19 Luglio 2026

Washington

The imperialist-Zionist attack against Iran violates the UN Charter and IAEA principles and strikes at the emerging multipolar order. Europe, incapable of autonomy, becomes complicit and weakens itself. Speech by Giulio Chinappi at the conference “Multipolar Order in the Face of US-Israeli Aggression against Iran,” organized by the Tsargrad Institute (Russia).
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A cura di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/02/usa-abuso-dei-diritti-umani-contro-rifugiati-e-immigrati-verita-e-fatti/ Il 30 marzo, il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato questo documento sugli abusi dei diritti umani contro rifugiati e immigrati da parte degli Stati Uniti in patria e all’estero. Di seguito la traduzione completa del rapporto. Introduzione Gli Stati Uniti sono una nazione di immigrati. Sin dai tempi coloniali, gli immigrati da tutto il mondo sono arrivati nel Paese a ondate. Tuttavia, la storia del trattamento degli immigrati da parte degli Stati Uniti è piena di tragedie disumane come discriminazione, esclusione, arresti, detenzioni, espulsioni e una litania di violazioni dei diritti umani. Peggio ancora, negli ultimi anni si è assistito a un disastro umanitario dopo l’altro causati dal governo degli Stati Uniti ai danni dei rifugiati e degli immigrati che si recano nel Paese. Questo rapporto fornisce un resoconto veritiero dello stato dei fatti degli Stati Uniti sulla questione dei rifugiati e degli immigrati esaminando gli eventi passati e presenti negli Stati Uniti e oltre. Usando fatti e cifre, questo rapporto mette a nudo le bugie e i doppi standard sulla questione dei rifugiati e degli immigrati degli Stati Uniti, un autoproclamato “faro di democrazia”. I. Violazioni dei diritti degli immigrati negli Stati Uniti ◆ Quando furono fondati gli Stati Uniti, gli americani bianchi, principalmente protestanti anglosassoni, erano molto sospettosi degli immigrati e cercarono di limitarli e assimilarli. Un presidente degli Stati Uniti una volta disse apertamente che non c’è bisogno di incoraggiare l’emigrazione “se non per utili meccanici – e alcune descrizioni particolari di uomini o professioni“. Temendo il caos interno ispirato dalla Rivoluzione francese, nel 1798 il governo degli Stati Uniti formulò leggi come il Naturalization Act, l’Alien Act, l’Alien Enemies Act e il Sedition Act. Questi atti hanno reso più difficile per gli immigrati diventare cittadini statunitensi e hanno dato al presidente il potere di imprigionare e deportare immigrati pericolosi o provenienti da Paesi nemici. Vale la pena notare che l’Alien Enemies Act è ancora in vigore oggi. ◆I neri sono tra i primi immigrati negli Stati Uniti. La loro immigrazione non è stata volontaria, ma forzata. Dopo essere arrivati negli Stati Uniti, hanno subito abusi disumani e non avevano diritti umani di cui parlare. Nel 1619, i primi 20 africani furono venduti come schiavi alla colonia della Virginia. Subito dopo, le colonie approvarono leggi per legittimare gli schiavi neri come “proprietà permanente” i cui figli divennero automaticamente schiavi. L’idea e il sistema del razzismo contro i neri si sono così radicati in America. Per giustificare la schiavitù dei neri, i bianchi stabilirono una gerarchia razziale oppressiva basata sul colore della pelle. La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti dichiarava che “tutti gli uomini sono creati uguali“. Tuttavia, la prima Costituzione degli Stati Uniti non riconosceva i diritti civili dei neri. Fu introdotta la clausola dei tre quinti, in base alla quale il numero effettivo di schiavi neri sarebbe stato moltiplicato per tre quinti nell’assegnazione dei seggi alla Camera. I danni della schiavitù storica perseguitano ancora oggi i discendenti...
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Di Yang Sheng e Xu Yelu FONTE ARTICOLO: GLOBALTIMES.CN Mentre gli Stati Uniti terranno il loro secondo “Vertice per la democrazia”, gli esperti cinesi hanno affermato che, rispetto al primo vertice tenutosi nel 2021, quest’ultimo evento non mostra nulla di nuovo nella sostanza delle cose: finta democrazia ma vera egemonia, come standard per invitare il paesi ospiti gli Usa si basano sulle preferenze diplomatiche di Washington e la capacità di servire la loro strategia egemonica per dividere – piuttosto che unire – il mondo con pregiudizi ideologici. Gli Stati Uniti sono un paese con una governance interna disordinata e la situazione dei diritti umani nel paese è in gravi difficoltà; gli analisti dicono che il sistema politico statunitense, con infinite lotte partigiane, continua a dividere la nazione e non riesce a risolvere problemi che destano grave preoccupazione tra gli americani. Pertanto, Washington è totalmente non qualificata e non è nella posizione tale da poter impartire lezioni ad altri sulla democrazia e sui “diritti umani”; il Summit For Democracy, così, farà solo sembrare gli Stati Uniti ancora più goffi e imbarazzati. Secondo il Dipartimento di Stato americano, il “Summit for Democracy” si terrà con la partecipazione dei leader di Costa Rica, Paesi Bassi, Corea del Sud e Zambia. Gli Stati Uniti hanno anche esteso gli inviti a partecipare all’evento principalmente tramite collegamenti video a 120 governi stranieri e altri partner . I criteri per ricevere l’invito sono stati molto vaghi poiché molti paesi occidentali con sistemi politici democratici non sono inseriti nella lista. Ad esempio, l’Ungheria, membro dell’UE, e la Turchia, membro della NATO, apparentemente non sono incluse. Non è stata invitata nemmeno Singapore, un piccolo Paese dall’economia sviluppata che svolge un ruolo chiave nel collegare l’Occidente con l’Oriente.  I media hanno riferito che il Dipartimento di Stato americano ha rifiutato di discutere i criteri. Falsa democrazia, vera egemonia  La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha detto che il vertice mira a formare una piattaforma ideologica per combattere i paesi che l’élite politica statunitense etichetta come autocrazie, in primo luogo Russia e Cina. “Gli Stati Uniti non hanno il diritto morale di fare la predica agli altri in merito a questioni interne. Questo modo di pensare binario – bianco-nero’ o ‘bravi ragazzi contro cattivi’ – non funziona nella vita reale. E non è in alcun modo utile per costruire relazioni a lungo termine con paesi sovrani“, ha detto Zakharova le cui parole sono state riportate dall’agenzia di stampa russa Tass. “Applaudiamo le osservazioni della parte russa“, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning in una conferenza stampa di routine. “Abbiamo affermato in più occasioni la nostra posizione sul cosiddetto “Summit for Democracy”. Nonostante i molti problemi interni, gli Stati Uniti stanno ospitando un altro “Summit for Democracy” in nome della promozione della democrazia, un evento che tira palesemente un linea ideologica tra i paesi e crea divisione nel mondo. L’atto viola lo spirito della democrazia e rivela ulteriormente la ricerca del primato da parte degli Stati Uniti...
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di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/18/confermate-le-responsabilita-usa-dietro-allattacco-terroristico-al-nord-stream/ Le rivelazioni pubblicate dal giornalista investigativo Seymour Hersh non lasciano dubbi sulle responsabilità statunitensi nell’attacco terroristico al gasdotto russo-tedesco. Mosca denuncia la questione alle Nazioni Unite. Lo scorso 8 febbraio, il giornalista investigativo statunitense Seymour Hersh, già vincitore del Premio Pulitzer, ha pubblicato importanti rivelazioni circa l’attacco terroristico ai due gasdotti Nord Stream, che collegano Russia e Germania, verificatosi lo scorso 27 settembre. Secondo Hersh, i sommozzatori della Marina degli Stati Uniti, sotto la copertura dell’esercitazione Baltops 22, avrebbero piazzato ordigni esplosivi sotto l’infrastruttura, con l’assistenza di esperti norvegesi. Tali rivelazioni confermano dunque quanto avevamo affermato sin dall’inizio, e dimostrano la fondatezza delle accuse rivolte dalla Russia alle potenze occidentali. Secondo Hersh, la decisione sull’operazione sarebbe stata presa personalmente dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, dopo nove mesi di discussioni con i funzionari dell’amministrazione che si occupano di sicurezza nazionale, tra i quali il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan, il segretario di Stato Antony Blinken e il sottosegretario di Stato per gli affari politici Victoria Nuland. Hersh, pur non rivelando l’identità della propria fonte, ha spiegato che “si tratta di qualcuno che sembra sapere un bel po’ di quello che stava succedendo“. L’articolo del giornalista investigativo ha naturalmente visto l’immediata smentita da parte degli Stati Uniti, ma soprattutto è stato in gran parte silenziato dalla stampa occidentale, la stessa che in precedenza aveva venduto la poco credibile storia dell’auto-attentato russo. Quanto scritto da Hersh avrebbe dovuto occupare le prime pagine dei quotidiani per giorni, in quanto assesta un nuovo duro colpo alla fortezza di menzogne costruite dagli Stati Uniti e dai loro vassalli europei circa l’intera questione ucraina. Invece, la stampa occidentale non ha perso occasione per dimostrare la propria sudditanza nei confronti di Washington, che nel frattempo continua ad agire nell’ombra per boicottare le indagini internazionali sull’atto terroristico. Tuttavia, va anche detto che, per chi come noi aveva effettuato un’analisi corretta degli avvenimenti sin dal primo momento, la notizia non risulta affatto sorprendente. È quanto sostenuto anche da Boyan Chukov, esperto bulgaro di relazioni internazionali, intervistato dall’agenzia stampa TASS. “L’inchiesta condotta dal giornalista americano Seymour Hersh non è una notizia clamorosa. Quasi subito dopo l’attentato terroristico agli esperti era chiaro che dietro l’esplosione del gasdotto ci fosse un grande Stato con risorse finanziarie, tecnologiche e militari, ed erano anche sorte alcune pubblicazioni su questo tema“, ha osservato. Secondo Chukov, l’unico dubbio da sciogliere era se ad effettuare l’attentato fossero stati gli statunitensi o i britannici, ma “la risposta inequivocabile era arrivata dall’ex ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski, membro del Parlamento europeo, che aveva postato su Twitter una dichiarazione ringraziando gli Stati Uniti per aver danneggiato il gasdotto Nord Stream, in seguito cancellata. Tutti, compresi tedeschi, svedesi e danesi, erano ben consapevoli di quanto era accaduto“. Anche dalla Cina sono arrivate dichiarazioni di condanna nei confronti dell’operato degli Stati Uniti. Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero fornire delle spiegazioni al mondo, e che dovrebbero essere considerati responsabili dell’accaduto se le rivelazioni di Hersh dovessero essere confermate. La Cina...
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di Liu Xin FONTE ARTICOLO: GLOBAL TIMES Analisti cinesi hanno affermato che i recenti segnali inviati dagli Stati Uniti sulla Cina sono stati del tutto caotici, il che potrebbe portare maggiore incertezza alle già tese relazioni bilaterali; gli stessi hanno esortato gli Stati Uniti a essere più sinceri nel fissare le relazioni con la Cina invece di intraprendere azioni provocatorie contro di essa, soprattutto dopo che l’immagine di un pallone bianco ha fatto notizia negli Stati Uniti e in alcuni paesi occidentali; questo perché i funzionari del Pentagono hanno affermato che si trattasse di un pallone spia cinese che stazionava nei cieli del Montana e che ha volato per una traiettoria che lo ha portato su “siti sensibili” negli Stati Uniti. Un portavoce del ministero degli Esteri cinese ha detto che il pallone in questione era, sì, un dirigibile proveniente dalla Cina, ma ha respinto l’affermazione che si trattasse di un pallone spia, affermando che il dirigibile era civile, utilizzato principalmente per scopi di ricerca meteorologica, e che ha deviato dalla sua rotta pianificata dopo essere stato colpito dai venti occidentali e a causa della sua limitata capacità di autogoverno in volo. Il portavoce ha anche affermato che la parte cinese si rammarica dell’ingresso involontario del dirigibile nello spazio aereo statunitense e che continuerà a comunicare con la parte statunitense e a gestire adeguatamente questa situazione inaspettata causata da forza maggiore. Il pallone – delle dimensioni di tre autobus – viaggiava a un’altitudine “ben al di sopra del traffico aereo commerciale e non rappresentava una minaccia militare o fisica per le persone a terra”. Il generale Patrick Ryder, un portavoce del Pentagono, ha riferito dell’accaduto ai giornalisti nel corso di una conferenza stampa frettolosamente organizzata in cui ha affrontato la situazione in corso. Prima di chiarire i fatti, le forze armate e i media statunitensi hanno accusato la Cina di spionaggio, e questo incidente ha portato la recente propaganda degli Stati Uniti sulla “minaccia cinese” a un nuovo livello, con alcuni analisti cinesi che hanno affermato che tale acrobazia – non è stata sostenuta da prove concrete – potrebbe portare nuove tensioni alle relazioni Cina-USA, in quanto fa seguito a mosse più intense degli Stati Uniti per contenere la Cina nei campi dell’esercito, della tecnologia e della diplomazia e anche su questioni di grande interesse per la Cina, tra cui quella inerente l’isola di Taiwan. La serie di azioni degli Stati Uniti contro la Cina è arrivata anche con la notizia proveniente dagli Stati Uniti che il segretario di Stato americano Antony Blinken visiterà la Cina il 5 e 6 febbraio. La Cina non ha ancora confermato la visita di Blinken. Dopo il clamore scatenatosi intorno all’incidente del pallone, i media statunitensi hanno riferito che l’amministrazione Biden ha deciso di posticipare l’imminente viaggio di Blinken a Pechino. Gli analisti dicono che mentre la comunità internazionale si aspetta di vedere le due principali economie del mondo allentare le tensioni attraverso interazioni ad alto livello per promuovere lo sviluppo globale nell’era...
di Timur Fomenko ARTICOLO PUBBLICATO SU COVERT GEOPOLITICS La visita di Xi Jinping in Arabia Saudita segnala il desiderio delle nazioni arabe di coprire le loro scommesse con partenariati più forti al di fuori di quello con gli Stati Uniti. Il leader cinese Xi Jinping ha intrapreso una visita ufficiale nel regno dell’Arabia Saudita. Qui, parteciperà a una serie di vertici tra cui un vertice Cina-Arabia Saudita, un vertice Cina-Stati arabi senza precedenti e un vertice del Consiglio di cooperazione Cina-Golfo (Cina-GCC). Gli incontri coinvolgeranno altri 14 capi di stato della regione, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Iraq, Kuwait, Bahrain e altri. Descrivere la visita come una “pietra miliare” nelle relazioni della Cina con il Medio Oriente, è corretto. È un segno di uno spostamento strategico verso un mondo multipolare. Le parti si uniscono nel fondere un insieme condiviso di obiettivi economici, strategici e di sicurezza, dimostrando agli Stati Uniti che non possono imporre agli stati del Medio Oriente con chi dovrebbero e non dovrebbero avere partnership. Per la maggior parte della storia recente, infatti, gli Stati del mondo arabo sono stati considerati come divisi in due gruppi. Da un lato, i “clienti” dell’Occidente, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Oman e Qatar. D’altra parte, ci sono veri e propri nemici, tra cui la Siria di Bashar Assad e l’Iraq di Saddam Hussein. Questo perché, all’inizio del XX secolo, le nazioni occidentali hanno progettato un Medio Oriente che avrebbe integrato la loro egemonia su sé stesso. Il loro obiettivo era quello di creare una serie di Stati clienti che servissero gli interessi occidentali in termini di accesso all’energia e all’esercito, sopprimendo al contempo qualsiasi Stato rivoluzionario che cercasse di opporsi al dominio occidentale nella regione. Con questo accordo, gli stati del Golfo Persico si sono arricchiti enormemente attraverso un accordo reciproco per fornire energia alle nazioni occidentali in cambio della proiezione della loro influenza militare in tutto il Medio Oriente. L’Arabia Saudita è stata un partner fondamentale degli Stati Uniti, mentre gli Emirati Arabi Uniti danno accesso alle basi aeree a diversi paesi occidentali. L’Occidente preserva l’indipendenza di questi paesi, aiutandoli nel contempo a contenere vicini revisionisti come avvenuto con l’Iraq dell’era baathista e l’Iran contemporaneo. Ma il mondo sta cambiando. Il partenariato tra l’Occidente e gli stati arabi nasce da reciproci interessi strategici, non da ideologia o fratellanza. Sono soci in affari, non alleati, e negli ultimi decenni gli Stati Uniti hanno dimostrato la loro propensione a causare enormi sconvolgimenti, devastazioni e distruzioni in tutto il Medio Oriente, il che è stato svantaggioso per tutti. Sebbene gli Stati Uniti possano aver sostenuto i loro partner nel Golfo, è sempre stato un fattore ovvio e pressante che Washington sia veramente interessata solo alla propria egemonia e non abbia un vero rispetto per la sovranità, la cultura o gli interessi dei paesi della regione . Cosa succede, dopo tutto, quando il mondo si allontana dal petrolio? L’Arabia Saudita e stati simili possono aver...
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di Mike Whitney ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO IN LINGUA INGLESE SU TheUnz.com “L’obiettivo occidentale è indebolire, dividere e infine distruggere la nostra nazione. Stanno apertamente affermando che, da quando sono riusciti a smantellare l’Unione Sovietica nel 1991, ora è il momento di dividere la Russia in molte regioni separate che saranno l’una alla gola dell’altra“. Il presidente russo Vladimir Putin. “Cheney ‘voleva vedere lo smantellamento non solo dell’Unione Sovietica e dell’impero russo, ma della Russia stessa, in modo che non potesse mai più essere una minaccia per il resto del mondo‘… L’Occidente deve completare il progetto iniziato nel 1991…. Fino a quando l’impero di Mosca non sarà rovesciato, la regione e il mondo non saranno al sicuro…” (“Decolonize Russia”, The Atlantic) L’ostilità di Washington nei confronti della Russia ha una lunga storia che risale al 1918, quando Woodrow Wilson dispiegò oltre 7.000 truppe in Siberia come parte di uno sforzo alleato per annullare le conquiste della rivoluzione bolscevica. Le attività dell’American Expeditionary Force, che è rimasto nel paese per 18 mesi, sono scomparse da tempo dai libri di storia negli Stati Uniti, ma i russi indicano ancora l’incidente come un altro esempio dell’inesorabile intervento dell’America negli affari dei suoi vicini. Il fatto è che le élite di Washington si sono sempre intromesse negli affari della Russia nonostante le forti obiezioni di Mosca. Infatti, un gran numero di élite occidentali non solo pensa che la Russia dovrebbe essere divisa in unità geografiche più piccole, ma che il popolo russo dovrebbe accogliere con favore un tale risultato. I leader occidentali nell’anglosfera sono così consumati dall’arroganza e dal loro stesso ottuso senso di diritto, che credono onestamente che i russi comuni vorrebbero vedere il loro paese frammentato in minuscoli staterelli che rimarrebbero aperti al vorace sfruttamento dei giganti petroliferi occidentali, corporation minerarie e, ovviamente, il Pentagono. Ecco come la mente geopolitica di Washington, Zbigniew Brzezinski, ha riassunto il tutto in un articolo su Foreign Affairs: “Date le dimensioni e la diversità (della Russia), è molto probabile che un sistema politico decentralizzato e un’economia di libero mercato liberino il potenziale creativo del popolo russo e le vaste risorse naturali della Russia. Una Russia vagamente confederata – composta da una Russia europea, una Repubblica siberiana e una Repubblica dell’Estremo Oriente – troverebbe anche più facile coltivare relazioni economiche più strette con i suoi vicini. Ciascuno dei diritti confederati sarebbe in grado di attingere al proprio potenziale creativo locale, soffocato per secoli dalla pesante mano burocratica di Mosca. A sua volta, una Russia decentralizzata sarebbe meno suscettibile alla mobilitazione imperiale”. (Zbigniew Brzezinski, “Una geostrategia per l’Eurasia”, Affari esteri, 1997). La “Russia vagamente confederata”, che Brzezinski immagina, sarebbe una nazione sdentata e dipendente che non potrebbe difendere i propri confini o la propria sovranità. Non sarebbe in grado di impedire a paesi più potenti di invadere, occupare e stabilire basi militari sul suo territorio. Né sarebbe in grado di unificare i suoi popoli disparati sotto un’unica bandiera o perseguire una visione positiva “unificata” per il futuro del...
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di Giulio Chinappi Il 2 marzo, il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato un documento dal titolo “Il genocidio americano degli indiani: fatti storici e prove reali“. Secondo gli autori, “è imperativo che il governo degli Stati Uniti abbandoni la sua ipocrisia e i suoi doppi standard sulle questioni dei diritti umani e prenda sul serio i gravi problemi razziali e le atrocità nel proprio Paese“. Di seguito la traduzione completa del testo. Il termine “genocidio”, composto da l’antica parola greca genos (razza, nazione o tribù) e dal latino caedere (“uccisione, annientamento”), fu coniato per la prima volta da Raphael Lemkin, giurista ebreo polacco, nel suo libro del 1944 Dominio dell’Asse nell’Europa occupata. In origine significa “la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico”. Nel 1946, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) definì il genocidio come un crimine ai sensi del diritto internazionale nella risoluzione 96, che affermava che “il genocidio è una negazione del diritto all’esistenza di interi gruppi umani, poiché l’omicidio è la negazione del diritto di vivere dei singoli esseri umani; tale negazione del diritto di esistenza sconvolge la coscienza dell’umanità… ed è contraria alla legge morale e allo spirito e agli obiettivi delle Nazioni Unite”. Il 9 dicembre 1948, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la Risoluzione 260A, o la Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio entrata in vigore il 12 gennaio 1951. La risoluzione osservava che “in tutti i periodi della storia il genocidio ha inflitto grandi perdite all’umanità”. L’articolo II della Convenzione definisce chiaramente il genocidio come uno qualsiasi dei seguenti atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale: (a) uccidere i membri del gruppo; (b) causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo; (c) infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita atte a provocarne la distruzione fisica in tutto o in parte; (d) imporre misure volte a prevenire le nascite all’interno del gruppo; (e) trasferire forzatamente i bambini dei gruppi a un altro gruppo. Gli Stati Uniti hanno ratificato la Convenzione nel 1988. Il genocidio è anche chiaramente definito nel diritto interno degli Stati Uniti. Il Codice degli Stati Uniti, nella Sezione 1091 del Titolo 18, definisce il genocidio come attacchi violenti con l’intento specifico di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, definizione simile alla Convenzione sulla prevenzione e la punizione del reato di genocidio. Secondo documenti storici e resoconti dei media, sin dalla loro fondazione, gli Stati Uniti hanno sistematicamente privato gli indiani dei loro diritti alla vita e dei diritti politici, economici e culturali fondamentali attraverso uccisioni, deportazioni e assimilazione forzata, nel tentativo di sradicare fisicamente e culturalmente questo gruppo. Ancora oggi, gli indiani devono affrontare una grave crisi esistenziale. Secondo il diritto internazionale e il suo diritto interno, ciò che gli Stati Uniti hanno fatto agli indiani copre tutti gli atti che definiscono il genocidio e costituisce indiscutibilmente un genocidio. La rivista americana Foreign Policy ha commentato che i crimini contro i nativi americani...