Foreign fighters e Lone wolves: l’emblema di un conflitto asimmetrico

Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo pubblica questo articolo a firma del dottor Matteo Russo su gentile concessione dell’autore.

foreignfighters

Da sempre il terrorismo ha mostrato di avere una grande capacità adattiva alle situazioni di conflitto, innovando volta per volta le strategie di lotta e gli obiettivi perseguiti.

Pertanto il terrorismo è da sempre stato un fenomeno dai tratti cangianti e multiformi, difficile da debellare e quasi impossibile da prevedere. Esso è, in questo senso, l’attore privilegiato dei nuovi conflitti asimmetrici, ovvero di quei conflitti ibridi e contaminati condotti indistintamente tra entità statali e para-statali, tra Stati sovrani e individui o organizzazioni prive del monopolio legale dell’uso della forza. L’asimmetria strategica messa in campo dai terroristi andrebbe interpretata quindi come una risposta reattiva alla disparità di potenziale, perciò bellica, tra le forze in campo.

Anche i terroristi contemporanei, dunque, al pari dei loro predecessori, esibiscono dei tratti peculiari e innovativi indispensabili alla loro sopravvivenza.

Ad oggi, si noti come a partire dalla primavera araba le principali correnti jihadiste mediorientali e nordafricane, su tutte Al-Qaeda, abbiano perso gran parte dell’appoggio da parte delle popolazioni locali anche in virtù della nascita di alcuni movimenti riformatori più moderati come il movimento Sahwa, il che ha spinto tali organizzazioni a rivedere le strategie sino ad allora vigenti.

Contestualmente, il vuoto di potere seguito ai fallimenti politici seguiti alla primavera araba ha facilitato l’avvento di movimenti para-statali, soprattuto in Libia e Tunisia, apparentemente meno violenti e radicali rispetto alle fazioni jihadiste, come per esempio Ansar al-Shar’ia, che ha saputo sfruttare l’appoggio di quella gran parte della popolazione stanca delle ingerenze occidentali negli affari nazionali.

La guerra civile in scoppiata in Siria e in Iraq nel 2011 ha certamente complicato il quadro internazionale contribuendo a sviluppare quel fenomeno ormai tristemente note col nome di foreign fighters. Tale fenomeno, pur rappresentando al giorno d’oggi una grande minaccia per le società occidentali, non è affatto una novità: già la guerra civile spagnola; la guerriglia in Afghanistan scoppiata in seguito all’invasione sovietica del 1989; il conflitto bosniaco degli anni ’90 e gli episodi di violenza in Dagastan e Cecenia registrarono l’affluenza di combattenti stranieri.

Tuttavia, in seguito agli attentati dell’11 settembre, la presenza di combattenti stranieri tra le fila di Al-Qaeda, sembra aver arricchito l’espressione di una nuova accezione, ossia quella di terrorist.

Il grande timore suscitato da questa nuova forma di terrorismo è dovuto alla perenne e latente minaccia rappresentata da quei “comuni cittadini” che, dopo essersi recati in zone di conflitto jihadista, possano, di ritorno in patria, compiere atti di terrorismo o proselitismo. Lo studio analitico del fenomeno, anche dal punto di vista giuridico, a ben vedere, si rivela arduo a causa di una serie di  differenti ragioni: per prima cosa la ricerca è limitata dal momento che vi è purtroppo uno scarso numero di dati consultabili circa l’identità, spostamenti e motivazioni dei combattenti; in secondo luogo, le medesime osservazioni avanzate intorno all’ambiguità terminologica del concetto di terrorismo varrebbero a maggior ragione in questo peculiare caso; e in ultimo, lo studio dei foreign fighters, poiché molto spesso confinato nelle indagini relativi al terrorismo, viene sovente sovrapposto e confuso con l’organizzazione terroristica di Al-Qaeda.

David Malet, che è probabilmente uno dei massimi studiosi del fenomeno in questione, definisce i foreign fighters come i «non-citizens of conflict states who join insurgencies during civil war», distinguendoli da un lato dai mercenari, e dall’altro dai professionisti appartenenti a compagnie militari e di sicurezza privata. Un’altra importante distinzione è formulata in merito alle presunte motivazioni dei combattenti e allo status giuridico dell’ente assoldante: i mercenari e le milizie appartenenti a compagnie private sarebbero assoldate direttamente dallo Stato o da un’organizzazione che esercita legittimamente un potere sul territorio, i foreign fighters sarebbero
invece chiamati alle armi quasi esclusivamente da fazioni ribelli. I primi mossi da scopi prevalentemente economici, i secondi, invece, da motivazioni prevalentemente ideologiche.

In un altro interessante articolo, il ricercatore norvegese Thomas Hegghammer sottolinea che il termine foreign fighter possa prestarsi a fraintendimenti in quanto accoglie una serie complessa di problematiche, comprensibili solo mediante l’esame analitico e comparato di alcuni dati. Stando alle informazioni raccolte, si evince che solo una piccolissima percentuale di foreign fighter di stampo jihadista faccia ritorno in patria per compiere atti di terrorismo e che non ogni foreign fighter debba essere per forza etichettato come terrorista.

Il flusso di foreign fighters che sta interessando la Siria e l’Iraq, in base alle fonti ufficiali, è senza precedenti. Stando a una stima del 2015, il numero dei foreign fighters si aggirerebbe intorno alle 30 mila unità, il 20% dei quali proveniente dal continente europeo.

A quanto pare, il più cospicuo numero di combattenti europei proviene da Russia, Francia, Germania e Regno Unito, ma se commisurato proporzionalmente al numero della popolazione, da Austria, Belgio, Danimarca, Olanda, Norvegia e Svezia.

Pur volendo tracciare un profilo identificativo del combatant “tipo”, appare molto difficile isolare tratti distintivi e riuscire a delineare un “modello ideale”, vista l’eterogeneità demografica e motivazionale dei soggetti interessati: alcuni di essi sono “veterani di guerra” con esperienze in altri conflitti jihadisti, altri sono giovani arabi senza alcuna esperienza in precedenti conflitti, altri ancora, per quanto riguarda le milizie di combattenti provenienti dal mondo occidentale, sono prevalentemente cittadini europei di etnia araba o sud-est asiatica di fede islamica.

La nuova jihad, dunque, definita come una guerra in perenne divenire dai tratti cangianti e multiformi, si distingue sensibilmente dal vecchio paradigma che voleva un nemico nascosto e disorganizzato tra dune desertiche, per trasformarsi in una campagna globale, culturale e militare, con l’intento di “entrare” nelle case dell’uomo occidentale e ricordargli che il suo unico obiettivo è quello di combattere ogni modello socio-culturale sacrilego. Tale prospettiva di ri-appropriazione identitaria in senso lato si è mostrata seducente agli occhi di quei soggetti che, pur essendo stati
“civilmente fagocitati” da un sistema costituzionale/istituzionale democratico, hanno nonostante ciò, avvertito il peso della precaria condizione di “straniero”.

Prestando attenzione alle derive contemporanee del terrorismo di matrice islamica, si noti come oltre la già citata categoria dei foreign fighters, i recenti fatti di cronaca hanno messo in evidenza una nuova tendenza in cui soggetti, altrimenti noti con lo pseudonimo di “lupi solitari”, si sono resi protagonisti di atti di terrorismo in assenza di una manifesta struttura di comando alle spalle.

I recenti fatti di Nizza, lo sgozzamento dell’anziano sacerdote vicino Rouen e l’episodio di Wurzburg inducono, dunque, alla fallace impressione che i responsabili di questi folli gesti siano individui che agiscono in piena autonomia operativa. Certamente questo è il dato maggiormente terrorizzante: ipotizzare che chiunque viva un momento di profondo vuoto e smarrimento possa accogliere l’invito sacrificale promanato dal Califfato sembra quasi dischiudere uno scenario apocalittico. Contrariamente a quanto si pensi, come d’altronde messo in evidenza in un
interessante articolo del Foreign Affairs, tutti gli episodi intercorsi negli ultimi due anni sono legati l’un l’altro da importanti quanto sottaciuti nessi strutturali. Proprio il fatto che la consacrazione di “lupo solitario” sia il frutto di una valutazione ex post moto ravvicinata nel tempo, di solito entro le 24 ore successive all’accadimento, milita a sfavore dell’attendibilità delle suddette ipotesi.

Per citare un esempio, è emerso da alcune indagini che il cittadino algerino Ahmed Ghlam, accusato dalle autorità francesi di preparare un attentato a Parigi, fosse in contatto col cittadino marocchino Ayoub El-Khazzani, a sua volta responsabile della tentata strage a bordo del treno che da Amsterdam andava a Parigi. Tuttavia, dopo i fatti di Parigi è emerso che costoro fossero parte integrante di una più fitta e intricata rete di comando capeggiata da Abdelhamid Abaaoud, all’epoca dei fatti al vertice del commando delle sanguinose stragi parigine.

Un dato significativo circa le strategie di queste particolari cellule è che esse, nella fallace percezione comune circa la mancanza di una strategia operativa, siano riuscite a celare molto abilmente gli obiettivi reali che stavano perseguendo, inscenando dei fittizi “Smoke screen”, ovvero premeditati diversivi al fine di depistare le indagini e indirizzare le autorità verso la rotta sbagliata.
Un dato di assoluta rilevanza – che in fondo rivela la profonda struttura di queste ramificazioni terroristiche – è rappresentato dal fatto che tali soggetti molto spesso abbiano avuto tra loro se non unici, allora sporadici, contatti sul web, arrivando a pianificare attentati di portata tale nonostante eventuali, fugaci, ed estemporanee interazioni. Il paradosso più grande, nonché più grande minaccia, è che costoro non solo non hanno la necessità di radunarsi in luoghi fisici per discutere o pianificare strategie congiunte, ma ciò si rivelerebbe addirittura improduttivo giacché il proselitismo religioso e l’auto-addestramento è alla loro portata all’interno del web. Inoltre, uno dei grandi punti
di forza del neonato “dogma” terroristico è costituito dal fatto che se esso da un lato raggiunge il massimo effetto terrorizzante mostrandosi come indefinito,cangiante e imprevedibile, dall’altro si avvale di una nuova struttura semiotica ben consolidata sebbene oggi difficilmente decifrabile.

Affermare tuttavia che episodi di cotanta portata distruttiva non siano l’esito di elaborati piani criminali potrebbe essere un’idea forviante. Il significato dei recenti attentati dei recenti va perciò ricercato anche nei sottili cambiamenti che stanno attraversando i paradigmi politici e comunicativi vigenti. Ciò sta a significare, nel caso specifico, che supporre la mancanza di direttive all’interno del sistema di comando del sedicente Stato Islamico, non deve far presumere, automaticamente, l’assenza di un più ampio substrato dispositivo-comunicativo tra i soggetti coinvolti.

Al pari dei mutamenti strutturali che hanno interessato l’alba del XXI sec. e i suoi principali paradigmi politici e sociali, inaugurando l’avvento dell’era iperglobalizzata e della società del rischio, così anche i modelli comunicativi hanno stravolto la loro essenza, rimodellando le interazioni umane. Tali interazioni, pertanto, stanno vivendo un processo mimetico e adattivo rispetto alla società in cui proliferano, perciò molte delle considerazioni che valevano a inquadrare i precedenti fenomeni terroristici appaiono ormai anacronistiche e poco funzionali alle attuali istanze
preventive-repressive. Capire oggi cosa voglia dire comunicare, come si auto-organizza la comunicazione, in che modo si diffonde la conoscenza circa un dato sapere e quanto sia facile falsificarla, è il primo passo per comprendere questo grande cambiamento.

Matteo Russo