11 Agosto 2026

Vernole

IMG-20200822-WA0023
Sabato 29 agosto 2020 alle ore 16.00 presso Chiesa di Santa Corona – Contrà Santa Corona  6 – Vicenza, nell’ambito delle Giornate della cultura serba in Italia, Unione dei Serbi in Italia organizza la promozione di “La difesa della fede ortodossa in Montenegro” (Anteo Edizioni), il nuovo libro di Stefano Vernole . A causa del numero limitato di posti è necessaria la prenotazione al numero di telefono 3295737683. Ingresso gratuito. La promozione è organizzata in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri – Direzione per la Cooperazione con la Diaspora e i Serbi nella Regione, il Comune di Vicenza, il Consolato Generale della Repubblica di Serbia in Trieste e l’Associazione umanitaria “Koreni” di Verona.
logo
    Cosa ne pensi del conferimento del Premio Nobel a Peter Handke? Considero l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura a Peter Handke un meritato riconoscimento. La sua carriera di scrittore controcorrente avrebbe dovuto trovare più attenzione in precedenza, ma il fatto di essere uno spirito libero lo ha sicuramente penalizzato. Per quanto riguarda il suo libro più controverso e discusso, “Giustizia per la Serbia”, ricordo perfettamente che descrive una parabola ben nota. Tutti coloro, incluso me stesso, che hanno viaggiato nell’ex Jugoslavia nel 1995 in cerca della verità, possono solo essere d’accordo con i giudizi di Handke. La campagna mediatica contro Belgrado negli anni Novanta raggiunse livelli ignobili, sebbene ripetutamente negata dai fatti e dalle testimonianze di coloro che vivevano quella difficile situazione sul campo. Le feroci critiche che sono arrivate per l’assegnazione del premio, con parole indegne di pseudo-intellettuali contro Handke, non fanno altro che testimoniare l’ineluttabile declino di un’Europa, il cui progetto politico e culturale ha fallito miseramente. La ragione principale di ciò sta proprio nella logica occidentale che non ammette mai i suoi grandi errori (l’ultimo in ordine di tempo riguardo la Siria, dove ovviamente solo Assad corre ad aiutare i curdi) o la possibilità che opinioni e posizioni possano differire dagli interessi della NATO. Onore quindi alla coerenza e all’onestà intellettuale di Handke che certamente non nega ciò che ha scritto in quel periodo difficile. Cosa puoi dire a proposito del fatto che albanesi e croati principalmente, con il supporto di giornalisti e media occidentali, attraverso tesi politiche che si sono dimostrate non vere e che Handke ha criticato in precedenza, hanno cercanto di convincere il Comitato a ritirare la decisione? Posso dire che questo è un tentativo abbastanza miserabile, soprattutto per la stessa dignità di quei popoli, di rivalersi contro i serbi. Al di là delle responsabilità del conflitto e dei crimini commessi in guerra che riguardano tutte le parti, albanesi e croati farebbero meglio a riconoscere la loro attuale condizione coloniale piuttosto che discutere con Handke. Il Kosovo e Metohija rimane un’immensa base militare (Camp Bondsteel) a disposizione delle operazioni militari ed economiche statunitensi, il paese più povero d’Europa, un laboratorio per il traffico di droga e senza alcuna reale sovranità politica o militare. La Croazia, che ospita il più grande centro di spionaggio degli Stati Uniti nei Balcani, rimane una colonia economica tedesca che deve però guardare a Belgrado per i suoi progetti infrastrutturali. Quando l’intellighenzia di questi popoli capirà che il loro paese è solo una pedina del gioco atlantista, allora potranno permettersi di criticare, fino ad oggi devono essere considerati minoranze privilegiate al servizio degli interessi geopolitici di Washington e Bruxelles.  
imgp1980
  Gli Stati Uniti, con la loro politica “America First”, si sono allontanati dai loro alleati negli ultimi due anni e hanno ridotto la partecipazione internazionale degli Stati Uniti alle organizzazioni internazionali. In primo luogo, Washington ha esortato i suoi alleati della NATO a sostenere i costi dell’alleanza transatlantica, poi ha esercitato pressioni sulla Corea e sul Giappone e ora l’UE è sotto la pressione degli Stati Uniti. Secondo te, questo cambiamento di approccio può essere interpretato come una nuova tendenza nell’ordine mondiale?   Certamente l’atteggiamento di Donald Trump contrasta parzialmente con quella tendenza geopolitica che, dal 1999, ha affidato alla NATO il ruolo di gendarme globale per la protezione degli interessi degli Stati Uniti in primo luogo e per gli alleati / vassalli in secondo luogo. Il nazionalismo trumpiano è andato fino al punto di far sperare, almeno a parole, la fine dell’interventismo globale USA a favore di un ripiegamento sui suoi interessi domestici. Quanto concretamente fattibile rimane controverso; stiamo infatti parlando di un paese che possiede circa 1000 basi militari sparse nel mondo e che difficilmente può continuare a imporre il dollaro come valuta dominante nel commercio internazionale e in particolare per l’acquisto di materie prime senza esercitare una costante pressione geopolitica. Pertanto non vedo nella Dottrina di Trump un vero allontanamento dai principi storici dell’eccezionalismo americano (“destino manifesto”, “nazione indispensabile” …), anche se una certa concorrenza tra la sua Amministrazione e alcuni settori dello Stato profondo è innegabile . Tuttavia, mi sembra più un comportamento tattico che il frutto di una visione strategica; da questo punto di vista un possibile secondo mandato di Trump chiarirà le sue reali intenzioni, allo stesso modo di Obama. L’elezione di Trump è certamente dovuta a una tendenza globale, cioè allo spirito di rivincita di una classe media impoverita dalla crisi economica del 2008, causata proprio dal crollo dei mutui statunitensi. La parabola dell’attuale presidente americano è molto simile a quella della coppia Gorbachev-Eltsin; volevano riformare l’Unione Sovietica liberando la Russia dall’onere degli altri paesi confederati, ma finirono per distruggere l’intero sistema, Trump potrebbe quindi essere il liquidatore dello storico imperialismo americano. Tuttavia, l’attuale inquilino della Casa Bianca potrebbe anche diventare l’ultima carta disponibile alle lobby neo-cons per bloccare l’ascesa geopolitica della Cina e il nuovo sistema internazionale multipolare: i segni sono finora contrastanti.       Molti analisti non attribuiscono queste mosse del governo degli Stati Uniti a Donald Trump, ma piuttosto pensano che gli Stati Uniti stiano cercando di salvare il capitalismo e l’economia americana dal collasso. Sei d’accordo?    È certamente una tesi suggestiva, soprattutto perché si accompagna bene all’identificazione del nuovo nemico strategico degli Stati Uniti nella Cina, dopo l’URSS e il mondo islamico. Anche gli attuali buoni risultati economici della Trump Administration non possono farci dimenticare che il debito generale delle società negli Stati Uniti è elevato,  il vero problema è quello dei prestiti a leva. Cioè, “prestiti con leva finanziaria”, concessi a società ad alto rischio che hanno in media un debito quattro volte superiore...
Tas
US ‘Terrorism’ Game Not Over by Baghdadi’s Death: Italian Author TEHRAN (Tasnim) – An Italian author and geopolitical analyst highlighted the US attempts over the past decades to destabilize the Middle East by supporting terror groups and said Washington’s game of terrorism will not end by the killing of Daesh (ISIS or ISIL) leader Abu Bakr al-Baghdadi. Of course, the game of ‘terrorism’ is still to be played out because the destabilization of the Middle East carried out over the last 30 years by the US administrations is profound,” Stefano Vernole, the head of External Relations at the Eurasia Mediterranean Study Center, told Tasnim in an interview. Vernole, a graduate in contemporary history and analysis of conflicts, ideologies, and politics in the contemporary world, has worked in the field of bibliographic cataloging and in the field of public administration. He is the head of external relations at the Eurasia Mediterranean Study Center and Deputy Director of “Eurasia”, a journal of geopolitical studies. He is the author of Ex-Yugoslavia: Dirty Game in the Balkans, National Fragmentation and Geopolitical Risk of Kosovo (2013), The Serbian Question and the Kosovo Crisis (2008), as well as co-author of The struggle for Kosovo (2007), Tibet Crossroads between Past and Future (2014), Discovering Tibet (2015), and Lo Xizang (Tibet) and the New Silk Road (2016). The following is the full text of the interview: Tasnim: US President Donald Trump recently declared that Daesh (ISIS or ISIL) leader Abu Bakr al-Baghdadi was dead after a US military raid in northwest Syria over the weekend. In reaction, the spokesman for Iran’s administration, Ali Rabiei, shrugged off the US president’s announcement and said Washington’s policies are the main reason for the emergence of Daesh, adding that the death of Baghdadi does not mean that Takfiri terrorism or “Daeshism” has ended. Do you think the killing of the Daesh leader would play a major role in the fight against terrorism in the region or bring an end to the phenomenon given its root causes? Vernole: The eventual killing of al-Baghdadi (Russia has raised some doubts about the real killing)certainly represents a symbolic blow in the fight against terrorism, but it certainly does not represent the end. US military action conducted in the Idlib area – an area under siege by Assad’s troops and Russian aviation – represents a concession to Putin’s pride in Trump. Let us not forget that the US president with his decision to withdraw a good part of the troops from Syria attracted criticism from the US establishment and needed a “coup de theater” to justify it. Of course, the game of “terrorism” is still to be played out because the destabilization of the Middle East carried out over the last 30 years by the US administrations is profound. Just think of what is happening in these hours in Lebanon and Iraq with the resignation of the two prime ministers. In particular, the Sunni component in the latter country had sought in Daesh a form of...
Analisi del Rapporto – giugno 2017 – della McKinsey & Company di Stefano Vernole. Le recenti polemiche sul dramma immigrazione hanno riportato alla ribalta una questione di cui da molti anni si dibatte: come si può cooperare con il Continente africano per aiutarlo ad uscire da una situazione spesso considerata di sottosviluppo? E’ evidente che le logiche portate avanti dalle multinazionali statunitensi ed europee dopo la decolonizzazione post 1945 abbiano decisamente aggravato la situazione dei Paesi del Terzo Mondo, giunti relativamente tardi all’indipendenza: sviluppo ineguale dovuto alla divisione internazionale del lavoro capitalista, neocolonialismo e sradicamento dei popoli ne sono state le conseguenze. Esiste però un modello alternativo che si sta sempre più affermando, quello della cooperazione Sud-Sud (win-win) concretamente attuato da Pechino sia per ragioni economiche che geopolitiche. Le radici profonde del legame tra la Cina e l’Africa risalgono al processo di emancipazione degli anni ’50 e ’60, quando il Presidente della Tanzania, Julius Nyerere, si appellò a Mao Zedong in nome della “solidarietà terzomondista”. Una sua concreta espressione ne fu la costruzione tra il 1968 e il 1976 della Tan-Zam Railway, che collegò una Zambia senza sbocco al mare al Porto di Dar es Salaam in Tanzania. Gran Bretagna, Giappone, Germania occidentale e Stati Uniti d’America, così come le stesse Nazioni Unite e la Banca Mondiale, declinarono l’invito a finanziare il progetto ritenendolo impraticabile. Solo la Repubblica Popolare Cinese ci credette, investendoci 3 miliardi di dollari. Le conseguenze dell’atteggiamento cinese pagarono anche dal punto di vista diplomatico: nel 1971 la Cina tolse a Taiwan il seggio quale membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e 26 voti su 76 a favore di Pechino giunsero dai Paesi africani. Il rapporto storico tra il “Dragone e i Leoni”, come ben analizzato nello studio pubblicato nel giugno 2017 dalla Società internazionale di consulenza manageriale McKinsey & Company, non ha mai smesso di crescere (segnaliamo ad es. nel 2012 il report: https://www.eurasia-rivista.com/la-lotta-per-lafrica-resoconto-foto-e-video/). Tra il 2016 e il 2017 la McKinsey ha incaricato un proprio team di condurre indagini approfondite sugli investimenti economici cinesi in Africa, sia pubblici che privati, sfatando i tanti luoghi comuni propagandati dalla stampa occidentale volti a giustificare l’impegno di sfruttamento strategico, militare, finanziario e geopolitico che USA (Africom), G.B. (Commonwealth) e Francia (franco CFA) in particolare continuano a perpetuare nel continente africano. Sono perciò state investigate 1.073 imprese cinesi che operano in Angola, Costa d’Avorio, Etiopia, Kenya, Nigeria, Sudafrica, Tanzania e Zambia, le quali rappresentano circa 2/3 del prodotto interno lordo dell’Africa sub-sahariana e il 50% degli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi in Africa. Inoltre sono stati intervistati 104 alti governatori e leader aziendali africani su quelle che sono le loro percezioni relativamente alla strategia e agli investimenti cinesi nei rispettivi Paesi. Per concludere il report, la McKinsey ha quindi sondato le opinioni di altri 30 esperti cinesi e analisti di livello mondiale. I numeri e le valutazioni dell’indagine non lasciano spazio a dubbi: sono oltre 10.000 le imprese cinesi che lavorano attualmente in Africa e se osserviamo...
paz
Stefano Vernole, in rappresentanza del Centro Studi Eurasia Mediterraneo, è stato invitato a tenere una relazione presso la Cátedra Francisco Villamartín de estudios de Seguridad y Defensa URJC – CESEDEN (Centro superiore di studi della Difesa) di Madrid (SPAGNA) il 27 gennaio 2017. Titolo dell’intervento: “Rifugiati e migranti nel Mediterraneo. Geopolitica di una crisi” (Modulo IV). In allegato il programma completo del seminario permanente, organizzato in collaborazione con L’Università Re Juan Carlos di Madrid. Programma
di Stefano Vernole La Società Ponte sull’Adriatico (2004-2005) ha i diritti sulla costruzione e la gestione di due brevetti: uno per il ponte e uno per il terminal. Il grande Ponte ferroviario e stradale, per il tratto che unisce le due sponde dell’Adriatico tra Ancona e Zara, è stato progettato per avere una lunghezza di 120 Km sul mare e di 30 Km per la parte di attraversamento delle isole di fronte alla costa della Croazia; il progetto dovrebbe però soddisfare i seguenti requisiti: • Durata vitale minima dell’opera: 120 anni • Costo dell’opera: 21 miliardi di euro • Manutenzione dell’opera straordinaria prevista ogni 10 anni • Capacità massima di traffico nei due sensi veicolare – automobilistico e commerciale: 80 milioni di veicoli annui – 200.000 veicoli giornalieri • Capacità massima di convogli ferroviari nei due sensi: 200 giornalieri. • Bacino di utenza prossimo all’opera: 100 milioni di persone di cui 25 in Italia e 75 nell’Europa orientale. Il ponte viaggerebbe ad un’altezza che si aggira tra i 50 e i 70 mt. sopra il livello del mare, i piloni raggiungerebbero un’estensione di 300 mt. e potrebbero immergersi fino a 70-100 mt. di profondità. L’infrastruttura si può costruire grazie all’utilizzo delle energie rinnovabili ed è autosufficiente, partirebbe dalla zona di Falconara per unire successivamente Ancona a Zara, dove si collegherebbe alla rete ferroviaria e autostradale dei paesi Balcanici. Considerando l’attuale interesse della Cina per il nostro Paese, l’Italia potrebbe candidarsi ad essere una piattaforma e un centro logistico per tutto il Mediterraneo, visto che la Nuova Via della Seta coinvolgerà comunque Balcani ed Europa orientale. Il ponte si collocherebbe a metà strada tra Italia e Croazia e verrebbe disposto su tre piani dove dovrebbero trovare posto due larghe autostrade, una per ogni senso di marcia, e due binari ferroviari. Inoltre un sottopiano cablato garantirebbe ogni tipo di servizi di collegamento, compresi acquedotti e oleodotti. Si tratterebbe di un’opera monumentale importante non solo per il Mar Adriatico e il Centro Italia che ne sarebbero rivitalizzati ma anche per il Nord-Ovest dell’Europa (è vicino al Corridoio n. 5), potrebbe coinvolgere una serie di strutture adiacenti (terminal, trasporto marittimo container, aree di intrattenimento …). Il ponte stesso potrebbe produrre energia pulita tramite l’installazione di pannelli fotovoltaici, lo sfruttamento del moto ondoso e di impianti eolici, quindi sarebbe ecologicamente sostenibile. Stefano Vernole – 22 dicembre 2016
di Stefano Vernole * Il contesto storico-geografico Nel lessico della lingua rumena il toponimo “Transnistria”, che letteralmente significa “oltre il fiume Nistro”, riacquista a partire dagli anni Novanta un largo utilizzo (e viene perlopiù usato in Occidente) per indicare il territorio tra il corso inferiore del fiume Nistro e il Bug meridionale che abbraccia due regioni storiche, l’estremo Ovest della Novorussia e l’estremo Sud della Podolia. L’odierna Transnistria occupa una fascia di terra lunga approssimativamente 200 km. e larga 12-15 km., la sua area è di 4160 km quadrati e si trova esattamente in mezzo alle odierne Ucraina e Moldova. Le sue principali tappe storiche possono così essere riassunte: 600 a.c. Primo insediamento sul fiume Nistro, dove viene fondata una colonia greca “Tyras”, dalla quale l’odierna capitale (Tiraspol) trae il suo nome. 100 a.c. La Transnistria fa parte formalmente della Sarmazia, confederata con la Scizia, mentre il fiume Nistro forma il confine della Sarmazia e quello della Dacia (le attuali Moldova e Romania). 850. All’inizio del Medioevo la Transnistria è popolata da tribù slave e da gruppi di nomadi turchi, mentre il fiume Nistro marchia una netta distinzione dal territorio occidentale. 1450. La Transnistria diventa formalmente parte del Grande Ducato di Lituania, mentre il Principato di Moldova è indipendente; il confine è marcato dal fiume Nistro. 1792. Dopo la Pace di Iasi dell’anno precedente, l’area viene incorporata all’interno dell’Impero Russo (i suoi abitanti la ribattezzano Novaia Rossia-Nuova Russia), mentre la Moldova rimane parte dell’Impero Ottomano, così il fiume Nistro va a fissare il confine sud-occidentale tra le due potenze imperiali. 1807-1808. Con i trattati di Tilsit ed Erfurt, lo zar Alessandro I ottiene da Napoleone la promessa di potersi estendere sopra i principati rumeni di Moldova e Tara Romanesca, ma deve accontentarsi della Bessarabia tra il Nistro e il Prut. 1856. La Guerra di Crimea costringe la Russia a restituire ai principati romeni il Sud della Bessarabia (Bugeaco). 1917. Lo smembramento dell’Impero zarista provoca la riunificazione della Bessarabia alla Romania, decisione mai accettata dall’Unione Sovietica. 1924. Sotto l’Unione Sovietica, la Transnistria diviene la Repubblica Autonoma Sovietica Socialista Moldava, che comprende parte dell’Ucraina ma non dell’odierna Moldova (che viene inglobata nella Romania). Il fiume Nistro continua così ad essere il confine naturale tra le due aree. Il 4 febbraio del medesimo anno, un documento segreto del Partito Comunista Sovietico analizza la posizione strategica della Transnistria nei Balcani e ne espone la sua importanza per la geopolitica dell’URSS (“Memoria riguardante la necessità della creazione della Repubblica Sovietica Socialista Moldava”) (1). 1940. In seguito al Patto Ribbentrop-Molotov, Stalin ottiene la Moldova romena (Bessarabia) e la unisce alla Transnistria, formando la Repubblica Sovietica Socialista Moldava (RSSM). 1989. A Chisinau, il Parlamento Moldavo annulla il Patto Ribbentrop-Molotov, decisione che secondo l’opinione pubblica di Tiraspol inficia anche l’unione tra la Transnistria e la Moldavia. In particolare l’art. 7 della Costituzione moldava abolisce il russo come lingua ufficiale, provocando un forte risentimento in Transnistria dove non tutti conoscono il romeno (mentre praticamente tutti i romeni conoscono...
di Stefano Vernole La NATO: nascita e finalità. Molti ritengono che la NATO nasca in risposta al cosiddetto “espansionismo sovietico”, ricordiamo tuttavia che il Patto di Varsavia – organizzazione militare che raggruppava i Paesi satelliti dell’URSS – venne creato solo nel 1955, cioè cinque anni dopo la nascita dell’Alleanza Militare Atlantica (1950). Molto più concretamente si può sostenere che la NATO abbia sempre agito secondo i principi enunciati dal Segretario generale della NATO Lord Ismay: “L’America dentro, la Germania sotto e la Russia fuori”. Esistono poi seri dubbi sulle reali capacità belliche e sulla volontà storica della NATO di difendere l’Europa in caso di conflitto armato con l’Unione Sovietica. Capacità: il Generale belga Robert Close, (ex Vice Comandante del Nato Defense College), in un dettagliato volume del 1978 espose efficacemente la tesi che se “i Russi aggredissero di sorpresa le forze della Nato nella Germania Occidentale potrebbero arrivare al Reno in 48 ore”. Le opinioni di Close furono pochi anni dopo precisate dal Generale Johannes Steinhoff, che prestò per tre anni servizio come Presidente del Comitato Militare della NATO (uno dei posti più alti in seno all’Alleanza Atlantica): “E’ un fatto che l’Alleanza va a rotoli dolcemente … è ancor vero oggi, come all’epoca della creazione della NATO, che questa alleanza è totalmente dipendente dalla leadership degli Stati Uniti. Sembra venuto il momento di rivedere questa leadership … Dato che non serve a nulla che gli Stati Uniti partecipino ad una alleanza che non è capace di reagire ad un attacco sovietico – il solo scopo reale della NATO – bisognerebbe forse che il nostro prossimo Presidente stabilisca a quali condizioni intendiamo proseguire la nostra partecipazione”. Ma viene confermata in seguito da alcuni fattori: le pessime prestazioni fornite dalla NATO nei recenti teatri di guerra, Serbia, Iraq e Libia innanzitutto; la scarsa attitudine dei soldati USA alle battaglie terrestri; il ricorso sempre più evidente alle società private che forniscono mercenari nei vari teatri operativi. Volontà di protezione: è sufficiente ricordare le dichiarazioni di Ronald Reagan, riportate in Italia solo dal quotidiano “La Stampa”, con le quali l’ex Presidente USA il 16 ottobre 1981 dichiarava che l’Europa può essere “Il teatro di una guerra nucleare limitata”. Stati Uniti e Unione Sovietica avrebbero potuto fare dell’Europa un campo di battaglia nucleare, senza coinvolgersi direttamente, ma distruggendo completamente il Vecchio Continente. Scioglimento del Patto di Varsavia: Gorbaciov ebbe l’assicurazione che gli USA non avrebbero allargato la NATO ad Est ma a Washington si rimangiarono la parola, come sottolineato dallo stesso Putin nel 2007, durante la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera. L’Alleanza Atlantica ha infatti tracciato due nuovi concetti strategici, uno nel 1991 e l’altro nel 1999, in concomitanza con le due guerre di aggressione all’Iraq e alla Serbia. Approfittando proprio della guerra civile jugoslava che gli stessi USA avevano contributo ad attizzare, la NATO effettuò i primi interventi militari contro una nazione europea non allineata, prima contro i serbi di Bosnia (1995) poi contro il Governo di Belgrado (1999). E’...
IMGP1278
A cura della Redazione di CeSEM Si è tenuto a Milano un importante Vertice dell’Asem, l’organizzazione euroasiatica nata nel 1996 a Bangkok e che rappresenta oggi 52 paesi, il 62,5% della popolazione, il 68% del commercio e il 57% del PIL a livello mondiale. Basata su 4 pilastri fondamentali: politica-economia-società-cultura (educazione), l’Asem è stato definito al recente summit di Shangai dai Presidenti russo e cinese, Putin e Xi Jinping: “Un importante piattaforma per lo scambio economico e la cooperazione commerciale in varie sfere …”, mentre il Presidente indiano Modi ha dichiarato che “Nuova Delhi giocherà un importante ruolo per intensificare la cooperazione tra i membri dell’organizzazione”. L’interdipendenza tra Europa ed Asia è già oggi fortissima (il commercio tra i due continenti nel 2012 era valutato in 1.37 trilioni di euro), permette all’Unione Europea di creare una “super partnership mondiale” con Mosca e Pechino e di allargare gli scambi con le nazioni asiatiche più piccole. La recente visita di Xi Jinping a Bruxelles ha ribadito la volontà di Europa e Cina di incrementare i propri rapporti attraverso la firma di un accordo di libero scambio che proteggerà i reciproci investimenti economici (http://www.china-files.com/it/link/37698/cina-ue-laccordo-di-libero-scambio-si-fara) . L’Asem (http://www.asean.org/), in collaborazione con l’Asean (http://www.asean.org/) avrà un importante ruolo anche nel risolvere l’annosa contesa nel Mar Cinese Meridionale, sulla base del concetto che si può “competere ma allo stesso tempo collaborare” quando gli interessi globali coincidono. Per il Cesem ha seguito l’evento di Milano il suo responsabile per le relazioni esterne Stefano Vernole (vedi foto del Vertice Asem).