15 Agosto 2026

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Dopo tre anni di indicibili sofferenze per la popolazione, dopo Zamzam, dopo El-Fasher – nomi che rimarranno nella storia sudanese come quelli di catastrofi che il mondo aveva previsto ma non è riuscito a prevenire – la città di El-Obeid è minacciata dalla stessa sorte. Gli stessi attori sono all’opera: le Forze di Supporto Rapido del generale Hemedti.
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Dallo Yemen meridionale alla Somalia e al Somaliland, fino al Sudan, in tutti questi anni una regia israelo-emiratina ha agito sopravvalutando le sue forze e sottovalutando i suoi avversari. Oggi i suoi disegni egemonici sembrano sgretolarsi come un castello di sabbia, sotto i colpi di paesi che non vogliono ritrovarsi al centro di progetti neocoloniali condannati dalla storia.
In questo lungo articolo ripercorreremo parte delle dinamiche relative alla guerra civile sudanese e alle azioni di un vasto fronte dalla crescente influenza (guidato dal quartetto Arabia Saudita-Egitto-Eritrea-Sudan), per concluderla con lo sradicamento delle cause che ne sono all'origine: ovvero il ruolo di "stato nello Stato" detenuto in Sudan dalle RSF col sostegno degli Emirati Arabi Uniti e di altri loro partner regionali.
Nel Corno d'Africa dove la tensione cresce da più parti, la visita ad Asmara del Primo Ministro sudanese Kamil Idris è parsa un positivo segnale per la pace e la stabilità. Le soluzioni al conflitto sudanese non possono che essere decise dal Sudan stesso. Khartum è grata all'Eritrea per sostenerla in tal senso: non soltanto con le parole, come ricordato dal Primo Ministro, ma soprattutto coi fatti.
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di Gabriella Agyei La guerra in Sudan, in corso da ormai quattro mesi, continua a dispiegarsi imperterrita, e all’orizzonte non sembra esserci alcun segnale di una possibile risoluzione pacifica; questo a causa dell’inabilità della comunità internazionale di mediare alla pace e dell’indisponibilità al dialogo da parte dei leader coinvolti nella guerra. Il Paese africano nord-occidentale sta affrontando un conflitto scoppiato il 15 aprile scorso tra le forze paramilitari di supporto rapido (RSF), guidate dal generale Mohammed Hamdan Dagalo (conosciuto come Hemedti), e l’esercito sudanese nazionale, guidato da Abdel Fattah al-Burhan, attuale presidente del Paese. Le due fazioni hanno collaborato nel 2019 per porre fine al regime dittatoriale di Omar al-Bashir, ma il rifiuto del generale Hemedti di sciogliere le RSF per integrarle all’interno dell’esercito nazionale, (condizione che era ritenuta necessaria per avviare correttamente il processo di transizione democratica del Sudan) ha portato allo scontro tra le forze armate.
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di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/17/il-sudan-verso-una-nuova-scissione/ Il nuovo conflitto interno che si sta sviluppando in Sudan rappresenta la continuazione della travagliata storia del Paese, che già nel 2011 ha subito la scissione del Sudan del Sud. Il Sudan, come altri Paesi africani, non è altro che una creazione dei colonizzatori occidentali, in questo caso gli inglesi, che nelle loro suddivisioni non hanno tenuto conto dei criteri riguardanti le popolazioni che abitavano quei territori. Infatti, il Sudan era un nome utilizzato per indicare i possedimenti britannici a sud dell’Egitto; del resto, lo stesso nome Sudan deriva dall’espressione araba Bilād al-Sūdān, ossia “Paese degli uomini neri”, per distinguere quelle popolazioni dagli egiziani, di carnagione più chiara, ma non ci dice nulla sulle differenze etniche, linguistiche e religiose esistenti all’interno di quegli “uomini neri”. Questa situazione ha portato a numerose tensioni nel corso dei decenni, scaturite in alcuni casi in veri e propri conflitti, come nel caso della guerra del Darfur, una regione occidentale del Sudan in cui dal 2003 sono emersi movimenti indipendentisti in contrasto con il governo centrale, portando ad un bilancio di oltre 700.000 morti secondo le Nazioni Unite. Nel 2011, invece, fu la parte meridionale del Paese a staccarsi, ottenendo l’indipendenza con il nome di Sudan del Sud, ad oggi lo Stato più giovane al mondo tra quelli riconosciuti dalle Nazioni Unite. Nel 2019, dopo quasi trent’anni di governo, il presidente ʿOmar al-Bashīr fu stato costretto ad abbandonare la guida del Paese a seguito delle ingenti proteste popolari e dell’appoggio dato dall’esercito ai manifestanti. Nell’aprile del 2019, dunque, ha avuto inizio il periodo di transizione sotto la guida del Consiglio militare di transizione, poi ribattezzato Consiglio Sovrano del Sudan, e del suo presidente Abdel Fattah al-Burhan, che molti considerano come capo di Stato de facto del Sudan. Una situazione già molto difficile, precipitata il 15 aprile, quando hanno avuto inizio i combattimenti tra l’esercito regolare e le forze paramilitari denominate Rapid Support Forces (RSF), create da al-Bashīr nel 2013, che hanno coinvolto la capitale Khartoum e altre città del Paese. Le RSF hanno affermato di avere preso il controllo del palazzo presidenziale, della residenza del capo dell’esercito, della stazione televisiva di Stato e degli aeroporti di Khartoum, della città settentrionale di Merowe, e dello Stato del Darfur Occidentale con la sua capitale El Fasher, notizie smentite dall’esercito regolare.  La causa scatentante dei combattimenti risiederebbe tensioni sulla proposta di integrazione delle RSF nell’esercito. Il disaccordo ha ritardato la firma di un accordo sostenuto a livello internazionale con i partiti politici sulla transizione verso la democrazia. Inoltre, la rivalità tra l’esercito regolare e le forze paramilitari ha acuito lo scontro tra i rispettivi leader, il già citato generale Abdel Fattah al-Burhan, comandante dell’esercito sudanese, e il generale Mohamed Hamdan Dagalo, capo delle RSF. La situazione nel Paese africano sembra al momento destinata a degenerare in una guerra civile, che potrebbe mettere ulteriormente a repentaglio l’unità dello Stato sudanese. Questo getta ulteriore scompiglio in una regione del mondo che certo non brilla per stabilità, visto che anche lo stesso Sudan del...
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di Sorel Kathy Mbah ‘’La sopravvivenza del Sudan è minacciata…il Paese è ad una “svolta pericolosa che minaccia tutta la sua sopravvivenza’’. È con queste parole pessimiste che Abdallah Hamdock ha consegnato il grembiule di capo del governo nei giorni scorsi. È da ricordare che il Premier era stato arrestato in ottobre prima di essere riportato al posto di capo dello Stato un mese dopo. Con questo atto che si può definire “disperato”, l’ex capo del Governo ha confessato la sua incapacità ed impotenza a condurre il Paese verso le elezioni generali e democratiche dopo la caduta emblematica del presidente Omar Al Bashir, il quale è stato deposto nel 2019 dall’esercito sudanese. Abdallah Hamdok si è dimesso dopo un’altra giornata di proteste di massa nella capitale Khartoum. Questa ennesima manifestazione è scoppiata in seguito al nuovo colpo di Stato perpetrato il 25 ottobre 2021. In effetti, è da ricordare che il Premier è stato arrestato insieme a tutti i membri del governo da un gruppo di soldati guidati dal generale Abdel Fattah Al-Burhane. La situazione che prevale oggi in Sudan, ovvero il fallimento del processo di transizione, potrebbe essere spiegata dalla natura stessa del processo che era in corso. Dopo la caduta nel marzo 2019 di Omar al-Bashir, destituito dopo trent’anni di regno, il Paese è stato guidato da un governo di transizione con alla testa un Primo Ministro civile, Abdallah Hamdok, e un Consiglio di Sovranità, composto da presone tratte dai ranghi della protesta e dei soldati, presieduto dal generale Abdel Fattah al-Burhane. Una collaborazione incoerente basata sulla sfiducia reciproca Questo forzata coabitazione ha fatto sì che le due parti non si considerassero come partner, ma piuttosto come potenziali nemici. In effetti, negli ultimi mesi si sono progressivamente deteriorate le loro relazioni. Da una parte un Primo Ministro che non ha esitato a criticare a più riprese l’esercito e i servizi di sicurezza, mettendo in primo piano il loro peso sproporzionato nell’economia, in particolare nei settori strategici. Dal canto loro i militari, che sono stati costretti dall’ampiezza della contestazione ad includere i civili nel processo di transizione, non erano pronti a perdere il loro controllo sul potere e l’economia. Con la Giunta militare ormai al potere e le dismissioni di Hamdok, a Khartoum si preannuncia una situazione politica più che mai complessa e incerta. Postilla Redazione CeSEM Nel frattempo il nuovo governo di Khartoum si sta muovendo sul fronte diplomatico: in un’intervista esclusiva a Ria Novosti, al-Bhuran ha affermato di voler continuare a mantenere i legami tra il suo Paese e la Russia. In particolare si è parlato della ormai nota – e revocata la scorsa primavera – base navale russa sul Mar Rosso. Al-Bhuran ha riferito che la struttura dovrebbe essere costruita ex novo a Port Sudan, facendo parte degli attuali accordi con Mosca seppur in fase di trattativa. Il leader sudanese ha anche ribadito che Khartoum ha una cooperazione “di lunga data e continua” con la Russia e che “la sosterremo pienamente, perché la Russia è...