Alla Seconda Conferenza Internazionale sulla Comunicazione dello Xizang, esperti cinesi e stranieri hanno evidenziato il ruolo delle testimonianze locali e dei nuovi media per raccontare lo sviluppo reale della regione e confutare gli stereotipi occidentali.
xizang
Autonomia reale e sviluppo tangibile nel Tibet contemporaneo. Scopriamo la trasformazione dell’altopiano tibetano nella Cina moderna, oltre i miti infondati. Cultura viva, libertà religiosa garantita, benessere in crescita: la realtà smentisce la propaganda occidentale.
L’Ufficio informazioni del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese ha recentemente pubblicato un libro bianco sui diritti umani nella Regione autonoma dello Xizang (Tibet). Disponibile la traduzione integrale del documento.
In Tibet sta avendo luogo una rivoluzione ecologica, con progetti innovativi di riforestazione, recupero delle praterie e tutela della biodiversità. Un impegno concreto per proteggere ecosistemi fragili e garantire sostenibilità ambientale, contribuendo al benessere globale per un futuro davvero sostenibile.
Articolo originale: http://www.opinione-pubblica.com/tibet-legami-sino-tibetani-lindipendentismo-lamaista/ In questo servizio il Prof. Fabio Massimo Parenti ci illustra la storia millenaria dei rapporti sino-tibetani ed il ruolo tenuto dall’ultimo Dalai Lama, Tenzin Gyatso, in merito alla controversa realtà dell’indipendentismo del Tibet. Le visite del XIV Dalai Lama in Occidente sono frequenti. L’ultima in Italia è stata a settembre e, recentemente, anche l’Università di Urbino ha avanzato un invito a Tenzin Gyatso per celebrare i cento anni dalla sua fondazione. Viene da chiedersi se il Dalai Lama sia richiesto ed invitato solo per i suoi messaggi di pace, oppure perché è personalità di fama mondiale che dà lustro e visibilità mediatica all’istituzione ospitante. I più ingenui risponderebbero per entrambe le cose. Certo, si combinano, ma spesso è il secondo aspetto quello maggiormente determinante. A ciò si aggiunge un altro elemento: la scarsa conoscenza del ruolo storico svolto dal XIV Dalai Lama. I cinesi sono molto critici rispetto a questo uso “interessato” da parte straniera del Dalai Lama, in quanto figura al centro di tensioni geopolitiche, ma anche veicolo di contese intra-buddiste (si veda Parenti 2017a). Le sue posizioni indipendentiste, a tratti affievolitesi, ma mai del tutto spente, sono infatti foriere di tensioni più che di armonia. Di seguito proviamo a presentare alcuni tratti della storia tibetana, al fine di mettere a fuoco i legami storici tra Tibet e Cina, fino a giungere all’individuazione degli elementi che hanno favorito un uso strumentale delle pulsioni indipendentiste veicolate dal Dalai Lama. I legami con la Cina La plurimillenaria interazione, e spesso il co-sviluppo, tra civiltà cinese e regno del Tibet è spesso ignorata. Il Tibet ha avuto legami con le civiltà del fiume Giallo e Azzurro che risalgono alla preistoria e che nel corso del tempo si sono intensificati. Interessante ricordare, ad esempio, il matrimonio tra il re tibetano Songtsen Gampo e la principessa cinese Wencheng della dinastia Tang, avvenuto nella metà del VII secolo. A quel tempo il regno del Tibet, Regno Tubo, si era espanso notevolmente, essendo riuscito a unire il plateau Qinghai-Tibet, non senza spargimenti di sangue (Chen, 2017). C’è da dire che questo matrimonio fu parte di un processo di pacificazione con l’impero cinese, dopo che il Regno del Tibet aveva combattuto, senza successo, contro i cinesi per entrare nella regione del fiume giallo (attuale Henan), originaria di molte dinastie cinesi. Tuttavia, è dal XIII secolo, con la dinastia Yuan, che le relazioni tra Cina e Tibet si fecero culturalmente e politicamente più strette. Dapprima i mongoli assorbirono il Tibet, sotto la dinastia Yuan, che diventò, manu militari, un protettorato dell’impero. La netta separazione tra potere temporale, in mano all’impero, e spirituale, lasciato ai tibetani, si affievolì verso la fine del XIII secolo, quando i mongoli affidarono ai lama tibetani quasi tutte le funzioni di governo della regione. Da allora potere temporale e spirituale si cementarono. Nel XVIII secolo furono i cinesi a giungere in soccorso dei tibetani contro vari tentativi di invasione da parte dei nepalesi e degli inglesi. Questi ultimi riconobbero la...
Articolo originale http://www.opinione-pubblica.com/ritorno-dal-tibet-regione-autonoma-cinese-alcune-osservazioni/ Reportage dalla Regione Autonoma del Tibet a cura del Prof. Fabio Massimo Parenti, autore di questo bellissimo articolo che infrange molti tabù. Sviluppo, alias “infrastrutture, integrazione ed istruzione” Agosto 2017: da Beijing a Xining, capitale del Qinghai e tappa della via della seta, per poi proseguire verso Lhasa. Queste le principali città visitate in un viaggio di studio attraverso l’altopiano tibetano, ad altitudini tra i 2200 e i 3700 metri. Tra incontri con autorità locali, tibetologi, esperti dell’Accademia di scienze sociali, visite museali e religiose le prime cose che saltano agli occhi sono lo sviluppo socioeconomico generalizzato – grazie ai risultati dei governi della provincia di Qinghai e della regione autonoma del Tibet-Xizang, nonché della strategia di sviluppo detta “go west” a partire dalla seconda metà anni Novanta – e il sostegno delle autorità centrali e locali alle minoranze etniche. Gli elementi direttamente visibili sono gli interventi infrastrutturali, la mobilità e i servizi di trasporto, l’ammodernamento abitativo e la vita sociale. Ad un’analisi più accurata, poi, parlano i numeri. Tutti gli insediamenti sono stati raggiunti da servizi essenziali, come acqua potabile, elettricità e telecomunicazioni (lo sviluppo di fibre ottiche e comunicazioni satellitari sta progredendo repentinamente); le questioni ecologiche sono oggetto di numerosi interventi (energie rinnovabili, riforestazione, riserve naturali); il bilinguismo è garantito e sostenuto da programmi governativi locali che godono anche di cospicui trasferimenti da Beijing; e il numero delle scuole è cresciuto in modo molto soddisfacente, con circa 1000 scuole nel solo Tibet. Si pensi che negli anni Cinquanta erano completamente assenti. Ecco dunque il chiaro passaggio dalla povertà allo sviluppo, dal nomadismo alla stanzialità. Qinghai-Tibet: il plateau tibetano Il plateau tibetano della Repubblica popolare cinese ospita le sorgenti dei tre grandi fiumi della civiltà cinese ed ha un’estensione geografica enorme: la provincia del Qinghai è più del doppio dell’Italia, mentre il Tibet raggiunge quasi la superficie dell’Europa occidentale. Tuttavia, in questi territori immensi risiedono pochi milioni di abitanti (6 milioni in Qinghai e 3 milioni in Tibet) proprio a causa dell’inospitabilità di alcuni territori. Questi ultimi sono caratterizzati da altitudini spesso proibitive o comunque ai limiti della vita antropica (si pensi che Lhasa si trova a 3670 metri, quasi la vetta del Gran Paradiso, e che l’altitudine media in Tibet è di 4600 metri). Ciò nonostante, grazie allo sviluppo degli ultimi decenni la popolazione in Tibet è raddoppiata e il tasso di mortalità si è dimezzato. Nella provincia del Qinghai e nella Regione autonoma del Tibet vivono, oltre ai tibetani, un gran numero di minoranze etniche: soprattutto nel Qinghai, mentre in Tibet, come noto, sono i tibetani a rappresentare più del 90% della popolazione. L’articolazione amministrativa del Qinghai garantisce autonomie locali ai livelli di prefetture e contee, dove i tibetani sono la maggioranza. Se in Tibet vi sono rappresentanti di circa 14 minoranze, in Qinghai se ne contano più di 50, benché di gruppi estremamente esigui. Geomorfologie imponenti degli altipiani del Qinghai Veduta panoramica del lago di Qinghai Libertà di culto, tutela delle minoranze e “privilegi” La libertà...
Uscito per i tipi di Anteo Edizioni il nuovo volume sul Tibet scritto da tre ricercatori del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo insieme a Matteo Scarinci. Il libro Lo Xizang (Tibet) e la nuova via della seta segue dopo un anno l’uscita di Alla scoperta del Tibet, edito sempre da Anteo Edizioni. Acquista il volume Il Tibet, più correttamente definito Xizang, è una regione al centro di una polemica ormai decennale. Dominio lamaista fino agli Anni Cinquanta, è in seguito divenuta una regione autonoma in seno alla Repubblica Popolare Cinese. Da allora ha compiuto un delicato percorso volto a garantirle un pieno e robusto sviluppo che tuttavia ne salvaguardi anche le peculiarità culturali e religiose. Oggi si può dire che l’obiettivo sia stato raggiunto: il Tibet è infatti una regione chiave a livello euroasiatico per implementare e portare avanti anche il cosiddetto progetto di “Nuova Via della Seta” proposto dal Presidente cinese Xi Jinping. Ma qual è stato il cammino che il Tibet ha dovuto affrontare per raggiungere questo traguardo? E soprattutto quali sono state le insidie che di volta in volta si è trovato ad affrontare? Dalla controversia sul “culto proibito” di Dorje Shugden da parte del Dalai Lama, che ha messo fortemente in crisi l’autorità e la credibilità di quest’ultimo e quindi anche la sua influenza sul Tibet, al delicato compito di mantenere vive ed intatte le antiche tradizioni immortalate dall’epica tibetana, si può tranquillamente dire che quello del Tibet verso lo sviluppo e la modernità sia stato un cammino contrassegnato da infinite asperità. CAPITOLI 1 La controversia del Dorje Shugden, Marco Costa – pag. 23 2 Giuseppe Tucci e le religioni del Tibet, Marco Costa – pag. 43 3 Alexandra David-Néel tra antico Tibet e nuova Cina, Marco Costa – pag. 57 4 Il mito della Shambala rossa e la diffusione del Buddhismo tibetano in Asia centrale, Marco Costa – pag. 67 5 Il generale Li Fen-Tsu e la liberazione del Tibet, Marco Costa – pag. 89 6 Lo sviluppo e il progresso in Tibet rappresentano il risultato inevitabile della storia, Stefano Vernole – pag. 103 7 Le perle della contea di Maizhokungaar, Andrea Turi – pag. 117 8 Treni, tè e cavalli sulla Via della Seta meridionale, Andrea Turi – pag. 133 9 Tè, Thangka, concili e forum, Andrea Turi – pag. 147 10 Zhang Qian, il diplomatico che divenne esploratore, Andrea Turi – pag. 159 11 L’epopea di Gesar di Ling, Andrea Turi – pag. 177 12 Il Panchen Lama concede l’iniziazione di Kalachakra: evento storico del Tibet moderno, Marco Scarinci – pag. 185 13 Nuovi conflitti tra il lignaggio Karma Kagyu e il Dalai Lama, Marco Scarinci – pag. 191 14 Monache femministe a Larung Gar. Il problema dell’ordinazione monastica femminile, Marco Scarinci – pag. 197 15 Il futuro del Tibet e il progetto One Belt One Road, Stefano Vernole – pag. 205 16 Via della Seta terrestre: una storia di civiltà e progresso, Stefano Vernole – pag. 197 17 Nuova Via della Seta terrestre: tra Europa...
La figura di Trijiang Rinpoche è molto interessante nel variegato complesso dei maestri tibetani. Il precedente Trijiang, morto nel 1981, fu il principale guru del Dalai Lama e maestro della stragrande maggioranza dei più importanti Lama tibetani di lignaggio Gelug, come Lama Zopa, Geshe Rabten, Lama Yeshe. Era probabilmente il maestro più influente del lignaggio Gelug, più dello stesso Dalai Lama che, infatti, riceveva istruzioni e suggerimenti da lui. Per di più, secondo la tradizione (spesso molto fantasiosa) le sue vite precedenti erano particolarmente illustri, comprendendo personaggi come Chandrakirti, Shantarakshita, Atisha, Ra Lotsawa e addirittura l’ottavo Karmapa. Trijiang era discepolo del famoso maestro Pabhongka Rinpoche, autore del testo «Liberazione nel Palmo della tua Mano», un importante manuale di pratica della scuola Gelug secondo lo stile del Lam-Rim (ovvero del percorso graduale). Pabhongka fu colui che rivitalizzò il culto di Dorje Shugden, ed è la controversa figura di questo protettore che segnerà il destino dei Trijiang Tulku. Trijiang infatti dette l’iniziazione di Dorje Shugden alla maggioranza degli altri Lama Gelug, Dalai Lama incluso, intimandoli di fare la pratica; egli considerava Shugden come un protettore mondano e molto feroce, ma emanato da Manjushri a beneficio della purezza del lignaggio Gelug. Scrisse inoltre un testo dedicato solo a questo argomento, chiamato «Musica che Delizia un Oceano di Protettori». Tuttavia, dato che secondo Trijiang questo protettore si vendicava contro i maestri gelug che volevano ricevere insegnamenti dalle altre scuole, questo causò dei problemi nella comunità in esilio e l’allontanamento del Dalai Lama da questo culto (annunciato pubblicamente, infatti, solamente dopo la morte di Trijiang). Il fatto che il Dalai Lama abbia abbandonato (e poi vietato agli altri) la pratica di Shugden rappresenta – per i sostenitori di questo culto – una grave violazione dei voti che questi ha preso con il suo guru radice, cosa confermata dall’epilogo della storia con la nuova incarnazione di Trijiang Rinpoche. Infatti, nel 1985 il Dalai Lama riconobbe la nuova incarnazione di Trijiang, ma quest’ultimo studiò con dei maestri che, successivamente, non si associarono alla proibizione del Dalai Lama. Quindi, per una strana ironia della sorte che qualcuno chiama «karma», il presente Trijiang continua a praticare il culto di cui nella vita precedente fu il maggior propagatore, causando però un allontanamento irrimediabile con quello che nella vita precedente era il suo discepolo, ovvero il Dalai Lama. In altri termini, il Dalai Lama si trova nella situazione paradossale di non poter sviluppare alcun rapporto genuino con la reincarnazione – confermata da lui e pertanto non sostituibile – del suo principale maestro, cosa che secondo i detrattori del Dalai Lama costituisce una gravissima rottura dei samaya (ovvero dei voti tantrici) di quest’ultimo. A rendere ancora più controverse le cose, per un certo periodo il Dalai Lama ha pubblicamente annunciato di aver permesso a Trijiang di fare la pratica in via eccezionale, anche se a questo periodo è seguita la separazione totale tra i due. Dal 16 al 26 Settembre il giovane Trijiang – che ormai abita stabilmente in America dove...
Marco Costa, analista del CeSEM, nonchè autore di numerosi articoli e libri sulla Cina e la questione del Tibet, viene citato sui siti web di diversi quotidiani nazionali, riguardo la sciagurata scelta del Comune di Milano di conferire la cittadinanza al Dalai Lama. http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_ottobre_19/milano-cittadinanza-dalai-lama-4e27adce-9568-11e6-8f55-24146b53eddf.shtml Nota: contrariamente a quanto sostiene il Corriere della Sera ricordiamo che l’accordo del 1951 fu firmato dallo stesso Dalai Lama. Come afferma lo stesso Costa in ” Conoscere il Tibet” http://www.agichina.it/sguardo-sul-tibet/notizie/tibet-crocevia-tra-passato-e-futuro http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/dalai-lama-1.2602140 Di seguito pubblichiamo l’articolo Conoscere il Tibet di Marco Costa CONOSCERE IL TIBET – Marco Costa Il Tibet – regione chiamata dai cinesi Xizang – è quella regione appartenente alla Repubblica Popolare cinese a cui è stato riconosciuto lo stato di autonomia nel 1965. Molte parole, articoli, film si sono spesi a proposito (e a sproposito) del Tibet, ma spesso con una scarsa e superficiale – quando non strumentale – conoscenza della storia, della cultura e della specificità religiosa di questa regione. Una “questione tibetana” propriamente detta esiste più che altro in Occidente, ed è promossa da diversi centri di potere che sono interessati ad attuare azioni di disturbo nei confronti della “pacifica ascesa” condotta dal governo cinese. Se la Cina, come abbiamo accennato prima, risulta essere un ineludibile partner economico-finanziario per le economie di Europa e Stati Uniti, rimane pur sempre un antagonista dal punto di vista della Nato e di coloro che rimangono ancorati ad una visione egemonica ed unilaterale dei rapporti geopolitici. Sul Tibet, davvero, sui media occidentali siamo stati bombardati per decenni da falsità imbarazzanti, strumentalizzazioni ipocrite e perfino di goffe ricostruzioni storiche. E nell’opinione pubblica, purtroppo, questo accanimento ha avuto una certa presa, in un surreale clima hollywoodiano in cui il racconto immaginifico della realtà ha finito per soppiantare la realtà stessa. Basta esaminare punto per punto gli argomenti solitamente prodotti a supporto di questa paradossale tesi della presunta indipendenza tibetana. Il Tibet era stato parte dell’Impero Cinese per circa 700 anni, dal (1270-1370) Yuan che comprende Cina, Mongolia, Tibet, dal 1368 al 1644 il Tibet era uno Stato vassallo della dinastia cinese Ming, alla fine dinastia cinese manciù, Qing (1644-1911). Il governo nazionalista del Kuomintang continuò a considerarlo come tale, e nel 1951 Mao Zedong e le sue truppe completarono il percorso rivoluzionario rientrando pacificamente nella regione. Tanto è vero nello stesso anno lo stesso Dalai Lama e le autorità locali tibetana firmarono il cosiddetto “accordo dei 17 punti”, in cui riconoscevano la sovranità cinese sul Tibet. Il Dalai Lama scapò volontariamente dal Tibet solamente nel 1959, per un motivo ben preciso: in quell’anno sarebbero entrate in vigore le prime riforme economiche del nuovo corso, che si concretizzarono in una vasta riforma agraria mirante alla ridistribuzione della terra ai contadini, intaccando così il quasi millenario sistema di servaggio attuato dai ricchi lama locali che – ben distanti dall’ascetismo che qualcuno immagina – avevano sempre retto il loro potere temporale sulla servitù della gleba. Qui si apre infatti un’altra questione; spesso il lamaismo è rappresentato dalla propaganda...
Lhasa, capitale e città più grande dello Xizang – o come spesso viene abbreviato Zang – è conosciuta come la “città del sole” per la sua forte luce del sole; Lhasa, con i suoi 1300 anni di storia, è il centro politico, economico, culturale e sociale dell’altopiano tibetano: la sua giurisdizione si estende su una superficie di 29.518 chilometri quadrati – per una popolazione totale di 559.000 abitanti – divisa in otto distretti/contee: Chengguan, Dagze, Lhunzhub, Damxung, Nyemo, Quxu, Doilungdeqen e Maizhokungaar. Maizhokungaar in tibetano significa “il luogo dove il Re Medro ha vissuto” ed è una piccola contea agricola di 5.492 chilometri quadrati con capoluogo Gongkar1 caratterizzata da colture di orzo, frumento, piselli e patate; situata nella valle del fiume Yarlung Tsangpo – il tratto tibetano del Brahmaputra – ad una quota superiore ai 4000 metri, in questa zona della Regione Autonoma del Tibet sono presenti risorse minerarie quali oro, argento, rame, piombo, zinco e marmi. Qui sorge uno degli edifici buddisti più affascinanti per i visitatori stranieri, il monastero di Drikung Thil Ogmin Jangchubling, situato a circa 120 chilometri dalla capitale Lhasa e raggiungibile con poche ore di viaggio in auto. Il monastero di Drigung Til si erge a 4.465 metri arrampicandosi su un alto e impervio crinale a picco – centottanta metri del fondovalle – che permette ai monaci di dominare la valle dello Zhorung: nascosto in alto e difficile da raggiungere, la sua posizione offre una vista panoramica mozzafiato sull’ambiente circostante e lo rende un occhio vigile sugli avvenimenti nella valle del fiume che scorre nella stretta gola tra le montagne; sebbene sia tra i siti buddisti meno popolato da turisti, il Drigung Til è in cima alla lista per le viste spettacolari che regala ai suoi visitatori. L’atmosfera che vi si respira è quella della quiete, l’ideale per immergersi nella meditazione contemplativa. Fondato nel 11972, in origine era il principale centro monastico del lignaggio buddista dei Kagyupa e ospitava circa cinquecento monaci mentre, ad oggi, ne conta qualcosa come duecento. A metà del XIII secolo, questo sito religioso si trovò a competere con il monastero di Sakya – 127 chilometri ad ovest di Shigatse, sede della scuola Sakyapa del buddismo tibetano3 – per il predominio politico: la lotta volse a favore dei monaci di quest’ultimo quando nel 1290 le forze di Sakya si unirono a quelle dell’invasore mongolo e saccheggiarono Drigung Til relegando, così, il monastero a mero – seppur importante – centro di insegnamento di meditazione4. Il complesso si compone di più di cinquanta edifici di cui, il Tsuglakhang, la sala principale del santuario, è il più solenne: esso sorge su un bastione di solida pietra di circa venti metri di altezza, fronteggiato da una grande terrazza che in passato era il luogo dove si tenevano le lezioni; la sala del culto in questo edificio contiene molte statue – tra cui una statua centrale di Jigten Sumgön fatta di oro e rame, ornata di gioielli rari e cimeli oltre ad una grande figura...