Da Kumanovo a Kumanovo, il secolo delle guerre balcaniche

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Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa?

Gli antefatti

Quei Balcani, che secondo il cancelliere Otto von Bismarck nel 1878 non valevano le ossa di un granatiere di Pomerania, si trasformarono nel giro di alcuni anni nella polveriera d’Europa. Entro la fine del XIX secolo, infatti, si era reso sempre più precario il cosiddetto “giogo turco” che da secoli aveva pur garantito la stabilità della regione balcanica, travolta in questa fase storica dall’ondata dei nazionalismi e dei movimenti che si battevano per l’indipendenza. Iniziò la Grecia, proseguirono Serbia e Romania, il Montenegro di fatto non era mai stato soggiogato e infine giunse la Bulgaria: grazie all’interessato coinvolgimento di potenze straniere, Russia ed Impero austro-ungarico in primis, a inizio Novecento l’Impero Ottomano teneva ancora sotto controllo in Europa Kosovo e Albania (il cui lealismo frenava la nascita di una coscienza nazionale), la turbolenta Macedonia (nella quale imperversavano indipendentisti e comitađi filobulgari, filoserbi e filogreci) e quella che ancor oggi è la cosiddetta Turchia europea.
I piccoli Stati che erano sorti contestualmente all’arretramento turco avevano ancora rivendicazioni territoriali da soddisfare e si erano perciò legati alle Grandi Potenze per ottenere sostegno e finanziamenti al fine di coronare i propri progetti espansionistici.

Il Regno di Serbia aveva visto nel corso dell’Ottocento avvicendarsi sul trono le famiglie degli Obrenovi
e dei Karađeorđević, oscillando tra posizioni di vicinanza alla Russia ed all’Austria, finché il colpo di stato del 1903 depose cruentamente Alessandro I Obrenovi e portò sul trono Pietro Karađeorđević, assertore di una politica estera legata allo Zar e finalizzata al completamento dell’unità nazionale dei serbi. L’annessione della Bosnia-Erzegovina all’impero asburgico nel 1908 segnò un duro colpo per questi progetti, che si rifacevano alla načertanije ideata nella seconda metà dall’Ottocento dal “Cavour serbo” Ilija Garašanin: si trattava di un progetto di unificazione nazionale, sul modello di quanto compiuto dal Regno del Piemonte nella penisola italica, che la classe dirigente di Belgrado declinava in maniera sempre più ampia, rivolgendosi non solo ai serbi, ma, con il gradimento zarista, a tutti i popoli slavi sudditi di Vienna, al fine di costituire un grande stato jugoslavo.

Il piccolo Regno del Montenegro aveva sostanzialmente mantenuto sempre la sua indipendenza, presentandosi sovente come l’avanguardia del popolo serbo ed ora si trovava di fronte ad un dilemma identitario. Grazie ad un’accorta politica matrimoniale re Nikola Petrović Njegoš aveva legato la sua dinastia ad alcune tra le principali case regnanti europee (Romanov, Savoia e Karađeorđević), tuttavia a corte e nella classe dirigente di Cetinje si diffondeva sempre di più un sentimento filoserbo che auspicava la fusione dei due regni.

Sul trono di Grecia sedeva il re degli elleni, il quale pertanto rappresentava non solo lo Stato greco, ma anche tutti quei connazionali ancora sottoposti a dominazione straniera, in Macedonia come sulle coste dell’Asia Minore passando per le isole egee. Tale scelta si basava sulla megale idea, il grande progetto di riunire tutte le comunità elleniche, promosso per primo da Ioannis Kolettis ed ora cavallo di battaglia dell’astro nascente della politica greca, Eleftherios Venizelos, il quale prima di tutto mirava all’enosis (unione) ad Atene di Creta, l’isola nella quale era nato e che dal 1866 era attraversata da fermenti patriottici. L’impero britannico, padrone dello stretto di Suez e di Cipro, sulle auguste orme di lord Byron, caduto per l’indipendenza ellenica a Missolungi nel 1824, seguiva gli sviluppi e cercava di indirizzarli in maniera tale che la Sublime Porta non si schiantasse troppo rapidamente e mantenesse il suo ruolo di freno nei confronti delle spinte russe verso il mar Mediterraneo.

Tramontata al Congresso di Berlino del 1878 la Grande Bulgaria che la Russia aveva forgiato con la pace di Santo Stefano imposta a Costantinopoli, Sofia aveva ottenuto un’amplissima autonomia nel 1885 ma da allora aveva allontanato la sua orbita da Pietroburgo (che a sua volta si era dedicata maggiormente all’Estremo Oriente) e si era avvicinata a Berlino, il cui modello militare e dirigenziale sembrava idoneo per strutturare uno Stato efficiente e desideroso di completare con le armi un percorso di unificazione nazionale nel solco della memoria dell’impero medioevale dello Zar Simeone.

La Romania, invece, coerentemente con le origine teutoniche dei suoi regnanti, si era associata nel 1883 alla Triplice Alleanza, compiendo tuttavia un paradosso simile a quello compiuto dall’Italia l’anno prima. Come la diplomazia sabauda aveva scelto di legarsi a Berlino e al “secolare nemico” austriaco, pur volendo completare il percorso risorgimentale con ampie porzioni di territorio austro-ungarico (le terre irredente di Trentino, Venezia Giulia e Dalmazia), così Bucarest, che mirava alla Transilvania abitata in maggioranza da rumeni ma sottoposta al dominio ungherese, accantonò tali rivendicazioni pur di ottenere l’appoggio di due grandi potenze con le quali fronteggiare il panslavismo imperniato sulla vicina Russia e indirizzò altresì le sue mire alla Dobrugia bulgara.

Con un processo di riforme che si avvitava su sé stesso da decenni ed un esercito obsoleto che consiglieri militari tedeschi cercavano di modernizzare mentre a Londra veniva commissionato il rinnovamento della flotta, l’Impero Ottomano ricevette un sussulto nel 1908 con la rivolta dei Giovani Turchi. Costoro ridussero il Sultano ad un ruolo puramente simbolico ed avviarono un ambizioso piano di governo che in teoria doveva saldare i sudditi attorno ad un patriottismo istituzionale, ma di fatto si trasformò in un acceso nazionalismo turco. Le prime conseguenze non furono incoraggianti, poiché la Bulgaria proclamò la propria indipendenza e Vienna, al termine del suo mandato trentennale, tenne per sé la Bosnia-Erzegovina, nella quale aveva fortemente investito, restituendo solamente il sangiaccato di Novi Pazar, pericolosamente stretto tra Serbia e Montenegro. Tale annessione esasperò sia il governo zarista (che la riconobbe solo a fronte di un ultimatum tedesco) sia quello italiano, che, appellandosi all’articolo VII del Trattato della Triplice Alleanza, chiedeva invano compensi territoriali a fronte dell’espansione asburgica.

 

Le guerre balcaniche

Ancor più sconvolgente si sarebbe rivelato l’esito delle guerre balcaniche: la prima vide la perdita per Costantinopoli di tutte le province a ovest di Adrianopoli, nella seconda i vincitori si dettero battaglia per la spartizione del bottino e una terza si combatté all’interno di quella che i contemporanei chiamarono “la Grande Guerra”. In ognuna di esse il nazionalismo che animava i contendenti portò ad operazioni di pulizia etnica e di spostamenti forzati di civili non solo nei confronti di “infedeli” turchi, ma anche tra stati cristiani che si contendevano i medesimi territori.
Dopo che la spedizione in Libia nel 1911, la conquista del Dodecaneso e le incursioni navali nei Dardanelli nel 1912 avevano consentito all’Italia di mettere a nudo le debolezze militari turche, gli stati balcanici intensificarono le trattative bilaterali e ne scaturì una coalizione tra Serbia, Montenegro, Grecia e Bulgaria che nell’autunno del ’12 sconfisse clamorosamente le truppe ottomane, le quali denunciarono una percentuale di diserzioni elevatissima. Il 23-24 ottobre la cruenta battaglia di Kumanovo segnò il trionfo delle armate serbe: il canto di vittoria recitava “Kumanovo per Kosovo”, poiché tale successo andava finalmente a compensare l’epica sconfitta di Kosovo Polje del 28 giugno 1389, giorno in cui il dominio turco sui Balcani aveva compiuto un decisivo passo avanti. L’esercito greco d’altro canto era giunto a Salonicco e cingeva d’assedio Ioannina, quello montenegrino assediava Scutari e si era congiunto con i serbi a Novi Pazar, i bulgari erano arrivati sull’Egeo, assediavano Adrianopoli ed erano separati dalla capitale nemica solamente dal campo trincerato di Čatalka. Rendendosi conto delle mire di Belgrado, Atene e Cetinje nei confronti del territorio albanese, il 28 novembre Ismail Kemal proclamò a Valona l’indipendenza, che venne immediatamente riconosciuta da Italia ed Austria-Ungheria, considerando entrambe l’Albania un’importantissima chiave d’accesso all’Adriatico il cui controllo doveva essere sottratto ad altri soggetti statuali locali.

Nel corso della conferenza di pace svoltasi a Londra a inizio 1913 la diplomazia ottomana assunse un atteggiamento dilatorio, intuendo che la coalizione dei vincitori si sarebbe sfaldata nel momento in cui bisognava delineare i nuovi assetti confinari, ma nel frattempo le piazzeforti di Scutari, Ioannina e Adrianopoli, circondate e senza rifornimenti, dovettero capitolare. Ancora una volta Pietroburgo accettò il fatto compiuto a scapito delle richieste serbe riguardo le pretese austriache: in quest’occasione Vienna impose che la Serbia non arrivasse all’Adriatico e si confermò garante dell’indipendenza e dell’integrità albanese. Lo Zar non poté nemmeno svolgere il ruolo di arbitro nella spartizione della Macedonia che i trattati di alleanza tra gli Stati balcanici pur gli riconoscevano, in quanto Sofia, ritenendo che le proprie rivendicazioni non ricevessero soddisfazione ed Atene e Belgrado si stessero spartendo il bottino a suo danno, ricorse alle armi attaccando a sorpresa nella notte tra il 29 ed il 30 giugno. Dopo un arretramento iniziale, l’esercito serbo, sostenuto da montenegrini e greci, scatenò un’efficace controffensiva; vedendo la Bulgaria in difficoltà pure i turchi impugnarono nuovamente le armi e da nord intervenne la Romania: la disfatta bulgara, sanzionata dal Trattato di Bucarest del 10 agosto, avrebbe generato un revanscismo destinato ad alimentare quelle tensioni che sarebbero sfociate nella Prima Guerra Mondiale. Il trionfo serbo, invece, rilanciò l’immagine di Belgrado come punto di riferimento per i popoli slavi del sud, per cui non solo i serbi di Bosnia, ma anche una quota sempre più consistente di sloveni e croati, iniziarono a preferire la nascita di uno stato nazionale slavo incardinato sulla dinastia dei Karađeorđević rispetto ai progetti di riforma trialistica o federalista che giungevano dalla corte viennese.

Le pistolettate del 28 giugno 1914 a Sarajevo avrebbero avviato una reazione a catena destinata a sfociare nella Prima Guerra Mondiale, nella quale il fronte balcanico rivestì un ruolo non secondario. Convinte di ottenere un facile successo a danno di Serbia e Montenegro, durante l’autunno del 1914 le armate asburgiche vennero invece respinte tre volte e trascorsero quasi tutto il 1915 inchiodate sulle posizioni di partenza, anche perché l’entrata in guerra dell’Italia il 24 maggio aveva costretto allo spostamento di un Corpo d’Armata sul fronte dell’Isonzo. L’impasse si sarebbe risolta a ottobre, con l’intervento dell’armata tedesca di von Mackensen e la scelta bulgara di affiancare gli Imperi Centrali: la resistenza serbo-montenegrina crollò e la terribile ritirata nel gelido inverno del 1915-’16 terminò con l’imbarco dei resti dei due eserciti, dei governi, delle corti e di migliaia di profughi civili sulle navi mobilitate dalla Marina italiana con il supporto di francesi e inglesi. In Montenegro ed in Serbia il regime militare di occupazione austro-ungarico avrebbe dovuto fronteggiare la resistenza orchestrata dai gruppi paramilitari nazionalisti četnici e la Macedonia annessa alla Bulgaria subì una violenta opera di snazionalizzazione. Riorganizzato a Corfù, l’esercito serbo sarebbe tornato in linea sul fronte di Salonicco, ove le truppe dell’Intesa dopo la disfatta dell’operazione anfibia di Gallipoli, che avrebbe dovuto spalancare attraverso gli Stretti dei Dardanelli e del Bosforo una via di comunicazione con la Russia, avevano aperto un nuovo fronte, mentre un corpo di spedizione italiano presidiava l’Albania meridionale.

Bucarest il 27 agosto 1916 spezzò al pari di quanto fatto dall’Italia l’anno prima l’alleanza con l’Austria-Ungheria in nome del completamento del proprio percorso di unificazione nazionale, ma dopo una serie di successi iniziali in Transilvania le armate romene furono costrette a ripiegare in Moldavia. Qui resistettero grazie all’aiuto russo fino al dicembre 1917, allorché l’implosione dello Stato zarista portò al disfacimento dell’esercito su tutti i fronti ed alla capitolazione romena.

Il 2 luglio del 1917 era nel frattempo scesa in campo pure la Grecia, che aveva vissuto nei mesi precedenti lo scisma nazionale: re Costantino da una parte, neutralista e legato alla Germania, il capo del governo Venizelos dall’altra, filoinglese ed interventista. Nella fase iniziale del conflitto, l’inerzia greca aveva consentito all’Intesa di occupare Corfù e Salonicco, alla Bulgaria di prendere posizioni nella Macedonia egea ed un colpo di stato militare già nell’autunno 1916 aveva dato vita nella Grecia settentrionale ad un Esercito di difesa nazionale che aveva affiancato l’Armata d’Oriente sul fronte tessalonicese mentre il governo ateniese, deposto Venizelos, continuava a dichiararsi neutrale.

In questa fase il Comitato Jugoslavo all’estero, animato da intellettuali e patrioti slavi originariamente sudditi asburgici e adesso preoccupati dalle rivendicazioni italiane, riguardanti anche territori abitati da sloveni, croati e serbi come l’interno della penisola istriana e la Dalmazia, strinse contatti sempre più saldi con la corte dei Karađeorđević, sino a giungere il 20 luglio 1917 alla firma della Dichiarazione di Corfù, la quale delineava il futuro stato jugoslavo.

Nell’autunno del 1918 le truppe greche, serbe, francesi, inglesi e italiane sfondarono finalmente il fronte di Salonicco, costringendo alla resa la Bulgaria e l’Impero Ottomano e contribuendo alla dissoluzione finale dell’Impero austro-ungarico.

 

Verso la Seconda Guerra Mondiale

Nel periodo tra le due guerre mondiali la penisola balcanica visse una fase di costante instabilità, dopo che i trattati di Saint-Germain, Trianon e Sevres avevano estromesso definitivamente dallo scacchiere Austria, Ungheria e Turchia, mentre restava defilata la Russia, attraversata dalla guerra civile prima ed impegnata nel consolidamento dello stato sovietico poi.

Per riempire tale vuoto di potere si cimentarono l’Italia e la Francia: Roma, cavalcando la retorica della “Vittoria mutilata”, si avvicinò agli Stati revisionisti colpiti duramente dai Trattati di Pace (Ungheria e Bulgaria in primis) ed alimentò l’instabilità regionale con il sostegno ai separatisti croati e macedoni all’interno del neonato Regno dei Serbi, Sloveni e Croati. Quest’ultimo si era invece avvicinato a Cecoslovacchia e Romania stringendo con Parigi la Piccola Intesa, finalizzata a mantenere lo status quo e ad assicurare la penetrazione economica francese.

Nel Regno dei Serbi, Sloveni e Croati si era realizzato il progetto della Grande Serbia e di fatto nei gangli più importanti dell’esercito e della burocrazia le componenti non serbe risultavano sottorappresentate. Il Montenegro, che pur aveva fatto parte della coalizione vincitrice, scomparve dalle carte geografiche, assorbito nel nuovo regno dei Karađeorđević nonostante una guerra civile tra unionisti (bianchi) e separatisti (verdi). Dopo che un deputato nazionalista serbo uccise un collega croato nel bel mezzo dei lavori parlamentari, l’accentramento del potere nelle mani dei Karađeorđević si esasperò con la “ditattura del sei gennaio” (1928) e la proclamazione del Regno di Jugoslavia l’anno successivo. I separatisti ustaša croati, che godevano di protezioni in Italia e Ungheria, ed i macedoni dell’Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone (VMRO) bene ammanigliati a Sofia assassinarono re Alessandro I a Marsiglia il 9 ottobre 1934. Tuttavia, nella fase in cui la Germania nazionalsocialista tentava di ereditare il ruolo di Vienna nei Balcani e Benito Mussolini schierava le divisioni al Brennero allo scopo di difendere l’indipendenza austriaca, le relazioni tra Belgrado e Roma migliorarono sensibilmente (accordi Ciano-Stojadinović del 1937).

La Bulgaria con il Trattato di Neuilly aveva perso lo sbocco all’Egeo, avendo ceduto la Tracia occidentale alla Grecia, e dato a Belgrado i distretti macedoni di Caribrod, Bosilegrad e Strumica. Onde contenere il crescente malcontento cavalcato dai comunisti, infervorati dagli eventi rivoluzionari russi, lo Zar Ferdinando I di Sassonia-Coburgo-Gotha abdicò a favore del figlio Boris III e alle elezioni del marzo 1920 trionfò il partito agrario di Aleksandăr Stambolijski. Questi successivamente coinvolse nel governo i comunisti e s’impegnò contro gli ultranazionalisti macedoni del VMRO: tre anni dopo un colpo di stato reazionario orchestrato da zar, esercito e VMRO depose ed eliminò Stambolijski; tentativi di uccisione del sovrano e le ripercussioni della Grande Depressione concentrarono sempre più il potere nelle mani di Boris III, il quale si sarebbe poi avvicinato alle potenze dell’Asse mantenendo una politica ferocemente anticomunista e revanscista.

La Romania, rientrata in guerra nel novembre del 1918, aveva ottenuto Bessarabia (approfittando dello sbandamento della Russia) e Bucovina settentrionale, parte del Banato, nonché la Transilvania, avendo sconfitto la Repubblica sovietica ungherese di Bela Kun, che si era opposta alla cessione della regione. A re Ferdinando I di Hohenzollern-Sigmaringen successe nel 1927 il minorenne Michele I: nel 1930 la reggenza ebbe fine con l’ascesa al trono di Carol II, il quale avrebbe accentrato sempre di più il potere e represso duramente il nascente movimento legionario della Guardia di Ferro di Corneliu Zelea Codreanu.

Il trattato di Sevres aveva sgretolato l’Impero ottomano, dando il via libera alla spartizione del Vicino Oriente tra inglesi e francesi, mentre Costantinopoli era sotto il controllo delle potenze vincitrici, sicché Atene, che già nel 1919 aveva occupato Smirne, decise di riprendere il progetto della megale idea rivolgendosi all’Asia Minore. Dopo una serie di sconfitte iniziali, i rivoluzionari turchi capeggiati da Mustafà Kemal, già distintosi sul fronte di Salonicco durante la guerra appena conclusa, costrinsero alla ritirata il contingente greco (agosto-settembre 1922) e presero infine possesso pure di Istanbul, anche se la capitale della nuova Turchia repubblicana sarebbe divenuta Ankara, la città da cui era partita la riscossa. In Grecia la catastrofe militare (accompagnata dal massiccio scambio di popolazioni che sradicò la millenaria comunità ellenica dalle coste turche) fu seguita da una fase di instabilità politica che avrebbe visto giungere al potere nel 1936 il generale Ioannis Metaxas, il quale organizzò lo Stato secondo un modello simile al fascismo, anche se in politica estera mantenne una linea filobritannica.

Dopo un’effimera esistenza tra il 1912 ed il 1914, l’Albania stava riprendendo la sua fisionomia, anche se Italia e Grecia cercavano di accordarsi affinché l’Epiro settentrionale passasse sotto il controllo di Atene ed il resto del paese diventasse un mandato italiano. Lo scoppio nel giugno 1920 di una rivolta a Valona (che assieme all’isolotto di Saseno doveva andare all’Italia in base al Patto di Londra) mise in crisi il governo filo-italiano di Durazzo, mentre a Tirana si consolidava una coalizione anti-italiana e ad Ancona scoppiava una rivolta di matrice anarchica, repubblicana e comunista tra i Bersaglieri in attesa di partire per l’Albania al fine di reprimere l’insurrezione. Roma dovette abbandonare il suolo albanese, accontentandosi di Saseno, e, manipolando le varie fazioni della composita società tribale schipetara, cominciò un confronto con Belgrado per il controllo del piccolo Stato. Nei momenti di maggiore armonia italo-jugoslava si giunse a delineare una spartizione del regno di Zog I, già ministro dell’interno e presidente della repubblica autoproclamatosi monarca nel 1928, ma in definitiva il primo aprile 1939 il Regio Esercito procedette all’occupazione dell’Albania. Il Ministro degli Affari Esteri Galeazzo Ciano vi instaurò un’amministrazione nazionalista che avrebbe dovuto dimostrare l’esportabilità del modello fascista e rilanciò il mito della Grande Albania.

 

La Seconda Guerra Mondiale e il ritorno di Mosca nei Balcani

Per quasi un anno dallo scoppio della seconda conflagrazione mondiale i Balcani rimasero fuori dal conflitto, anche se nell’estate del 1940 la Romania, avendo perso il punto di riferimento della Francia sconfitta, finì travolta dagli eventi orchestrati dalla diplomazia tedesca. A giugno, per effetto del patto Molotov-Ribbentrop, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche procedette all’occupazione della Bessarabia e della Bucovina settentrionale; ad agosto, su pressione italo tedesca, gran parte della Transilvania passò a Budapest in seguito al Secondo Arbitrato di Vienna, dopo che il Primo aveva costretto la Cecoslovacchia nel novembre del ’38 a cedere all’Ungheria alcune porzioni della Slovacchia meridionale e la Rutenia transcarpatica, mentre la Polonia si era presa il distretto di Teschen.

L’Anschluss dell’Austria aveva proiettato la Germania verso i Balcani, che però nelle dinamiche dell’Asse Roma-Berlino erano teoricamente zona d’influenza italiana: cercando di ribadire tale concetto di fronte alle straordinarie vittorie germaniche nel 1939-‘40, Mussolini s’imbarcò nella terribile campagna di Grecia (28 ottobre 1940), che sarebbe stata risolta soltanto grazie all’intervento tedesco attraverso la Bulgaria nella primavera seguente. Nel frattempo, infatti, avevano aderito al Patto Anticomintern l’Ungheria del reggente Myklós Horthy, la Slovacchia del presidente collaborazionista Jozef Tiso, la Romania, in cui il generale Ion Antonescu aveva di fatto esautorato la monarchia dopo le mutilazioni territoriali patite assumendo il titolo di Conducator, e la Bulgaria di Bogdan Filov (primo ministro, ma di fatto mero esecutore delle disposizioni del sovrano), sicché Adolf Hitler aveva consolidato un cordone sanitario attorno all’URSS e accerchiato la Jugoslavia. Quest’ultima, sperando di mantenere integrità ed indipendenza, aveva ugualmente aderito al Patto il 25 marzo 1941, ma un successivo colpo di stato filobritannico rovesciò il reggente principe Paolo e proclamò la maggior età dell’erede al trono, Pietro II: il governo golpista non denunciò l’alleanza appena stipulata, ma una serie di manifestazioni antitedesche dimostrò che le intenzioni erano ben altre. Dopo un pesantissimo bombardamento sulla capitale, scattò l’attacco congiunto delle potenze dell’Asse: l’Italia dalla frontiera giuliana e dall’Albania, la Germania attraverso l’Austria e la Bulgaria, ma anche l’Ungheria. Dopo l’ennesima Blitzkrieg, il governo di Belgrado fu costretto a firmare la resa ed il regno fu spartito a tavolino fra i vincitori. La Slovenia fu divisa fra italiani e tedeschi; la Croazia venne proclamata indipendente ed ottenne gran parte della Bosnia-Erzegovina, ma risolse i suoi problemi confinari con l’Italia in Dalmazia appena con i Trattati di Roma del 18 maggio; la Bulgaria ebbe la Macedonia orientale (e la Macedonia greca a est del fiume Struma), otto distretti della Serbia storica meridionale e orientale e parte del Kosovo; all’Ungheria andarono la Vojvodina ed il Prekmurje; la Serbia venne ridotta ai confini del 1912 (con il Kosovo settentrionale) ed affidata al generale Milan Aimovi, rimpiazzato già ad agosto dal generale Milan Nedić per l’incapacità dimostrata nel tenere a bada le prime iniziative partigiane; alla Romania bastò l’assicurazione di Hitler che il Banato, in cui vi era una forte minoranza romena, non venisse amministrato dall’Ungheria; all’Italia (oltre a Lubiana, alla Slovenia meridionale e a parte della Dalmazia) spettarono il Montenegro con uno spicchio di Bosnia-Erzegovina e, per interposta persona dell’Albania, Kosovo, Metohija e Macedonia Occidentale: all’Albania andò anche una fascia di territorio montenegrina comprendente Dulcigno, gran parte del distretto di Andrijevica con Plav e Gusinje (zona di miniere), nonché parte del distretto di Berane con Rozaj e dintorni.

In questa Jugoslavia spezzettata iniziò subito a diffondersi un movimento di resistenza di matrice nazionalista che trovò i suoi primi aderenti nei militari sbandati e nei paramilitari che si erano nuovamente organizzati nelle bande dei četnici, capeggiate dal colonnello Dragoljub Mihajlović nell’ambito dell’Esercito Jugoslavo in Patria. Egli decise, a fronte delle severe rappresaglie germaniche che fecero seguito alle prime operazioni di guerriglia, di concentrare i propri sforzi nella difesa dei civili serbi all’interno dello Stato Indipendente Croato, che aveva avviato un programma di conversioni forzate degli ortodossi al cattolicesimo e operazioni di pulizia etnica in Bosnia e nelle Krajine. Il 22 giugno 1941 l’Operazione Barbarossa fece venir meno la solidarietà fra Hitler e Stalin, sicché anche le cellule comuniste jugoslave ottennero il via libera da Mosca per impegnarsi nella lotta antinazifascista e ben presto emerse la figura carismatica di Josip Broz “Tito”.

Le due anime della resistenza inizialmente collaborarono, ottenendo lusinghieri successi in Montenegro ed in Serbia nel mese di luglio, ma i propositi di Tito di instaurare a guerra finita una nuova Jugoslavia socialista creò una spaccatura insanabile. Di fatto i četnici ridussero ulteriormente le operazioni contro i tedeschi, azzerarono quelle contro gli italiani e si dedicarono esclusivamente alla lotta contro gli ustaša e l’esercito regolare croato, nonché all’annientamento dei nuclei comunisti. Questo atteggiamento logorò i rapporti con gli angloamericani, che fecero pressioni sul governo jugoslavo in esilio affinché riconoscesse Tito ed il suo Comitato Antifascista di Liberazione Nazionale della Jugoslavia e sconfessasse l’operato dei nazionalisti, il ché sarebbe ufficialmente avvenuto il 16 giugno 1944 con l’accordo di Lissa. Analoga rottura fra nazionalisti e comunisti si verificò in seno alla resistenza albanese, in cui il Balli Kombëtar auspicava la fine della presenza italiana e di mantenere le annessioni del ’41 (rivendicando ancora territori in Kosovo, Macedonia e Montenegro), mentre Enver Hoxha dovette non solo sostenere la causa comunista nell’arretrata società albanese, ma anche mantenere la propria indipendenza rispetto alle mire egemoniche di Tito, che già pensava ad una federazione balcanica imperniata su Belgrado e comprendente Albania, Bulgaria e Grecia.

Tra il 1942 ed il 1943 l’operato di partigiani, collaborazionisti e forze occupanti generò nel territorio jugoslavo una sanguinosa guerra civile (un milione di vittime). In siffatto ginepraio le truppe italiane, in difficoltà nei confronti della lotta partigiana, armarono bande di volontari serbi, montenegrini (sia ortodossi sia musulmani) ed albanesi che compivano non solo operazioni antiguerriglia, ma anche regolamenti di conti fra di loro e, per quanto concerne i serbi, contro le formazioni dello stato croato, che formalmente rientrava nella sfera d’influenza di Roma. L’ostentata indipendenza di Zagabria, in realtà, si era orientata verso la Germania, i cui investimenti economici e la cui presenza militare mantenevano in piedi lo Stato, che sembrava preoccupato soprattutto di eliminare serbi, ebrei e zingari: al cospetto di simili mattanze molti reparti italiani assunsero un atteggiamento palesemente filoserbo, contrariando i vertici militari tedeschi.

Le rappresaglie che facevano seguito alle azioni partigiane “titine” ampliavano nel frattempo il solco tra occupanti e civili, i quali aderivano con sempre maggiore convinzione al movimento resistenziale, il quale avrebbe compiuto un salto di qualità successivamente all’8 settembre 1943. Nel momento del collasso istituzionale e militare d’Italia, infatti, interi depositi di munizioni, armi e vettovagliamento, ma anche reparti quasi al completo (divisione alpina Taurinense e divisione di fanteria da montagna Venezia) passarono a disposizione di Tito, mentre tedeschi, croati e bulgari subentravano alla presenza italiana in Slovenia, Dalmazia, Montenegro, Kosovo, Albania e Grecia.

Il 1944 segnò il ritorno di Mosca nello scenario balcanico, non più dietro le insegne del panslavismo, bensì con i possenti mezzi dell’Armata Rossa che stava incalzando da Stalingrado la Wehrmacht ed i suoi alleati. Dopo la sconfitta tedesca a Iaşi e Chişinău, re Michele depose Antonescu: il 23 agosto si dissociò dall’alleanza con la Germania, alla quale dichiarò guerra, e lasciò transitare sul territorio rumeno le forze sovietiche.

La Bulgaria non aveva formalmente dichiarato guerra a Mosca, coerentemente al sentimento filorusso diffuso nella popolazione, ma solo a Inghilterra e Stati Uniti, né aveva impegnato proprie truppe nelle offensive contro Grecia e Jugoslavia, limitandosi a far transitare le colonne tedesche e ad amministrare quei territori che in seguito la magnanimità dell’alleato le aveva concesso. Ciononostante il 5 settembre il Cremlino dichiarò guerra a Sofia e procedette all’occupazione del paese: un golpe militare impose il governo di un Fronte della Patria che spezzò i legami con il Reich e schierò convintamente le armate bulgare al fianco dei sovietici, a partire dalle operazioni congiunte con l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia che portarono alla presa di Belgrado il successivo 20 ottobre. Armata Rossa e bulgari proseguirono la loro marcia verso l’Ungheria, lasciando a Tito il compito di respingere dal resto della Jugoslavia tedeschi e collaborazionisti; nel frattempo, con l’appoggio inglese della Royal Air Force e di alcune unità di Long Range Desert Patrols, i comunisti albanesi attaccarono Tirana il 29 ottobre ed il 18 novembre gli ultimi tedeschi si ritirarono dalla capitale. Il supporto britannico era stato prezioso per allontanare definitivamente le truppe germaniche pure dalla Grecia, ove si instaurò un governo di coalizione, anche se tra monarchici e comunisti, le due anime della resistenza, serpeggiavano già i presupposti di una guerra civile, che in effetti avrebbe dilaniato il paese tra il 1946 ed il 1949. La presenza di Londra nei Balcani in questa fase derivava dal cosiddetto accordo delle percentuali, informalmente stipulato da Stalin e Winston Chrchill il 9 ottobre 1944 e poi ratificato a Jalta, in cui i due statisti si erano riconosciuti le reciproche sfere d’influenza nella regione.

La Conferenza di Pace avrebbe poi ridimensionato i progetti espansionistici di Tito, il quale avrebbe voluto portare i confini della Jugoslavia prebellica fino in Carinzia e al fiume Tagliamento, mirando nel contempo ad assumere un ruolo di leader tra i comunisti balcanici in contrapposizione al Cremlino. Ottenute comunque dall’Italia Zara, Fiume e gran parte della Venezia Giulia, la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia avrebbe poi rotto i propri rapporti con il Cominform nel 1948, cominciando un larvato percorso di avvicinamento al blocco atlantista sotto la copertura del Movimento dei Non Allineati e stringendo alleanze militari con Stati facente parte del dispositivo della NATO (Grecia e Turchia). A Sofia un referendum depose lo zar Simeone II ed instaurò il 15 settembre 1946 la Repubblica Popolare di Bulgaria, ai cui vertici si sarebbero succeduti Georgi Dimitrov, Vălko Červenkov, Todor Živkov e Petăr Mladenov. Pure a Bucarest il sovrano dovette abdicare e sorse la Repubblica Popolare Rumena, poi Repubblica Socialista di Romania che con la presidenza di Nicolae Ceauşescu (1974-1989), pur mantenendo la sua fedeltà al blocco sovietico, cercò di ottenere maggiori margini di autonomia in politica estera. Pur registrandosi fino al 1951 la lotta armata di gruppi nazionalisti, la Repubblica (Popolare tra il 1976 ed il 1992) Socialista d’Albania riuscì a mantenersi indipendente dall’ingombrante vicino jugoslavo, dapprima legandosi a doppio filo con Mosca (fino al 1961), quindi con la Cina maoista (sino al 1978) e scegliendo infine una traiettoria autarchica fino al 1985, anno in cui Ramiz Alia successe al padre fondatore Hoxha, conservando il potere fino al 1992.

 

Conclusioni

Perdurando questi regimi di stampo socialista, la penisola balcanica godette di un periodo di stabilità durato quasi mezzo secolo, laddove la Grecia, unico Stato esplicitamente occidentalista, dopo la conclusione della guerra civile visse in una condizione di precarietà politica ed istituzionale che avrebbe condotto, prima del consolidamento della democrazia, alla dittatura dei colonnelli (1967-1974). In seguito al crollo del Muro di Berlino ed al del blocco ideologico che il Cremlino aveva strutturato nel suo estero vicino, in Romania si registrò un cruento passaggio al sistema liberaldemocratico, culminato con la fucilazione di Ceauşescu e della moglie il 25 dicembre 1989; l’anno successivo capitolò il sistema bulgaro, nel 1991 si avviò l’implosione della Jugoslavia (sopravvissuta poco più di un decennio alla morte di Tito) e nel ’92 fu l’Albania e segnare il passo.

Le dichiarazioni d’indipendenza della Slovenia e soprattutto della Croazia (riconosciute immediatamente da Germania e Città del Vaticano) scatenarono la guerra civile nella ex-Jugoslavia, durante la quale si riaccesero contrasti etnici e politici risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, con particolare riferimento a Krajine e Bosnia-Erzegovina (con gli accordi di Dayton del novembre 1995 si trovò un compromesso che a vent’anni di distanza mostra tutte le sue debolezze), mentre la Macedonia si era staccata contemporaneamente in maniera pacifica. In quest’ultimo caso le tensioni sarebbero tuttavia sorte con Atene riguardo la denominazione ufficiale dello Stato: Skopje è ancor oggi costretta ad usare in certi contesti il nome FYROM (Former Yugoslav Republic Of Macedonia).

Nel 1999 la repressione attuata dal governo serbo nei confronti della guerriglia separatista dei fondamentalisti islamici raccolti nell’UÇK ed il respingimento da parte di Slobodan Milošević dell’accordo di Rambouillet, che in pratica imponeva la presenza di truppe NATO sul suolo serbo a presiedere il processo di pacificazione, convinse la coalizione atlantica capeggiata dagli Stati Uniti d’America a scatenare l’operazione Allied Force su ciò che restava della Repubblica Federale di Jugoslavia a partire dal 24 marzo. Il 9 giugno a Kumanovo, la località in cui il sogno jugoslavista aveva vissuto uno dei suoi momenti più esaltanti grazie alla vittoria serba contro i turchi nel 1912, fu costretto a firmare un accordo che prevedeva, in cambio della fine dei bombardamenti (molti dei quali con proiettili all’uranio impoverito), il ritiro dell’esercito federale dal Kosovo, ove un contingente ONU avrebbe garantito l’autonomia della provincia nel rispetto della sovranità di Belgrado. Dopo che nel 2006 un referendum condusse all’indipendenza montenegrina, il Kosovo nel 2008 dichiarò unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia, andando ben oltre quanto i mandati Onu prevedevano.

Lorenzo Salimbeni

*Lorenzo Salimbeni, giornalista pubblicista e ricercatore storico, è socio fondatore e presidente del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo.