Il libro dello studioso lussemburghese Albert Ettinger, che l’opinione pubblica occidentale non tarderebbe a definire “revisionista”, si basa in realtà sulle citazioni di testimoni che hanno vissuto il contesto tibetano in prima persona e che di certo non possono essere considerati simpatizzanti del Governo cinese. In particolare le testimonianze oculari di Alexandra David Neel, orientalista e scrittrice definita anche “Madame Tibet” e di Heinrich Harrer, amico personale del Dalai Lama e conosciuto anche in Italia per il film “Sette anni in Tibet”. “Ormai da decenni, infatti,” – sostiene Ettinger – “una lobby buddista-tibetana, sostenuta da alcuni attori e registi famosi, utilizza il soft power della fabbrica dei sogni americani per destare nel pubblico occidentale interesse e simpatia per questa religione orientale … Centinaia di centri tibetani-buddisti che negli ultimi decenni in Europa occidentale e negli Stati Uniti sono spuntati come funghi: un notevole successo di proselitismo per una religione che nega di voler raccogliere nuovi fedeli”. Il libro analizza i fondamenti filosofici del buddismo tibetano svelandone gli assunti più reazionari e dimostra come la struttura sociale dominante prima della liberazione cinese fosse costituita da un gruppo di 25-30 famiglie “aristocratiche” che occupavano quasi tutte le cariche statali ed erano incredibilmente ricche. La tendenza snobista di questa particolare forma del buddismo ha fatto dichiarare al Dalai Lama che i tibetani sono nel loro complesso un “popolo eletto” (allo stesso modo degli ebrei e dei puritani “baciati” dalla predestinazione divina), uno status speciale da cui però il popolo non ha mai tratto molti vantaggi. Uno studio del 1940 riportato nel testo riassume a grandi linee la situazione del tempo: nel Tibet orientale il 38% dei nuclei familiari non aveva mai bevuto tè ma solo acqua bollente, il 51% dei nuclei familiari non poteva permettersi il burro e il 75% qualche volta doveva cibarsi di erba con l’aggiunta di ossi di manzo necessari per prepararsi una zuppa. La promiscuità diffusa, specie nelle fasce povere della popolazione, generava malattie veneree in maniera esponenziale e provocava vittime in ogni famiglia data l’assenza di un sistema sanitario minimamente moderno. La popolazione, in buona parte denutrita, aveva una vita media che si aggirava sui 30 anni circa. Se non bastava la superstizione religiosa a mantenere l’ordine sociale (il destino infelice veniva attribuito al Karma), subentravano spesso torture e punizioni corporali (frustate in particolare); non così per alcune discepole (o discepoli …) privilegiate dai rapporti sessuali tra insegnanti e studenti, rigorosamente segreti, così come previsto nel Tantra tibetano (salvo poi essere recentemente stati rivelati dalle denunce di alcune allieve …). La stragrande maggioranza dei tibetani viveva d’altronde in campagna, in piccoli insediamenti o in tende nomadi, mentre Lhasa – che era la città più importante – prima del 1959 aveva solo 10.000 abitanti; tutto ciò, nonostante mille anni prima il Tibet fosse una potenza mondiale in grado di competere con l’Impero Cinese per il controllo della Via della Seta. Secondo Ettinger la condizione di mancato progresso va attribuita quindi al Lamaismo predicato dai vari “santoni”, uno strato...