di Marco Costa La vicenda di Hong Kong è stata in larga parte determinata dalla sua posizione geografica: incuneandosi nel Mare Cinese Meridionale, ha assunto il ruolo di avamposto strategico commerciale del “Celeste Impero”, suscitando però le ambizioni dei coloni e dei mercanti occidentali, britannici in particolare. Il territorio di Hong Kong, essendo in buona parte costituito da un’isola principale (Hong Kong Island) attorniata da un piccolo arcipelago di isole minori (New Territories) e da una parte di terraferma (Kowloon), ha caratterizzato – nel bene e nel male – tutta la storia della città, determinandone la sua vocazione marittima. Abbiamo affermato che tale predisposizione alla vita marittima è stata sia un bene che un male, perché, paradossalmente, l’Isola del sud della Cina ha attirato nel corso dei secoli anche le brame di trafficanti senza scrupoli, briganti di ogni sorta, profughi, rifugiati, banditi e, soprattutto, dei pirati. Anzi per diversi secoli, Hong Kong è stata una vera e propria capitale della pirateria asiatica. Se questa città dagli inglesi venne battezzata come “porto profumato”, e se oggi è anche conosciuta come “perla moderna d’oriente”, gli esploratori spagnoli e portoghesi la consideravano il braccio settentrionale di una catena di isole che chiamavano abitualmente come Isla Ladrones, ovvero l’isola dei ladri. Sembra paradossale, ma dietro allo sfarzo e al glamour della moderna Hong Kong c’è una storia ricca di contraddizioni tra popolazione autoctona e coloni occidentali, che, come abbiamo visto, non hanno sempre contribuito alla buona reputazione della città, e l’esempio della pirateria dei secoli passati ne costituisce il più eclatante esempio. La pirateria in quella che è oggi Hong Kong ebbe origine nel XIII secolo come risposta al controllo autoritario della dinastia Ming, con una massima espansione del fenomeno che si estese dal XVIII secolo fino al tempo del dominio coloniale britannico. Quando arrivò la Royal Navy di Sua Maestà Britannica, Hong Kong ospitava vari “re pirati” a capo di migliaia di barche da guerra che terrorizzavano tutta la costa circostante con le loro incursioni banditesche, rimanendo di fatto fino al XIX secolo la capitale dei pirati del Mar Cinese Meridionale. Ma occorre fare qualche passo indietro. Nel 1371, l’imperatore Ming dichiarò una sorta di “divieto marittimo” che proibiva il commercio marittimo privato, nel tentativo di consolidare il potere della sua dinastia alle prime armi e di centralizzare tutto il commercio estero. Questo divieto includeva il sequestro di tutte le navi private catturate nelle acque dell’Impero, nonché il trasferimento forzato di numerose comunità sulla costa. Il divieto fu revocato per un certo periodo sotto l’imperatore Yongle, che aveva usurpato il trono e finanziato i sette viaggi del leggendario ammiraglio Zheng He, che permisero alla Cina di costruire un’enorme flotta navale che l’Imperatore usò per rinforzare il dominio cinese sui mari asiatici. Tuttavia, questa tregua fu di breve durata: i successori di Yongle bruciarono la flotta di Zheng He e nel 1394 ripristinarono con una nuova formula il divieto di commercio marittimo privato. Per una strana eterogenesi dei fini, mentre il Governo pensava...