Recensione di Città Futura Verso un futuro più luminoso (Anteo Edizioni, 2021), a cura di Zhang Yun, ripercorre la storia recente del Tibet, smentendo alcuni luoghi comuni e tracciando la parabola dello sviluppo di questa regione dal 1959 a oggi. Il Tibet è spesso oggetto delle attenzioni della stampa occidentale come mezzo di discredito nei confronti del governo cinese. Secondo i luoghi comuni propinati da costoro, il Tibet sarebbe stata una regione abitata da una popolazione pacifica improvvisamente sottomessa e repressa dalle autorità cinesi dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, il 1° ottobre 1949, da parte di Mao Zedong. Tale visione è smentita dal curatore Zhang Yun sin dalla prefazione: “Nei tempi antichi, il Tibet non era il leggendario Shangri-La, come a volte è stato affermato, bensì una servitù feudale sottomessa a un regime teocratico. In passato, quella tibetana era una società oscurantista caratterizzata da una gerarchia rigida e da un sistema punitivo crudele” (p. 11). Al contrario, la fondazione della Repubblica Popolare Cinese e l’inizio del governo di Pechino sulla regione tibetana, divenuto effettivo nel 1959, hanno portato a un importante progresso sociale ed economico, a vantaggio della maggioranza della popolazione, un tempo costretta da un rigido sistema di caste: “La riforma democratica lanciata nel 1959 ha cambiato radicalmente il tessuto sociale di questa regione e le vite di oltre un milione dei suoi abitanti. Fu in quell’anno che il Tibet abolì l’autocrazia teocratica feudale che durava da quasi un millennio, operando una grande transizione da nuova società democratica a socialista” (p. 12). Il primo capitolo, “Oscurantismo nel vecchio Tibet”, analizza in maniera approfondita quelle che erano le dinamiche della società tibetana del passato, attraverso testimonianze, documenti ufficiali e ricostruzioni storiche. La rigidità gerarchica della società tradizionale tibetana è sancita da antichi codici, nei quali si legge chiaramente: “Le persone sono divise in tre classi (superiore, media e inferiore). Ogni classe è ulteriormente suddivisa in tre gradi secondo il lignaggio e lo stato sociale. Data questa suddivisione, anche il valore della vita di una persona sarà alto o basso” (p. 18). La suddivisione gerarchica istituiva di fatto una teocrazia nei quali alcuni monaci di alto rango disponevano di un potere e una ricchezza spropositati nei confronti del resto della popolazione, secondo un modello feudale: “Per un periodo piuttosto lungo, in Tibet è esistito un serio fenomeno di polarizzazione gerarchica. Funzionari, nobili e monaci di livello superiore possedevano la terra e controllavano la vita, la morte e il matrimonio dei servi della gleba che venivano considerati proprietà privata” (pp. 24-25). Anche studiosi occidentali, come il lussemburghese Albert Ettinger, hanno affermato: “Sebbene il Tibet non fosse la sola area nella quale si perpetravano punizioni barbare, è stata l’unica o comunque una delle pochissime che ha portato avanti un sistema penale così crudele fino alla metà del XX secolo” (p. 39). Non va poi dimenticato che, nell’ottobre del 1903, l’esercito britannico invase il Tibet a partire dalla propria colonia indiana, al fine di indebolire ulteriormente la dinastia Qing. Questo avrebbe dato origine alla cosiddetta “questione tibetana” al momento della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Proprio di questa fase si parla nel secondo capitolo, “Storia e scelta del popolo”. Nel...