(Prima Parte) In pochi sanno che il Buddhismo di scuola tibetana ha avuto diffusione e conserva tuttora seguaci anche all’esterno dei confini della regione cinese del Tibet/Xizang. Anzitutto è importante ricordare come questo credo si sia diffuso nella regione mongola, innestandosi già in antichità con le religioni ancestrali locali e con lo sciamanesimo. Già la religione ancestrale mongola considerava l’esistenza di un essere superiore, detto khokh mong Tengher, ovvero l’eterno cielo azzuro, l’essere supremo che dimora in cielo, (Tengher, in mongolo ha infatti il doppio significato di Dio e cielo) che è padre di altri Tengher, dei o, più precisamente spiriti o entità; novantanove in totale, quarantaquattro ad oriente e cinquantacinque ad occidente, benché in alcune preghiere venissero citati altri tre Tengher a settentrione, portando il totale a centodue. Tra i novantanove Tengher tradizionali vi è anche un gruppo speciale di trentatré, al cui vertice vi è quello chiamato Khormusta, che per alcuni studiosi altro non sarebbe che una deformazione di Ahura mazda, Dio supremo degli iranici spesso collegato con l’origine mitologica del fuoco. Gli dei sono spesso riuniti in sottogruppi particolari, come ad esempio i cinque dei venti o i sette del tuono. Tra i tanti dei, uno in particolare è interessante citare Tsagan Ebughen Tengher, ovvero Dio vecchio uomo bianco, che verrà arruolato tra le classiche entità buddiste, anche presente nelle danze rituali Tsam (Cham in tibetano). Questa figura di vecchio saggio patrono del bestiame, può essere letta, quale vero e proprio archetipo culturale della Mongolia. Più tardi, con il sopraggiungere del Buddhismo, alcune figure di quest’ultimo saranno aggiunte al pantheon indigeno, a cominciare da Burghan Tengher, ovvero Buddha, e Bisnu tengher, ovvero Visnù. Quello che è certo, in questo complesso universo politeista, e che l’Eterno Cielo Azzurro è autogenerato, assumendo una statura spirituale nettamente superiore agli altri Tengher che, pertanto, si preferisce definirli entità. È importante notare che, nonostante attualmente il credo ufficiale dei mongoli sia la religione Buddhista tibetana, le vecchie credenze ancestrali sopravvivono e s’intrecciano a quella che viene definita come fede gialla, vista la sua derivazione dalle aree meridionali. Anche gli spiriti degli antenati venivano venerati e tra questi in particolar modo lo spirito di Gengis Khan; inoltre il panteismo ancestrale mongolo dedica una particolare attenzione al culto della natura, rivolgendo la propria devozione alla terra, al fuoco, ai fiumi e specialmente alle montagne. In questo contesto, che assume alcune vicinanze con la tipologia animista di altre culture tradizionali, particolare attenzione occorre dedicare al culto degli Ovöö, cumuli di pietre posti generalmente in luoghi di grande passaggio, che vengono arricchiti da ogni passante con un nuovo sasso o un piccolo oggetto e perfino cibo e danaro o cocci di bottiglie. Il viandante dopo aver deposto il suo dono compie tre giri in senso orario attorno all’Ovöö, prima di proseguire il suo viaggio sugli impervi sentieri di queste terre montane. Il culto forse più importante, per conoscere la funzione degli sciamani, è quello del fuoco che in quanto deità è uno dei più...