FOCUS SICUREZZA LIBIA – Le recenti relazioni internazionali tra l’Italia e la Libia

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ASRIE FOCUS – SICUREZZA LIBIA 

articolo originale

La Libia ha da sempre rivestito un interesse strategico nella politica estera italiana e l’Italia, con l’obiettivo di rafforzare la propria presenza all’interno del paese nord africano la cui importanza è data in primis dalla presenza di idrocarburi che hanno sempre fatto gola allo Stato italiano, ha avviato durante gli anni un processo di normalizzazione dei rapporti all’interno del quale un ruolo importante è stato svolto dai trattati e accordi che vennero siglati negli anni per disciplinare le diverse forme di partenariato.

Tra questi accordi, il più rilevante è il Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, meglio noto come Trattato di Bengasi, siglato nell’agosto 2008, vero punto di svolta nelle relazioni italo-libiche. Le disposizioni di maggiore rilevanza inerenti tale trattato riguardano la lotta all’immigrazione illegale, in cui venivano previste una serie di misure che miravano a bloccare i flussi migratori in partenza dal Nord Africa.
A causa di un brusco incremento delle migrazioni illegali dalla Libia verso le coste meridionali italiane, l’Italia aveva espresso l’esigenza di controllare tali flussi attraverso un opportuno accordi di collaborazione e cooperazione con lo Stato libico. Inoltre l’accordo mirava rafforzare le capacità operative libiche prevedendo l’istituzione di pattugliamenti congiunti e si predisponeva la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, grazie a uno stanziamento di 300 milioni di euro sostenuto in parti uguali dall’Italia e dall’Unione Europea, utilizzando i finanziamenti che la Commissione Europea aveva stanziato per la Libia.

Tali accordi, volti alla normalizzazione dei rapporti italo-libici e visti come un’apertura dell’allora Governo di Tripoli verso l’Europa trovavano però come grande ostacolo, fonte di maggiori perplessità, la mancata partecipazione della Libia alla Convenzione delle Nazioni Unite sullo “status dei rifugiati” del 1951 che poneva dei seri problemi riguardo alla mancanza di tutele e garanzie cui sarebbero stati sottoposti i rifugiati. L’assenza nel testo di un esplicito rinvio al rispetto dei diritti umani da parte libica destava notevole preoccupazione circa la sorte degli immigrati che avrebbero potuto essere respinti senza alcuna assistenza.

In merito agli aspetti economici, il Trattato mirava a consolidare le partnership tra le singole imprese nazionali, attraverso il trasferimento di tecnologie in partenariato tra le imprese italiane e quelle libiche, ma anche a consolidare la posizione dell’Italia quale partner economico privilegiato.

L’Italia è ancor oggi uno dei più importanti partner ed interlocutori europei della Libia nel Mediterraneo. La collaborazione tra i due paesi è oggi sottolineata dalla presenza di numerose imprese italiane sul suolo libico. Tra queste, spicca la presenza di ENI, che porta avanti estrazioni di petrolio e gas in diverse aree di concessione.

La presenza dell’ENI in Libia risale al 1956, anno in cui lo stato nord-africano diede all’AGIP una concessione situata nel deserto del Sahara orientale. La collaborazione tra ENI e Libia portò alla realizzazione di due importanti progetti: il Green Stream (gasdotto sottomarino che collega l’Italia alla Libia), inaugurato nel 2004, e gli impianti per la liquefazione di gas. Inoltre, il 16 ottobre 2007 l’ENI e la Libyan National Oil Corporation, società petrolifera di stato, raggiunsero un accordo che consolidava la collaborazione iniziata nel 1956, consentendo ad ENI di aumentare la propria produzione di petrolio e gas sul suolo libico.

Pochi mesi dopo, nel giugno 2008, il governo Berlusconi ampliò i rapporti economici con Tripoli con la sigla di un nuovo accordo in materia di cooperazione energetica, secondo cui le concessioni in Libia di ENI venivano prorogate automaticamente per ulteriori 25 anni, a fronte di un piano d’investimenti nel settore energetico libico, del valore di 28 miliardi di dollari US.

In seguito alla crisi e al successivo conflitto che hanno investito il paese nel 2011, i rapporti tra Italia e Libia hanno subìto una brusca battuta d’arresto, che ha reso necessaria una revisione degli accordi in precedenza stipulati. Il Trattato di Bengasi avrebbe infatti impedito qualsiasi azione militare in partenza da basi militari italiane in virtù del principio di non ingerenza negli affari interni, e sarebbe stato dunque un ostacolo alla preparazione del successivo intervento umanitario.

Con la Risoluzione 1973 del 2011 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha quindi deciso di sospendere il trattato, permettendo così all’Italia di prendere parte alla coalizione di intervento in Libia. Il Governo italiano aveva tuttavia tenuto a precisare che, con l’avvio del processo di transizione e la presa del potere del Consiglio nazionale di transizione libico, il Trattato sarebbe stato rivitalizzato, a riconferma dell’interesse strategico che riveste il paese per l’Italia.

Nel gennaio 2012, in un incontro tra il Premier italiano Mario Monti e il Presidente del Consiglio nazionale di transizione Mustafa Abdul Jalil, veniva così firmata la Dichiarazione di Tripoli che, pur senza menzione esplicita del Trattato del 2008, ribadisce la volontà dei due governi di costruire i loro reciproci rapporti a partire dagli accordi in precedenza sottoscritti. In questo modo, l’Italia si riconferma il principale partner economico della Libia.

Il mercato italiano continua infatti ad essere la meta principale dell’export libico, avendo assorbito già dai primi mesi del 2012 oltre un quinto delle esportazioni libiche. Di particolare interesse sono le prospettive offerte dalla Free Zone di Misurata. Questa zona franca comprende un porto commerciale che si estende su ampi spazi da destinare alla collocazione di stabilimenti produttivi, godendo inoltre di incentivi fiscali e doganali garantiti dalla legge n. 9 del 2000 (detassazioni utili, facilitazioni doganali, semplificazioni delle procedure amministrative per l’avvio di nuove attività produttive).

L’economia libica dipende primariamente dal petrolio, che contribuisce per il 95% al valore delle esportazioni. I primi giacimenti d’importanza commerciale furono scoperti nel 1955, ma la commercializzazione del greggio ha avuto inizio solo nel 1961. La timida crescita industriale manifestatasi a fine anni ’80 è stata frenata dalle politiche di Gheddafi e successivamente dall’isolamento dovuto alle pesanti sanzioni economiche applicate al paese per iniziativa degli Stati Uniti, convinti del coinvolgimento del paese in azioni terroristiche contro obiettivi occidentali.

Dopo la sospensione delle sanzioni avvenuta nel 2006, il paese ha dato segni di ripresa, anche grazie all’apertura ai mercati esteri. L’economia rimane però ancor oggi principalmente legata ai settori del petrolio e del gas, che rappresentano l’80% del PIL del paese.

 

Situazione attuale

In una situazione delicata come quella attuale, in cui l’Italia risente della crisi ucraina e della minaccia del califfato nei paesi del Nord Africa, la Libia riveste un ancor più elevata importanza geo-economica in quanto permette all’Italia una diversificazione sul mercato energetico. Alla luce del protrarsi del conflitto in Ucraina e dei conseguenti rischi di sospensione per il transito del gas russo, le forniture provenienti dalla Libia giocano oggi un ruolo fondamentale nell’assicurare al nostro paese la sicurezza energetica.

Anche nel 2014, la Libia si è confermata tra i principali fornitori di gas al nostro paese, dopo Algeria, Russia e Norvegia. Il gas libico, trasportato in Italia attraverso il gasdotto Gastream, contribuisce infatti a circa il 12% delle importazioni italiane.

Le potenzialità libiche sono dunque estremamente positive: le risorse petrolifere accertate, pari a 44 miliardi di barili e localizzate principalmente nel golfo di Sirte, sono le maggiori in Africa e le none a livello globale. Nonostante le potenzialità della Libia, l’avanzata dell’autoproclamatosi Stato Islamico nel paese rischia di avere forti ripercussioni sul destino degli approvvigionamenti energetici italiani. I crescenti attacchi alle infrastrutture energetiche libiche potrebbero mettere a repentaglio la capacità della compagnia petrolifera nazionale di mantenere gli attuali livelli di produzione ed esportazione di idrocarburi, tornati a livelli accettabili dopo aver subìto brusche interruzioni a causa dell’instabilità politica degli ultimi anni e dell’evoluzione delle ostilità tra le milizie che si contendono il territorio.

Le difficoltà da parte del Governo di mettere in sicurezza gli impianti di produzione degli idrocarburi ha causato numerosi problemi, come la chiusura di diversi siti di produzione a causa degli scontri tra le diverse fazioni in lotta. Negli ultimi mesi del 2014 la produzione petrolifera aveva subìto un forte incremento, determinato dalla ripresa delle attività nel giacimento di El-Sharara. Ma già a metà febbraio di quest’anno, l’esplosione avvenuta in un oleodotto nei pressi del giacimento di El-Sarir nella zona a sud del paese, ha determinato un calo delle produzioni del giacimento spingendo la compagnia petrolifera nazionale ad ipotizzare un blocco delle attività di esplorazione e produzione nei principali pozzi del paese.

L’aumento delle violenze nel corso degli ultimi mesi ha portato alcune società a riconsiderare i propri progetti di investimento. Il timore degli investitori è legato anche alle difficoltà di trovare degli interlocutori stabili. La legittimità limitata delle autorità di governo presenti nel paese ha infatti un impatto negativo sulla capacità di approvare e implementare nuovi progetti. Conseguentemente gli investimenti in materia di ricostruzione e sviluppo infrastrutturale del paese hanno registrato forti ritardi e progressive difficoltà operative.

Nonostante la gravità della situazione, l’impatto del caos libico sul mercato energetico italiano potrebbe essere limitato in quanto si ipotizza che le milizie cercheranno di mantenere operativi i giacimenti, quale fonte essenziale per mantenere il potere. Per l’Italia, la situazione più critica potrebbe verificarsi nel settore del gas naturale, a causa delle incertezze delle forniture provenienti dalla Russia.

La situazione della Libia suggerisce dunque che l’energia è strettamente collegata alla politica estera. I prodotti energetici non sono solo beni commerciali ma soprattutto beni ad alto valore strategico. In effetti, l’energia è la vera linfa vitale delle società e civiltà moderne. Questo significa che contenere i motivi di attrito a livello internazionale è essenziale per riuscire a migliorare notevolmente la sicurezza energetica sia per i produttori che per i consumatori. Nonostante gli sforzi per migliorare la nostra efficienza energetica, il nostro fabbisogno energetico è infatti destinato ad aumentare.

Report a cura di Pilar Buzzetti

Pilar Buzzetti è laureata in Relazioni Internazionali, ha successivamente conseguito un Master in Studi Diplomatici coltivando contemporaneamente una grande passione per le lingue e le culture straniere, in particolare quelle relative all’area mediorientale. Junior Analyst – Desk Mondo Arabo presso la OSINT Unit di ASRIE, Pilar Buzzetti svolge progetti di analisi e ricerca per Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici nel settore sicurezza e difesa e attività di volontariato con Amnesty International.

Fonti

  • Natalino Ronzitti, Il futuro dei trattati tra Italia e Libia, 2012, Affari Internazionali
  • Italy’s Strategy Reversal on Libya, 2011, Stratfor Global Intelligence
  • Arturo Varvelli, L’Italia, La Libia e l’indebolimento del rapporto privilegiato, 2008, ISPI Policy Brief
  • Gabriele Iacovino, I rapporti bilaterali tra Italia e Libia alla luce del trattato di amicizia, 2010, Osservatorio di Politica Internazionale
  • SACE Country Risk Update, 19 dicembre 2014 – 08 gennaio 2015