Republika Srpska

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Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa?

Dal dramma della guerra in Bosnia alle incerte prospettive future, passando per un’attualità politica segnata dall’immobilismo e dalla corruzione. Passato, presente e futuro di un vero e proprio “Stato nello Stato”: la Republika Srpska.

Difficilmente il concetto di “Stato nello Stato” calza più a pennello di quanto lo faccia in riferimento alla Republika Srprska. La Republika Srpska, da non confondersi con la Repubblica di Serbia (lo Stato con capitale Belgrado), è un’entità serbo-bosniaca all’interno dei confini della Bosnia-Erzegovina (l’altra entità è la Federazione di Bosnia-Erzegovina, composta da musulmani bosniaci e croati bosniaci). Occupa circa il 49% del territorio della Bosnia-Erzegovina (l’altro 51% appartiene alla Federazione di Bosnia-Erzegovina) e ospita circa il 40% della popolazione del Paese. La sua popolazione ammonta a 1.4 milioni di abitanti, di cui 1.1 milioni di serbi, e ha come capitale de iure Sarajevo, ma de facto Banja Luka (dove risiede il governo della Republika Srpska).

La nascita della Republika Srpska avvenne in seguito allo smembramento della Jugoslavia, iniziato nel giugno del 1991, quando Slovenia e Croazia si staccarono dalla Federazione Jugoslava. Nel novembre del 1991 un referendum tenuto tra i serbi bosniaci, una delle tre etnie della Bosnia-Erzegovina, confermava con una grande maggioranza il loro desiderio di restare parte della Jugoslavia. Tale idea all’epoca era condivisa dalla maggioranza serba della popolazione della Bosnia-Erzegovina, ma non da una parte della popolazione cattolico-croata che si identificava con le aspirazioni d’indipendenza della Croazia, né dalla popolazione bosniaco-musulmana che mirava alla creazione di uno Stato unitario di Bosnia-Erzegovina, a maggioranza musulmana. I rappresentanti politici dei serbo-bosniaci si opposero fermamente all’idea di diventare parte della Bosnia-Erzegovina come Stato sovrano a maggioranza bosniaco-musulmana, rivendicando il diritto di separare i territori a maggioranza serba dalla Bosnia-Erzegovina sulla base del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il principale partito politico serbo della Bosnia-Erzegovina, il Partito Democratico Serbo, guidato da Radovan Karadzic organizzò allora la costituzione delle “province autonome serbe” e la fondazione di un parlamento che le rappresentasse. Così il 9 gennaio 1992 venne proclamata la “Repubblica del popolo serbo di Bosnia e Erzegovina” (Republika Srpska Bosne i Hercegovine). Questo non impedì che il 2 marzo 1992 si tenesse il referendum per l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina. Si recò alle urne poco più del 50% della popolazione, che sancì la vittoria del sì con il 92.7%. La scarsa affluenza alle urne fu dovuta al fatto che la comunità serbo-bosniaca, in minoranza rispetto alla controparte bosniaca e croata, boicottò il referendum astenendosi. Per impedire l’escalation di un probabilissimo conflitto tra le tre etnie presenti nella regione fu siglato l’Accordo di Lisbona, noto anche come il piano Carrington-Cutileiro, chiamato così per i suoi creatori Lord Carrington e Josè Cutileiro, risultato della conferenza organizzata dalla Comunità europea. Essa ha proposto la condivisione del potere a tutti i livelli amministrativi tra le etnie e la devolution dal governo centrale alle comunità etniche locali. Ciò prevedeva la divisione in zone etnicamente ben definite, cosa che all’inizio della guerra era nei fatti impossibile in quanto le zone multietniche erano maggioritarie rispetto a quelle non miste. Il 18 marzo 1992, tutte e tre le parti sottoscrissero l’accordo; Alija Izetbegovic per i musulmani, Radovan Karadzic per i serbi e Mate Boban per i croati. Tuttavia, il 28 marzo 1992, Izetbegović, dopo l’incontro con l’allora ambasciatore statunitense in Jugoslavia Warren Zimmermann a Sarajevo, ritirò la sua firma e dichiarò la sua opposizione a qualsiasi tipo di divisione etnica della Bosnia, causando lo stallo delle istituzioni e il caos. «Quello che è stato detto tra i due rimane poco chiaro. Zimmermann nega di aver detto a Izetbegović che se avesse ritirato la sua firma, gli Stati Uniti gli avrebbero concesso il riconoscimento della Bosnia come Stato indipendente. Quello che è indiscutibile è che Izetbegović, quello stesso giorno, ha ritirato la sua firma e ha rinunciato all’accordo», è quanto riportato dal giornalista Damjan Krnjevic-Miskovic in un articolo su “The National Interest”. La mancata implementazione dell’accordo ha quindi concretizzato lo spettro della guerra in Bosnia. Una guerra che ha devastato la regione balcanica, con terribili massacri da tutte e tre le parti in causa.

Ed è esattamente questo il punto centrale per capire il forte senso d’identità e appartenenza della popolazione serbo-bosniaca della Republika Srpska e il suo status di “Stato nello Stato”: la stampa occidentale non sembra avere intenzione di riconoscere le responsabilità di tutte e tre le etnie che hanno preso parte al conflitto. Anzi, continua a propinare assiduamente una propaganda anti-serba, mettendo in pasto all’opinione pubblica un piatto infarcito di interpretazioni miste a qualche fatto. Fatti che, non essendo presi nel loro insieme, forniscono un’interpretazione parziale e incompleta, senza quindi offrire un quadro veritiero. Basti pensare che l’unico fatto ad essere ricordato dall’Occidente per quanto riguarda la guerra in Bosnia sia il massacro di Srebrenica. Un fatto raccapricciante, drammatico, terribile, che resterà per sempre una grande macchia sulla storia serba. Ma di fatti raccapriccianti, drammatici, terribili ne sono successi altri. Contro serbi, croati e musulmani. Da parte di serbi, croati e musulmani.

Nessuno cita, ad esempio, la terribile Oluja, “Operazione Tempesta”, messa in atto dal leader croato Franjo Tudjman nella Krajina con l’uccisione di più di 2000 serbi (soldati e civili) e con più di 250000 di loro costretti a lasciare le loro proprietà in mano ai croati, che le occuparono o distrussero. Nessuno cita le atroci decapitazioni messe in atto dai mujahiddin ai danni della popolazione, civile e non, serba. Nessuno ricorda le centinaia (forse migliaia) di serbi uccisi nei dintorni di Srebrenica sotto il comando di Naser Oric (assolto da tutte le accuse dall’ICTY). Nessuno fa riferimento alle stragi di Podrinje, Sarajevo, Ozren e Posavina. E si potrebbe andare avanti a lungo. Questi fatti vengono completamente trascurati dalla stampa occidentale, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre. A dimostrazione di ciò solamente i leader serbi, Radovan Karadzic e Ratko Mladic su tutti, sono finiti nelle fauci dei giudici del noto Tribunale penale internazionale dell’ex-Jugoslavia (ICTY) con sede a L’Aia, per i loro crimini di guerra, mentre il leader bosniaco-musulmano Alija Izetbegovic non ha subito la benché minima accusa. Izetbegovic, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, e rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihic. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della comunità internazionale la sua natura di fondamentalista. Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche. Il movimento islamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti di alcuni Stati del Golfo Persico e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri, tra cui decapitazioni ed esecuzioni. Altro caso della dubbiosa giustizia messa in scena dall’ICTY è quello dei generali croati Ante Gotovina e Mladen Markac, messi in libertà dal tribunale. Come ha scritto John Schindler, un ex agente della NSA e ora autore di numerosi articoli su “The National Interest”, “Foreign Policy” e “The Federalist”: «Le investigazioni compiute dal 1995 in poi hanno dimostrato che anche i croati e i musulmani avevano campi di concentramento e uccidevano civili intenzionalmente.» Proprio questo rimane dunque l’aspetto fondamentale per capire il forte senso identitario e “vittimismo giustificato” che unisce la popolazione serbo-bosniaca: il fatto che la comunità internazionale continui a demonizzarne una sola parte (quella serba) tacendo sui crimini delle altre (croata e musulmana). La guerra ha portato, infine, agli accordi di Dayton (Ohio), i quali hanno stipulato la nascita di uno Stato unitario di Bosnia-Erzegovina, diviso, come detto, in due entità: la Republika Srpska, a maggioranza serba, e la Federazione di Bosnia-Erzegovina, a maggioranza musulmana e croata.

Una situazione che ha di fatto congelato la situazione (drammaticamente, la guerra in Bosnia si può definire come una guerra non conclusa) con la formazione di uno Stato intorpidito e immobilizzato dal dopoguerra ad oggi, senza segnali di un possibile miglioramento futuro. Il motivo è il fatto che le parti in causa, tutte scontente dall’esito della guerra (soprattutto quella serba e quella croata) non abbiano nessuna intenzione di concorrere al bene di uno Stato che non sentono affatto loro. Ciascuna delle due zone, RS e Federazione di Bosnia-Erzegovina, ha un proprio ordinamento che, nel caso della Federazione, prevede una complessa gerarchia di ruoli e responsabilità volta a garantire il mantenimento di buoni rapporti di convivenza tra le etnie musulmana e croata. Tale architettura amministrativa e politica si ripete per la Presidenza centrale della Repubblica, al cui vertice stanno tre membri eletti a suffragio universale in rappresentanza delle tre etnie. La Presidenza della Repubblica è esercitata a rotazione, con turnazione di 8 mesi, dai tre Presidenti, uno per ogni etnia, eletti direttamente dal corpo elettorale ogni due anni.

All’interno del governo le tre componenti etniche devono essere in uguale misura per ciò che riguarda i ministri croati, serbi e bosniaci. La guida è affidata al Presidente del Consiglio dei ministri, nominato dalla Presidenza con conseguente approvazione da parte della Camera dei Rappresentanti. Il Presidente del Consiglio dei ministri deve essere di etnia diversa dal Presidente di turno della triade presidenziale. Il Ministro delle Finanze, del Commercio Estero, dei Diritti Umani e dei Rifugiati, della Sicurezza e della Giustizia devono essere approvati da parte dell’Alto Rappresentante ONU della Comunità internazionale in Bosnia. Ed è proprio questa una delle figure chiave per capire la forte influenza occidentale nel Paese: secondo gli Accordi di Dayton, è stata istituita la figura dell’Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, la più alta autorità civile del Paese, a cui spettano dei compiti di controllo, di monitoraggio e supervisione relativi all’Annesso X dell’Accordo di Dayton (Aspetti civili), nonché potere di imposizione di provvedimenti legislativi e di rimozione di pubblici funzionari che ostacolino l’attuazione della pace. La nomina dell’Alto Rappresentante è effettuata dallo Steering Board del Peace Implementation Council (PIC), un organo di 55 Stati ed organizzazioni internazionali ed è approvata ufficialmente dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. In questo momento, dunque, a causa dei diversi ordinamenti nelle due entità del Paese, si può dedurre che la Republika Srpska rimane intrappolata come un vero e proprio “Stato nello Stato” all’interno della Bosnia-Erzegovina. Il sistema sanitario, di istruzione e giudiziario funzionano in maniera completamente diversa all’interno della RS. Dall’altra parte questa situazione non giova nemmeno agli stessi bosgnacchi, perché molte delle riforme proposte vengono bloccate dalla controparte serba. Una situazione da cui, in RS, ne hanno agevolato solamente gli approfittatori della guerra, che si sono dati al contrabbando di tabacco e alcool nel corso del conflitto e ora si trovano al potere. Tra gli accusati di aver attuato questa condotta c’è anche l’attuale presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, che sta sostanzialmente manovrando i sentimenti di un popolo per i suoi scopi elettorali. Ad esempio, recentemente ha parlato nuovamente di referendum per l’indipendenza della Republika Srprska entro il 2018 al fine di far leva sul sentimento popolare e accaparrarsi il maggior numero di voti. Ben conscio del fatto che, in questo contesto storico e geopolitico, le possibilità di indire un referendum per l’indipendenza della RS rasentano lo zero.

Nonostante la Republika Srpska sia una regione composta da un’entità riconoscibile culturalmente, etnicamente e linguisticamente, in questo contesto separarsi dallo Stato unitario bosniaco è sostanzialmente impossibile. Innanzitutto, avrebbe bisogno del supporto di una grande potenza internazionale. I bosniaci musulmani hanno dalla loro parte il mondo musulmano e le principali forze occidentali (su tutti, gli Stati Uniti); i croati possono vantare sull’appoggio del mondo cattolico; i serbi bosniaci, invece, possono contare solamente sull’aiuto della Russia che, però, nel contesto delle guerre jugoslave, usciva fortemente indebolita dalla disgregazione dell’Unione Sovietica in seguito alla guerra fredda. In questi ultimi anni il Cremlino sta riacquistando prepotentemente il suo vecchio peso geopolitico, ma non sembra essere particolarmente interessato a esporsi per quanto riguarda la situazione balcanica, probabilmente Mosca non vuole sollevare un ulteriore polverone per sostenere la causa di uno Stato di dimensione così ridotta e con un’economia così fragile. Gli Stati Uniti da parte loro, appoggiati dall’Unione Europea, si guarderanno bene dal regalare un avamposto russo nel cuore dei Balcani: per questo motivo sono interessati a mantenere lo status quo (inglobando, magari, anche la Serbia nell’UE). Un’eventuale separazione della Republika Srpska dalla Bosnia-Erzegovina in questo contesto geopolitico è quindi sostanzialmente impossibile. Anche perché una RS separata significherebbe inoltre, quasi automaticamente, un’unione naturale alla Repubblica di Serbia, ma questo creerebbe un forte squilibrio dell’ordine stabilito dalle forze occidentali in Europa. Un’altra ragione per cui le forze occidentali non appoggeranno mai un eventuale referendum della comunità serbo-bosniaca è rappresentato dal fatto che l’effetto di una separazione della Republika Srpska sulla penisola balcanica provocherebbe un effetto domino che farebbe quasi certamente riprendere in mano le armi sepolte con gli accordi di Dayton del 1995.

Un’eventuale scissione della RS farebbe tornare alla ribalta il mai sopito nazionalismo dei bosniaci-croati, che non esiterebbero a volersi dividere dalla Federazione di Bosnia-Erzegovina, provocando così una disputa su territori e confini che farebbe accendere la miccia per una nuova esplosione guerrigliera.

Ma quindi cosa fare? Si può veramente proseguire a vivere in uno “Stato unitario”? La risposta è no. In primis, a causa dell’immobilismo totale in cui si trova il Paese in questo momento (come descritto, nessuna delle parti in causa ha interesse a concorrere per il bene di uno Stato-fantoccio). Secondo, la guerra ha lasciato ferite profondissime, che difficilmente permettono una cooperazione tra le varie etnie. Terzo, se anche queste ferite dovessero rimarginarsi l’avvento di un’altra crisi economica farebbe riemergere in un battito di ciglia i sentimenti nazionalisti e di odio verso l’altro. Quarto, le nuove generazioni vengono indottrinate (da tutte le parti in causa) a odiare i membri di un’altra etnia, così che una possibile cooperazione futura sia ancora meno prevedibile. Quinto, a dare la spinta a una possibile convivenza tra le diverse parti potrebbe essere la crescita economica, ma difficilmente si assisterà ad uno sviluppo anche a causa della cosiddetta “fuga di cervelli” (i migliori studenti migrano all’estero). Infine, la NATO dovrebbe prendere atto degli errori commessi durante il conflitto balcanico (a cominciare dal massacro di Srebrenica, come reso noto da un’inchiesta fatta dal britannico “The Observer”) e il mondo occidentale dovrebbe riconoscere i crimini che sono stati commessi da tutte le etnie e non solo da una. In questo modo i serbi non si sentirebbero continuamente accerchiati e potrebbero procedere verso una distensione dei rapporti con musulmani e croati (questo difficilmente succederà se si continuerà a demonizzare soltanto e unicamente loro). Tenendo conto che quest’ultimo punto difficilmente si concretizzerà, visti gli interessi statunitensi a preservare questa situazione, la Republika Srpska dovrà gioco-forza rafforzarsi al suo interno. La politica, in questo momento fortemente polarizzata, deve avviare un avvicinamento tra l’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD) di Dodik (in questo momento al potere) e il Partito Democratico Serbo (SDS), al fine di garantire maggior stabilità. Ma la condicio sine qua non è rappresentata da un miglior contesto geopolitico. Solo allora la Republika Srpska potrà arrivare alla fatidica decisione di indire un referendum per l’indipendenza democraticamente, senza la minaccia (o, meglio, quasi certezza) di dover ricorrere nuovamente alle armi. Solo in questo modo la posizione della Republika Srpska, congelata dai contraddittori accordi di Dayton, avrebbe la possibilità di sciogliersi al sole del principio dell’autodeterminazione dei popoli.

Nebojsa Radonic