13 Luglio 2026

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FOCUS CESEM – LA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN Geopolitica dell’Iran in Medio Oriente alla luce degli attuali equilibri globali di Stefano Vernole * L’influenza regionale dell’Iran, a partire dalla Rivoluzione Islamica del 1979, è progressivamente cresciuta, in parallelo all’allentarsi dell’egemonia statunitense. Tuttavia l’obiettivo finale dell’attivismo militare di Washington è proprio la caduta del complesso sistema giuridico-politico che ha consentito alla Repubblica islamica dell’Iran di mantenersi indipendente fino ad oggi. La continuazione dell’attuale situazione favorevole nei rapporti di forza tra gli Stati dell’area dipende però anche dalla comprensione, da parte della leadership iraniana, del contesto globale all’interno del quale il proprio Paese è costretto a muoversi. Perché un atteggiamento collaborativo da parte di Teheran può allontanare lo spettro di un possibile e devastante conflitto, contribuendo paradossalmente all’isolamento del suo storico nemico a stelle e strisce. Il ruolo dell’Iran e il cambiamento geopolitico nell’area mediorientale La Rivoluzione Islamica del 1979 scoppiò quasi in concomitanza con l’entrata dell’Armata Rossa sovietica in Afghanistan, questi due avvenimenti cambiarono completamente la situazione geopolitica regionale e globale: l’Iran si sottrasse all’influenza statunitense (quindi israeliana) e gli USA lasciarono campo libero ad Al Qaeda 1. Poco dopo, Washington solleticò le mire irachene sullo Shatt-al-Arab e i suoi pozzi petroliferi, invitando Saddam Hussein a muovere guerra a Teheran, con la speranza di suscitare una rivolta popolare all’interno del paese e mettere fine al processo rivoluzionario. Una strategia, quella studiata in particolare da Henry Kissinger, tanto più diabolica perché volta ad impedire una completa vittoria irachena e attuata attraverso la triangolazione di armi nota come “Irangate”. In Italia conosciamo bene questa storia, avendo la BNL di Atlanta finanziato gran parte dello sforzo bellico iracheno e subito un danno economico, valutato dalla Commissione di inchiesta parlamentare creata ad hoc, di circa 2.000 miliardi di lire 2. Frenato nelle sue ambizioni, Saddam ha cercato una rivincita in Kuwait, approfittando dell’apparente disponibilità degli Stati Uniti (“Rapporto Glaspie”); si trattò di una trappola che mise in un angolo l’Iraq, fino alla sua completa distruzione nel 2003 con la seconda Guerra del Golfo voluta da Bush sr. In questa circostanza bisogna rilevare come la leadership iraniana si sia comportata in maniera saggia; nel 1991 Teheran ha evitato di schierarsi con la coalizione occidentale e araba che ha attaccato l’Iraq, al contrario dell’alleato Hafez al Assad. Quest’ultimo credette di avere il via libera sul controllo del Libano, ma pochi anni dopo, in seguito all’omicidio di Rafiq Hariri (probabilmente rimasto vittima di un attentato israeliano), fu costretto a ritirare l’esercito siriano dal Paese dei Cedri 3. Lo stesso meccanismo venne ripetuto nel 2003, al punto che dopo la deposizione di Saddam Hussein e la crescita dell’influenza iraniana in Iraq, gli Stati Uniti furono costretti a stringere un patto di alleanza con il radicalismo sunnita così come con alcuni esponenti della vecchia guardia baathista. Questa tacita intesa, nata dopo anni di dura guerriglia antiamericana, è stata informalmente il prodromo della nascita dell’ISIS; le azioni militari di DAESH si sono rivelate particolarmente efficaci perché spesso guidate da ex esponenti...