Nel pieno della competizione geoeconomica, la filiera dei veicoli elettrici dimostra che la cooperazione conviene più dello scontro. La centralità industriale della Cina, la necessità europea di rilancio e la svolta canadese indicano una via pragmatica fondata su reciprocità e stabilità.
unione europea
La visita di Keir Starmer in Cina e le parole di Bart De Wever segnano un cambio di clima: cresce in Europa la consapevolezza che la dipendenza da Washington ha un costo politico ed economico. Ma l’inerzia atlantista e i riflessi NATO frenano il riposizionamento.
Scioccata dalle rivendicazioni statunitensi sulla Groenlandia, in difficoltà a causa dei dazi di Trump ma sotto scacco della finanza nordamericana, l’Unione Europea prova a reagire siglando due accordi di libero scambio con aree del mondo alternative quali India e Mercosur.
La crisi innescata dalle pressioni statunitensi sulla Groenlandia rivela una fragilità strategica europea: l’incapacità di reagire con decisione all’egemonismo di Washington. Tra minacce tariffarie e diplomazia esitante, Bruxelles appare smarrita nel distinguere alleati e avversari.
Tra pressioni geopolitiche e scelte economiche contraddittorie, l’Unione Europea sembra scivolare in una spirale di doppi standard: dura con la Cina, indulgente con gli Stati Uniti. Una linea che mina la credibilità europea, rallenta innovazione e transizione verde e riduce l’autonomia strategica.
La Groenlandia è centrale nel 2026, ma questa centralità non deriva dall’essere stata attaccata, ma perché - piuttosto – qualcuno l’ha nominata come preda. Donald Trump ha trasformato un territorio autonomo del Regno di Danimarca in un “asset” da acquisire, e l’ha fatto con la grammatica più rozza del potere statunitense: la diplomazia della clava alimentata da dazi e allusioni alla forza.
Tra proteste di massa e accuse di corruzione, il governo di Rosen Željazkov è caduto alla vigilia dell’ingresso della Bulgaria nell’euro, avvenuto il 1º gennaio. La frattura tra integrazione europea e sovranità sociale riporta in primo piano le posizioni della sinistra radicale.
La Transnistria vive una fase di crescente vulnerabilità: stretta tra Moldova e Ucraina, attraversata da pressioni economiche e politiche, e esposta a narrazioni di “minaccia” che hanno come reale obiettivo la Russia. Le elezioni legislative del 30 novembre si inseriscono in questo scenario.
Tra novembre e dicembre, la diplomazia europea ha moltiplicato i contatti con Pechino: le visite del Re Felipe VI, di Emmanuel Macron e del ministro tedesco Johann Wadephul hanno segnato un cambio di passo. La Cina tende la mano all’UE; l’Europa può diversificare i partner e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.
La sensazione di tutti è che ci stiamo ormai avviando verso un momento decisivo per il futuro ordine mondiale. Il probabile e forse inevitabile fallimento delle trattative di pace sull’Ucraina potrebbe far sprofondare il Pianeta in una crisi incontrollabile: l’ideologia ha ormai preso il sopravvento sulla realtà e ciò è quanto di più pericoloso possa avvenire durante un conflitto.