L’Europa nella morsa del caos mondiale

February 15, 2015 - Libya: A group of 21 Egyptian Christians, who were seized by ISIS fighters while working in Libya, shown in a new video before they were purportedly killed. ISIS (Daesh), also known as ISIL, released a video claiming to have killed 21 Egyptian Christians who were captured in Libya. The Egyptians were wearing orange jumpsuits, being forced to the ground by militants dressed in black, and beheaded on a beach. The five-minute video had a caption that read, 'The people of the cross, followers of the hostile Egyptian church.' The video first appeared on the Twitter feed of a Daesh sympathizer's website. Daesh claimed to have captured the Egyptians in Sirte in January. Before the killings, one of the militants stood with a knife in his hand and said: 'Safety for you crusaders is something you can only wish for.' The 21 men, all migrant workers hailing from impoverished areas of central Egypt, were kidnapped between late December and early January. Fourteen came for the same village, Al-Our. (News Pictures/Polaris)

 (News Pictures/Polaris)

Dopo i fatti di Parigi del 13 novembre siamo stati inondati da una montagna di fesserie sulla politica internazionale. La scarsa competenza, la fretta, o la malafede di molti commentatori, si è unita al basso interesse per i fatti del Medio Oriente della stragrande maggioranza del pubblico. Interesse ravvivato tardivamente solo da una minaccia vera e concreta manifestatasi nel cuore dell’Europa.
Il risultato? Un concentrato di pericolosissima disinformazione, destinata a riverberarsi sulle scelte politiche ed elettorali. Una sequela di appelli alla “crociata” contro il nemico islamico, affrettati e impulsivi, privi di ogni vera aderenza alla realtà.

Cosa sappiamo, ma soprattutto cosa ci è stato raccontato della guerra civile siriana? E quanto sappiamo degli interessi che il mondo occidentale, spalleggiato da alleati di alto rilievo, come l’Arabia Saudita e la Turchia, e altre grandi potenze avversarie, come la Russia e l’Iran, detengono nella fondamentale regione mediorientale?
Privo di un’adeguata esposizione mediatica, questo conflitto inizialmente locale e ristretto, nato nel 2011 sulla scia della Primavera Araba, è divenuto in realtà una mini guerra mondiale dove da tempo sono schierate una contro l’altra, seppur velatamente, le maggiori potenze. La posta in gioco? Semplicemente, ma non banalmente, il controllo di importanti risorse naturali, come il gas, e dei loro canali di trasporto, e il presidio geopolitico nella zona, da difendere o da preservare.

In particolare non ci è stato spiegato chiaramente che, oltre che una guerra politica fra il governo di Bashar al-Assad e ribelli dissidenti, questa è anche una guerra settaria fra gruppi islamici di correnti diverse. Fra una minoranza di tendenza sciita, alla quale appartiene il partito del Presidente (che ufficialmente si definisce secolarista), e numerosissimi gruppi vagamente “rivoluzionari”, di fede sunnita, fra i quali ora è prominente, ma non lo era neppure due anni fa, quello chiamato Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL), precedentemente ISIS (Islamic State of Iraq and Syria), in arabo Daesh, che tanto terrore oggi suscita in Europa. È il nostro continente infatti, oltre ai milioni di siriani direttamente coinvolti nelle devastazioni, la maggior vittima del caos siriano. Le milizie appartenenti all’ISIS si sono dimostrate aggressive ed espansioniste, diffondendo morte e distruzione su tutti i fronti, sia contro gli occidentali, che gli hanno mosso guerra riconoscendone la elevata pericolosità, sia contro i sostenitori di Assad e gli sciiti presenti nell’area.

Alcuni, ma non tutti, dei gruppi “rivoluzionari” sunniti, comparsi come funghi, pur possedendo una evidente componente terroristica, hanno ricevuto quasi da subito supporto tecnico e/o economico da parte di alcuni paesi occidentali, in primis Usa, Francia e Regno Unito, e stati del Golfo come Kuwait e Qatar, miranti ad indebolire il vero nemico dell’Occidente e dei suoi alleati, ovvero il signor Assad, e il suo più saldo appoggio nella regione, l’Iran. In questa guerra la Francia, che ora piange i suoi morti, ha già preso posizione a fianco di Washington e del Regno Unito, appoggiata dall’Onu, e ha effettuato bombardamenti aerei contro campi di addestramento dello Stato Islamico prima in Iraq e poi, a settembre, nell’est della Siria, contemporaneamente proclamandosi in prima linea per l’abbattimento di Assad. Questi attacchi, ben lungi dal proteggere gli interessi dei francesi, come auspicato dall’Eliseo, hanno fomentato la barbara reazione delle cellule terroristiche presenti in Europa, e creato un clima di altissima tensione nel nostro continente.

L’Islam non è un monolite robusto e inossidabile, schierato compatto in una battaglia internazionale contro il modo di vita e i valori occidentali, come qualcuno sembra ritenere. Definire l’auto-proclamatosi Stato Islamico come un’entità rappresentativa del variegato mondo islamico è una semplificazione inaccettabile e un errore di valutazione. Esso ne è solo una grottesca deformazione, nata dal caos totale nel quale si trovano, oggi, popoli destabilizzati e impoveriti da conflitti elaborati nelle stanze del potere occidentali, ora attratti da una efficacissima propaganda, da un sicuro stipendio da mercenari e da un’ideologia rozza ma intrigante, tutte cose che il Califfato riesce per il momento a garantire. Ma come rilevato dal quotidiano inglese “The Guardian” in alcuni reportage dello scorso anno, realizzati sul campo intervistando combattenti anti-governativi1, a rafforzare il potere magnetico dell’ISIS presso le milizie che sfidano Assad e fra la popolazione civile, stremata dall’instabilità e dal disordine, ha contribuito parecchio anche il comportamento della coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti: in un contesto settario dove agiscono in un aspro scontro sunniti e sciiti, infatti, a quali effetti collaterali può portare, presso l’immaginario di chi combatte, bombardare i primi, pur continuando a dichiararsi contro il tiranno sciita? Stimolare spirito di solidarietà fra chi ha un nemico e un culto in comune.

Che Stati Uniti e Francia bombardino Daesh, senza una vera strategia se non quella di dare un segnale simbolico agli alleati, mentre il continente europeo sembra brulicare di terroristi, non accorgendosi della natura che ha preso questo conflitto, o facendo finta di non capire, e mantenendo contemporaneamente forti collegamenti con Stati finanziatori e promotori di terrorismo, pur con un profilo basso, è sinonimo di assoluto doppiogiochismo.
Qual è il gioco? La situazione in Siria è così intricata e sfaccettata, che insinuarsi in un conflitto del genere da parte di uno Stato intento a mettere in crisi gli equilibri della regione, senza dare troppo nell’occhio, non è così difficile.

Lo hanno fatto in particolare gli USA e i suoi alleati del Golfo Persico. Per essi il nemico numero uno della regione rimane l’Iran, non il Califfato. L’obiettivo principale è piegare la resistenza di Assad e isolare Teheran. Al gioco partecipa con convinzione anche la Turchia, membro ultra-strategico della NATO. L’Iran (sciita), che contemporaneamente è il principale alleato di Assad assieme alla Russia e uno dei paesi maggiormente impegnati a sconfiggere l’ISIS. Ma quest’ultimo per adesso non troverà un fronte compatto contro di sé e avrà spazio di azione. In questo rompicapo di alleanze incrociate a rimetterci è e sarà soprattutto l’Europa, che per la vicinanza geografica alle aree del conflitto è la più esposta agli effetti perniciosi delle grandi migrazioni di masse in fuga dalla violenza, e ai colpi mortali degli infiltrati del terrorismo.

Nicola Serafini