Bianco, celeste, verde. La tavolozza naturale dello Xizang

everest

La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem 

Parlando di colori in Xizang/Tibet, il pensiero non può non rimandare agli innumerevoli scatti che immortalano le bandiere colorate lasciate dai fedeli sui passi che aprono la via ai viaggiatori tra le cime più alte del mondo: la tradizione vuole che il vento soffiandovi attraverso porti la preghiera di colui che ha appeso il colorato drappo per tutto l’universo. Usando i colori, però, ci si può riferire alle grandi bellezze paesaggistiche di questa regione. Tre i colori con le relative sfumature: bianco, celeste e verde.

 

DOVE VAI? VADO A LHASA!

Il 9 ottobre 2014 AgiChina batte il seguente dispaccio di agenzia: “record di turisti in Tibet per la Festa Nazionale cinese, con un totale di 740mila presenze, registrando un aumento del 12.8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A riferirlo è l’ufficio del turismo regionale che parla di 296mila turisti che si sono fermati per più’ di una notte e 449mila viaggiatori di passaggio. Un record che quest’anno ha portato un fatturato per 337 milioni di yuan (circa 43 milioni di euro) solo nelle ultime settimane. Record anche per la giornata del 3 ottobre che ha registrato un totale di 124mila presenze” (1).
Nel mese di ottobre, infatti, in tutta la Cina si festeggia la Proclamazione della Repubblica Popolare (1949) e molti hanno scelto la regione autonoma dello Xizang/Tibet per trascorrere i giorni delle celebrazioni, a testimonianza di come la politica che vede nel turismo una strategica risorsa per la crescita dell’altopiano tibetano prosegua con passi celeri e decisi in avanti, e a conferma del fatto che il Governo centrale di Pechino si sta muovendo nella direzione del sostenere la regione autonoma: gli scenari naturali, la cultura e i fattori religiosi che permeano la società tibetana hanno reso lo Xizang una delle destinazioni tra le più ambite da raggiungere. Il Turismo, quindi, se pianificato, è settore utile nel generare risorse e ricchezza. Vado a Lhasa, è una costruzione linguistica che comincia a diventare familiare e Dove vai? A Lhasa! uno scambio di battute cui si assiste con sempre maggior frequenza.

Se prima degli anni ’50 lo Xizang era una regione isolata i cui unici visitatori stranieri non erano che un numero esiguo di missionari, esploratori, militari e stravaganti girovaghi, adesso è meta turistica (internazionale) a tutti gli effetti: le condizioni ambientali non sono dalla parte dei turisti ma l’altopiano tibetano si sta dotando di tutti i comfort per allietare chi visita il cosiddetto tetto del mondo. Fuoristrada attraversano i passi per arrivare sino al Nepal oppure ai piedi della catena dell’Himalaya, mentre chi è disposto a vivere il soggiorno a contatto con la cultura locale può viaggiare su carri trainati da animali o su mezzi che niente hanno di moderno per raggiungere luoghi di grande bellezza come il Monte Kailash, l’ombelico del Mondo, vetta sacra e per questo non violata da nessuno scalatore, da cui nascono l’Indo, il  Sutlej  (un importante affluente del fiume Indo), il  Brahmaputra, e il Karnali (un affluente del fiume Gange), che portano la vita nei territori che attraversano. Poco distante si estendono i grandi laghi di Manasarovar e Rahshastal. A Lhasa, il principale centro della regione, invece, le banche maneggiano le carte di credito mentre la città non è più una monade solitaria nella globalizzazione avvolgente ma è collegata al resto del mondo dalla Ferrovia del Cielo e da voli aerei diretti, mentre il Bankhor, il principale mercato e borsa valori della “capitale” assume il brulicare tipico dei mercati battuti dai visitatori. Lo Xizang sta cambiando, il turismo, volenti o nolenti, porta con sé apertura a nuovi standard di vita, logica conseguenza dello scambio tra differenti culture e costumi.
Immutabili e inavvicinabili dalle altre mete turistiche mondiali rimangono, però, i paesaggi e le vedute che l’altopiano offre. In nessun luogo come in Xizang/Tibet ci si sente vicini al cielo visto che la maggior parte delle aree si trovano oltre i 4.000 metri di altitudine. Non solo monasteri e architettura, ma anche (e soprattutto) le bellezze naturali: le vette dell’Himalaya uniscono la terra alle divinità e si stagliano nel blu limpido del cielo mentre le acque dei grandi laghi si tingono di colori che abbracciano diverse tonalità di celeste, trasparenti e cristalline. Per non dimenticare gli ampi prati popolati da centinaia di yak, le foreste del Kham che si estendono verso oriente e gli altipiani battuti dal vento e traversati dalle rotte di pastori e commercianti.
Unica costante il fatto che una volta in Xizang il resto del mondo apparirà lontano.

 

LO SPETTRO CROMATICO DELLE ATTRATTIVE NATURALI DELLO XIZANG / TIBET

BIANCO, IL CANDORE DELLE NEVI

Quanto manca alla vetta?  Tu sali e non pensarci!
( F. W. Nietzsche )

Chortens_andKailash

Non è casualità se lo Xizang/Tibet viene comunemente chiamato tetto del mondo o terra delle nevi: questa regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese ospita, infatti, la catena dell’Himalaya, in sanscrito हिमालय, dimora delle nevi, che comprende le vette più alte del Mondo, tra cui i quattordici Ottomila. A dominarla con i suoi 8.848 metri, il Monte Everest, Chomolangwa, सगरमाथा in lingua locale, madre della terra. L’Everest ha la forma di una piramide, con tre pareti (nord, est e sud-ovest) e tre creste (nord-est, sud-est e ovest), segna la linea di confine tra la Cina e il Nepal ed è il sogno di molti viaggiatori e esploratori. La maggior parte dei viaggiatori, però, soggiorna per poco più di mezz’ora al Campo Base (5.200 m), giusto il tempo per scattare alcune foto, ammirare la maestosa sommità della montagna e la luce che la colpisce. Uno spettacolo unico al mondo che giustifica il lungo e faticoso viaggio da Shigatse, ( partendo da Lhasa circa due ore di treno oppure 10 di autobus, cui si aggiungono 12 ore per raggiungere il Campo Base con mezzi privati). Maggio, giugno, settembre, e ottobre sono momenti ideali per programmare una visita ai piedi del Monte Everest (ma il discorso si può estendere a tutto il territorio della regione), momento in cui le piogge sono minori e il freddo pungente ancora là da venire.

Ad ovest della catena himalayana, poco lontano da due grandi laghi, il Manasarovar e il Rahshastal, invece, si staglia nel limpido cielo tibetano la vetta del Kailash, monte sacro per antonomasia: è considerato, infatti, un luogo di devozione dalle religioni Buddista, Induista, Giainismo e Bön. Nella tradizione induista al vertice di una montagna dal nome leggendario Kailasa, Shiva, il distruttore dell’ignoranza e dell’illusione, siede in uno stato di meditazione perpetua insieme a sua moglie Parvati. I buddisti tantrici credono che questa vetta himalayana sia la dimora del Buddha Demchok, la suprema beatitudine. Per la religione Gianista, ad essere importante è Ashtapada, la montagna vicino al Monte Kailash, il luogo dove si ritiene che il primo Jain Tirthankara, Rishabhadeva, abbia raggiunto il Nirvana, la liberazione. Per i seguaci della religione Bön, il Monte Kailash rappresenta la sede di tutto il potere spirituale. Per questo motivo, per la sua sacralità, la vetta non è stata violata da nessun scalatore. Per di più, come detto anche nell’introduzione di questo articolo, nei pressi di questa sacra sommità nascono le sorgenti di quattro dei più grandi fiumi asiatici ma, allargando il respiro del discorso, c’è da aggiungere che la regione dello Xizang/Tibet è madre di dieci grandi fiumi le cui acque bagnano le terre d’Asia rifornendo circa metà della popolazione mondiale. Si narra che ognuno abbia una ragione, semplice curiosità turistica o profonda spiritualità interiore che sia, che lo spinga a giungere sino alla prossimità del Kailash; esso si mostra dopo un viaggio che ancora oggi dura almeno due settimane perché qui non giungono aerei, treni o autobus turistici, da nessuna parte vicino la regione e anche i robusti veicoli overland richiedono uno spostamento oltre che lungo spesso pericoloso. Il clima, sempre freddo, può essere inaspettatamente infido.

Di vetta sacra in vetta sacra, torniamo nella prefettura di Lhasa ad ammirare il Nyainqêntanglha che unisce il cielo a sterminate praterie brulle. Situato nella parte occidentale della catena cui dà il nome, sullo spartiacque tra il fiume Brahmaputra (Yarlung Tsangpo) a sud e i bacini endoreici del Changtang a nord, a sud del Lago di Namtso questa asperità alta 7.162 metri prende il nome da Nyenchen Tanglha, considerato la divinità più influente in gran parte del nord della regione. Nella sua forma mortale si raffigura in sella ad un cavallo bianco, con un abito di raso e in possesso di una frusta in una mano e un rosario buddista nell’altra. Nelle vicinanze (ma il concetto nello Xizang è del tutto relativo), altro spettacolo offerto da Madre Natura è il ghiacciaio di Midui, annoverato tra i sei più bei ghiacciai di Cina dal China National Geographic Magazine. Si trova a Yupu, nella prefettura di Nyingchi, a est di Lhasa. Aperto ai visitatori nel 2007, conosciuto per il suo bacino di ghiaccio e per la sua gigantesca lingua di ghiaccio che scende per più di 700 metri (dovuta alle frequenti valanghe e nevicate), la caratteristica unica di questo parco naturale di ghiacciai consiste nel fatto che vi coesistono in totale armonia quattro regioni naturali distinte: montagne di neve, foreste, laghi, villaggi e templi buddisti.

Di impatto scenografico è, invece, il canyon del fiume Tsangpo, nome del tratto tibetano del Brahmaputra, affluente del Gange, considerato il più dello di Cina oltre che il più profondo del mondo. Montagne, gole profonde mediamente 2.268 metri e cascate rendono il tratto, lungo 240 chilometri in cui il fiume si apre una via nella catena himalayana, un fenomeno naturale unico al mondo. Così come le sorgenti di calore di Yangbajing, 90 chilometri a nordovest di Lhasa, le cui acque calde contrastano con le montagne innevate che le circondano (2).
Se muoviamo a circa 185 km da Lhasa, invece, vicino alla strada principale che corre tra Nagartse e Gyantse fa mostra di sé uno dei picchi più belli dello Xizang, il Nojin Kangsang, altezza 7.191 metri. Arrivarvi da turista è piuttosto semplice, dalla capitale della regione autonoma è sufficiente noleggiare un veicolo oppure salire sull’autobus che giunge a Nagartse e, da qui, muoversi verso Gyantse.

 

CELESTE, LA TRASPARENZA DELLE ACQUE E LE DIVINITÀ

Fare pulizie esteriori con l’acqua, interiori con le parole
(proverbio tibetano)

TIBET 2008

La vista più bella del Nojin Kangsang si ha dal passo del Gampa-La, con il lago Yamdrok ad unire la vista del visitatore alla sommità della montagna che ha davanti, estendendosi per 72 chilometri e insinuandosi tra le varie valli che si aprono a ventaglio. Considerato uno dei laghi sacri dello Xizang, chi vi arriva da fedele può prostrarsi ad un passo dalle acque di un blu intenso per rendere omaggio, chi, invece, vi arriva da turista può camminare lungo il perimetro del lago e godere delle straordinarie bellezze naturali e architettoniche: su un ripido pendio che sale dal lato sud-ovest del lago, infatti, si trova Monastero Samding, l’unico tibetano guidato da un Lama femminile vivente (3). Una delle meraviglie dello Yamdrok è che l’acqua proviene dalle nevi del Nyenchen Tanglha e, nonostante non vi sia deflusso, non vi è alcun cambiamento nel livello: l’acqua della neve che abbraccia il lago e l’evaporazione naturale hanno un sorprendente equilibrio dinamico. Le sfumature dello specchio d’acqua di questo lago sono omaggiate come più bella acqua nel mondo visto che, secondo leggenda, riprende il colore di un orecchino turchese di una dea offerto agli occhi dei tibetani. Quanto affermato è comprensibile soltanto se si guarda una mappa dello Xizang e si osservi come lo Yamdrok assuma le sembianze di un orecchino che si adagia sul fianco della montagna che natura ha voluto a forma di orecchio.

Prendendo come base di partenza Lhasa e spostandosi stavolta verso nord, dopo 240 km si raggiunge il Namtso che giace a nord del Nyainqêntanglha a 4.718 metri, il lago salato più alto del mondo. Letteralmente lago celeste, inteso come dimensione spirituale della divinità, un racconto tramandato vuole che questa sia la dimora della figlia del dio Indra (il re mitologico della dimora degli dei) e moglie di Nyenchen Tanglha: la dea del lago ha un corpo ciano, tre occhi e due mani, con un acquario sulla sua mano destra e uno specchio alla sua sinistra, cavalca un drago blu ed è molto affascinante.

Spostandosi verso est, invece, e percorrendo 400 km su strade in buono stato si raggiunge il lago sacro della scuola buddista Nyingma, il lago Basum. Circondato da montagne ha un clima mite nonostante l’altitudine media intorno ai 3.500 metri, le acque verdi di questo lago sono conosciute per la caratteristica esile isoletta che naviga al suo centro. Se, contrariamente, si sceglie di procedere in direzione contraria, quindi verso ovest, a sud del sacro Monte Kailash, nell’area di Ngari, circa 2.000 km da Lhasa, si raggiunge il padre di tutti i laghi sacri dello Xizang/Tibet: Manasarovar. Agli occhi delle popolazioni tibetane Ngari, chiamata la cresta del tetto del mondo, rappresenta l’orizzonte del cielo, praticamente impossibile da raggiungere. Stando a quando narra il Tripitaka, libri sacri del Buddismo raccolti in tre canoni, dopo nove montagne a nord dell’India ce n’è una grande di neve. Sotto di questa si trova la sorgente di quattro grandi fiumi asiatici. Nelle scritture, la grande montagna di neve è il Kailash, l’origine delle acque il Manasarovar, il diaspro invincibile, che giace in questa remota provincia cinese. I buddisti considerano queste acque un regalo che Shengledazun, il Dio che creò la dottrina buddista, fece al mondo intero. Le sue acque limpide possono lavare via il peccato e il maligno fino alla profondità del cuore. Per questo motivo e per l’ambiente ameno in cui giace (4.500 metri), il Manasarovar viene considerato il lago perfetto per la spiritualità, il paradiso reale dell’universo, lo Shangri-La della divinità.
Il canale naturale Ganga Chu unisce la acque sacre del Manasarovar al sua compagno naturale, il Rahshastal, il lago del diavolo, che si estende poco lontano. Le sue acque salate, rispetto alle acque dolci del vicino lago, non nutrono né piante né pesci e vengono considerate velenose dai locali. Per tale motivo si pensa che questa sia la residenza di Ravana, il re demone di Lanka dalle 10 teste. Nella tradizione buddista, il lago Rahshastal, dalla forma di luna crescente, simboleggia la “oscurità” mentre il lago Manasarovar, rotondo come il sole, simboleggia la “luminosità”. Tali opposti sono abbondanti nel simbolismo buddista, il ché ci dice tutto l’universo è di spirito armonioso e unitario. I due laghi ondulano lievemente nella brezza, senza alcuna rimostranza o dolore. Solo attesa eterna è ciò che hanno in comune.

A nord dell’altopiano tibetano e a sud di quello di Qiangtang, ad un’altezza di 4.530 metri si trova il lago Siling dal nome del grande diavolo che viveva ovest di Lhasa. Leggenda vuole che questi fosse sempre intento ad inghiottire migliaia di esseri viventi, tra cui animali e uomini. Ognuno si sentiva turbato e minacciato dalla sua presenza. In una mattina seguente una forte tempesta, Padmasambhava, il primo e più importante diffusore della dottrina buddista in Tibet, venerato dalla scuola Nyingmapa come secondo Buddha, dopo una lunga ricerca trovò Siling. Incapace di respingere Padmasambhava, Siling fuggì in un vasto lago fangoso a sud di Qiangtang inseguito da Padmasambhava che gli ordinò di stare nel lago e di non lasciarlo, e non uccidere le creature nell’acqua.
Sacro ai seguaci del culto Bon è il Tangra Yumco, il più grande lago sacro di tal dottrina. Situato nella prefettura di Nangchu, ad ovest di Lhasa, si trova in una terra selvaggia e remota della provincia tibetana, in pratica, in terra di nessuno, dove non si incontra anima per chilometri se non in leggende e racconti popolari. Anche questo lago porta con sé una leggenda: si tramanda che durante un periodo particolarmente arido e infruttuoso la divinità della montagna Daguo fosse scesa fino a Duilong per cercare un seme d’orzo di qualità superiore. Questo irritò i locali che lo cacciarono dal villaggio correndogli dietro. Erano rimaste solo poche decine di semi e, allora, la divinità decise di piantarli accanto alla moglie Tangra Yumco con cura e attenzione. Tangra Yumco li innaffiò delicatamente con il suo latte materno e li nutrì delicatamente e quando le fresche e verdi e giovani piantine crebbero, questa coppia fu omaggiata dai pastori: l’orzo di Wenbu, tutt’oggi, è considerato il cibo più dolce del Tibet.

 

VERDE E NERO. PRATERIE, FORESTE, NOMADI E YAK

Erbe velenose crescono anche fra le erbe medicinali
(proverbio tibetano)

yak

Verde e nero sono gli altri due colori della tavolozza naturale dello Xizang La fama delle grandi cime tibetane e delle acque cristalline della regione oscurano il fatto che lo Xizang possiede vaste praterie che si estendono soprattutto nella zona sudorientale per circa 82 milioni di ettari (1/5 del totale dell’intero territorio nazionale), in larga maggioranza utilizzabili. Le praterie naturali sono di diverso tipo anche se più del 90% è costituito da steppe e praterie di altopiano la cui erba è molto nutriente e dove spesso si spingono i pastori con i loro allevamenti di bestiame (4). Conosciuta è la prateria di Nagqu che si trova al nord della regione autonoma di Tibet e dove ogni agosto ha luogo la festa della corsa di cavalli.

Sul tappeto verde dei pascoli, la prima sfumatura nera: i nomadi in Tibet vivono in grandi tende di pelo di yak nero. Essi pascolano le loro mandrie miste di yak, pecore e cavalli negli altopiani fertili; le tende dei nomadi tibetani sono realizzate con i peli lunghi e grossolani dello yak che vengono tessuti a strisce dalle donne sul retro dei telai e rappresentano alloggi ideali per il modo pastorale di vita nomade: possono essere facilmente smontate e imballate sugli animali durante lo spostamento del campo, riparano dalla pioggia, ma lasciano entrare la luce. La progettazione di tali tende è stata affinata e perfezionata nel corso dei millenni in modo che si possano alzare quando sono battute dai forti venti che soffiano attraverso le pianure tibetane in inverno. L’altra sfumatura nera è, come appare ovvio, quella dei gruppi di yak che, insieme a pecore e capre tibetane costituiscono i principali capi di bestiame dell’allevamento dello Xizang Lo yak, la barca dell’altopiano, è un mammifero particolare dell’altopiano, con una forte resistenza al freddo e alla scarsità di ossigeno (non si trova mai sotto i 2.000 metri di altitudine) che produce molto latte e carne (5). Non solo: questi animali vengono usati per il trasporto delle merci e per la consegna della posta, per tirare gli aratri.

L’altra pennellata di verde dalle tonalità più scure della precedente è data dalla superficie forestale che copre circa 6 milioni di ettari, con riserve di legname che superano il miliardo e 400 milioni di metri cubi, dato che fa facendo del Tibet una fondamentale base di riserva della Cina tutta. Per far fronte alla costante deforestazione dell’altopiano, il Governo centrale di Pechino ha approntato un programma di riforestazione che lo scorso anno ha visto coprire un’area di quasi 83.000 ettari. Il progetto di rimboschimento, che costa in totale 30 miliardi di yuan (quasi 5 miliardi di dollari), prevede di riforestare 670.000 ettari di terreno per mettere in sicurezza i fiumi Yarlung Zangbo, Ngulchu, Lhasa, Nyangchu, Nyakchu, Sengye e Khabap (gli ultimi due entro il 2030) (6).

Le risorse forestali regionali, per lo più le foreste vergini, sono distribuite lungo il corso medio-inferiore del Fiume Yalu Tsangpo, nella zona dello Shannan e nelle vallate della parte meridionale. Composte di conifere, soprattutto abeti ma anche abeti rossi sempreverdi, pini, larici, cipressi, betulle e querce, le foreste tibetane sono ampiamente distribuite e crescono rapidamente, per cui sono molto rare al mondo. Inoltre, sono di vecchia crescita, con piante secolari di più di duecento anni.

Andrea Turi

NOTE

1)AgiChina, Turismo, record di presenze in tibet per festa nazionale http://www.agichina.it/home/agenzia-nuova-cina/notizie/turismo_record_di_presenze_in_tibet_per_festa_nazionale-201410091056-cro-rt10056.

2) La geotermia della regione è stata sfruttata per la produzione di energia elettrica per la capitale Lhasa. C’è una centrale termoelettrica che copre 20-30 chilometri quadrati. La centrale è stato istituito nel 1977, e fu il prototipo per lo sviluppo della geotermia non solo in Tibet, ma in tutta la Cina.

3) Alla visione spirituale tibetana si è unito il pragmatismo cinese: il lago Yamdrok si trova, infatti, in una posizione particolarmente favorevole per la costruzione di una condotta forzata delle acque che, sfruttando un dislivello di oltre 1.000 metri vada a generare energia idrica. Oltre ad essere la terra delle nevi, la regione autonoma dello Xizang/Tibet può essere senza ombra di dubbio caricata anche dell’appellativo di terra dei laghi: sono, infatti, circa 1.500 gli specchi d’acqua di una trasparenza unica al mondo che coprono una superficie pari ad 1/3 della totalità della Repubblica Popolare Cinese e rappresentano una riserva idrica di notevole importanza.
4) La pastorizia occupa il 60% del valore della produzione agricola del Tibet.
5) La pecora tibetana ha le caratteristiche di resistenza al freddo rigido e all’aridità. L’allevamento della pecora tibetana permette alte rese economiche
ed è ampiamente diffuso nella regione.
6) http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Ambiente/Foreste-Tibet-crescono/18-11-2014/1-A_015162244.shtml