di Eric Zuesse ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO IN LINGUA INGLESE SUL SITO GLOBAL RESARCH L’imperialismo è sempre stato — ed è sempre – il controllo dei governi stranieri. In particolare il controllo della politica estera, del commercio internazionale, della politica militare, della politica diplomatico, ecc., da parte di quei Governi e non semplicemente (se non affatto) il controllo delle politiche interne (che sono sempre molto meno preoccupanti per i governanti della nazione imperiale — in questo caso, America ). Il presente articolo è denso (contiene, infatti, tante informazioni quante, forse, un normale articolo cinque volte più lungo) e quindi deve essere letto lentamente, ma l’argomento è di fondamentale importanza per tutti gli europei; ed è essenziale per gli europei comprendere affinché qualsiasi democrazia possa continuare ad esistere in Europa (poiché la democrazia è impossibile se il pubblico è ignorante o ingannato, come accade, invece, comunemente): Prima della fine del 1991, con la caduta dell’Unione Sovietica, l’imperialismo statunitense ha usato le sue colonie europee (chiamati “alleati” – le colonie o le nazioni vassalle di qualsiasi impero lo saranno necessariamente, poiché le politiche estere delle colonie sono sempre controllate dalla nazione imperiale) come fornitura di basi militari (posizioni per posizionare truppe e armi imperiali al fine di un’ulteriore espansione dell’impero) e come mercati per i prodotti fabbricati negli Stati Uniti, non come terre da cui estrarre risorse (la tradizionale repubblica delle banane, “vassal-nations”). Le basi militari hanno continuato a essere la massima priorità, nonostante il venire meno della minaccia sovietica e dopo che la Russia si era dotata di una costituzione democratica – una costituzione molto più democratica che in altri Paesi europei – e continuando con la NATO, l’alleanza militare europea degli USA, Washington ha dimostrato, in realtà, che l’America era imperialista e, dopo la fine dell’Unione Sovietica, era diventata l’impero dominante del mondo. Tuttavia, sempre più dopo quel periodo (1991), la seconda priorità, quella di utilizzare l’Europa come il più grande mercato per beni e servizi statunitensi, è diminuita. Il 9 ottobre 2018, la St. Louis Federal Reserve Bank ha pubblicato “Capire le radici del deficit commerciale degli Stati Uniti” riportando tre concetti chiave da tenere a mente: 1. Profondi cambiamenti economici sono alla base sia del deficit commerciale degli Stati Uniti sia del calo dell’occupazione manifatturiera. 2. Il ruolo del dollaro USA come valuta di riserva internazionale ha contribuito a finanziare il consumo interno di beni importati. 3. La produttività del lavoro e lo spostamento del vantaggio comparato verso le nazioni in via di sviluppo spiegano la perdita di posti di lavoro manifatturieri. La produzione e i posti di lavoro del settore manifatturiero negli Stati Uniti venivano trasferiti in posti come la Cina, non in posti come la Germania. La riduzione del costo del lavoro, dovuta alla produzione delocalizzata nei paesi sottosviluppati, si aggiungeva alla ricchezza dei proprietari delle corporations internazionali statunitensi (essendo questi gli individui che finanziano le carriere di politici nazionali di successo – membri del Congresso e Presidenti – e quindi controllano, di fatto, le scelte e le tendenze in...
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di Lorenzo Borghi Potenzialmente determinanti per il futuro dell’Unione Europea e della Nato, con l’Ucraina come spettatrice. Questo è quello che accadrà il 24 aprile 2022, la giornata del ballottaggio tra il presidente uscente Macron (europeista) e la solita Le Pen (sovranista). Nella giornata del 24 aprile 2022 i francesi si recheranno alle urne per la seconda volta in un mese per votare il loro futuro Presidente della Repubblica. Alla prima tornata elettorale, il presidente uscente Emmanuel Macron ha conquistato il 28,4%, posizionandosi davanti alla solita Marine Le Pen (23,4%). Fuori da ogni discorso, anche se per pochi punti percentuali (20%), il candidato radicale di La France Insoumise Jean-Luc Mélenchon1. Di conseguenza, Macron e Le Pen, dopo il primo turno, si sfideranno al ballottaggio del 24 aprile, al termine del quale si potrà parlare di una volontà del popolo francese di confermare Macron per un secondo mandato consecutivo o l’intenzione di affidare le redini della presidenza francese all’”immortal sconfitta” famiglia Le Pen, guidata da Marine. Le conseguenze in Ucraina nel caso di un Macron-bis Come ormai evidenziato dallo scoppio della guerra in Ucraina, Macron ha cercato di porsi da principale intermediario tra la Russia, l’Unione Europea e la Nato. I tentativi non sono mai andati a buon fine da diversi mesi a questa parte e, dopo gli avvenimenti di Bucha, Macron ha dichiarato a France 5 di voler interrompere il suo dialogo personale con Putin sino a data da destinarsi2. Di conseguenza ci si trova innanzi a una forte impasse diplomatica caratterizzata dalla netta convinzione francese di continuare con le sanzioni antirusse, forte anche del proprio approvvigionamento interno di energia tramite le centrali nucleari. Questa fermezza e convinzione delle proprie azioni di politica estera sono state ulteriormente evidenziate dalla dura risposta di Macron a Biden sostenendo che l’epiteto “macellaio” utilizzato dal presidente statunitense per descrivere Putin sia esagerato e che lui stesso non lo utilizzerebbe, così come la parola “escalation”. Messaggi chiari di chi è intenzionato a trovare una soluzione pacifica del conflitto, facendo valere la propria posizione anche innanzi al proprio major partner (USA) nella Nato. Quindi, come impatterebbe questo scenario sulle vicende ucraine? Sostanzialmente non si evidenzierebbero repentini cambiamenti nella politica estera francese, eccezion fatta in caso di un netto peggioramento o miglioramento del conflitto ucraino. Sicuramente, a differenza di quanto si evidenzierà successivamente con la Le Pen, lo status quo rimarrebbe pressoché invariato, soprattutto in sede comunitaria. Le conseguenze in Ucraina nel caso della vittoria della Le Pen Diametralmente opposta la visione di politica estera della candidata del Rassemblement National (RN) Marine Le Pen. Dall’alto del suo sovranismo, vede un ruolo diverso per la Francia. Tra i suoi proclami di campagna elettore, infatti, è emerso come la Francia debba fungere da mediatore per il riavvicinamento tra Nato e Russia, al termine del conflitto in Ucraina e alla firma di un eventuale trattato di pace. Conta di poter utilizzare il suo legame ideologico e personale con Putin. Infatti, la famiglia Le Pen, nel corso della sua storia...
Mercoledì 26 gennaio 2022, si è svolta la Tavola Rotonda organizzata da POLIS ETICA su un tema molto scottante: IL PROBLEMA EUROPEO, TRA USA E RUSSIA. Il panel di esperti italiani ha analizzato i punti di vista di tutti coloro che hanno un ruolo nella crisi dei rapporti tra Ucraina e Russia, «di fatto gestita per lo più da Stati Uniti e NATO» ha evidenziato il Dr. Stefano Vernole, Vicepresidente del CeSEM. «L’Unione Europea è messa in un angolo dall’iniziativa di Francia e Germania nella perenne lotta per la leadership europea». Il Sen. Luigi Marino riscontra «i 3 tipi di Stati europeisti: Atlantisti Radicali (baltici, Polonia, ecc.), Autonomisti (Francia) e Pragmatici (l’Italia della DC), perciò conta come si sta nell’Alleanza e fin dove si deve sempre dire di sì». Infatti, tutto ciò può avvenire proprio a causa della debolezza istituzionale europea, voluta e mantenuta dai singoli Stati. L’Ambasciatore Prof. Maurizio Melani ha precisato che “la soluzione diplomatica da perseguire deve basarsi sulla piena attuazione degli accordi di Minsk e sulla prospettiva di una rinnovata architettura di sicurezza europea con una nuova stagione di controllo degli armamenti e di costruzione di fiducia reciproca. Putin fa pressioni con esercitazioni militari per spingere l’Occidente al negoziato, ma sono giochi che possono rivelarsi molto pericolosi se avviene un incidente imprevisto”. Guido De Simone: obietta che è altrettanto se non più pericoloso che Washington dia all’esercito ucraino armi di ultima generazione. L’antropologo Eliseo Bertolasi, analista per Vision & Global Trends ritiene improbabile un vero attacco russo sul territorio ucraino. Il Dr. Marco Ghisetti, analista del CeSEM/Eurasia, prevede più un atto dimostrativo della Russia vicino agli USA e cita Hungtinton e le linee di faglia su cui i conflitti sono possibili, perché è il caso dell’Ucraina, che va demilitarizzata, perché quella militare è l’unica barriera tra Europa e Asia. Il Dr. Stefano Vernole evidenzia che, mentre c’è un’America democratica che preferisce contare sulla pace per fare affari, i guai sono creati dall’Élite del complesso militare industriale USA che ha bisogno della Russia come “Nemico” e cerca di accerchiarla anacronisticamente. De Simone conclude suggerendo un’inedita alleanza TRILATERALE tra TUTTI gli occidentali, Russia inclusa, che, oltre a creare un indubbio benessere e convenienza generale, permette di indurre la Cina, dalla crescita impetuosa, a non prendere atteggiamenti unipolari simili a quelli dell’Élite globalista con quartier generale negli USA. Hanno contribuito alla discussione: il politologo Sen. Luigi Marino, il Vicepresidente del CeSEM, Dr. Stefano Vernole, l’Antropologo analista di Vision & Global Trends Dr. Eliseo Bertolasi, l’analista del CeSEM/Eurasia, Marco Ghisetti, moderati dal Dr. Leonardo Dini, Direttore del Dipartimento Politica Internazionale di POLIS ETICA e dal Fondatore di quest’ultima, Guido De Simone.
L’Ucraina è ad un bivio esistenziale. Gli attori della geopolitica internazionale puntano a farne una propria pedina. Il quadro geopolitico internazionale è in divenire e non rende facile prendere una posizione. Di seguito il programma e della conferenza
di Fabrice Beaur – EODE-RUSSIA Traduzione dal francese di Stefano Vernole per il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo La chiusura da parte del regolatore tedesco della certificazione Nord Stream 2 ha dato adito a teorie complottiste sulle ragioni dell’incidente. Tuttavia, le ipotesi che questa sia la risposta della Germania alla crisi migratoria e alla minaccia della Bielorussia di chiudere la valvola del gas sono chiaramente lontane dalla realtà. Cosa ha spinto Berlino a ritardare il lancio del gasdotto russo? E qual è il lato positivo di questa storia per Gazprom? Il regolatore tedesco, la German Federal Network Agency, ha sospeso la certificazione di Nord Stream 2 AG come operatore indipendente del gasdotto Nord Stream 2. Ciò ha immediatamente causato il panico nel mercato spot del gas in Europa. I futures sul gas hanno raggiunto di nuovo i 1.000 dollari per la prima volta in quasi un mese, e di notte erano superiori a 1.100 dollari per mille metri cubi. La crescita è stata di quasi il 18% da lunedì. Alcuni l’hanno vista come la risposta della Germania alla crisi migratoria al confine con la Bielorussia, in cui i critici della Russia vedono un’impronta russa. Alexander Lukashenko ha aggiunto benzina sul fuoco minacciando di recente l’Occidente, in risposta alle loro sanzioni, di tagliare il gasdotto di transito Yamal-Europa senza l’approvazione di Mosca. “Ciò ha permesso ai detrattori del Nord Stream 2 di affermare che la Russia avrebbe deliberatamente tagliato il gas all’Europa per mano dei bielorussi al fine di peggiorare la crisi energetica in Europa e spingere l’UE a lanciare più velocemente il gasdotto russo. Tale politicizzazione, ovviamente, danneggia il progetto, perché ci consente di affermare che la Russia sta usando questa terribile arma energetica. Pertanto, la notizia della sospensione della certificazione del gasdotto ai tedeschi è stata vista da molti come la risposta della Germania alla crisi migratoria presumibilmente organizzata da Russia e Bielorussia”, spiega Igor Yushkov, esperto del Fondo nazionale per la sicurezza energetica e dell’Università finanziaria sotto il Governo della Federazione Russa. Tuttavia, gli esperti non credono alle ragioni politiche della decisione del regolatore tedesco. La sospensione della certificazione dell’operatore del gasdotto non è correlata alla politica, ha affermato Dmitry Marinchenko, direttore senior del gruppo risorse naturali e materie prime di Fitch. “Si tratta di questioni più procedurali che politiche. La Germania sostiene costantemente il progetto e probabilmente non vale la pena cercare teorie della cospirazione qui”, ha affermato TASS. Questa non è una risposta politica dalla Germania, poiché il regolatore tedesco non solo ha annunciato la sospensione della procedura, ma ha anche spiegato i motivi di tale decisione e ha persino detto a Gazprom cosa doveva fare, quali documenti presentare per rettificare la situazione, spiega Yushkov. Nella decisione del regolatore tedesco, vede sia svantaggi che vantaggi per Gazprom. Da un lato, è una storia spiacevole, poiché implica un ritardo nelle procedure e nel lancio di Nord Stream 2. Il regolatore tedesco ha iniziato a esaminare la candidatura di Gazprom l’8 settembre 2021. La decisione sulla legge...
Intervista condotta da Nicolas Gauthier – place-armes.fr Abbiamo già avuto modo di parlare della NATO, organizzazione che avrebbe dovuto logicamente essere sciolta contemporaneamente al Patto di Varsavia, poiché creata al solo scopo di resistere all’Unione Sovietica, oggi mancante. Ma non è stato così, poiché si è evoluta in una grande organizzazione di “difesa globale” che ora opera in tutto il mondo. Quali sono le sue priorità oggi? Come tutti sanno, i suoi nemici designati oggi sono la Federazione Russa prima e la Cina secondariamente. La notizia è che con l’elezione di Joseph (“Joe”) Robinette Biden, il partito della guerra è tornato. Gli Stati Uniti hanno già ricominciato a bombardare la Siria, Putin è stato definito un “killer” da Biden e nuove sanzioni sono state appena adottate contro la Cina. Allo stesso tempo, è in corso una vasta offensiva propagandistica per “cementare la centralità del legame transatlantico”, vale a dire per far credere agli europei che i nemici degli americani sono necessariamente i loro. Torniamo al ricatto di protezione dell’era della Guerra Fredda: agli europei viene ordinato di allinearsi alle posizioni di Washington in cambio della protezione americana, e quindi di giurare fedeltà al comandante supremo delle forze alleate in Europa. Che è, come sempre, un generale americano. In breve: protettorato contro la vassalizzazione. Questa è anche l’opinione dell’editoriale pubblicato recentemente sul mensile “Capital”, che è stata firmato da diversi alti ufficiali militari. Il minimo che si possa dire è che i suoi firmatari non usano mezzi termini, dal momento che affermano che la sovranità della Francia è direttamente minacciata dai piani della NATO … La lettera aperta inviata a Jens Stoltenberg, Segretario generale della NATO, dai membri del Cercle de réflexion interarmées è infatti un vero e proprio atto d’accusa contro il progetto “NATO 2030”, che definisce le missioni dell’Organizzazione per i prossimi dieci anni. Questo progetto è descritto come un “monumento di pacifica malafede”, che ha il merito di essere chiaro. Ma dobbiamo andare oltre se vogliamo capire qual è la posta in gioco. Il fatto importante è che la dottrina della NATO si è evoluta costantemente negli ultimi anni verso l’integrazione della guerra nucleare in tutte le fasi della battaglia. Nel 2008, la NATO aveva già rifiutato di firmare il Patto di sicurezza europeo proposto da Mosca. Nel 2010, al vertice di Lisbona, la difesa missilistica antibalistica americana istituita in Europa aveva assunto un carattere chiaramente diretto contro il “nemico russo”. Dal 2015, i primi sistemi antimissili americani in confezioni da 24 lanciatori Mk 41, impiantati nei pressi di tutta la Russia, non erano più progettati per consentire solo il fuoco difensivo, ma anche il fuoco offensivo. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno stracciato il Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF) firmato nel 1987 da Gorbaciov e Reagan. Proprio di recente, un gruppo di dieci esperti nominato da Stoltenberg, nel suo libro NATO 2030: United for a New Era, si è espresso a favore del dispiegamento in Europa di nuovi missili nucleari a medio raggio...
di Maria Alessandra Citro Il 12 agosto la nave turca Oruc Reis, durante un’esplorazione mineraria, si scontra a largo delle acqua dell’isola di Kastellorizo con una nave greca. L’incidente avviene nella zona economica esclusiva greca, non riconosciuta da Ankara. Questo incidente rappresenta soltanto la punta dell’iceberg delle tensioni tra i due governi, in quanto essi sono in conflitto dal 22 luglio scorso, a seguito di un navtex diramato dal governo turco per un’estensione delle operazioni di esplorazione in quelle acque contese. Per mitigare la situazione, si sono impegnati diplomaticamente i governi dei paesi membri dell’Unione Europea e Washington, così la Turchia ha deciso di riportare la Oruc Reis nel porto. La questione seppur mitigata non è per nulla risolta, l’intervento della comunità europea non è risultato sinergico e compatto, in quanto quest’ultima necessita ancora di mettere a punto un progetto di inclusione vero e proprio che coinvolga il governo turco in maniera consapevole e che che lo spinga ad intraprendere una strada di mediazione politica, lontano dalle tensioni militari a cui è avvezzo. Il vertice europeo di ottobre ha dimostrato che la mancanza di unanimità da parte degli stati membri incide fortemente su una de escalation effettiva della situazione. I governi di Ankara e di Atene sono invischiati da tempo in una serie di dispute che rendono i rapporti diplomatici instabili e critici e questa volta la partita si è giocata nelle acque del Mediterraneo orientale. Il casus belli è l’incidente avvenuto il 12 agosto a largo delle acque di Kastellorizo -un’isola situata a 80 miglia dall’isola Rodi, a 170 miglia a ovest di Cipro ed a un miglio dalla costa della Turchia- della nave turca Oruc Reis, che stava compiendo attività di ricerca di petrolio e gas naturali e che si è scontrata con una nave da guerra greca1. Questo avrebbe implicato l’intervento di una nave turca di scorta la Kemal Reis, che avrebbe urtato e danneggiato quella greca, vincolandola al rientro. Lo scontro è avvenuto nella zona economica esclusiva (ZEE) greca, non riconosciuta dal governo di Ankara, in quanto con quest’ultimo si contende il controllo sull’area, per le ingenti risorse di gas e minerali lì presenti2. L’incidente rappresenta soltanto il culmine delle escalation di tensioni tra i governi, risalenti ormai al 22 luglio scorso, a causa di un navtex, un avviso di restrizione alla navigazione, diramato dal governo turco per estendere le operazioni di esplorazione dal 2 al 12 agosto3. Le questioni tra i due governi si sono, tuttavia, acuite a partire dal 2015, quando ENI, una compagnia energetica impegnata nell’estrazione dei gas in Egitto, propendeva per la costruzione di East Med, un gasdotto sottomarino per collegare i giacimenti di Egitto, Cipro e Israele, e successivamente Grecia e Italia, riducendo così la dipendenza dei paesi coinvolti dalla Russia, ma escludendo dal progetto la Turchia4. Nel 2009, Ankara si è vista così costretta a firmare un accordo con il governo libico: avrebbe potuto sfruttare le sue risorse energetiche presenti nel Mediterraneo Orientale, offrendo in cambio protezione militare. L’accordo...
Articolo Originale: https://www.tasnimnews.com/en/news/2019/07/13/2052095/europe-s-decline-inevitable-unless-it-resists-us-unilateralism-italian-author TEHRAN (Tasnim) – An Italian author and geopolitical analyst hailed the “successful” strategy of resistance adopted by countries like Iran, Venezuela, and Syria against the US, and warned that if Europe does not liberate itself from US unilateralism, its decline is inevitable. “There is no doubt that Iran, Syria, Venezuela, and Yemen have been successful in their strategy of resistance…,” Stefano Vernole, the head of External Relations at the Eurasia Mediterranean Study Center, said in an interview with the Tasnim News Agency. “What Europe needs is a process of military, economic and cultural liberation (from US) on a continental scale, otherwise its decline and disintegration appear practically inevitable,” he added. Vernole, a graduate in contemporary history and analysis of conflicts, ideologies, and politics in the contemporary world, has worked in the field of bibliographic cataloging and in the field of public administration. He is the head of external relations at the Eurasia Mediterranean Study Center and Deputy Director of “Eurasia”, a journal of geopolitical studies. He is the author of Ex-Yugoslavia: Dirty Game in the Balkans, National Fragmentation and Geopolitical Risk of Kosovo (2013), The Serbian Question and the Kosovo Crisis (2008), as well as co-author of The struggle for Kosovo (2007), Tibet Crossroads between Past and Future (2014), Discovering Tibet (2015), and Lo Xizang (Tibet) and the New Silk Road (2016). International developments are full of examples of how regional and trans-regional countries have successfully adopted strategies of resistance against oppression and unilateralism that have borne good results. As you know, countries like Iran, Syria, Yemen, Venezuela, and Palestine have protected their national sovereignty against foreign threats and have achieved many gains through this strategy. In contrast, some countries have adopted a strategy of appeasement or reconciliation when being hectored and bullied by world powers. Given the experiences of these resistance countries, what do you think about their approach and the concept of resistance? there is no doubt that Iran, Syria, Venezuela and Yemen have been successful in their strategy of resistance but these are sovereign states, the situation is different for the Palestinians who in reality are still struggling to have real recognition. It is equally clear that not only their condition of national sovereignty was essential for the purpose, in fact the support of a part of the anti-imperialist powers proved decisive. Syria has obtained decisive help precisely from the Iranian and Russian military intervention, Venezuela has nevertheless obtained economic and diplomatic support from Moscow and Beijing, Yemen has been helped by Iran and other countries. The cause of Palestine in recent decades, however, inflamed the hearts of millions of people around the world, unfortunately the internal differences and some strategic errors of the leadership of the PLO (including Hamas) in recent years have seriously damaged the image, alienating a part of the likes he enjoyed. To sum up, there are at least two conditions necessary for victorious resistance: an independent territorial base and important international friendships. Do you think that countries...
Introduzione Ue e Giappone hanno siglato, il 17/07/2018, a Tokyo l’accordo di partenariato strategico e l’accordo di partenariato economico, il più grande trattato commerciale bilaterale mai siglato dall’Unione, destinati a rafforzare le relazioni tra l’arcipelago e il Vecchio Continente. Nella capitale nipponica al 25esimo vertice Ue-Giappone a rappresentare l’Unione c’erano Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, e Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, mentre per il Giappone ha partecipato al vertice il primo ministro Shinzo Abe. Tra gli obiettivi prioritari fissati nell’accordo, il più grande accordo di libero scambio mai completato dall’UE, emerge in primo luogo la riduzione o l’eliminazione delle tariffe doganali di un elenco di prodotti condivisi, rendendo meno gravoso l’interscambio commerciale per i tutti i soggetti interessati, a beneficio soprattutto delle piccole e medie imprese. Successivamente le parti si sono impegnate anche nel concordare un Accordo di partnership strategico che comprende i temi del cambiamento climatico, della difesa dell’ambiente, delle politiche di sicurezza. L’EPA aprirà quindi importanti orizzonti di sviluppo nelle strategie fra i due giganti economici a beneficio della crescita economica e del benessere globale. L’accordo commerciale L’EPA è il più grande accordo commerciale concluso dall’UE. Il 99% delle tariffe applicate sull’export tra UE e Giappone, le quali attualmente ammontato a circa a 1 miliardo di euro, saranno rimosse. Una mossa contro il protezionismo di Trump. Le imprese dell’UE esportano già in Giappone beni per oltre 58 miliardi di euro e servizi per 28 miliardi di euro. Le imprese europee devono però affrontare le barriere commerciali all’esportazione verso il Giappone, il che rende difficile per loro competere. L’UE sta negoziando un accordo commerciale con il Giappone per: – eliminare questi ostacoli – contribuire a plasmare norme commerciali globali in linea con i nostri standard elevati e i nostri valori comuni – inviare un segnale forte per sottolineare che due delle principali economie mondiali rifiutano il protezionismo. Nel 2013 i governi dell’UE hanno incaricato la Commissione europea di avviare negoziati con il Giappone. Il 6 Luglio 2017 l’Unione Europea ed il Giappone hanno raggiunto un accordo di principio sugli elementi fondamentali dell’accordo di partenariato economico EU-Giappone. La Commissione europea ha ora proposto al Consiglio e al Parlamento europeo di approvare l’accordo di partenariato economico UE-Giappone. Il Jefta deve essere presentato al Parlamento europeo per l’entrata in vigore quest’anno e dovrà essere ratificato dal parlamento di Ue e Giappone prima di entrare in vigore intorno a fine marzo 2019, prima dell’inizio della Brexit. Un accordo di partenariato strategico In parallelo, l’UE sta negoziando con il Giappone anche un accordo di partenariato strategico. Lo SPA è il primo accordo quadro tra l’UE e il Giappone. Rafforzerà la cooperazione e il dialogo attraverso un’ampia gamma di questioni bilaterali, regionali e multilaterali. Evidenzia i valori condivisi e i principi comuni che costituiscono le basi per una cooperazione stretta e duratura tra l’UE e il Giappone come partner strategici. Questi includono la democrazia, le norme di legge, i diritti umani e le libertà/diritti fondamentali. L’accordo rafforzerà la cooperazione in settori quali la pace e la sicurezza...
Focus di SACE sulle sanzioni europee alla Russia dal titolo Europa-Russia: una guerra commerciale alle porte? SOMMARIO – L’escalation delle sanzioni reciproche adottate da Stati Uniti e UE e la Russia rischia di determinare un calo delle esportazioni italiane nel paese compreso tra € 1,8 miliardi e € 3 miliardi nel biennio 2014-2015, secondo le stime SACE, in peggioramento rispetto alle previsioni elaborate ad agosto. La meccanica strumentale, principale settore di esportazione Made in Italy verso il paese, sarebbe la più colpita: nel biennio potrebbe registrare un calo di vendite in Russia compreso tra € 650 milioni e € 1,1 miliardi. – Gli impatti delle sanzioni sull’economia italiana potrebbero non essere limitati all’export. Un’eventuale “guerra commerciale” tra Europa e Russia avrebbe un impatto rilevante sull’Italia anche in termini di investimenti di aziende russe nel paese ed entrate da turismo (quest’ultimo si stima che abbia generato introiti nel 2013 per circa € 1,3 miliardi). – La questione energetica resta un ulteriore fattore di incertezza, alla luce dell’imminente stagione invernale. L’Unione Europea infatti importa circa il 35% del proprio fabbisogno di gas dalla Russia, sebbene con dinamiche differenziate tra i vari paesi. Una riduzione delle forniture di gas russo verso l’Europa si tradurrebbe in un aumento della bolletta energetica per famiglie e imprese, con conseguenze negative su consumi e produzione industriale, ancora deboli in Europa. – Nonostante l’attuale fase di incertezza, la Russia resta un mercato ad alto potenziale per le aziende italiane, che hanno registrato una quota di mercato nel paese costantemente al di sopra del 4% negli ultimi anni. Interessanti opportunità sono offerte sia dai grandi settori dell’industria dove la presenza italiana è consolidata (come oil&gas e minerario) sia in settori “minori” con quote di esportazioni relativamente contenute, ma con tassi di crescita dinamici e una penetrazione sempre maggiore nel mercato russo (come cosmetica e farmaceutica). focus-on—europa-russia—una-guerra-commerciale-alle-porte