoda per i suoi piani, da qui tutto il fango contro il nostro Paese, ora la Russia è un giocatore molto scomodo per i Paesi occidentali, tutti gli attacchi al nostro Paese sono legati a questo”.

Fa eco a quanto appena detto anche la dichiarazione di un ex agente del MI5 Annie Mashon, la quale dichiara che “la maggior parte dei media hanno subito puntato tutto sul tema “è colpa dei russi”. L’ironia sta nel fatto che persino il Ministro degli interni Amber Rudd ha cercato di convincerli di rallentare il ritmo e dare alla polizia la possibilità di svolgere il loro lavoro prima di sparare a zero sulle conclusioni”

Nonostante questo però sembra che il processo mediatico abbia già dato i suoi frutti, con immediata sentenza, l’espulsione di alcuni diplomatici russi da alcuni paesi occidentali, tra cui l’Italia, nazione con cui la Russia ha sempre avuto ottimi rapporti sia diplomatici che commerciali.

Ma perché la Russia dovrebbe rappresentare un attore scomodo ai governi occidentali? Il motivo è ben presto chiarito, l’iperdinamicità sotto molteplici punti di vista che sta dimostrando in politica estera il Cremlino, rischia di far saltare uno status quo internazionale che si protrae da quasi un ventennio. Infatti la Russia non solo in Siria si è imposta come un attore di rilievo di cui tenere conto, ma sta divenendo, allargando i suoi interessi geopolitici in Afghanistan, un pericoloso competitor nel Caucaso dato che a Mosca il prossimo 14 aprile si svolgerà una conferenza di pace sull’Afghanistan, che vedrà la partecipazione di delegati di 12 Paesi. Al riguardo il consigliere afghano per la Sicurezza nazionale Hanif Atmar ha confermato in dichiarazioni all’agenzia di stampa russa Sputnik che ”Mosca ci ha invitato tutti a partecipare all’incontro del 14 aprile e Kabul ha gia’ confermato la sua partecipazione a questo rilevante appuntamento”. Ovviamente seguendo l’onda emotiva dei fatti di Salisbury e della morte di Skripal, il delegato USA ed altri rappresentanti delle nazioni euro-atlantiche diserteranno tale incontro, nella speranza di svuotarlo della sua importanza, in modo tale che Washington possa rendere vano un percorso di pacificazione e normalizzazione permanente dello stato Afghano, in quanto tale scenario sarebbe contrario ai propri interessi geostrategici nel Caucaso.

Oltre a questo, riprendendo quanto detto in precedenza dal Vicepresidente della commissione di Economia del Consiglio della Federazione Sergey Kalashnikov, la strategia antirussa messa in piedi mira non solo a destabilizzare le azioni in Medio Oriente ma anche al nuovo corso delle relazioni internazionali avviata dal Cremlino che vedono l’Africa come partner di livello. Questa nuova via è stata inaugurata dal viaggio del ministro degli Esteri Sergey Lavrov in Africa, difatti il capo della diplomazia del Cremlino, all’inizio di marzo ha compiuto una missione diplomatica di quattro giorni in visita in quei cinque Paesi dell’Africa sub-sahariana che risultano essere strategicamente importanti per l’economia Russa, ancora sotto scacco delle sanzioni europee. La missione è cominciata in Luanda, Angola, dove Lavrov è stato ricevuto dal suo omologo Manuel Augusto e dal Presidente Joao Lourenco.

Nel corso dei colloqui, Lavrov ha riaffermato l’intenzione di rafforzare le relazioni bilaterali e la cooperazione economica, con particolare attenzione al settore diamantifero e a quello energetico, per il quale ha auspicato che l’Angola si associ al più presto al Gefc (Gas Exporting Countries Forum), il cartello che riunisce i principali produttori di gas.

Successivamente Lavrov si è recato in Namibia, dove nella capitale Windhoek è stato ricevuto dal presidente Hage Geingob e dal vicepremier e ministro degli Esteri, Netumbo Nandi-Ndaitwah, col quale ha discusso un’ampia gamma di questioni relative alle relazioni bilaterali e della necessità di rafforzare la cooperazione commerciale, in particolare nella produzione di minerali e nell’agricoltura, nel corso della stessa giornata è giunto a Maputo, capitale del Mozambico, dove Lavrov ha incontrato il presidente Filipe Nyusi e il ministro degli Esteri José Pacheco con i quali ha discusso dell’avvio dei lavori della Commissione intergovernativa per la cooperazione economica, scientifica e tecnologica, previsto tra un mese nella stessa Maputo.

Giovedì Lavrov è arrivato ad Harare, nello Zimbabwe, dove ha incontrato il presidente Emmerson Mnangagwa e il ministro degli Esteri Sibusiso Moyo. È stata la prima volta che il ministro degli Esteri russo ha visitato Harare da quando Mnangagwa ha preso il potere, dopo le dimissioni di Robert Mugabe.

La visita era tesa a rafforzare ulteriormente le strette relazioni economiche tra Russia e Zimbabwe, che quattro anni fa hanno portato alla firma di diversi accordi, fra cui quello relativo al progetto della miniera di platino di Darwendale, realizzato grazie alla joint venture Great Dyke Investment, generata dall’accordo tra la Zimbabwe Mining Development Corporation e un consorzio russo composto da tre soci, tra cui la Vnesheconombank. Quest’ultima, con oltre 53 milioni di dollari, ha finanziato la costruzione della miniera che, una volta a regime, potrà creare fino a 5mila posti di lavoro.

Il numero uno della diplomazia russa ha concluso ad Addis Abeba, nella capitale etiope, Lavrov ha avuto dei colloqui con il premier dimissionario Hailemariam Desalegn e il presidente Mulatu Teshome Wirtu, inaugurando una politica volta al futuro di entrambe le parti, esaminando l’attuazione di accordi di cooperazione nei settori dell’istruzione, della scienza e dell’agricoltura siglati nel 2014, in occasione della quinta Commissione congiunta Etiopia-Russia.
Il fitto programma d’incontri che ha scandito la tournée africana di Lavrov conferma l’obiettivo di lungo termine della politica estera di Mosca di sviluppare un sistema multipolare, volto a contrastare l’egemonia delle altre potenze in Africa, in primis Cina e Stati Uniti e forse anche Regno Unito e Francia.

La Russia, come ai tempi della guerra fredda con l’URSS, sembra fermamente intenzionata nel tornare a imporre la sua influenza in Africa, dove peraltro ha offerto come incentivo alla collaborazione dei governi aiuto e ammodernamento in campo militare, nella fattispecie nel campo della Difesa. Sono emblematici alcuni dati che dimostrano la vendita di 21 miliardi di armi russe fra il 2007 e il 2017 in quindici nazioni africane, rendendo così la Confederazione Russa il maggiore esportatore di armi in Africa, dopo gli Stati Uniti.

La rinascita di un competitor internazionale attivo su più tavoli, dall’Europa nella fattispecie in Ucraina, nel Medio Oriente in Siria, nel Caucaso come promotrice di una conferenza di pace afghana e ultimamente in Africa, ha dato inizio ad una campagna di screditamento degna dei migliori anni della guerra fredda, facendo apparire il caso Skripal solamente come la punta di un’iceberg ben più profondo.

Filippo Sardella