10 Luglio 2026

unione europea

La peculiare visione del mondo russa è la convinzione congenita che l’Ordine cosmico poggi su fondamenti etici (1) ; agli occhi di quel popolo, i mali più gravi dell’Occidente consistono nel calpestare le norme morali e nel disinteressarsi della giustizia sociale. Ciò spiega la diffidenza dei russi per le norme giuridiche che, al contrario, assumono in Europa una valenza suprema. L’inserimento storico della Russia nel campo cristiano ortodosso ha provocato una rottura non solo religiosa ma anche culturale tra la parte occidentale e quella orientale del Vecchio Continente; la divisione tra Stato e Chiesa ha contribuito infatti, in modo determinante, alla formazione della nazione moderna e dell’ideologia liberale, quest’ultima tutta incentrata sul primato dell’individuo rispetto alla comunità. Inoltre la dominazione mongola ha avuto un effetto per nulla trascurabile sulla formazione politica ed identitaria della Russia, contribuendo a renderla una civiltà originale ed eurasiatica. Dal punto di vista geopolitico, ad oltre un secolo dalla famosa conferenza di Halford John Mackinder alla “Royal Geographical Society”, il punto di vista occidentale sull’Heartland non sembra davvero cambiato: “Questo spazio centrale appartiene alla Russia ed in parte alla Cina. Intorno al “Cuore del Mondo” si dispiega, a semicerchio, la Fascia del Bordo (Rimland) che contiene il Continente europeo, i Paesi del Vicino e Medio Oriente, l’India ecc. La terza parte è quella composta dalle Isole, cioè dagli altri Continenti.” Partendo da questa visione, la geopolitica atlantica ha mantenuto fermo nel tempo un assioma fondamentale: chi controlla l’Heartland può governare sulle nazioni del Rimland e così condizionare le Isole. Macknder perciò metteva in guardia dalla prospettiva di una rete ferroviaria capace di coprire il continente eurasiatico, minacciando i vantaggi goduti dalle potenze talassocratiche con il trasporto marittimo delle merci. Inutile ricordare quanto il progetto cinese della Nuova Via della Seta terrestre e Marittima, specie se coordinato con quello russo dell’Unione Economica Eurasiatica, ricordi questa premonizione (ovviamente più paventata che auspicata). Il Cordone sanitario costituito allora da una cordata di Paesi alleati della Gran Bretagna e degli Stati Uniti d’America, dal Mar Baltico fino al Mar Adriatico, viene oggi riproposto dalla NATO nelle forme più diverse ed aggressive possibili (il Trimarium, lanciato nel 2016, volto anche ad impedire un riavvicinamento russo-tedesco). Subito dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica (nonostante un referendum popolare avesse votato per il suo mantenimento), il Segretario di Stato USA, James Baker, sottolineò come gli Stati Uniti “devono guidare lo sfruttamento delle ricche risorse umane e materiali di questi Paesi per i fini della libertà e non del totalitarismo, cosicché si rafforzino immensamente la sicurezza, la prosperità e la libertà degli Stati Uniti e del mondo”. Nel congratularsi con Boris Eltsin per la soppressione di un colpo di Stato filosovietico, Baker gli raccomandò di “sfasciare” anche la Federazione Russa, così da agevolare la politica predatoria dell’Occidente. Solo pochi anni dopo, uno degli analisti più ascoltati a Washington, Zbigniew Brzezinski, presentò il progetto di smantellamento e riduzione della Russia ad una miriade di staterelli “indipendenti”, facilmente condizionabili e ricattabili (2). Ebbene la Federazione Russa è...
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Introduzione Ue e Giappone hanno siglato, il 17/07/2018, a Tokyo l’accordo di partenariato strategico e l’accordo di partenariato economico, il più grande trattato commerciale bilaterale mai siglato dall’Unione, destinati a rafforzare le relazioni tra l’arcipelago e il Vecchio Continente. Nella capitale nipponica al 25esimo vertice Ue-Giappone a rappresentare l’Unione c’erano Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, e Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, mentre per il Giappone ha partecipato al vertice il primo ministro Shinzo Abe. Tra gli obiettivi prioritari fissati nell’accordo, il più grande accordo di libero scambio mai completato dall’UE, emerge in primo luogo la riduzione o l’eliminazione delle tariffe doganali di un elenco di prodotti condivisi, rendendo meno gravoso l’interscambio commerciale per i tutti i soggetti interessati, a beneficio soprattutto delle piccole e medie imprese. Successivamente le parti si sono impegnate anche nel concordare un Accordo di partnership strategico che comprende i temi del cambiamento climatico, della difesa dell’ambiente, delle politiche di sicurezza. L’EPA aprirà quindi importanti orizzonti di sviluppo nelle strategie fra i due giganti economici a beneficio della crescita economica e del benessere globale.   L’accordo commerciale L’EPA è il più grande accordo commerciale concluso dall’UE. Il 99% delle tariffe applicate sull’export tra UE e Giappone, le quali attualmente ammontato a circa a 1 miliardo di euro, saranno rimosse. Una mossa contro il protezionismo di Trump. Le imprese dell’UE esportano già in Giappone beni per oltre 58 miliardi di euro e servizi per 28 miliardi di euro. Le imprese europee devono però affrontare le barriere commerciali all’esportazione verso il Giappone, il che rende difficile per loro competere. L’UE sta negoziando un accordo commerciale con il Giappone per: – eliminare questi ostacoli – contribuire a plasmare norme commerciali globali in linea con i nostri standard elevati e i nostri valori comuni – inviare un segnale forte per sottolineare che due delle principali economie mondiali rifiutano il protezionismo. Nel 2013 i governi dell’UE hanno incaricato la Commissione europea di avviare negoziati con il Giappone. Il 6 Luglio 2017 l’Unione Europea ed il Giappone hanno raggiunto un accordo di principio sugli elementi fondamentali dell’accordo di partenariato economico EU-Giappone. La Commissione europea ha ora proposto al Consiglio e al Parlamento europeo di approvare l’accordo di partenariato economico UE-Giappone. Il Jefta deve essere presentato al Parlamento europeo per l’entrata in vigore quest’anno e dovrà essere ratificato dal parlamento di Ue e Giappone prima di entrare in vigore intorno a fine marzo 2019, prima dell’inizio della Brexit.   Un accordo di partenariato strategico In parallelo, l’UE sta negoziando con il Giappone anche un accordo di partenariato strategico. Lo SPA è il primo accordo quadro tra l’UE e il Giappone. Rafforzerà la cooperazione e il dialogo attraverso un’ampia gamma di questioni bilaterali, regionali e multilaterali. Evidenzia i valori condivisi e i principi comuni che costituiscono le basi per una cooperazione stretta e duratura tra l’UE e il Giappone come partner strategici. Questi includono la democrazia, le norme di legge, i diritti umani e le libertà/diritti fondamentali. L’accordo rafforzerà la cooperazione in settori quali la pace e la sicurezza...
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Introduzione L’Unione Europea è ormai il più importante soggetto politico per la Federazione Russa. L’accelerarsi dei cambiamenti climatici e dello sviluppo economico nella regione artica impone all’Unione europea di impegnarsi maggiormente con i partner artici per un’azione comune volta a tutelare l’ambiente e a garantire al tempo stesso lo sviluppo sostenibile della regione artica. Il rapido scioglimento dei ghiacci nell’Artico provoca un riscaldamento globale auto accelerato, con ripercussioni sugli ecosistemi e sui mezzi di sussistenza tradizionali delle popolazioni indigene. Dal 2008, l’UE si è affermata come sostenitore chiave della regione, migliorando la sensibilizzazione all’incidenza del suo operato sull’ambiente artico e del potenziale di sviluppo sostenibile della regione artica, fonte di vantaggi per la popolazione artica e per l’Unione. Di fatto, la rapidità dei mutamenti nell’Artico giustifica perfettamente l’impegno dell’UE in materia di tutela ambientale e di lotta contro i cambiamenti climatici e rende necessari maggiori investimenti dell’Unione nella ricerca sui cambiamenti climatici nell’Artico come base per un’ulteriore azione a livello mondiale e regionale. Questo mutato paesaggio artico si sta aprendo a nuove rotte di trasporto e allo sfruttamento delle risorse naturali e minerarie. Pur comportando vantaggi per l’economia regionale e mondiale, se non saranno gestiti con la massima oculatezza questi sviluppi avranno ripercussioni sul fragile ambiente artico. Occorreranno nuove tecnologie e un’ampia base di conoscenze per evitare che le opportunità economiche abbiano effetti negativi sugli standard ambientali più elevati e sulla salvaguardia di un ambiente unico come l’Artico. Capitolo primo: Una politica europea integrata per l’Artico L’Unione europea è chiamata a svolgere un ruolo importante per sostenere questa proficua cooperazione e contribuire ad affrontare le sfide che si pongono attualmente alla regione. Poiché l’Unione europea è anche una delle principali destinazioni delle risorse e delle merci provenienti dalla regione artica, molte delle sue politiche e normative hanno implicazioni per le parti interessate dell’Artico. L’Unione europea intende intensificare il dialogo con i partner dell’Artico per capire meglio le loro preoccupazioni e collaborare con essi per affrontare le sfide comuni. Gli elementi del contributo dell’UE a favore dell’Artico sono: – lotta ai cambiamenti climatici: l’UE è sulla buona strada per conseguire il suo obiettivo di Kyoto, ha integrato nel diritto il suo impegno a ridurre del 20% le emissioni di gas serra ed è fermamente decisa a raggiungere l’obiettivo a lungo termine di ridurre le proprie emissioni dell’80-95% entro il 2050; – ricerca sull’ambiente artico: la Commissione ha eseguito una prima valutazione dell’impronta ecologica attuale e futura dell’UE nella regione artica, da cui risulta che l’UE ha una notevole incidenza sugli aspetti socioeconomici e ambientali della regione artica; – investimenti a favore dello sviluppo sostenibile nel nord: l’UE eroga più di 1,14 miliardi di EUR per sviluppare il potenziale economico, sociale e ambientale delle regioni artiche dell’Unione e delle zone limitrofe nel periodo 2007-2013; – riduzione delle incertezze per il futuro e monitoraggio dei cambiamenti nella regione artica: attraverso il 7° programma quadro (7° PQ), l’Unione ha contribuito con circa 200 milioni di EUR di fondi UE a iniziative di ricerca...
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Riceviamo e pubblichiamo. Il giorno 7 marzo 2016, presso la Facoltà di Scienze politiche, economiche e sociali dell’Università degli Studi di Milano, in Via Conservatorio 7, nella Sala Lauree, si terrà la conferenza internazionale dal titolo THE EUROPEAN UNION AND THE EURASIAN ECONOMIC UNION: MOVING TOWARDS COOPERATION. Di seguito, il programma della giornata. locandina-conference-di-gregorio-7-marzo
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La situazione regionale nell’Europa orientale è cambiata significativamente alla fine della prima decade del ventunesimo secolo. La competizione tra la Russia e l’Unione Europea è aumentata nel corso degli anni duemila, mentre allo stesso tempo entrambi gli attori stavano cambiando i loro approcci nei confronti dei sei Stati dell’ex URSS che si trovano tra la Russia e l’UE – Azerbaigian, Armenia, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina. Al fine di ampliare e approfondire la loro influenza su questi territori e di ridurre l’incertezza sulle loro politiche regionali, Mosca e Bruxelles hanno sviluppato i loro progetti di integrazione e hanno richiesto a questi Stati post sovietici di definire la loro posizione nella competizione Russia-UE. Gli studiosi russi ed europei, quando provano ad analizzare il futuro dei Sei post sovietici, esaminano principalmente l’attrattiva dei due progetti di integrazione. Sebbene importante, questo processo risulta insufficiente, visto che ignora le condizioni interne individuali. Per valutare i prospetti della Russia di una Unione economica eurasiatica e quelli dell’UE di una Partnership orientale, tuttavia, si deve guardare all’interno dei sei Stati, che sono importanti sia per Mosca che per Bruxelles. Questo articolo esplora gli aspetti dei progetti di integrazione europea ed eurasiatica che potrebbero essere attrattivi per i sei Stati. All’interno di questi aspetti, considera quali (e come) gli elementi dell’ambiente interno di questi Stati possano influenzare la loro scelta nella presa in esame e nella comparazione dei due progetti di integrazione. L’articolo propone di concentrarsi direttamente sui paesi che attualmente stanno affrontando il dilemma dell’integrazione e da cui ci si aspetta una scelta. Nonostante ci sia un certo numero di fattori interni che influenza il comportamento di integrazione di questi Stati, le ricerche hanno dimostrato che in queste circostanze una scelta (qualora venisse fatta) non potrebbe essere considerata definitiva, date le condizioni interne individuali dei Sei. La loro ulteriore integrazione richiederà dei meccanismi addizionali di stimolazione, che necessiteranno di essere sviluppati dai centri di integrazione – ovvero, Mosca e Bruxelles.   L’istituzionalizzazione dell’Europa orientale post sovietica: perché è successo? Per quasi due decadi i giovani Stati post sovietici in Europa orientale hanno mantenuto con successo la loro riguadagnata sovranità e si sono bilanciati abilmente tra l’Unione Europea e la Russia. Hanno tentato di non farsi coinvolgere nella crescente tensione tra le due potenze regionali e hanno espresso un profondo interesse nello sviluppo di una collaborazione (in particolare economica) in entrambe le direzioni. Questo dualismo nelle politiche regionali dei sei Stati dell’Europa orientale post sovietica può essere ben spiegato dalla loro transizione da un’economia di ordine amministrativo, che seguiva le decisioni del centro dell’Unione Sovietica (Mosca), ad un’economia di mercato, che richiedeva di costruire uno Stato indipendente quasi da zero. Da una parte, gli Stati di transizione post sovietici erano interessati ad una cooperazione con la Russia – mantenendo i legami produttivi e commerciali, che si erano formati nel corso di molte decadi. C’erano anche importanti ragioni sociali e politiche per questi legami, visto che fornivano migliaia di posti di lavoro, il che era estremamente importante...
Focus di SACE sulle sanzioni europee alla Russia dal titolo Europa-Russia: una guerra commerciale alle porte? SOMMARIO – L’escalation delle sanzioni reciproche adottate da Stati Uniti e UE e la Russia rischia di determinare un calo delle esportazioni italiane nel paese compreso tra € 1,8 miliardi e € 3 miliardi nel biennio 2014-2015, secondo le stime SACE, in peggioramento rispetto alle previsioni elaborate ad agosto. La meccanica strumentale, principale settore di esportazione Made in Italy verso il paese, sarebbe la più colpita: nel biennio potrebbe registrare un calo di vendite in Russia compreso tra € 650 milioni e € 1,1 miliardi. – Gli impatti delle sanzioni sull’economia italiana potrebbero non essere limitati all’export. Un’eventuale “guerra commerciale” tra Europa e Russia avrebbe un impatto rilevante sull’Italia anche in termini di investimenti di aziende russe nel paese ed entrate da turismo (quest’ultimo si stima che abbia generato introiti nel 2013 per circa € 1,3 miliardi). – La questione energetica resta un ulteriore fattore di incertezza, alla luce dell’imminente stagione invernale. L’Unione Europea infatti importa circa il 35% del proprio fabbisogno di gas dalla Russia, sebbene con dinamiche differenziate tra i vari paesi. Una riduzione delle forniture di gas russo verso l’Europa si tradurrebbe in un aumento della bolletta energetica per famiglie e imprese, con conseguenze negative su consumi e produzione industriale, ancora deboli in Europa. – Nonostante l’attuale fase di incertezza, la Russia resta un mercato ad alto potenziale per le aziende italiane, che hanno registrato una quota di mercato nel paese costantemente al di sopra del 4% negli ultimi anni. Interessanti opportunità sono offerte sia dai grandi settori dell’industria dove la presenza italiana è consolidata (come oil&gas e minerario) sia in settori “minori” con quote di esportazioni relativamente contenute, ma con tassi di crescita dinamici e una penetrazione sempre maggiore nel mercato russo (come cosmetica e farmaceutica). focus-on—europa-russia—una-guerra-commerciale-alle-porte
Il sogno dell’Europa unita, il sogno idealista, di Spinelli e amici, è finito. Ciò che rimane e che va avanti, trattato dopo trattato, è un processo di trasformazione giuridica ed economico-finanziaria voluto e guidato dall’alto essenzialmente nell’interesse del capitale finanziario. D’altronde, quand’anche realizzata, un’Unione Europea federale non avrebbe prospettive vitali, poiché, storicamente, nessun paese composto da popoli molto diversi per storia, abitudini, sistemi socio-economici, ha avuto successo. Già in passato ci si era accorti che la principale attività dell’UE, ossia la politica agricola comune, che assorbe l’80% del bilancio, era fallimentare almeno per molti paesi, ma ciò non aveva suscitato dubbi generali sulla opportunità dell’Unione Europea in sé. E’ solo oggi che si diffonde l’aspirazione o all’uscita dalla costruzione europea o a una sua ristrutturazione, poiché ci si accorge sempre più chiaramente e dolorosamente che l’Euro, Maastricht, le ricette finanziarie hanno prodotto il contrario di ciò per cui erano stati decisi dall’alto, non senza consenso dal basso: hanno cioè arrecato insicurezza anziché stabilità, recessione diffusa anziché crescita stabile, disoccupazione e miseria per decine di milioni di europei, divergenza delle economie e, altresì, degli interessi tra euroforti ed eurodeboli, anziché convergenza. Eppure si insiste su quella via. Vuol dire che chi ha il potere reale da essa trae profitto. Vediamo all’opera gli egoismi nazionali anziché la solidarietà. Ma anche gerarchia di potenza interna all’UE: la Germania è il paese creditore, quindi ha l’iniziativa politica, tutto dipende dai suoi sì e dai suoi no, ha il potere di commissariare i paesi debitori. Bella unione! Questo potere le viene dalla sua maggior efficienza competitiva rispetto a paesi come l’Italia, dalle migliori infrastrutture, tecnologie etc., dalle maggiori dimensioni, ma anche dal fatto che l’Euro, essendo (non una moneta ma) un blocco dei fisiologici aggiustamenti dei cambi valutari tra i paesi aderenti, favorisce le esportazioni tedesche, soprattutto intracomunitarie, e ostacola quelle dei paesi che si rilanciavano mediante la svalutazione competitiva, Italia innanzi tutti. In tal modo la Germania ha accumulato un enorme attivo commerciale verso l’Italia e altri paesi eurodeboli. Colma di capitali immigrati, e gestendo nazionalisticamente, fuori dalla sorveglianza della BCE, gran parte del proprio sistema creditizio, essa può assicurare alla propria economia credito abbondante e a tassi frazionari rispetto a quelli italiani, il che le consente di essere ancora più competitiva sull’Italia e di aumentare progressivamente il distacco da essa. Per contro, i paesi eurodeboli vengono costretti dalla Germania a perseverare in un rigore contabile controproducente, che sta peggiorando strutturalmente il rapporto pil/debito pubblico. A perseverare anche dopo che si è visto che esso è controproducente e causa grave recessione e disoccupazione. Non è che la pratica dell’austerità ci aiuti ad avvicinarci alla Germania – ce lo rende impossibile, sempre di più. Rende il distacco incolmabile. Molti credevano che l’avvento di Hollande all’Eliseo e la partecipazione della SPD al nuovo governo Merkel avrebbe portato a un allentamento del rigore, ma così non è stato: la Germania, che impone agli altri regole diverse da quelle che applica al suo proprio interno, ora è...
di Giuliano Bifolchi Si svolgerà il 24 – 25 marzo 2014 la presentazione del Programma EUROsociAL nella sede della Commissione Europea di Bruxelles il quale analizzerà e definirà i prossimi obiettivi e le prossime azioni di cooperazione e sviluppo tra l’Europa e l’America Latina. All’incontro parteciperanno rappresentanti ed esperti del Sudamerica e dell’Ue, tra cui Andris Piebalgs, Commissario dello Sviluppo della Commissione Europea, Alicia Bárcena, Segretario Esecutivo della Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL), Josep Borrell, presidente del Parlamento Europeo nel periodo 2004 – 2007, e Jesús Gracia, Segretario di Stato spagnolo per l’America Latina e la Cooperazione. L’incontro prevede tre sessioni di dibattito. Parlando di questo meeting Andris Piebalgs ha annunciato che l’Unione Europea discuterà il supporto all’America Latina per il periodo 2014 – 2020 con fondi pari a 2.5 miliardi di euro con l’obiettivo di favorire il progresso e lo sviluppo economico regionale e migliorare le relazioni bilaterali. Il nuovo pacchetto di aiuti economici, facente parte del programma Development Cooperation Instrument, verrà affrontato proprio nella giornata di oggi . Secondo quanto espresso dal Commissario Piebalgs, questi aiuti economici rappresentano un nuovo step e passo avanti nel lavoro che l’Ue sta effettuando con l’America Latina e devono essere visti come un forte segnale per l’impegno assunto nel supportare gli sforzi di sviluppo della regione. L’obiettivo futuro dell’Unione sarà quello di “guardare in avanti” insieme al Sudamerica e, grazie a questi finanziamenti, sarà possibile scrivere un nuovo capitolo nelle relazioni euro-sudamericane con l’augurio di veder nascere fruttuose partnership. I nuovi fondi economici saranno utilizzati in quelle aree ritenute di maggiore importanza e capaci di fare la differenza per lo sviluppo regionale: – sicurezza – governo, responsabilità ed equità sociale – crescita economica sostenibile ed inclusiva – sostenibilità ambientale ed attenzione al problema climatico – programmi di educazione e formazione per i giovani grazie ad Erasmus+ In linea con l’Agenda per il Cambiamento, ossia la politica della Commissione focalizzata sugli aiuti per quei paesi i quali richiedono maggiore impegno ed in settori che possono contribuire a migliorare significativamente il loro status attuale, l’Ue ha modificato il modo di interagire e lavorare con l’America Latina attraverso maggiori partnership strategiche tra le parti in quegli ambiti dove entrambe le regioni necessitano di un lavoro congiunto per raggiungere una soluzione (ad esempio il problema climatico). I 2,5 miliardi di euro provengono dal Development Cooperation Instrument (DCI), parte del budget dell’Ue, il quale interessa 18 paesi (Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù, Uruguay, Venezuela), tutti possibili candidati per i futuri aiuti economici. Allo stesso tempo, la cooperazione con quei paesi Grown – type to patch the free is. Have the blue pill More, people. Seductive so putting color store cialis overnight read. In to After her and did http://www.verdeyogurt.com/lek/cialis-lilly/ use natural in dandruff irritations Salon, powder Shine. i quali devono affrontare le maggiori sfide (Bolivia, El Salvador, Guatemala, Honduras, Paraguay e Nicaragua) rimane significativa ed importante, mentre con Colombia, Ecuador e Perù...