7 Agosto 2026

Turchia

IRAQ
Mientras se desarrollaban en Ginebra las negociaciones de paz para Siria, supuestamente suspendidas al 10 de marzo en relación al mantenimiento de la tregua establecida el 28 de febrero, una fuerza fundamental en la lucha contra el Estado Islamico (EI) se quedaba afuera por no haber sido invitada: los curdos sirios, los únicos actores locales en grado de resistir a las acometidas yihadistas. La presencia del partido curdo sirio (PYD) en los coloquios de paz ha sido obstruida por el Alto Comité de Negociaciones – acusante la complacencia de la facción al régimen de Bachar al-Assad – y en particular por Turquía, al parecer firmemente contrariada en ofrecer cualquier forma de legitimación internacional a un actor que persigue estrenuamente la independencia. En realidad, lo que preocupa a Ankara es un Estado curdo en Siria que – conectado al siempre más autónomo Kurdistán iraquí – funja de magneto para el Kurdistan turco, intensificando el “altercado” ya pendiente entre el Partido de los Trabajadores de Kurdistan (PKK) y el gobierno de Erdogan. Considerado que el anhelo a la autonomía regional representa cuestión existencial para los curdos en Siria, para lograr ese objetivo podrían por fin buscar alianza con el régimen de Damasco (que no ha demonstrado titubancia en suprimirlos cuando ha podido) disimulada a través de la lucha conjunta contra el EI, con el sutil intento de obtener “concesiones” futuras. En realidad, la presencia del ejército sirio en ciudades controladas por los curdos, como Hassaké y Qamishli, y las varias ofensivas llevadas a cabo en manera conjunta por fuerzas regulares y curdas parecen comprobar una visión común vigente entre Assad y la guerrilla curda en función anti-EI. Cabe destacar que esa alianza de facto posee también una matriz anti-turca, examinando el apoyo secular del régimen de Damasco a los curdos de Turquía corroborado por los varios ataques (por lo más a sitios de policía y convoyes militar) de las milicias del PKK en el sureste turco, cerca de la frontera con Siria. El avance de las Unidades de Protección Popular (YPG) – brazo armado del PYD – ha casi triplicado los territorios de los militantes curdos desde el comienzo de la guerra contra Isis, a través de una serie de acometidas parte de una maniobra estratégica encanonada a rodear los principales bastiones del Estado Islámico en Siria (la última ofensiva exitosa fue la de Azaz, en el norte de Aleppo.) Ambicioso objetivo del YPG podría ser una ofensiva a Raqqa, la capital del califato, un riesgo directamente proporcional al beneficio obtenido: un asiento en la mesa de negociación. La participación en las negociaciones de paz sería el objetivo funcional de los curdos sirios para atinar no la independencia, si no la creación de una región autónomaque luche para el control de las aguas y goce de los correlacionados beneficios económicos. Massimo Pascarella
organizzazione per la cooperazione di shanghai
Dalla fine della guerra fredda ad oggi, l’Asia centrale è divenuta un’area di primaria importanza per gli equilibri globali e per questo è stata investita dall’attenzione delle grandi potenze. Gli attori regionali, in primis Russia e Cina, si sono trovati nella necessità di rispondere alle sfide lanciate dall’unica potenza mondiale rimasta sia per quanto riguarda gli interessi interni all’area sia nella sistemazione del proprio spazio geopolitico. L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS) è la principale e comune risposta messa in piedi dalle enormi potenze situate nella regione. Russia, Cina, Uzbekistan, Kazakistan, Tajikistan, Kirghizistan ne sono gli Stati membri e fondatori; Iran, India, Pakistan, Mongolia, Afganistan gli Stati osservatori; Bielorussia, Turchia e Sri Lanka i partner di dialogo. Soltanto elencando gli aderenti a tale Organizzazione si è in grado di capire il peso che potrebbe avere nel futuro delle relazioni internazionali e nel futuro degli assetti geopolitici. Con la fine del bipolarismo garantito dalla “guerra fredda” e il sopraggiunto dominio esercitato in ogni angolo del globo dagli Stati Uniti e dalle loro alleanze, potenze emergenti e dalle energie potenziali immani, hanno dovuto trovare un mezzo per poter far pesare le proprie richieste di multilateralismo negli affari internazionali, e di multipolarismo negli equilibri geopolitici. Attraverso nuovi concetti di relazioni interstatali e di sicurezza, basati su intese attente nel garantire soluzioni eque, le potenze euro-asiatiche, sono riuscite a consolidare le reciproche relazioni e a costituire un vero e proprio “polo” che farà (e sta già facendo) sentire il proprio peso nell’arena mondiale. Il processo di costituzione della OCS, su cui vogliamo concentrare l’attenzione con questo contributo,  è esemplificativo sulla natura del rapporto ed è un esempio da seguire nelle questioni diplomatiche: nasce infatti dalla risoluzione definitiva delle dispute confinarie che contrapponevano la Cina e lo spazio russo. Questi accordi sorgono dalla necessità, naturale, di trovare un comune sviluppo dopo il crollo dell’URSS e la crescita esponenziale della potenza cinese. Risolte le varie dispute, in un crescendo di integrazione, l’Organizzazione di Shanghai passa a regolamentare i rapporti dei suoi membri in ogni campo possibile: dalle questioni interne dei vari Paesi con l’interesse di proteggerne la sovranità, alla collaborazione contro le nuove minacce rappresentate da terrorismo, estremismo e separatismo (le famigerate “forze maligne” contro le quali si scaglia l’OCS), passando per la cooperazione energetica in un’area ricchissima di gas, petrolio e fondamentale per l’allocazione mondiale di questi; la collaborazione si estende anche al campo militare confermando con questo che l’OCS, anche attraverso l’appoggio che continua  a dare all’Iran (praticamente membro) sta tentando di creare un “polo” in grado di rendersi autonomo dall’egemonia statunitense sul mondo. La risoluzione delle dispute confinarie L’evoluzione geopolitica in Eurasia negli anni ottanta e oltre vede, com’è noto, numerosi cambiamenti di rotta rispetto allo status quo precedente. L’indebolimento dell’Unione Sovietica, accompagnato dal progredire della potenza cinese, creò un nuovo equilibrio fra le due potenze; queste – che da secoli tentavano di regolare i propri rapporti, soprattutto cercando di risolvere le dispute confinarie (talvolta causa di scontri armati) – si...
turchia gezi park geopolitica
Di Chiara Tavazzani coerenza delle teorie politiche professate dal ministro degli esteri Davutoğlu. A dispetto della retorica altisonante, l’iniziativa turca appare ondivaga: se da un lato numerosi sono stati i richiami a favore della democrazia, come anche le prese di posizione a favore dei ribelli, troppo forte permane l’insicurezza per quelli che sarebbero i possibili scenari futuri in caso di caduta del regime Assad. È indubbio che a seguito delle forte critiche al regime di Assad, la Turchia si sia apertamente schierata a favore del fronte dei ribelli tramite l’invio di informale di armi e sostegno logistico. Inoltre molto significativo è anche stato l’aiuto umanitario a favore dei profughi. Ciò nonostante l’imminenza delle elezioni politiche, l’opposizione della maggioranza della popolazione a vedersi immischiata in una guerra, come anche il mancato sostegno degli Stati Uniti a favore di un intervento scoperto sono tutti fattori significativi che hanno portato il governo turco a non spingersi molto oltre a semplici prese di posizione. In questo senso, l’ago della bilancia è certamente rappresentato dalla questione curda. A partire dall’inizio dei conflitti, la popolazione curda ha sempre mantenuto una posizione ambigua, evitando di schierarsi apertamente a favore del fronte dei ribelli come di quello governativo. Di certo i curdi siriani guardano con interesse al modello di governo lanciato dai loro connazionali nell’Iraq del Nord. Nonostante la Turchia stia sviluppando dei buoni rapporti con la cosiddetta Regione autonoma del Kurdistan, assolutamente escluse restano per Ankara qualsiasi tipo di ipotesi di autogoverno sui territori turchi meridionali a maggioranza curda, se non addirittura impensabili sono le concessione di indipendenza regionale. Il dialogo recentemente lanciato con il leader storico del partito PKK Abdullah Öcalan è un fattore di speranza, ma la sua esiguità e imprevedibilità inducono alla prudenza. Nel 2023 in occasione del centenario della Repubblica di Turchia, Erdoğan si è impegnato a portare a termine una serie di progetti urbani e infrastrutturali da lui stesso definiti come “folli” per accrescere il fasto e la potenza della Turchia nel mondo. È tutto da vedere se a seguito di questo incidente riuscirà a mantenere il consenso e il sostegno necessari per portare avanti i suoi piani. Ci si può solo augurare che anche gli alberi di Gezi Park saranno ancora lì a vederlo. Mi piacerebbe concludere questo reportage con una poesia del famoso autore turco Nazim Hikmet evocata più volte durante le proteste di Gezi Park:   L’albero di Noce Schiuma su schiuma, la mia testa è una nuvola Il mio interno esterno è un mare. Io sono un albero di noce del parco Gulhane. Nodo su nodo, pezzo su pezzo un vecchio noce ma né la polizia né tu lo sapete. Io sono un albero di noce del parco Gulhane. Le mie foglie brillano di uno scintillio come un pesce nell’acqua. Le mie foglie sono immacolate come un fazzoletto di seta strappale, o mia rosa, e asciuga le lacrime dei tuoi occhi. Le mie foglie sono le mie mani, esattamente io ho centomila mani e ti tocco con...